lunedì 23 luglio 2018

Plumeria stenopetala, reginetta dell'estate

Ma che estate sarebbe questa se non mi mettessi a parlare, ancora una volta, di plumerie? Perché è proprio in questi pochi, caldi, mesi dell’anno che si concretizzano i sogni e le speranze di chiunque possieda una delle tante specie o delle tantissime varietà di plumeria coltivate in vaso: fiorirà?  Non fiorirà? Se non fiorirà sarà un evento drammatico da archiviare tra le estati da dimenticare; se invece, per grazia ricevuta, fiorirà, verranno inondati i social di fotografie da fare invidia.
La mia personale ricerca, in fatto di plumerie, non è finalizzata alla loro coltivazione perché sono negata e manco ci provo; io, grazie all’amicizia che mi lega a Giampietro Petiet, fanatico collezionista e produttore di plumerie in Sicilia, vado ad esplorare ed a fotografare, ogni estate, il mare magnum di specie e varietà asiatiche ed americane coltivate nel suo affollato vivaio-collezione e cerco di eleggere quella che ritengo, per l’anno, la “ Reginetta dell’estate”.

Foto del 19/7/2018
Qualche giorno fa, dopo una passeggiata all’interno delle serre del Sun Island Nursery dove Giampietro ha oramai raggiunto la stratosferica quota di 3723 entità botaniche coltivate, tra specie e varietà di plumeria,  mi sono innamorata di Plumeria stenopetala una specie che ha la particolarità rispetto a Plumeria rubra di non avere varietà; è lei e solo lei, senza varianti, a conquistare quest’anno per profumo, sobrietà e bellezza il titolo di  mia  preferita dell'estate.
Plumeria stenopetala fu descritta per la prima volta nel 1902 da Ignatz Urban, botanico tedesco che tra il 1923 ed il 1928 nel suo libro Symbolae Antillanae elencò numerosi nuovi generi e specie delle Indie Occidentali. 
Deve il nome specifico alla particolare forma dei petali che sono molto stretti ed allungati (stenòs) rispetto ai petali della Plumeria rubra.
La specie ha un portamento non molto alto e compatto con foglie strette e lunghe portate da rami sottili, lianosi, pendenti, che è possibile guidare nella loro crescita  con steccature. I rami portano grappoli, anch’essi pendenti, di fiori grandi, caratterizzati da lunghi petali (anche 10 cm), arricciati, di colore bianco puro con cuore giallo pallido.


La fragranza, molto intensa, dei fiori è di quelle che la mattina, prima di affrontare le fatiche della giornata, ci porta a tuffare il naso dentro alle infiorescenze con intento terapeutico- rivitalizzante perché sa di gelsomino ma anche di garofano e di gardenia. La fioritura è molto lunga in clima tropicale; da noi chi la coltiva in vaso, in questi giorni di metà luglio, è  in trepidante attesa dell’imminente fioritura. Le talee sono difficili da radicare e questo la rende rara da trovare nei vivai. La sua moltiplicazione avviene per innesto su varietà di Plumeria rubra; se l’innesto viene fatto su un portainnesto tagliato alto, l’aspetto della pianta ricorderà quello di un salice piangente profumato. La coltivazione nel nostro ambiente si svolge in vaso essendo la specie sensibile al freddo come tutte le altre cugine plumerie.
Dall’incrocio tra Plumeria stenopetala x Plumeria pudica l’ibridatore tedesco Kukiat Tanteeratarm, nel suo vivaio in Thailandia, ha ottenuto un incrocio interspecifico denominato Engel che ha le migliori caratteristiche di entrambi i genitori cioè: fiori portati in grandi mazzi con petali lunghi, appuntiti ma più spessi della stenopetala della quale, però mantengono il profumo dolce e persistente; il portamento della pianta è invece quello della pudica con rami più robusti ad andamento verticale, foglie più grandi, di un colore verde brillante.
Sito Web
Sia Plumeria stenopetala che la Engel si possono acquistare da Giampietro Petiet in vivaio ed online ma anche altre vivai siciliani come Chersoneso piante ne danno indicazione nei loro cataloghi online.
 

lunedì 16 luglio 2018

Radicepura Garden Festival: un anno dopo

Quando l’estate non ha grandi eventi che ti fanno sentire impegnata e partecipe è sempre un’estate un poco moscia, un’estate di “scarica” come si direbbe in agricoltura per indicare, in alcune coltivazioni, l’anno triste delle mancate produzioni. Niente mondiali per gli appassionati di calcio nazionale, quest’anno, e nessun evento legato al verde ed ai giardini per gli appassionati di gardenig. E si che, invece, l’estate scorsa, in questo periodo era in pieno svolgimento qui in Sicilia, all’ombra dell’Etna, il Radicepura Garden Festival, il primo evento internazionale dedicato al Garden design e all’Architettura del paesaggio mediterraneo che in 180 giorni di apertura è stato visitato da oltre 30.000 persone avendo come punto di attrazione dieci giardini d’autore, immersi nel verde del Parco di Radicepura, insieme ad installazioni artistiche anch’esse di forte impatto visivo ed emotivo realizzate da artisti internazionali e da due artisti siciliani molto noti nel mondo dell’arte come Alfio Bonanno ed Emilio Isgrò.
Opere di Alfio Bonanno
Nel corso dell'estate si erano, poi,  succeduti numerosi eventi come le “Chiacchiere in giardino” con esperti vivaisti; i workshop tematici, la rassegna di cinema d’autore, food and wine, sfilate di moda, concerti e mostre. Un’abbuffata di immagini verdi e suggestioni che solo a distanza di un anno, in questa estate priva di eventi, sto cominciando a metabolizzare aiutandomi nel ricordo con le foto fatte ai giardini e con la lettura del catalogo del Festival, pubblicato nel corso dell’anno dalla Fondazione Radicepura, dal titolo “Essenza Mediterranea”, per la casa editrice Rubbettino.
All’inizio di questo mese di luglio ho avuto modo di rivisitare il Parco di Radicepura e quanto resta del Festival, chiuso al pubblico da un anno e che ora è in fase di riallestimento per ospitare una nuova edizione estiva di “Drop Aperitivo in musica”  e di Garden in movies.
Che impressione ho avuto dei giardini d’autore a distanza di un anno dalla loro installazione?
Considerando che per la realizzazione dei giardini sono state utilizzate piante in vaso prodotte in Sicilia, scelte dall’enorme assortimento dei Vivai Faro che, su una superficie aziendale di 600 ettari, producono oltre 800 specie e più di 5000 varietà di piante mediterranee ed esotiche, le diverse specie vivaistiche utilizzate, in molti casi tipiche della flora spontanea dell’isola, non hanno subito particolari crisi di adattamento e quindi non solo si sono mantenute ma si sono notevolmente accresciute coprendo gli spazi vuoti presenti nella tessitura dei diversi giardini.
In alcune installazioni come in Anamorphose di Abélanet, ad esempio, la crescita delle piante disposte all’interno di aiuole sospese è stata cosi esuberante da farle debordare all'esterno,  facendo perdere di vista i nitidi contorni del poligono stellare creato dall’autore che, come tutte le creazioni anamorfiche era possibile osservare, nella configurazione progettata, da un unico punto di osservazione. Oggi da qualunque punto lo si guardi, sembra un unico, enorme, contenitore di piante in fiore.
Anamorphose da giugno 2017 a luglio 2018
Al contrario, invece la crescita delle piante di Rhyncospermum jasminoides poste alla base dell’installazione Tour d’y voir non è stata tale da riuscire a coprire le poco estetiche impalcature tubolari utilizzate per realizzare l’opera del paesaggista Michael Péna. Confermo la mia prima impressione di un lavoro più da carpentiere che da garden designer di grido anche se la torre, con all’interno una scala a doppia elica e che avrebbe dovuto contenere una fontana mai realizzata ed una palma, consente una vista molto panoramica sull’intero parco, l’Etna ed il mare.
 
Che l’installazione Alpheus and Aretusa di James Basson fosse eccessivamente affollata di specie vegetali rispetto alla piccola superficie assegnata al giardino, è stata da subito una mia impressione, ma ora che, tramite il catalogo, ho potuto consultare l’elenco floristico dell’ installazione, ne ho avuto conferma avendo contato ben 206 entità botaniche scelte prevalentemente tra le spontanee mediterranee, con un carrubo ed olivi al centro ed una piccola vasca di acqua corrente a ricordare il Mito del progetto. In tanta folla di specie mediterranee da Achillea maritima a Vitex agnus-castus,  quella che più si nota però è la Tillandsia usneoides disposta a drappo sulla vasca, che per essere precisi,  proviene da paesi dell'America del sud.
A proposito di questo giardino, solo ora che leggo il catalogo, apprendo che Basson per la piantumazione si è ispirato al sonetto petrarchiano utilizzato per la prima volta da Giacomo da Lentini e poi da tanti poeti a venire, progettando una sequenza di quattordici strisce ripetute, come le strofe di un sonetto, all’interno delle quali sono state disposte specie di diversa altezze e fogliame per riproporre, in verde, il ritmo delle rime poetiche. Dal che l'utilità di  avere acquistato il catalogo. 
Tra tutti i giardini ne ho scelti due che mi sembra abbiano meglio rappresentato l'Essenza Mediterranea e che hanno mantenuto questo giudizio positivo anche a distanza di tempo; mi riferisco a: Re-Live di Carmen Guerrero Mostazo e Andrea Graña , vincitore del premio Gardenia, ed Identità mediterranea realizzato dal Gruppo di Progetto Università di Bologna, Corso di laurea in Verde Ornamentale e Tutela del Paesaggio. Nel primo caso, proprio come dopo un terremoto, le specie prescelte  hanno colonizzato come vere pioniere massi di pietra incoerenti, nell’immaginario assai simili a ruderi e macerie crollati a seguito di scosse sismiche.

In Identità mediterranea, in un piccolo spazio, è racchiusa l’essenza del giardino mediterraneo forse perché, per la presenza di abbondante thulbalghia, vi aleggia un intenso  aroma di aglio.   
Infine, ho potuto vedere completata l’installazione artistica di Emilio Isgrò che è stata inaugurata in ottobre, il giorno di chiusura della mostra.  Il titolo dell’Opera: Il sogno di Empedocle è rappresentato da un grande piatto di pietra che guarda l’Etna sul quale, come sputato dal vulcano, sta un sandalo di Empedocle insieme a tre giganteschi semi di limone in pietra lavica, uno sputato dallo stesso filosofo siciliano, insieme a quelli sputati da altri due illustri uomini di cultura siciliani: Giovanni Verga e Luigi Pirandello; sul piatto è incisa la seguente frase: "Lu Semi di Limuni fui sputato in questo dish da Empedocle  d'Agrigento"; la spiegazione che leggo sul catalogo del Festival è la seguente: "E’ questo il segno di Empedocle e di tutti noi: che il sapere ci aiuti finalmente a vedere”.  A voi il giudizio sulla riuscita di questa produzione artistica.
La complessa macchina organizzativa avviata dalla Fondazione Radicepura è già ripartita per organizzare la seconda edizione del Radicepura Garden Festival che avrà luogo a partire dalla prossima primavera con il tema “Giardini produttivi”. Per chi fosse interessato, il bando di partecipazione è riportato qui.  
 
Del Radicepura Garden Festival ne ho già parlato in doversi post:
 

domenica 8 luglio 2018

Elena Accati: Le storie che non ti ho raccontato

 
Una vita dedicata ai fiori e alle piante, sia a livello professionale che come ricerca e studio continuo e personale dei tanti segreti e delle insospettabili prerogative che il mondo vegetale possiede, è quella vissuta, e posso affermarlo con grande ammirazione dopo averla conosciuta personalmente, da Elena Accati, signora della Floricoltura italiana, una vita dedicata alle piante ed ai giardini lavorando come  Professore ordinario alla cattedra di Floricoltura della Facoltà di Agraria di Torino; appassionata di parchi e giardini ne ha visitati e studiati nelle parti più remote del mondo divenendo poi, direttrice del primo Master in Italia di Progettazione del Paesaggio e delle Aree verdi presso lo stesso ateneo;  ha, poi, partecipato a progetti delle Nazioni Unite volti a diffondere le colture di interesse ornamentale in Paesi in via di sviluppo insegnando ad esempio a coltivare le  rose ai contadini delle isole Réunion.
Poi, una volta conclusa l’attività accademica, condotta in tandem sin dai tempi dell’Università con il marito Angelo Garibaldi, oggi, Professore Emerito di Patologia vegetale, anche lui innamorato del suo lavoro tanto da non riuscire, nonostante sia in pensione da tempo, a separarsi dalle sue serre della Facoltà di Agraria, Elena si è dedicata alla divulgazione scrivendo libri rivolti sia al pubblico di appassionati del verde (Piccoli giardini, terrazzi e balconi; Arte e Natura; Il giardino dei frutti perduti; Siamo alla frutta: 400 ricette per riportarla finalmente in tavola; La cucina dei naviganti. Andar per mare e mangiar bene; Teatrum rosarum; Fiori in famiglia: Storie e storie di Eva Mameli Calvino) che ad un pubblico giovane  (Avventure nel bosco, 20 storie con radici) per raccontare, come già sperimentato in casa con il nipote Jacopo, le meraviglie del mondo vegetale a misura di bambino. Negli ultimi anni non sono mancati i romanzi come Ragazze di ieri ed il racconto a tema più personale Le storie che non ti ho raccontato sul rapporto con la figlia Francesca nel periodo dell’infanzia e dell’adolescente. Per fare conoscere i suoi libri e non smettere neanche un minuto di parlare e pensare di piante, Elena è spesso ospite di scuole, circoli della stampa e delle tante associazioni legate al verde che hanno piacere di incontrarla in tutta Italia. 
Io questo piacere l’ho avuto un sabato di inizio luglio insieme ai soci dell’ Etna Garden Club catanese, nel corso della presentazione del suo libro: Le storie che non ti ho raccontato che si è svolta a Sant’Agata Li Battiati all’interno del magnifico Parco del paesaggista Ettore Paternò del Toscano scomparso da alcuni anni e curato, oggi, dalla nuora, dottoressa Barbara Notarbartolo, che ha fatto gli onori di casa ad un pubblico numeroso e partecipe.
 
Il libro racconta in prima persona il  difficile rapporto che Elena avuto con la sua unica figlia Francesca nel periodo dell’infanzia e poi dell’adolescenza; descrive i sensi di colpa di una madre poco presente perché impegnata con passione in un lavoro che la portava per lunghi periodi lontana da casa e le difficoltà incontrate nel dipanare con la figlia, dal carattere mite ed introverso, le trame di un discorso affettivo. A distanza di anni, Elena Accati ricorda alla figlia situazioni vissute insieme, incomprensioni, attriti, raccontati usando le piante come vocabolario dei sentimenti. Otto capitoli dedicati ad altrettante situazioni (adattamento, aggressività, altruismo, competizione, invadenza, attrazione, frugalità, pudore) per constatare come il comportamento vegetale può essere di aiuto per chiarire i sentimenti raccontati. Il ricordo di un campeggio montano a due, fortemente voluto da Elena per rinsaldare il rapporto con la figlia ma accettato dalla ragazza con poco entusiasmo e scarsa capacità di adattamento; la delusione della madre nel non riuscire a fare apprezzare alla figlia i bei momenti da passare insieme le fa descrivere, per confronto, la naturalità con la quale le piante riescono a  risolvere situazioni difficili semplicemente mettendo in atto meccanismi di adattamento, come avviene per gli alberi montani che riducono la taglia dei tronchi o la dimensione delle foglie in funzione dell’altitudine o come fanno certe orchidee che si adattano a vivere su pendii scoscesi e pietrosi pur di evitare di essere mangiate dagli erbivori. O ancora il ricordo di atteggiamenti troppo remissivi della figlia nei confronti di amici invadenti porta Elena a suggerire l’esempio offerto in natura dai ciliegi che sanno allontanare presenze indesiderate attraverso sostanza emesse dagli apparati radicali, tanto da essere disposti, nella tradizione contadina, ai margini degli appezzamenti coltivati, in prossimità dei boschi, perché capaci di rintuzzare l’avanzata di vicini vegetali aggressivi ed invadenti.
La lettura del libro scorre veloce e fa riflettere sulla complessità di sentimenti descritti; io del libro ho apprezzato particolarmente i numerosi riferimenti al comportamento vegetale di cui Elena Accati è grandemente competente; per quanto riguarda, invece il problematico rapporto con la figlia, io che sono madre di un unico figlio maschio, oramai fuori dalla fase  adolescenziale, posso dire di avere avuto anch’io, in passato,  le mie brave gatte da pelare.

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