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mercoledì 12 novembre 2014

Mele Cola, antichi frutti sotto il vulcano

Quando sento arrivare l’autunno, tra il tempo dei kaki e quello delle arance, c’è un piccolo interregno temporale dedicato, nel mio scadenzario alimentare personale, ad un piccolo frutto, definito di nicchia perché solo chi vive alle falde del vulcano Etna ne conosce l’esistenza e ne pregusta in novembre il particolare sapore.
E’ una piccola mela di montagna che tutti chiamano “mela Cola” probabilmente perché coltivata inizialmente in terreni limitrofi al convento di San Nicola nel territorio del comune di Nicolosi. Sino ai primi anni del 900 veniva estesamente coltivata in terreni terrazzati ricadenti nei comuni pedemontani  etnei (Zafferana, Milo, Sant’Alfio, Pedara, Nicolosi, Ragalna, Biancavilla e Adrano)  utilizzando antiche popolazioni autoctone molto resistenti al freddo e dunque coltivate in una fascia altimetrica compresa tra 600 e 1400 metri di quota dove non era possibile realizzare altri tipi di coltivazione che non fossero bosco o pascolo. Una coltura tradizionale effettuata  in condizioni colturali povere per assenza di concimazioni e di acqua irrigua,  generalmente su piante franche di piede, selvatiche e solo successivamente innestate.
Alberi robusti capaci di produrre in abbondanza piccole mele di forma cilindrica  attaccate alla pianta con un peduncolo fogliare corto e tozzo.
Il tipico frutto della mela Cola si presenta di colore verdognolo  al momento della raccolta per diventare poi giallo paglierino, punteggiato da piccole lenticelle, alla maturazione di consumo; la polpa, anch’essa bianca, dolce ed acidula a maturazione, è  delicatamente profumata adatta al consumo fresco o per essere cotta in acqua o passata in forno.
Se le mele Cola sono veramente buone (anche se con due morsi un frutto è già bello e mangiato) c’è un tipo di mela Cola ancora più ricercata, ottenuta dall’incrocio spontaneo fra questa varietà e la varietà Gelato e chiamata, appunto per questo, Cola Gelato. La varietà Gelato, oramai rara, deve il nome alla presenza nella polpa di aree traslucide che ricordano l’aspetto del frutto ghiacciato. 
Di forma simile alle mele della varietà Cola, le mele Gelato hanno una polpa bianchissima, farinosa, aromatica e dolcissima soprattutto nelle aree vetrificate; sono frutti molto ricercati per preparare crostate e torte di mele. La varietà Cola Gelato è, forse tra tutte, la più diffusa in coltivazione perché in se assomma i pregi delle varietà da cui si è originata a cui aggiunge precocità, produttività, maggiore pezzatura ed intenso profumo.
La raccolta di queste mele viene effettuata da fine settembre a metà ottobre quando ancora i frutti non sono completamente maturi; vengono poi conservate in magazzini di montagna e consumate a partire dai mesi di novembre, dicembre mantenendosi però in magazzino sino ai primi tepori della primavera. Le mele Cola, il cui mercato, in tempi di globalizzazione è stato surclassato dalle moderne varietà continentali vengono oggi coltivate da pochi produttori riuniti in Associazione su una superficie di non più di 600 ettari, per l’80% ricadenti nel territorio del Parco dell’Etna, in coltura biologica o integrata. 
Incentivare il consumo di questi piccoli frutti non è solo un fatto di gusto ma direi ancor più un imperativo culturale; recuperare le tradizioni agroalimentari del proprio territorio consente di salvaguardarne gli aspetti paesaggistici mantenendone inalterata la agro biodiversità. Consumare le piccole mele dell’Etna non è solo un’esperienza gustativa soddisfacente ma anche un modo per fare si che un antico germoplasma così ricco di profumo e sapore non vada irrimediabilmente perduto.

Alcune immagini ed informazioni sono stati reperite dai seguenti siti:
Orto Botanico Catania
Antichi frutti dell'Etna

 

domenica 5 ottobre 2014

Sotto il vulcano si parlerà di rose

Questo fine settimana ha chiuso i battenti Orticolario, mostra del verde che si svolge a Cernobbio sulle rive del Lago di Como e che rappresenta forse la più blasonata ed intellettuale kermesse dedicata al giardinaggio di qualità in Italia; la settimana prossima, dal 10 al 12 ottobre,  sarà la volta della mostra alla Landriana, nel Lazio e così potrà dirsi concluso il lungo periodo dell’anno dedicato alle grandi mostre del verde ornamentale.
  
Calendario mostre di giardinaggio 2014
Dopo la sbornia di acquisti per il giardino o il verde di casa è giunto, dunque, il tempo di affinare la propria tecnica giardiniera apprendendo nozioni adeguate per accudire con successo i nuovi acquisti di stagione. Per noi siciliani, che da isolani viviamo un poco ai margini delle grandi manifestazioni nazionali e delle opportunità di studio e di approfondimento che ad esse, di norma, sono collegate, si prospetta dal 7 al 9 novembre una interessante opportunità sotto forma di un Campus nazionale dal titolo “Rose sotto il vulcano, Creazione e cura di un roseto, fra cespugli, erbe e sciare niure” che si svolgerà presso i  Vivai Valverde (Ct) di Ester Cappadonna e Francesco Borgese in collaborazione con l' Associazione Maestri di Giardino.
L’Associazione Maestri di Giardino, nata nel 2011 su iniziativa di 23 soci fondatori, opera a livello nazionale mettendo a disposizione l’esperienza e la competenza acquisita dai propri aderenti (giardinieri, vivaisti, paesaggisti, architetti, ) al servizio del pubblico di appassionati. l’ Associazione ha, ad esempio,  una propria attività editoriale che pubblica racconti di autori, Maestri di Giardino, che descrivono in modo semplice e colloquiale sia argomenti di interesse botanico e paesaggistico che racconti di esperienze personali legate al proprio lavoro di “giardiniere". Accanto all’attività editoriale vengono, poi, organizzati presso vivai dei soci aderenti, laboratori di formazione, seminari intensivi, campus aperti a tutti coloro che intendono arricchire le proprie conoscenze in campo botanico o nell’arte di fare giardino.
 
Il 7° Campus nazionale organizzato in Sicilia avrà luogo presso i Vivai Valverde  che hanno sede alle pendici dell’Etna in un territorio, la cosiddetta “Vallis viridis”, che è tra i più suggestivi e naturalmente verdi del territorio etneo; si parlerà di rose, una specie,  in Sicilia, non presente in modo abituale nei giardini di tradizione.

Il programma del Campus è articolato dal venerdì alla domenica con visite a giardini privati e conferenze tenute dai seguenti Maestri di Giardino: Maurizio Usai, Rose: varietà, suggestioni, supporti; Ester Cappadonna, Le vecchie rose di Sicilia; Francesco Borgese : La Sicilia nera e la Sicilia bianca, l’impostazione ornamentale del roseto; Maurizio Feletig, Alla scoperta di una pianta:fusti, bacche e foglie (e fiori); Didier Berruyer, Ogni rosa ha il suo posto, ogni posto ha la sua rosa. Nella giornata di domenica si svolgeranno poi, laboratori di realizzazione e di manutenzione di un roseto.
Tutto il programma sembra molto interessante e fa venire voglia di estendere la partecipazione anche all’extra campus che prolunga il divertimento anche nei giorni di giovedì 6 e lunedì 10 per visitare grandi giardini presenti nel territorio catanese.

Una splendida iniziativa ad un costo tutto sommato abbordabile andando da un massimo di 390 euro del programma lungo (6-10 novembre, comprensiva di pranzi, cene e coffee break più passeggiata botanica), al pacchetto ridotto di 320 euro (7-9 novembre con due pranzi e cene e coffee break). Sconti vengono praticati agli aderenti l’Associazione.
Se c’è un appunto da fare è il periodo scelto  per l'iniziativa che prevede lo svolgimento del Campus in novembre in giornate  normalmente destinate allo svolgimento di attività lavorative.  Mi sarebbe piaciuto potere scegliere anche un programma minimo svolto esclusivamente nei pomeriggi e nella intera giornata di domenica. Per chi fosse interessato, e sono sicura che molti lo saranno, c’è tempo sino al 15 ottobre per sottoscrivere l’iscrizione.

giovedì 11 luglio 2013

Etna, le specie pioniere ai limiti del deserto vulcanico

Dal  21 giugno del 2013 il vulcano Etna, su proposta del Ministero dell’Ambiente italiano, è stato inserito dall’UNESCO nell’elenco dei beni costituenti patrimonio dell’umanità essendo  uno dei vulcani più emblematici ed attivi del mondo e considerandone.. “ i crateri, le ceneri, le colate laviche, le grotte e la depressione della Valle del Bove una destinazione privilegiata  per la ricerca e l’educazione e lo sviluppo di molte discipline scientifiche come la vulcanologia e la geofisica”.
 
Pur non facendo particolare riferimento al paesaggio vegetale presente in queste aree sommitali  ritengo che il riconoscimento sia da intendersi anche dal punto di vista botanico viste le peculiari specificità della vegetazione a pulvini xerofiti presente alle quote sommitali del vulcano.
Si tratta di una vegetazione arbustiva composta da poche specie pioniere capaci di sopravvivere in un ambiente inospitale di lave e sabbie incoerenti in una fascia altimetrica frammentaria che dal limite del  bosco alto montano di faggi e betulle  si spinge sino ai 3000 metri di quota oltre i quali la vita vegetale è del tutto assente; siamo infatti nella fascia altimetrica del deserto vulcanico, un vasto territorio di lave recenti totalmente sterili, di cenere e lapilli prodotti dalle continue attività esplosive  dei crateri sommitali .
 
Quasi tutte le specie sono presenti anche in altre montagne mediterranee ma sull’Etna si sono differenziate ed adattate all’ambiente vulcanico assumendo forme peculiari: Rumex scutatus forma aetnensis, Anthemis aetnensis, Senecio aetnensis, Viola aetnensis, Berberis aetnensis  e altre  ancora, caratterizzate dal possedere  un portamento appressato al suolo per resistere  al forte vento, alla forte all’intensità luminosa e alla siccità delle alte quote  formando una vegetazione a cuscino (pulvino) che ricopre e trattiene le sabbie inerti.  La fioritura della maggior parte delle specie è estiva  ed è anche questo un adattamento climatico essendo quasi tutte le specie longidiurne  in modo da sfruttare al meglio il periodo di massima lunghezza del giorno a scopi fotosintetici.
Di questo tipo di vegetazione l’ esempio più  tipico è l’astragalo (Astragalus siculus, oggi Astracanthus) o spino santo, un endemismo etneo che caratterizza particolarmente il paesaggio alto montano  svolgendo un ruolo importantissimo nel proteggere le ripidi pendici delle aree terminali. La specie, infatti, è densamente cespugliosa e dotata di un robusto apparato radicale molto più sviluppato della parte aerea formando cuscini non è più alti di 30 centimetri e dal diametro anche di un paio di metri; il nome Astragalus (vertebra), in greco, fa proprio riferimento alla particolare nodosità della sua radice. Nelle zone fortemente inclinate il pulvino si sviluppa maggiormente a monte piuttosto che a valle facendo, con la massa vegetale, argine all’interramento della pianta. In estate produce fiori di un tenero rosa e ospita tra la vegetazione altre specie più delicate come  viole, cerasti,  antemidi proteggendole dal vento e, grazie alle robuste spine, dal morso degli erbivori;  

Viola aetnensis al riparo dentro l'astragalo
 Anthemis aetnensis, (Asteraceae) o camomilla dell’Etna è una perenne  dal fogliame ramoso che forma densi cespuglietti tondeggianti e che fiorisce in luglio agosto con vivaci  margherite in base al colore delle quali  è possibile individuare due varietà: albiflora e rosea. E’ tra le specie che insieme al Senecio aetnensis si spinge più in alto fin quasi ai crateri sommitali.


Saponaria sicula è pianta cespugliosa  non più alta di 15 cm con fusti cespitosi pieni di foglioline che in estate  producono infiorescenze di fiori rosati tubiformi; la si incontra su sabbie vulcaniche di zone anche molto scoscese. Il  nome del genere Saponaria deriva dal latino sapo (sapone) per l’alto contenuto di saponina presente nelle piante ad esso attribuite.
 
Rumex scutatus forma aetnensis, una delle specie più tipiche del piano alto montano del vulcano presente in cespi sparsi alle più alte quote; il termine generico Rumex deriverebbe dal verbo latino ruminare in quanto i romani ne masticavano le foglie per resistere alla sete.
Cerastium tomentosum è una piccola pianta a portamento cespitoso con foglie di colore glauco ed aspetto lanoso; produce fiorellini bianchi  che spesso fanno capolino da grandi cuscini di astragalo.
Salendo oltre i 3000 metri di quota le proibitive condizioni ambientali non rendono più possibile alcuna forma di vita vegetale ed il paesaggio assume i caratteri del deserto vulcanico.       
    



martedì 25 dicembre 2012

Terebinto, un arbusto "Rosso Natale"

Quando eravamo piccoli, nella Sicilia degli anni 60, non si usava fare l’albero di Natale ma si preparava il presepe. Subito dopo l’Immacolata, in un qualche gelido pomeriggio ennese prima dell’inizio delle vacanze, con mio fratello salivamo in soffitta a prelevare una vecchia cassetta di legno che custodiva da anni il necessario per mettere in atto la sacra rappresentazione: la carta per fare il cielo con dietro attaccate le lucine, la carta per fare le montagne, casette, pastori, greggi, un caravanserraglio di animali da cortile e ovviamente la capanna con annessi animali e famiglia.
Versione moderna del presepe anni '60
Ogni anno mio fratello, che essendo più grande dirigeva le operazioni, apportava qualche piccola innovazione: un mulino con le pale a ruota che un motorino elettrico faceva girare, il laghetto fatto con lo specchietto da cipria di mia madre, il fiume luccicante con la carta stagnola che andavamo a farci dare dal fioraio vicino casa, il mangiadischi per mandare la musica quando di sera si spengeva la luce; io avevo poca voce in capitolo ed in genere mi bastava “aiutare” ma un anno che avrei voluto inserire tra i personaggi del presepe i gladiatori con le tigri e le giraffe come avevo visto nel presepe della signora Seminara, mio fratello che era un fervente assertore del presepe tradizionale mi bocciò senza appello la proposta. L’albero di Natale lo trovavamo a casa degli zii che erano di tradizione “nordica” essendo la zia emiliana. Si andava in campagna, si adocchiava un pino (di abeti dalle mie parti manco a parlarne), si segava un bel ramo e lo si addobbava con fili dorati e poche palle dello stesso colore.
Il rosso, allora, non era di moda. Poi, negli anni a venire, a poco a poco, con l’avvento della pubblicità planetaria il Natale ha cominciato a tingersi di rosso prendendo spunto dal rosso Coca cola della palandrana del Santa Claus americano per contagiare nastri, pacchi, palline, tovaglie, piatti e anche le stelle di natale (americane pure quelle) e diventare così nell’immaginario collettivo il colore della festa.
   
Ed in campo vegetale? Tra le specie mediterranee che si apprestano ad affrontare il breve inverno del sud c’è un arbusto che, pur essendo specie spontanea che non ha tradizioni natalizie, per fogliame, portamento e gradevolezza estetica ben si adatta  alle esigenze scenografiche  del moderno Natale in rosso. Parlo del terebinto (Pistacia terebinthus) che in questi  primi giorni dell’inverno, in grandi macchie cespugliose, punteggia di rosso  le campagne alle pendici dell’Etna in una fascia altimetrica occupata da olivi e pistacchi e allo stato spontaneo, da leccio, ginestra e roverella fino a circa seicento metri di quota.


Questo arbusto o piccolo alberello ha foglie decidue che prima di cadere assumono diverse tonalità di rosso non solo nei diversi esemplari ma anche su parti diverse della stessa pianta in base all’esposizione. Rosso mattone, rosso brillante di foglie imparipennate coriacee, rosso cinorrodio dei  piccoli frutti portati in pannocchie terminali. 
 
 
Il terebinto chiamato comunemente scornabecco ha un apparato radicale che consente alla specie di abbarbicarsi a substrati pietrosi, poveri, aridi. La specie appartiene allo stesso genere del pistacchio (Pistacia vera) e per questo viene comunemente utilizzato come suo portainnesto in terreni sciarosi del versante occidentale etneo. Per me il terebinto è la specie del Natale, un arbusto che annuncia la festa e mette allegria in modo naturale senza gli artifici in technicolor del Natale moderno da pubblicità. 

sabato 13 ottobre 2012

Pistacchi di Bronte

 
Pistacchi di Bronte
Reduce da una indimenticabile  scorpacciata di pistacchi fatta domenica scorsa all’annuale Sagra del “pistacchio di Bronte”, manifestazione giunta oramai alla sua XXIII edizione, vorrei decantare le virtù di questo frutto il cui sapore non ha niente a che vedere con il ricordo del gusto sbiadito dei verdi gelati al pistacchio comprati le domeniche di tanti anni fa, con mio nonno, al bar del mio paese. Ancora oggi la maggior parte dei gelati industriali al pistacchio hanno un colore verde bandiera ed un sapore che più che al pistacchio rimanda ad un generico gusto di torroncino tostato o di amaretto; niente di più diverso dal gelato al pistacchio che è possibile gustare a Bronte presso le più rinomate gelaterie del paese. Colore marrone chiaro con riflessi verde clorofilla, pezzetti di granella amalgamati all’impasto, gusto di pistacchio al naturale. Una vera prelibatezza, in barba alla dieta.
Gelato al pistacchio di Bronte
Il pistacchio, insieme a mandorle, noci e nocciole è un classico frutto che viene utilizzato direttamente come frutta secca o, più frequentemente, come componente di sofisticate produzioni artigianali ed industriali nel settore della gelateria, pasticceria, gastronomia, con particolare riguardo per il campo degli insaccati. Il frutto è una drupa di grandezza compresa tra una mandorla ed una nocciola, di un bel colore rosso o rosato.  

Drupe di pistacchio
Tolto il mallo per azione di sfregamento meccanico e dopo asciugatura al sole rimane un guscio legnoso molto resistente che contiene un seme oleoso, leggermente aromatico, di colore verde, ricoperto da un endocarpo rossastro che, nelle utilizzazioni pasticcere e gastronomiche viene tolto tramite pelatura.
Pistacchi di Bronte con il guscio e sgusciati ma con endocarpo

In Italia la maggior parte della produzione è concentrata in Sicilia ed in particolarmente a Bronte, paese del catanese, dove il pistacchio viene ancora coltivato con metodi tradizionali su sciare vulcaniche.
Bronte
Sarà proprio il microclima che caratterizza la zona di produzione o le condizioni del suolo ricco di sostanze minerali per la presenza del vulcano Etna, o saranno, ancora, i metodi di coltivazione tradizionali che utilizzano il terebinto come portainnesto del pistacchio, una pianta spontanea tipica della flora mediterranea che conferisce alla varietà innestata doti di resistenza e sapore, ma il pistacchio che si produce a Bronte è il più apprezzato dal mercato delle produzioni dolciarie e gastronomiche di qualità perché a fronte di un costo maggiore dovuto alle basse produzioni che vengono raccolte ad anni alterni e alla forte incidenza del costo della manodopera necessaria per effettuare la raccolta a mano, il pistacchio siciliano presenta caratteristiche di pregio quali alta tenuta del colore verde, un elevato contenuto in clorofilla ed in acidi grassi insaturi che conferiscono al frutto un aroma particolare. Niente a che vedere con il gusto ed il colore dei pistacchi gialli iraniani, turchi o siriani che a fronte di un prezzo più basso hanno colore sbiadito e parametri qualitativi standard che li rendono idonei al consumo come frutti tostati e salati. Il pistacchio di Bronte ha ottenuto il marchio DOP (Denominazione d'Origine Protetta) e pertanto la sua produzione e commercializzazione è regolamentata da un Disciplinare a garanzia di origine e qualità.
Alla Sagra del pistacchio di Bronte le degustazioni andavano oltre il semplice gelato che era affiancato da creme spalmabili, torte e torroni; in campo gastronomico ottimo l’arancino al pistacchio, il pesto per condire i primi o la salsiccia di suino nero dei Nebrodi aromatizzata al pistacchio di Bronte. Tutto, da me rigorosamente degustato. Novità dell’anno l’olio di pistacchio ottenuto con spremitura a freddo su frutti leggermente tostati. Si ottiene un prodotto di bassa acidità, colore verde intenso ed un profumo netto di pistacchio con un sapore fruttato ed intenso. Un prodotto da utilizzare a crudo sia su insalate che in pasticceria; a detta degli esperti, un olio per veri gourmet.


Sul pistacchio puoi anche leggere un altro post  più centrato sulle caratteristiche della specie e la particolare tecnica di coltivazione.

Post in PDF


venerdì 8 giugno 2012

Fiori di ginestra, profumo di ..assoluto

Alfio è stato uno dei migliori studenti del mio Istituto; intelligente, interessato agli aspetti tecnici del lavoro agricolo, curioso, studioso. Non sono molti gli studenti che, come lui, frequentano un piccolo Istituto Professionale per l’Agricoltura per vero interesse ed amore verso la propria terra il cui territorio, compreso tra l’Etna ed il fiume Simeto, ha da sempre avuto nell’attavità agricola, esercitata nelle campagne e nei boschi etnei, una importante fonte di reddito per la sua popolazione. Dopo il diploma, tuttavia, le grandi idee e i molti progetti si sono infranti nelle difficoltà economiche che caratterizzano la contingenza dei tempi che stiamo vivendo. E’ necessario lavorare, anche in nero, e ogni attività che consenta di guadagnare, per quanto faticosa, è bene accetta. Capita così di dover riprendere a svolgere antichi lavori  che negli ultimi anni erano divenuti appannaggio di ciurme di lavoratori stranieri, abituati a livelli di fatica e di guadagno poco apprezzati, sino ad oggi, dai lavoratori locali inurbati. Alfio si è rimboccato le maniche e si è unito alle squadre di coloro i quali effettuano sull’Etna la raccolta dei fiori di ginestra da destinare alla produzione di "concreta di ginestra" una pasta cerosa color miele ottenuta dai fiori per estrazione degli oli essenziali tramite solventi e del suo distillato chiamato “assoluto di ginestra” entrambi utilizzati per la produzione di profumi.
Raccoglitore di fiori di ginestra
Spartium junceum o ginestra di Spagna è un arbusto ramosissimo che può raggiungere i 5 metri d’altezza. Ha rami cilindrici lisci e flessibili, eretti; sui rami giunchiformi, capaci di svolgere attività fotosintetica, le foglie sono scarse e facilmente caduche. I fiori, portati sulle cime dei ramoscelli, sono grandi, gialli, ed emanano un odore gradevolissimo. E’ un arbusto frugale che cresce su terreni poveri in tutta l’area del Mediterraneo. Sull’Etna è considerata specie pioniera perché i suoi popolamenti si insediano sui campi di lava contribuendo alla loro progressiva colonizzazione.
Spartium junceum, specie pioniera
In primavera inoltrata, tra i 600 ed i 900 metri di quota, il versante occidentale dell'Etna  è un unico tappeto giallo, un mare stordente di fiori profumati la cui fragranza impregna l’area ad ogni soffio di vento. Attraversare un ginestreto per una passeggiata domenicale è un’esperienza “emozionale"; non altrettanto si può dire per chi è intento dall’alba al tramonto alla raccolta dei suoi fiori.

Inoltrandosi nella macchia dei cespugli fioriti, portando dappresso ceste e cestelli, il raccoglitore con mani esperte e movimenti rapidi strappa i fiori dai ramoscelli appiattiti della ginestra, passando e ripassando finché ogni singola pianta non ne viene completamente spogliata.
Al mercato locale un chilo di fiore viene pagato circa 50 centesimi ed in una giornata di duro lavoro se si è esperti e le piante sono ben cariche, si possono raccogliere circa 70-80 chilogrammi di prodotto, pressato in grandi sacchi. I fiori, raccolti in montagna vengono conferiti ad un padroncino locale che rivende a Messina per la produzione delle essenze profumate da commercializzare in Italia ed in Francia dove l’essenza di ginestra è usata in profumeria dal XVII secolo. Appena si conclude la raccolta dello Spartium è tempo di Genista aetnensis, specie endemica etnea, il cui profumo ha un sentore più mieloso e le singole piante raggiungono spesso dimensione arborea. Un lavoro sfibrante per una stagione breve ma durissima. Chiedo ad Alfio se è contento di questo lavoro, la sua risposta è lapidaria: “Raccogliere i fiori di ginestra è una gran faticaccia ma, meglio il profumo di ginestra che l'odore di una stalla".
P.S.
I vivai della Forestale, su richiesta scritta al distaccamento di competenza, forniscono in genere piantine di ginestra (Spartium junceum ) a radice nuda da utilizzare per campagne o giardini di montagna.

Ulteriori informazioni sulla "concreta di ginestra"
Nella realizzazione del post mi hanno molto incuriosito le notizie che andavo trovando sulla produzione dell’essenza di ginestra partendo da un prodotto chiamato “concreta”; ho cercato di contattare alcune ditte che in Sicilia ne fanno la produzione e ho chiesto delucidazioni in merito al relativo processo di produzione. Una delle ditte contattate mi ha così risposto:

Rispondo alla sua richiesta con molto piacere, in quanto credo che sia molto importante scrivere su un settore talmente particolare e complicato come il nostro, e che in definitiva risulta una piccola fonte di sostentamento per molti abitanti dei paesi che sorgono alle pendici dell'Etna. Per quanto riguarda la lavorazione una volta che i fiori di ginestra raccolti arrivano nel ns. stabilimento si effettua una cernita per eliminare tutti i ramoscelli e materiali var i(tante volte anche pietre), dopo questa operazione il fiore viene immerso in solvente organico mediante il quale si estrae l'olio essenziale. Superata la fase di estrazione e dopo diverse concentrazione, volte ad eliminare e a recuperare il solvente organico, si ottiene la preziosissima concreta di ginestra. Il processo produttivo, per sommi capi, è questo anche se la vera difficoltà sta nei tempi e modi di operare, con convinzioni differenti da esperto a esperto del settore. Sperando di essere stato abbastanza chiaro, nei limiti del possibile, le porgo cordiali saluti.
Saluti
Dott. Salvatore Recupero


lunedì 6 febbraio 2012

In verità, anche in Sicilia nevica!



Voglio essere sincera. Anche in Sicilia nevica! Basta fare un'ora di strada e da Catania ti ritrovi sull'Etna, in questi giorni, come tutta Italia, fortemente innevata; e tra le dune del deserto vulcanico si fa sci nordico nel cuore del Mediterraneo.
Etna: Intraleo-Monte Palestra
 
Pino laricio "vista mare"

E se l'Etna viene a noia, si può sempre andare a sciare sui Nebrodi

martedì 10 gennaio 2012

La Sicilia delle camelie


Ci sono specie botaniche che tutti conoscono: rose, camelie, peonie, azalee; sono tutte specie di antica tradizione giardiniera, regine dell’editoria, dei forum e dei siti specializzati; storia, tradizione, tecnica colturale di queste icone botaniche sono oggetto di tanta letteratura che sia esperti che profani giardinieri possono trovare livelli idonei di approfondimento. Delle camelie ad esempio tutti sanno che la specie arriva dal lontano oriente e nel settecento i primi viaggiatori occidentali la chiamavano “rosa giapponese” da cui il nome botanico di Camellia japonica. Che il nome del Genere si deve al gesuita Kamel (latinizzato in Camellius) e che il fiore divenne, al suo arrivo in Europa, uno status symbol come oggi gli ultimi iPad. E’ una pianta acidofila che non tollera la presenza di calcare nel terreno ed è perciò soggetta a fenomeni di clorosi ferrica che si evidenziano con foglie gialline e punta marrone seguite da deperimento, caduta dei fiori e morte. La coltivazione in vaso sarebbe più semplice perché la composizione del terriccio può avvenire ad hoc (e molti collezionisti e produttori hanno misture segrete per mantenere sempre lucido il fogliame degli esemplari in vaso) ma in realtà è molto difficile azzeccare la giusta combinazione di fattori e in caso di fallimento i veri esperti potranno sempre dire:ma che acqua usi? Non mi dirai acqua di rubinetto! La coltivazione di esemplari in piena terra è di maggiore soddisfazione perchè se tutto va per il meglio, con piante collocate in posizione ombreggiata e riparata, gli esemplari potranno raggiungere dimensioni di piccolo alberello. Le aree vocate per la coltivazione della camelia sono, in Italia, il Lago Maggiore e la Toscana ed è qui che si concentra la maggior parte dei vivaisti e dei collezionisti della specie ma la camelia è presente in collezioni di pregio anche nel Lazio, ad Ischia e presso la Villa Reale di Caserta. Così come per le rose anche per la camelia ci si è sbizzarriti con l’ibridazione ed è, pertanto, possibile soddisfare ogni esigenza di habitus, forma e colore del fiore. Infine, manco a dirlo, la fioritura della camelia avviene in inverno, un periodo dell’anno in cui non c’è concorrenza da sbaragliare. Sulla camelia non ci sarebbe altro da dire ma forse non tutti sanno che anche in Sicilia, in un areale ben circoscritto del versante sud orientale dell’Etna, la coltivazione della camelia avviene in piena terra e con successo sia nei giardini delle ville ottocentesche che nei modesti cortili delle case padronali. Il microclima di questa fascia altimetrica che dal mare sale fino a 600 metri di quota è, in questa zona dell’Etna, molto piovoso risentendo della vicinanza della costa e le temperature estive, seppure elevate, non sono eccessivamente torride, soprattutto nelle località intorno ai paesi di Viagrande e Zafferana etnea dove la camelia è di casa.
I terreni etnei sono poi molto sciolti formati da sabbia vulcanica e scheletro di piccole dimensioni con elevata capacità drenante; sono terreni a reazione sub-acida, ricchi di microelementi come ferro e rame e poveri di azoto e calcio. Condizioni pedoclimatiche queste, ideali per la camelia che cresce vigorosa in piena terra anche tra le peggiori condizioni che un esperto di camelie potrebbe immaginare. Come, ad esempio, il giardino di mio fratello. Si tratta di un fazzoletto di terra che circonda una casa in affitto; posto vicinissimo al mare anche se in posizione riparata è stato, insieme alla casa sfitta, abbandonato per molti anni. All’arrivo di mio fratello una squadra di tagliaboschi più che di giardinieri lo ha ripulito da tonnellate di tralci di bouganvillea mettendo in luce, tra l’altro un bellissimo alberello di camelia che, potato anch’esso selvaggiamente, non si è scomposto più di tanto ricoprendosi, nell’ inverno successivo di una moltitudine di semplici, fiori bianchi, teneramente rosati.

Mio fratello non vi si dedica affatto: utenza idrica normale, utilizzata più che altro per innaffiare il prato, nessun concime specifico, potature drastiche del giardiniere Frankenstein, tre cani in giardino che scavano in continuazione; ma la camelia catanese non solo fiorisce ogni anno per un lungo periodo ma anche fruttifica ed è così da quattro inverni in serie.
Ma non finisce qui. In un vascone di terra da riporto posto in un piccolo lucernaio a cielo aperto c’è un altro esemplare di camelia a fioritura più tardiva. Anche lei è già piena di boccioli bianchi venati di rosso, con foglie di un verde lucido  intenso ed un aspetto di piena salute.
Si tratta di un miracolo botanico o forse troppe attenzioni fanno male e vale, anche per le piante, il detto “Vivi e lascia vivere!
Per saperne di più sulla coltivazione della camelia
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