sabato 3 novembre 2018

'Foreign Farmers' di Leone Contini

Si è svolta a Palermo, a partire dal 16 giugno sino a questi primi giorni di novembre, Manifesta 12, la biennale nomade di arte contemporanea, uno degli eventi di punta di “Palermo capitale italiana della cultura” che ha saputo offrire per tutta l’estate un calendario di appuntamenti assai fitto e variegato con installazioni pubbliche, eventi e performance d’artisti internazionali, progetti ad opera di architetti, architetti del paesaggio ma anche botanici, geografi, scrittori, antropologi con un continuo dialogo tra l’arte e altre discipline, insieme  coinvolte in una serie di eventi che hanno fatto di Palermo una piattaforma europea interdisciplinare di grande richiamo non solo per chi si interessa di arte.
La manifestazione itinerante, che ha l’obiettivo di realizzare esperienze creative nel contesto urbano in cui si svolge, ha posto l’ attenzione, nella sede di Palermo, sui temi della migrazione e delle condizioni climatiche, discutendo e progettando sul tema: Coltivare la Coesistenza nel Giardino Planetario (The Planetary Garden. Cultivating Coexistence), traendo spunto da un’ idea formulata vent’anni fa, da Gilles Clèment, filosofo, etnologo, botanico e paesaggista francese, autore, tra l’altro per Manifesta, di un giardino urbano nel quartiere Zen, che è quella di mettere l’uomo al centro della cura dell’ intero Pianeta, inteso appunto come Giardino planetario dove gli uomini, tuttavia, dovranno imparare a riconoscere la loro dipendenza dalle altre specie gestendo con responsabilità i cambiamenti climatici ma anche sociali che si vanno delineando.
Tra le sedi scelte per ospitare eventi in città, un punto nodale è stato l’Orto Botanico che nel corso dell’estate ha ospitato concerti, eventi ed è stato sede di diverse installazioni artistiche che hanno cercato di esplorare l’idea di Orto-Giardino come possibilità di…" aggregare differenze e generare energie positive dai flussi migratori".
Una di queste installazioni dal titolo 'Foreign Farmers' è stata realizzata dall’antropologo e artista toscano Leone Contini.
Io l’ho vista nei giorni in cui sono stata a Palermo per la Zagara e ne sono stata particolarmente colpita: all’interno dell’Orto , in un’area del Giardino Coloniale vicino al viale delle Chorisie, è stato realizzato un rifugio di canne impiantato a zucchette da pergola.
Cinquantacinque  tra specie e varietà diverse i cui semi provengono da Palermo ma anche da Prato, Biella, Merano o dalle Langhe in Piemonte dove ci sono comunità straniere che insediatesi da tempo per lavoro in Italia hanno cercato di ripristinare un legame con le proprie regioni d’origine, coltivando ortaggi tipici delle aree di provenienza; i cinesi a Prato, i senegalesi in un orto sul Piave; i bengalesi nei dintorni di Palermo sono tutti agricoltori stranieri, 'Foreign Farmers' in cerca della loro identità.  
Leone Contini, che da tempo si interessa di pratiche agricole legate al cibo nell’ambito di movimenti migratori, per realizzare questa installazione ha utilizzato i semi raccolti in oltre dieci anni di lavoro presso comunità straniere. Così a Palermo, la tradizionale cucuzza lunga palermitana è stata seminata per crescere fianco a fianco con altre specie ad essa equivalenti di origine orientale o africana disposte in stretta vicinanza e coabitazione a rappresentare la metafora che “si può essere simili nella diversità e coabitare nella dislocazione”.
Contini, nel corso dell’estate, si è anche calato nel ruolo di artista contadino facendosi aiutare in questo da agricoltori amici di diversa nazionalità (tra gli altri Juan Rumbaoa, filippino, che vive a Palermo da molti anni) , trascorrendo l’estate a Palermo per seguire le varie fasi di crescita delle zucchette e dell’orto ed assicurare le cure colturali necessarie alla loro crescita.
L’installazione, che ha oramai concluso il suo ciclo vitale, ha avuto il suo epilogo in una performance dell’artista dal titolo “Cucuzze in mare”; nella giornata del 2 novembre infatti i frutti raccolti, andati oramai a seme sono stati in parte regalati ai partecipanti ed in parte portati al Porticciolo di Sant’Erasmo per essere lanciati in mare perché, come mi scrive l’autore, “ le cucuzze a mare sono un piccolo gesto simbolico per riflettere sul mediterraneo come "connettore"; galleggiando protetti dentro la cucurbitacea secca i semi potranno arrivare ovunque, teoricamente” .
Dalla mia esperienza, tuttavia, devo purtroppo osservare che l’integrazione da noi, non passa ancora dall’alimentazione: al mercato di Catania il numero di banchetti occupati da commercianti cinesi o indiani che vendono i loro ortaggi, prodotti in loco nelle campagne dei paesi dell’ hinterland, è in continuo aumento e chi, ad esempio, produce papaya in Sicilia ha trovato un sicuro sbocco commerciale con le comunità locali di origine orientale che ne acquistano e consumano i frutti per realizzare piatti della loro cucina tradizionale. Ma se il mondo vegetale non conosce barriere all’incrocio, che anzi ne è metodo di miglioramento della qualità genetica, le popolazioni umane le barriere se le creano anche in cucina. Al mercato gli acquirenti degli ortaggi cinesi sono esclusivamente cinesi mentre tutto attorno i locali acquistano e consumano solo prodotti locali. 
Ho espresso questo pensiero a Leone Contini che così mi ha risposto: “ Ci vuole tempo per creare familiarità con un nuovo alimento; le patate , ad esempio, ci hanno messo secoli per radicarsi in Europa dove, nelle campagna, le chiamavano il pane del diavolo perché crescevano sotto terra! In una situazione mondiale preoccupante, l'unica è continuare a cercare di immaginare possibilità diverse e farle immaginare anche agli altri".


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