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lunedì 8 febbraio 2016

La clivia in giardino

La clivia è una specie rizomatosa sempreverde, di origine sud africana, conosciuta ed apprezzata come pianta da interno per le bellissime infiorescenze di fiori campanulati di un colore rosso aranciato  che spuntano al centro di foglie nastriformi, di colore verde scuro,  carnose, disposte  a ventaglio in modo simmetrico le une opposte alle altre. 
Le infiorescenze  ad ombrella sono portate da steli rigidi e sono composte da una decina di fiori di forma tubolare o ad imbuto che cominciano a spuntare all’inizio della primavera, dopo il riposo invernale. 

La clivia è specie abitualmente coltivata nei climi temperati come piante in vaso per luoghi poco luminosi; il suo apparato radicale, formato da moltissime radici carnose, intrecciate a formare dei cordoni, preferisce avere un vaso molto stretto rispetto alle dimensioni della parte vegetativa della pianta; la moltiplicazione avviene  per divisione dei cespi in inverno. Dopo la fioritura si producono delle bacche rosse, carnose che contengono semi di forma tondeggiante  che germinano in primavera se posti in ambiente caldo. Se la specie dovesse fare capricci e non  fiorire, come capita talvolta, vuol dire che non si è rispettato il bisogno di riposo autunnale che consente alla pianta di ben prepararsi alla successiva fioritura; bisogna infatti ritirarla a fine estate in luogo riparato e dare pochissima acqua sino ad inizio d'anno. Tutti i tessuti vegetali di questo genere di piante sono fortemente tossici per la presenza di numerosi alcaloidi capaci di indurre per contatto dermatiti allergiche e per ingestione gravi forme di intossicazione intestinale.

Detto questo, non tutti sanno che, la clivia è una pianta che nei giardini meridionali è coltivata  spesso in piena terra: in Sicilia ad esempio,  era frequente nei giardini di un tempo soprattutto per le zone di mezz’ombra dove formava grandi cespi tra le pietre di contenimento delle aiuole, al riparo della chioma rada di qualche mandarino o limone.


 
 
La specie coltivata nei nostri giardini è Clivia nobilis che ha un fiore più stretto, tubulare e ricadente rispetto a Clivia miniata, che è invece, la specie più utilizzata come popolare pianta da appartamento, per i  fiori più grandi, rivolti verso l'alto e per le innumerevole varietà orticole selezionate.   Clivia nobilis, presente sin dalla fine dell'ottocento nei giardini dell'isola, a cominciare dall'Orto Botanico di Palermo,  con i suoi grandi cespi compatti di foglie verde lucido e i fiori aranciati, prodotti per di più in un periodo dell'anno povero di fioriture, insieme ad agrumi, gelsomino, palme, cycas, chlorophytum,  murraya, plumeria e cestrum costituisce la cifra distintiva dei tipici giardini siciliani posti a ridosso delle case padronali dove trascorrere momenti conviviali. 

 
In  giardino la fioritura della  clivia comincia a fine inverno, e quest'anno, ad esempio,  è già cominciata,  continuando sino all’arrivo della primo caldo. Dal tardo autunno sino all’inizio dell’anno nuovo le piante devono osservare un periodo in stasi vegetativa con apporti idrici ridotti al minimo; in primavera invece le annaffiature devono essere abbondanti senza però esagerare per evitare ristagni idrici forieri di marciumi radicali.
 
Curiosità
 
Leggendo l’interessante sito della Clivia Society  sudafricana si apprende che fu il botanico inglese John Lindley  a descrivere,  nel 1828 presso i Kew gardens, i primi esemplari di clivia giunti in Europa dalla Regione del Capo; egli attribuì la specie alla famiglia delle Amaryllidaceae e descrivendone i caratteri  la denominò Clivia nobilis  in onore di Lady Charlotte Florentine Clive, duchessa di Northumberland che per prima ne aveva visto fiorire alcuni esemplari nel suo giardino d’inverno a Syon House. La specie Clivia miniata, più frequentemente coltivata in vaso per le  vistose infiorescenze a tromba, fu scoperta invece,  sempre in Sudafrica, nel 1850 diventando una delle specie da interno più popolari in Inghilterra durante l’epoca vittoriana. 

martedì 13 ottobre 2015

Amaryllis belladonna, il giglio africano

Soluzione Quiz botanico ottobre 015
  
 
Con l’ arrivo delle prime piogge autunnali, nelle campagne delle regioni meridionali mentre ci si appresta a preparare la vendemmia, macchie di amarillidi dai grandi fiori colorano di rosa  i giardini ed i coltivi intorno.
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Amaryllis belladonna è una specie rustica e frugale originaria della regione del Capo in Sudafrica; molto resistente al caldo e alla siccità si è diffusa in tutti i climi di tipo mediterraneo dove prospera facilmente in piena terra, creando gradevoli macchie di colore sparse in modo spontaneo negli angoli più disparati del giardino. Viene chiamata giglio delle vigne ma anche, come in Sicilia, Femmina nuda o all’inglese Naked Lady perché con le prime precipitazioni di fine estate la pianta, che trascorre il periodo caldo in quiescenza come bulbo dormiente e senza vegetazione aerea, fiorisce prima di emettere nuova vegetazione. 
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Lunghi steli rossicci emergono “nudi” dal terreno portando in cima le infiorescenze a 5,6 fiori imbutiformi di un colore rosa intenso che tuttavia nei fiori esposti a pieno sole tende un poco a sbiadire. I fiori sono molto durevoli e profumati soprattutto di sera e si dispongono in modo da rivolgere le corolle verso la massima insolazione.

Non sono per niente freddolosa visto che in autunno con l’arrivo delle prime piogge mi vedi in giro praticamente nuda

Subito dopo la fioritura compaiono le foglie nastriformi , di colore verde brillante che si manterranno in vegetazione sino alla primavera successiva consentendo al bulbo di immagazzinare sostanze nutritive di riserva.
All’inizio del periodo caldo la parte aerea della pianta dissecca scomparendo sino alla fioritura successiva mentre i grossi bulbi tondeggianti che si mantengono in superficie trascorreranno l’estate in dormienza. I semi che si producono dopo la fioritura maturano velocemente; sono sferici, di colore perlaceo e di grandi dimensioni; questo fa si che in giornate di forte vento cadano al suolo vicino alle piante madri germinando rapidamente e creando gruppi affastellati di fiori, molto decorativi.
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Per lungo tempo ho dovuto sopportare di venire confusa con le “stelle del cavaliere” ma finalmente hanno dovuto riconoscere che sono l’unica del mio genere

 

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Amaryllis è un piccolo genere di bulbi della famiglia delle Amaryllidaceae. La specie è arrivata in Europa nel XVII secolo attraverso scambi commerciali con l'Italia. E’ certo, infatti, che Andrea Matteo Acquaviva, principe di Caserta (1594- 1634) ne ebbe per primo una pianta fiorita nel suo giardino che fu descritta e ritratta da Giovan Battista Ferrari con il nome di Narciso gigliato indiano Donna Bella.
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Data la facilità di propagazione e la notevole rusticità, l’amarillide si diffuse rapidamente in Italia e in altre località del Mediterraneo. Il nome Amaryllis venne usato per la prima volta da Linneo nel 1738 per descrivere, nel Sistema Naturae e nelle sue diverse revisioni,  piante stranamente molto diverse tra loro utilizzando l’attributo Bella donna per la specie proveniente dall’Italia e Amaryllis equestris per specie di origine sudamericana. Tale attribuzione creò in seguito molta confusione, fu, infatti, solo a partire dall’inizio del 1800 che William Dean Herbert, un botanico studioso della famiglia delle Amaryllidaceae, analizzando meglio le differenze tra le specie sudafricane e quelle sudamericane si rese conto che le piante classificate da Linneo come Amaryllis in realtà avevano tra loro pochi aspetti comuni; decise così di separare i generi, mantenendo unicamente la specie sudafricana Amaryllis belladonna nel genere Amaryllis ed assegnando le altre piante a generi diversi per i quali dovette inventare nomi completamente nuovi; per mantenere il nome dato da Linneo (Amaryllis equestris) chiamò il nuovo genere Hippeastrum, «stella del cavaliere» cui attribuì molte delle grandi Amaryllidaceae sudamericane. Dopo lunghe dispute tassonomiche continuate per oltre un secolo, i due generi risultano definitivamente separati dal 1954, ma ancora oggi, alcune cultivar di Hippeastrum sono comunemente chiamate amarilli.
 
Amarillide è un nome di origine greca che significa splendente, scintillante, brillante usato come nome femminile da numerosi autori dell’antichità come Teocrito e Virgilio che nella prima ecloga delle Bucoliche da il nome di Amaryllis ad una bella pastorella di cui il pastore Titiro si era invaghito.

Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi
silvestrem tenui Musam meditaris avena ;
nos patriae finis et dulcia linquimus arva ;
nos patriam fugimus; tu, Tityre, lentus in umbra
formosam resonare doces Amaryllida silvas
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La Ballerina Letterata mi ha scelto come nome arcadico 
Teresa Bandettini fu poetessa e ballerina italiana alla fine del settecento; ancora bambina fu avviata dalla madre alla danza perché si distogliesse dalla innata passione per la lettura e la composizione in versi; di nascosto, tuttavia,  Teresa cominciò a studiare gli scritti di Metastasio, Goldoni, Petrarca ed Ariosto e grazie all’intercessione di un padre agostiniano ottenne protezione da una famiglia nobile che le consentì di dedicarsi liberamente alla scrittura. A sedici anni era già capace di tradurre in terzine le Metamorfosi di Ovidio e mentre girava l’Italia con spettacoli di danza cominciò ad esibirsi in pubblico nella composizione di versi. Fu per questo definita La Ballerina Letterata. Si esibì come poetessa nei principali teatri italiani dove ebbe un successo travolgente per essere capace di commuovere nel corso dei suoi spettacoli non solo il pubblico ma anche se stessa tanto da essere definita L’improvvisatrice Commossa. Entrò a far parte dell’Accademia dell’Arcadia con il nome arcadico di Amarilli Etrusca. Morì ultrasettantenne in un’epoca che non la apprezzava più e con un pubblico che, nelle rare occasioni conviviali cui partecipava, provava pietà ed imbarazzo nel sentirla declamare commossa i suoi versi  ritenuti, oramai, fuori moda.
 
Il 20 settembre se vai a Ventotene, per la festa di Santa Candida non dimenticare di fargliene un omaggio 

 

Ventotene è una piccola isola che fa parte dell’arcipelago pontino, situata al largo della costa tirrenica tra il Lazio e la Campania. Amaryllis belladonna è il fiore che tradizionalmente si porta il 20 settembre in omaggio a Santa Candida, patrona dell’isola, in occasione della sua festività.
 
Nonostante portiamo lo stesso nome non sono una droga mortale anche se non ti consiglio di mangiarmi perché potresti stare molto male

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La specie più conosciuta  denominata con  il termine specifico di “belladonna” è una solanacea ritenuta sin dall’antichità specie pericolosissima; Atropa belladonna è infatti una pianta tra le più velenose del mondo vegetale; le foglie contengono atropina e iosciamina, le radici sono ricche di scopolamina e 3-4 bacche possono essere mortali anche per un adulto.  Per quanto riguarda invece la denominazione specifica “belladonna” , il termine fa riferimento ad una pratica in uso nel Rinascimento quando le donne usavano l’atropina, estratta dalla pianta di atropa, come collirio per dilatare le pupille; si riteneva infatti che avere uno sguardo lucente e vacuo fosse un irrinunciabile canone di bellezza. 
 
Amaryllis belladonna non è specie mortale come la precedente ma è considerata tossica per la presenza dell’alcaloide licorina che causa nausea, diarrea, ipotensione, depressione e danni epatici. Tutte le parti della pianta sono tossiche ma particolarmente i bulbi. Non si conoscono per l’amarillide effetti della pianta legati alla bellezza delle donne, si ritiene che l’appellativo Donna bella facesse riferimento alla bellezza dei suoi fiori. 
 

giovedì 20 febbraio 2014

Son tornate a fiorire le fresie

Tra la terra dei vasi ne vedo spuntare le foglie appuntite che è già fine agosto; in dicembre son ciuffi di erbe scomposte che pioggia e mal tempo hanno fatto in parte appassire e quando penso che così malandate sono oramai destinate a morire, al tiepido sole di fine febbraio, le vedo fiorire. 
La fresia è tra i primi fiori di specie bulbosa che insieme al mandorlo e alla gialla mimosa annuncia a chi vive nelle terre del sole che l’ effimero inverno è passato. Ne raccolgo nei vasi mazzetti che porto a papà; al più sono bianche talvolta son gialle ed in acqua emanano un lieve sentore che al solo annusarlo ho una fitta nel cuore pensando che lui non c’è più.
Freesia alba è una iridacea di origine sud africana che faceva belli i giardini semplici di una volta; ciuffi vagabondi di foglie appiattite simili a spade, sovrapposte alla base, sparsi nel prato o in vasi ad altro destinati che negli ultimi mesi d’inverno dal cespo di foglie, emettono scapi fiorali sottili, più alti del cespo stesso, spesso ricurvi, che portano in cima una spiga di fiori rivolti all’insù, disposti su corti peduncoli.
I fiori sono di colore bianco-crema con sfumature violacee esterne e gola gialla e hanno un gradevole, intenso profumo.
Se di un cespo ne vuoi fare la moltiplicazione usando i bulbilli non c’è ragione; la propagazione con questo sistema è molto difficile. L’unico modo per riprodurla con buone possibilità di successo è attraverso i semi che piccolissimi e neri sono contenuti dentro capsule, secche in estate.
 
Papà le raccoglieva girando tra i vasi e rompendole tra le dita ne distribuiva i semi a casaccio ed i suoi vasi ancora oggi traboccano di piccole fresie che dopo una lunga e copiosa fioritura, al primo vero caldo dell’estate, disseccano e spariscono alla vista rimanendo quiescenti nel terreno all’interno di un bulbo allungato.
A livello commerciale sono molto comuni le fresie ibride dai colori sgargianti che vanno dal giallo al rosso-porpora, dal blu al violetto, talvolta a fiore doppio, che durano lo spazio di una stagione. La produzione di fresie ibride da utilizzare come fiore reciso è un’attività agricola che ha una certa dignità economica ed i mazzetti di fresie acquistati al mercato sono allegri e variegati ma non fanno nessun odore.
Niente a che vedere con le piccole e profumate fresie di papà.
 
 

domenica 26 agosto 2012

I gigli di mare dell'isola di Linosa

Linosa è una piccola isola vulcanica appartenente al gruppo delle Pelagie insieme a Lampedusa e allo scoglio disabitato di Lampione; ubicata a metà strada tra le coste siciliane e l’Africa dista circa tre ore di aliscafo da Porto Empedocle o sei ore di nave. Un’isola vulcanica spersa nel Mediterraneo, tutta diversa da Lampedusa, isola di origine calcarea; a Linosa il nero della sabbia e della roccia rendono il paesaggio aspro e difficile sia per la vita vegetale che per i pochi abitanti che vi risiedono tutto l’anno.
Linosa è infatti costituita da un insieme di crateri e coni vulcanici spenti risalenti al quaternario, originatisi da fenomeni eruttivi che hanno portato alla formazione, al di la della Sicilia, anche dell’isola di Pantelleria. Il terreno di inerte lavico sabbioso, il clima caldo umido, l’elevata intensità luminosa, il vento teso e costante, in parte mitigato dai rilievi interni, la salsedine che corrode ed asciuga, l’assenza di sorgenti d’acqua sono tutti fattori climatici che rendono la vita vegetale e quella dei pochi residenti stabili, difficile e molto selettiva.

Frangivento di foglie di palma a protezione di un pesco
Essenze spontanee arbustive tipiche della flora spontanea del Mediterraneo come lentisco, tamerice, ginepro, euforbia e sommacco sono riunite a formare fitte e basse boscaglie la cui altezza dal suolo non eccede mai l’altezza dei muretti a secco realizzati, a partire dal 1845, dai primi colonizzatori inviati dal governo borbonico a civilizzare l’isola.
Poca varietà anche nelle specie coltivate come fichi, olivo, uva, cappero e lenticchia della quale si coltiva una varietà isolana piccolissima e rossa.
Capparis spinosa
Il fico d’india, specie oramai naturalizzata, contorna i confini delle singole parcelle coltivate a costituire al contempo recinzione e frangivento.


In agosto la maggior parte delle specie spontanee è in estivazione, una pausa vegetativa che fa trascorrere in stasi il periodo peggiore dell’anno nel quale il massimo delle temperature coincide con il minimo delle precipitazioni. In questo contesto climatico “estremo” è quasi un miracolo osservare lungo i sabbioni vulcanici che, ripidi, scendono al mare la fioritura in massa del giglio di mare o Pancratium maritimum una specie bulbosa che a Linosa costituisce un endemismo raro e di rilevante importanza scientifica denominato Pancratium linosae. 
Pancratium linosae
Il genere Pancratium comprende poche specie erbacee, caratterizzate dal possedere grandi bulbi globosi, il cui habitat naturale è nelle sabbie del litorale marino.
Pancratium maritimum
Le foglie sono numerose, lineari e nastriformi, di colore verde glauco e spesso appaiono marcescenti al momento della fioritura.
In estate, portata da uno stelo rigido si forma un’ ombrella di grandi e vistosi fiori bianchi, tubolari, lievemente profumati; ad essi seguono frutti verdi a capsula che contengono semi neri come la pece; questi, trasportati dall’involucro spugnoso, galleggiano sull’acqua e, bordeggiando, bordeggiando, portati dal mare vanno a colonizzare spiagge lontane.
Pancratium linosae

Frutti di Pancratium linosae
Ma Linosa è un’isola spersa nel Mediterraneo: dista 18 miglia da Lampedusa, 59 da Pantelleria, 99  dalla punta estrema della costa meridionale della Sicilia, 77 miglia dall’isola di Malta e 70 dall’Africa. Luogo di confino e soggiorno obbligato ideale per tenere in costrizione, a partire dalla fine dell' 800,  malavitosi comuni e oppositori di regime.
Sito di reperimento
Per quanto abili navigatori, che speranze avranno i semi di Pancratium linosae di colonizzare nuove sabbie litoranee? Ecco ecologicamente spiegata la rarità di un endemismo botanico. Pancrazium linosae non ha molte speranze di migrare, è un giglio di mare costretto al   soggiorno obbligato, a vita.

venerdì 17 agosto 2012

Scilla peruviana, una bulbosa mediterranea

Scilla peruviana
Il genere Scilla, oggi classificato come appartenente alla famiglia delle Asparagaceae, comprende bulbose rustiche tipiche, allo stato spontaneo, degli incolti ruderali di aree caldo aride del Mediterraneo come Spagna meridionale, Portogallo, Algeria ed Italia meridionale soprattutto Sicilia ed isole minori.

Oncostema sicula sinonimo di Scilla sicula
Le diverse specie sono dotate di piccoli bulbi tunicati, arrotondati, biancastri, con foglie basali lineari, piane, di un bel verde lucido. Lo scapo fiorale porta numerosi fiori campanulati generalmente azzurri o blu ma anche bianchi e rosati. Sono piante senza pretese che si adattano ad essere utilizzate in giardino in gran numero, in angoli rocciosi o ai margini di zone ombreggiate soprattutto in estate; prediligono terreno sabbioso, ben drenato; i bulbi si piantano in autunno e possono rimanere in sito più anni anche se ogni tanto è conveniente diradare.

Il Genere Scilla che deve il nome ad una parola greca che vuole dire ferire, nuocere in riferimento alla velenosità dei bulbi, è conosciuto sin dall’antichità. Il nome del genere ricorda il mito di Scilla (colei che dilania) e Cariddi (colui che risucchia), vortici infernali che terrorizzavano i naviganti in transito sulle acque procellose dello Stretto di Messina.
Sito reperimento
Scilla, in particolare, come vuole la leggenda, era una bella ninfa trasformata in mostro dalla maga Circe invidiosa dell’amore per Scilla del dio marino Glauco; rifugiatasi sulle coste calabre in un anfratto proteso sullo stretto, con rabbia e ferocia dilaniava ogni navigante di passaggio tranne Ulisse che pur di vedere i due mostri si fece legare all’albero della nave tappandosi le orecchie con la cera per non sentire il richiamo delle sirene. Così Scilla viene descritta nel racconto di Omero:
Odissea, XII
Scilla ivi alberga, che moleste grida
Di mandar non ristà. La costei voce
Altro non par che un guaiolar perenne
Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce
Mostro, e sino a un dio, che a lei si fesse,
Non mirerebbe in lei senza ribrezzo,
Dodici ha piedi, anteriori tutti,
Sei lunghissimi colli e su ciascuno
Spaventosa una testa, e nelle bocche
Di spessi denti un triplicato giro,
E la morte più amara di ogni dente.
La scilla era molto nota agli antichi che le attribuivano poteri terapeutici; veniva utilizzata, soprattutto, per favorisce il riassorbimento di edemi e aumentare la tensione arteriosa, rallentando il polso e promuovendo la diuresi, analogamente alla digitale alla quale solitamente veniva associata (Florario A. Cattabiani, pag. 255). A Roma per San Giovanni ci si incoronava con varie erbe tra cui la Scilla e Plinio riferisce che Pitagora ne appendesse i bulbi all’architrave della porta come rimedio contro tutti i mali.

La specie di maggiore importanza botanica è Scilla peruviana, di origine mediterranea nonostante l’attributo specifico che ne indicherebbe un’origine sud americana; in realtà tale errata attribuzione specifica si deve ad un probabile errore attribuito al grande Clusius che nel 500 descrisse la specie avendone ricevuto dei campioni giunti per mare e ritenendoli erroneamente provenienti dal nuovo continente, recentemente scoperto.
particolare di Scilla peruviana
Guglielmo Scilla è un famoso video blogger italiano che con lo pseudonimo di Willwoosh ha spopolato con il suo canale Gu tube su YouTube. Nel 2011 il suo canale di video di parodie giovanili è risultato essere il più visitato in Italia e con il maggior numero di iscritti.



Nella serie di francobolli italiani dedicata alle località turistiche d’Italia, il valore emesso il 30 marzo 1979 è dedicato alla cittadina calabra di Scilla, importante località balneare posta a nord di Reggio Calabria.


Sito reperimento


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