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sabato 27 maggio 2017

La villa comunale di Taormina, ovvero..

Il giardino delle Victorian Follies di Lady Florence Trevelyan
Tra i tanti soldi che sono stati spesi per cercare di ridare un certo decoro a Taormina, in questi giorni vetrina internazionale per i lavori del G7, considero sacrosanti ancorché tardivi quelli spesi per effettuare lavori di ripristino, manutenzione straordinaria ed anche ordinaria della Villa comunale, il giardino pubblico di Taormina denominato ufficialmente Parco G. Colonna Duca di Cesarò ma in realtà da tutti conosciuto come il giardino di Florence Trevelyan, nobile inglese, che scelse, come tanti altri stranieri alla fine dell’Ottocento, di stabilirsi a Taormina ammaliata dal clima, dalla vegetazione mediterranea e dal paesaggio circostante che dall’alto del Monte Tauro incornicia in un unico sguardo l’Etna e la baia di Giardini Naxos.
Il giardino esteso due ettari e mezzo ha una forma irregolare ed è localizzato in una importate area centrale della città antica chiamata Piano Bagnoli- Croci, in continuità con il teatro greco romano.
E’ un parco a diversi livelli, affacciato sul mare con piazzette e terrazze raccordate da rampe inclinate e scalinate ornate da enormi giare di terracotta che ha il fascino romantico dei giardini siciliani di acclimatazione, dove in aiuole a varia configurazione, circondate da sentieri acciottolati, crescono specie provenienti da luoghi lontani come palme, araucarie, melaleuca, parkinsonia, wigandia, brugmansia, calliandra  e dracene che si mescolano in modo armonioso alla vegetazione mediterranea fatta di pini, carrubi, olivi, cipressi e allori.
 
 
Il giardino è stato realizzato tra il 1890 ed il 1899 dalla nobildonna inglese Lady Florence Trevelyan, imparentata con la regina Vittoria, che nel 1889, all’età di 37 anni, giunse a Taormina dopo essere stata allontanata dalla corte inglese per motivi sentimentali ed avere viaggiato per due anni in Europa ed in Asia senza fare ritorno in patria.
A Taormina Lady Trevelyan prende alloggio con i suoi cani ed una dama di compagnia all’Hotel Timeo, unico albergo allora presente in paese, diventando punto di riferimento per la comunità degli stranieri residenti a quel tempo a Taormina come il pittore Ottone Gelleng, il fotografo Gugliemo Von Gloden ed il barone Carlo Stempel. La conoscenza fortuita con il medico Professore Salvatore Cacciola,  che sarà tra l'altro anche sindaco di Taormina, chiamato a salvare uno dei suoi cani ammalati, farà scoccare la scintilla che la porterà al matrimonio l’anno dopo. Il suo principesco palazzo  accanto al Teatro greco diventa punto di riferimento per intellettuali e nobili di passaggio a Taormina: saranno suoi ospiti: re Edoardo VII (per il quale, si disse, fosse stata allontanata dalla corte), Guglielmo II, lo zar Nicola II ed il principe Vittorio Emanuele III e tra gli intellettuali Oscar Wilde e Gabriele D’Annunzio. L’interesse per la natura la porterà ad acquistare vicino al palazzo numerosi lotti di terreno agricolo dove realizzare un giardino di ispirazione siculo inglese che verrà chiamato “Hallington Siculo”  dando lavoro a maestranze locali. 
Furono piantati alberi e cespugli secondo il gusto vittoriano dell’epoca della varietà e della rarità introducendo molte specie australiane come Araucaria excelsa bidwillii, Melaleuca armillaris e tante altre specie esotiche sino ad allora sconosciute a Taormina.

Dopo la morte  dell’unico figlio al momento del parto si dedicherà per intero all’allestimento del giardino e all’ornitologia acquistando giù a mare l’isola Bella dove coltivare piante e specie da fiore ed allevare pappagalli, tortore, piccioni da introdurre successivamente nel giardino di casa.
Ed è  proprio per osservare meglio gli uccelli che comincerà a costruire all’interno del giardino punti di osservazione realizzando eccentriche costruzioni denominate Victorian Follies o anche The beehieves (alveari) sui resti di antiche case coloniche preesistenti. 
Si tratta di costruzioni di stile eclettico ed ispirazione orientale, organizzate con un sistema di terrazze aperte e sovrapposte e decorate con archi e torrette, pavimentazione e parapetti traforati dove Lady Trevelyan amava dipingere e prendere il tè con gli ospiti. La loro costruzione fu eseguita utilizzando materiale edile riciclato, trovato sul posto, ed essendo quest’area parte integrante del nucleo più antico della città sono molti gli esempi di reperti archeologici inglobati nelle costruzioni.
In ossequio alla moda imperante dell'epoca per  il mistero e l’esoterismo, nel giardino sono presenti anche i “cromlech” manufatti in pietra formanti un cerchio mistico e i dolmen di pietra calcarea usati come monumento funebre per i suoi cani.

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Lady Trevelyan morirà nel 1907 all’età di 55 anni per una polmonite contratta dopo un bagno in acqua fredda; dopo la morte del marito, risposatosi a breve con la sua cameriera, nel 1923 il giardino viene acquisito al Demanio Comunale a seguito dell'avvenuto lascito degli eredi, con l’obbligo, però,  di preservarne nel tempo l’ eccentricità impressa al giardino dalla sua ideatrice.
E' proprio  al rispetto di questa clausola che il Comune di Taormina dovrebbe porre particolare attenzione senza dovere aspettare, come è successo,  l'arrivo dei finanziamenti del G7 per porre rimedio, ad esempio,  al grave smottamento di alcune terrazze della villa, ripristinando dopo tempo per intero la passeggiata della terrazza affacciata sul mare.

Nulla invece si è ancora fatto per il consolidamento strutturale delle Victorian Follies che dell’eccentricità della fondatrice sono l’ espressione più evidente tanto che il cedimento di alcune parti ne ha da tempo precluso l’accesso al pubblico.


Quale altro evento mediatico planetario si dovrà ora attendere per rispettare la memoria di Lady Florence Trevelyan che,  per sua volontà,  riposa sul monte Venere guardando  dall’alto Taormina ed il mare.

Leggi anche qui: Giardini di Sicilia: Messina

martedì 11 ottobre 2016

La Contessa Pisani e la Festa dei fiori a Giardinity

Un libro ed una festa  dedicati a Evelina Van Millingen Pisani 
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Ho appena finito di leggere un libro che mi è stato regalato da una persona speciale, una delle poche in Italia che unisce conoscenza, competenza e passione professionale per il mondo delle piante, delle quali scrive da anni e che oggi, sempre più, fa conoscere al grande pubblico attraverso l’organizzazione di eventi che ruotano intorno ai giardini, al verde ornamentale o alimentare con particolare riguardo per le biodiversità da salvare; iniziative anni luce lontane dallo stereotipo della fiere paesane essendo invece eventi culturali a cui sempre ed in ogni caso, per curiosità e passione, mi piacerebbe partecipare. 
Il libro è edito da Santi Quaranta e si intitola: La Contessa Pisani e pur essendo stato scritto alla fine dell’Ottocento da Margaret Symond, solo da qualche anno ne è uscita in Italia la traduzione a cura di Alessandra Poletto. 
Si tratta di un racconto sotto forma di diario di un’estate trascorsa da Margaret Symond alla Villa del Doge a Vescovana, un piccolo paese della Bassa Padovana, ospite della contessa Pisani, al secolo Teresa  Evelina Berengaria van Millingen, donna di cultura, dal carattere forte e determinato;  nata nel 1856 a Costantinopoli da padre inglese, cresciuta tra Londra e Roma, Evelina sposa all'età di 21 anni il conte Almorò Pisani, erede di una ricca famiglia veneziana le cui sostanze tuttavia erano state  fortemente ipotecate,  sul finire del 1700,  per la costruzione di una monumentale Villa a Stra, sul Brenta, i cui lavori lasciarono il casato fortemente indebitato. Alla Contessa Pisani, rimasta vedova ancora giovane e senza figli, non rimase altro da fare che trasferirsi da Venezia a Vescovana per gestire personalmente il  patrimonio agricolo lasciatole del marito, esteso oltre 1200 ettari.
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Pur facendo vita ritirata, la villa diventa un luogo molto visitato da intellettuali, soprattutto inglesi tra cui anche Margaret Symonds una giovane scrittrice che  pubblicherà a Londra un diario dei giorni trascorsi a Vescovana nel corso di una calda estate italiana. Il suo diario è uno spaccato di vita agreste nell’Italia della fine dell’Ottocento visto con gli occhi di una giovane, romantica, ragazza inglese, infatuata, come molti suoi connazionali, del nostro Paese. Il suo diario è, altresì. un omaggio al carattere risoluto e all'estro creativo della Contessa che con determinazione gestirà la proprietà di famiglia affrontando le tante difficoltà insite, per una donna, nell’amministrare ed organizzare il lavoro di una grande comunità di fattori e contadini sparsi tra le molteplici fattorie che costituivano il grande feudo di Vescovana. “Chi ha terra ha guerra” era solita affermare la Contessa che dovrà vedersela con scioperi, assalti di briganti, calamità naturali; trovandosi a scontrarsi, già allora, con le inefficienze della gestione delle cosa pubblica.
Per Margaret ogni giorno della sua estate ha un evento da raccontare: Praglia con il suo monastero; Padova per la festa del Santo, i colli Euganei, ascesi di notte per vedere da lassù l’alba. E non mancano piacevoli descrizioni del vissuto quotidiano come il lavoro dei campi, le visite alle fattorie o alle immense stalle dove venivano allevati negli agi  i grandi, amati, buoi da lavoro della Contessa.
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Ed un posto importante nel racconto ha la descrizione del giardino che circondava la proprietà per oltre cinque ettari; un giardino formale all’italiana ma con influssi inglesi, pieno di statue ed angoli ricercati secondo le suggestioni ispirate alla Contessa dall’Hortus floridus del botanico ed incisore fiammingo Crispin de Passe.
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Un tripudio di fiori spontanei (campanule e sassifraghe provenienti dalle Alpi) e di bulbose, soprattutto tulipani, fatti venire da ogni dove; un giardino roccioso ("dove niente debba crescervi, è una vera Mockery, una "presa in giro" ); il “Tempio di Baal e le ombrose pergole dove cercare  riparo dal caldo estivo.
C’erano voluti oltre quarant’anni a Evelina Pisani per riuscire a trasformare questo angolo di pianura padovana, rovente d'estate e gelido e piovoso d'inverno, in un grande giardino eclettico di ispirazione inglese, piantando fitti filari di pioppi bianchi, castagni e catalpe, magnolie e piante esotiche per creare zone d’ombra dove far crescere le amate rose, gerani scarlatti e i tanti fiori con i quali riempire i vasi della grande casa.
Il libro si conclude con la partenza di Margaret verso le Alpi "nel ricordo dei meravigliosi giorni trascorsi alla Villa del Doge";  un finale nostalgico anche per me che,  chiusa  la parentesi estiva, sono sempre più invischiata nella penitenza del lavoro scolastico.
Chiuso il libro penso che non sentirò più parlare della Contessa Pisani e del suo giardino quando ricevo per mail un lancio di agenzia che annuncia per fine mese (22 e 23 ottobre) lo svolgimento della manifestazione Giardinity, una grande festa dedicata al mondo del giardino che si svolge proprio a Villa Pisani, oggi denominata Villa Bolognesi Scalabrin. La villa è stata riportata ai fasti del passato ed anche il parco deve essere magnifico se è stato inserito tra i dieci finalisti 2016 del premio “Il parco più bello d’Italia”. La manifestazione  è organizzata da un gruppo tutto al femminile composto da “appassionate cultrici di arte, storia e di cura del giardino che insieme ad esperti botanici, vivaisti ed artigiani d’eccellenza danno vita oramai da quattro anni alla festa di fiori, piante e colori di autunno nel magico giardino di Villa Pisani a Vescovana”.  Io ho messo in conto di visitare la Villa del Doge ed il suo Giardino al mio prossimo viaggio in Veneto; chi può già  farlo non manchi di leggere il libro e di visitare la mostra ed il giardino senza dimenticare di portare un saluto a Evelina van Millingen Pisani posta nella cappella sepolcrale di famiglia in un angolo tranquillo del parco.

sabato 13 agosto 2016

Il giardino dell'impossibile e la pietra che canta

A Favignana il giardino ipogeo di Villa Margherita 
Favignana è la più grande e conosciuta isola delle Egadi, situata ad un tiro di schioppo dai porti di Trapani e Marsala che la collegano, in breve, alla terra ferma con navi ed aliscafi; rispetto a Levanzo e Marettimo è quella delle tre che ha un servizio di autobus interno e nella quale ha un senso portare la macchina per raggiungere i luoghi balneari anche se i più preferiscono arrivare con l’aliscafo ed affittare biciclette e motorini con i quali scorrazzare in libertà tra strade polverose, spazzate dal vento.
A Favignana c’è da visitare: l’ex stabilimento Florio delle tonnare di Favignana e Formica, oggi ristrutturato e fruibile; splendidi posti di mare, come Cala Rossa, Cala Azzurra  o Cala del Bue Marino dove, vento e correnti permettendo, è possibile fare bagni memorabili; per i ragazzi sotto i trent’anni è il luogo delle Egadi dove la sera c'è movimento, c’è vita.
Se oggi è il turismo a muovere l’economia favignanese, nel passato la pesca del tonno e la sua lavorazione erano la principale occupazione; la tonnara ed il suo stabilimento di produzione del tonno in scatola fino agli anni cinquanta dello scorso secolo impiegavano oltre trecento persone, metà delle quali erano donne, in un paese che arrivò a contare oltre settemila abitanti contro i tremila attuali.
Con il crescere della popolazione, aumentando le esigenze abitative, si cominciarono a costruire case utilizzando la pietra locale, estratta sin dalla prima fondazione del paese avvenuta alla metà del seicento, quando divenne proprietario di tutto l’arcipelago delle Egadi il conte genovese Camillo Pallavicino.
Foto della Mostra fotografica sulle cave di arenaria all'Ex Stabilimento Florio
Partendo dalla costa orientale dell’isola l'estrazione si estese via via nella zona di Favignana chiamata “la Piana”, che si sviluppa in direzione nord est;  è solo in questa parte dell’isola, infatti, che è presente la calcarenite, una roccia sedimentaria incrostata di fossili marini, resistente, termoisolante e facile da lavorare; una roccia che canta , come dicevano i vecchi cavatori, se estratta e lavorata con passione.
Fino alla metà del secolo scorso si contavano a Favignana oltre 200 cave che rifornivano Trapani, Marsala ma anche Palermo dove, ad esempio, il tipico “cantuni favignanese” venne utilizzato per la costruzione del Teatro Massimo. L’attività di estrazione continuò alacremente sino a che, dopo la seconda guerra mondiale, l’avvento dei mattoni forati soppiantò completamente i “cantuni isolani”, decretando il declino di questa attività economica. Oggi a Favignana è aperta una sola cava che lavora praticamente su ordinazione per lavori di ristrutturazione e restauro ma il territorio della “piana” è ancora costellato di cave a cielo aperto abbandonate i cui cunicoli e camminamenti sono stati riconquistati da vegetazione spontanea o più spesso usati come ricettacolo di materiale da risulta.
  Il giardino
Tratto dal sito
E’ in questo contesto che nasce il Giardino di Villa Margherita realizzato da Maria Gabriella Campo e da suo marito, ingegnere ed imprenditore isolano, a partire dal 1967, anno in cui su un terreno esteso appena 2000 mq, avuto dal padre, realizzarono un prefabbricato come base d’appoggio per trascorrervi le vacanze; foto scolorite dell’epoca mostrano Gabriella davanti la loro casa circondata da grandi cespi di margherite bianche che daranno il nome alla proprietà.  La passione per le piante ed il primo nucleo del giardino cominciano a delinearsi in questi anni quasi come una sfida alle convenzioni isolane che consideravano velleitario  privilegiare l'impianto di specie da fiore rispetto alla tradizionale coltivazione di  piante utili da frutto e da orto. Piante coltivate per il gusto del bello, scelte sull'onda dell'emozione suscitata da un colore, dal fogliame o dal portamento, reperite con grande difficoltà in mercatini locali o nelle fiere perché in quegli anni a Favignana non esistevano vivai di piante da giardino.  Ma sarà a partire dal 1987, con l’acquisizione di un lotto di terreno limitrofo esteso oltre tre ettari, pianeggiante intorno alla casa ma, per circa metà della superficie, costituito dai resti dismessi di una vecchia cava a cielo aperto,  che la voglia di "fare giardino" in questo contesto diventerà l'obiettivo di una missione ritenuta dai più impossibile.
Che fare della cava dismessa? Superando le perplessità familiari Gabriella ne comincia l'opera di pulizia con lo svuotamento da cumuli di detriti e l’eliminazione della vegetazione infestante e grazie anche alla disponibilità d'acqua dovuta al reperimento di una falda sotterranea inizia a svolgere un solitario, lento, faticoso, ma gratificante recupero  che a poco a poco trasformerà la cava in un giardino.
E’ il periodo dei viaggi in terra ferma, a Trapani o a Palermo ma poi anche in Italia e all’estero, in Brasile, con le valigie o la macchina sempre stipate di nuove acquisizioni botaniche scelte sull’onda della pura emozione che forma e colore le sanno ispirare.
Molte piante, soprattutto nella parte più antica della cava, dove la pietra veniva estratta a mano,  scalpellando la roccia con arte e strumenti antichi, sono quelle tipiche della flora agraria  siciliana insieme a quelle della flora spontanea o naturalizzata dell’ambiente mediterraneo: carrubi, agrumi, fichi, olivi ma anche lentisco, chamaerops, phoenix, agavi, euphorbie, oleandri, ficus,  cresciuti negli anni in modo così  armonico da apparire come spontanea vegetazione locale.
Le prospettive disegnate da Gabriella in questo luogo ricordano gli scorci di una antica città oramai disabitata  dove le piante sottolineano i percorsi, dirigendo le visuali verso quelli che erano i luoghi di lavoro di un tempo come le scale scolpite nella roccia, gli antichi attrezzi appesi alle pareti  o gli ambienti angusti , dove gli operai, i cosiddetti “pirriaturi”, riposavano durante il pasto.
 
Nella parte più moderna della cava, dove invece, il lavoro veniva eseguito in modo meccanizzato, utilizzando potenti macchine a disco capaci di incidere con rapidità ed efficacia la roccia, anche la vegetazione cambia d’ aspetto e funzione diventando più fitta e più varia con sprazzi di colore come il rosso degli ibisci e della russelia o il giallo della lantana ed il profumo di zagara ma anche di plumeria, carissa e gelsomino.
Sono luoghi che invitano alla sosta e al riposo, all’ombra delle Jacarande o dei cipressi e alla frescura che si sprigiona intorno al grande ninfeo.
Uscendo dalla cava poi, intorno alla casa padronale e alle diverse case  che, nel residence sono oggi destinate ai turisti, c’è un grande parco a servizio degli ospiti; un’imponente Erytrina caffra li accoglie all’ingresso; una fitta coltre di pini, di Schinus molle, di ficus o di araucarie li protegge dal sole e dall’incessante vento isolano; il rosso fuoco della russelia a bordo piscina  ne delimita il contorno ricordando ai bambini di fare attenzione e le tante specie botaniche sparse lungo i pergolati ne sfidano curiosità e competenza.
 
 
Il “giardino dell’impossibile” , come oramai viene chiamato il Giardino ipogeo di Villa Margherita,  è certamente una delle mete turistiche da non tralasciare a Favignana perché coniuga la bellezza del percorso nel verde al fascino della storia delle antiche cave e del lavoro dei suoi "pirriaturi". 
Gabriella vi accoglierà gentile all’arrivo ma sarà molto restia a descrivere motivazioni, scelte progettuali, specie predilette di un giardino che considera un luogo tutto suo, molto, molto privato; delega perciò, anche per motivi di salute, la visita guidata ad un’amica, Ancilla Finazzi, signora bresciana che da oltre trent’anni conosce l'isola e che da un decennio ha scelto di viverci stabilmente perché innamoratasi della sua storia, delle sue rocce e delle sue cave. Sarà lei che, illustrandovi i diversi processi produttivi ed il duro lavoro dei cavatori, vi farà invaghire di questo luogo dove anche le pietre hanno un’anima che sentirete addirittura cantare se, battendo sulle pietre, avrete orecchie predisposte ad ascoltare.
 
Notizie utili
Al Giardino ipogeo di Villa Margherita si può arrivare in Autobus (linea n.1 dal capolinea) con fermata a Villa Margherita
Costo della visita 20 euro a persona: durata della visita h: 2,30
 

martedì 12 luglio 2016

Il giardino di Vera

Tra le tante definizioni di giardino che mi è capitato di leggere ed annotare ce n’è una che mi pare descriva bene il giardino che vi voglio raccontare; si tratta dall’incipit del libro di Umberto Pasti “Giardini e no”: “Un giardino è un luogo dove l’uomo coltiva alberi, cespugli, fiori ed ortaggi per suo uso e diletto. Il giardino somiglia a colui che lo ha ideato”. Ed infatti visitando il giardino di Vera che è anche un poco orto, un poco roseto ma pure frutteto e vigneto, si colgono molti aspetti del carattere di chi lo ha realizzato: razionalità, tecnica, ordine, da un canto ma, al contempo, un’impronta romantica e sognatrice dall'altro, in una miscela di competenze ed emozioni che derivano dall’essere, Vera, un agronomo che conosce ed applica le più innovative tecniche di coltivazione, sperimentate nei campi della Facoltà di Agraria presso cui lavora e che trasferisce alle produzioni agricole che realizza sul suo piccolo fazzoletto di terra;  ma anche collezionista competente di ortensie e di rose, giardiniera curiosa di provare e sperimentare arbusti da fiore comprati in giro per vivai o di ripescare vecchie specie ornamentali un tempo diffuse nei giardini siciliani padronali.
Nel giardino convivono perciò, in un felice connubio, il pragmatismo della tecnica agricola ed il sentire romantico di chi ha sognato i paesaggi inglesi sui libri della Austen; ha letto tutto della Sackville-West e immagina di poter trasformare il suo buen retiro siciliano in un cottage garden all’inglese. Con grande difficoltà e perseveranza, aggiungo io, perché il giardino di Vera è assai lontano dalle brume inglesi  trovandosi in Sicilia nel comune di Linguaglossa, paese pedemontano alle falde dell’Etna, famoso sia per le fitte pinete un tempo sfruttate economicamente per l’estrazione della resina, che per il vino Etna DOC ottenuto da vigneti autoctoni (Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio) impiantati sui terreni vulcanici. E’ un luogo di dolce campagna alla periferia del paese dove le macchie spontanee di roverella e ginestra fanno da confine agli sparsi coltivi, con l’Etna, sullo sfondo che modula una inquietante colonna sonora  fatta di ininterrotti boati e borbottii.
Vera come è cominciata la storia del tuo giardino?
“Dopo avere ricevuto in regalo dai miei genitori questo vigneto, impiantato da mio nonno, io e mio marito abbiamo dovuto lavorare sodo per recuperare le piante in abbandono e i danni provocati da incendi che avevano colpito la proprietà partendo dalla boscaglia intorno. Fedele al motto che “la campagna deve dare frutto” ho cominciato a piantare tutto quello che dalle nostre parti è uso coltivare per il consumo familiare, avendo come limite la superficie che è poco più di un ettaro e la scarsa disponibilità idrica che ci fa penare in estate nonostante la presenza di un pozzo ed una condotta idrica di servizio; abbiamo impiantato olivi, un piccolo vigneto, fichi d’india, noccioli, alberi da frutto ed un piccolo orto.
Il fondo non è servito da corrente elettrica per cui, pur avendo riattato una casetta per tenere gli attrezzi da lavoro e per riposare, godendoci i tramonti sull’Etna, appena fa buio ce ne torniamo a casa che dista solo dieci minuti di strada in macchina”. 
"Mio marito, che è in pensione viene tutti i giorni e si dedica all’orto ed al frutteto mentre io, che ogni giorno faccio la spola Linguaglossa - Catania per il mio lavoro all’Università, trascorro qui, tutto il mio tempo libero nel fine settimana".
Adotti tecniche di coltivazione particolari?“La mia prima regola di coltivazione è cercare di ridurre gli input esterni, facendo interventi mirati; i primi anni non volevo neanche sfalciare l’erba ma con le graminacee il rischio di incendio è troppo alto; non lavoriamo il terreno ma passiamo una sola volta  la falciatrice dopo che le specie spontanee sono andate a fiore lasciando però i residui al suolo con un effetto pacciamante. Al posto del prato abbiamo fatto crescere il trifoglio ed in primavera è tutto un ronzare di api che fanno incessantemente la spola”. Ed in effetti camminare tra le balze dei muretti a secco che degradano vero il boschetto di roverelle è, da Vera, un’esperienza sensoriale per il profumo che si sprigiona ad ogni passo calpestando piante spontanee di nepetella e di menta selvatica.
Mi racconti del tuo interesse per le ortensie e le rose? 
"La mia passione per le ortensie precede quella per le rose che è sopraggiunta in un secondo momento; ho cominciato a coltivare le ortensie in vaso comprando le varietà che più mi piacevano da vivai specializzati come Borgioli o Anna Peyron; d’inverno le tenevo al sole nel cortile di casa per spostarle all’ombra in estate; poi cinque anni fa, quando abbiamo cominciato a sistemare la campagna, le ho messe in piena terra cercando per loro un posto che fosse ombreggiato, ma non troppo, lungo il confine a ridosso del bosco".
"Amo le ortensie è ne ho tante varietà sia di Hydrangea macrophylla (Hanabi, Otaksa’, Izu no hana; Ayesha , Green Shadow, Etoile Violette, Jogasaki) che di Hydrangea paniculata (Annabelle) e di Hydrangea quercifolia (Snowflake). Il problema colturale delle ortensie è che vogliono molta acqua; ho previsto per loro un impianto di irrigazione a goccia ma a dirla tutta cerco di abituarle alla parsimonia".
"In inverno tolgo tutti i fiori e le accorcio un bel po’ e siccome mi dispiace buttare via i rametti, ne faccio talee che distribuisco in vari angoli della campagna".


Come sei arrivata a coltivare rose?
"Appassionata di ortensie, alle rose non avevo mai pensato anche perché io coltivavo in vaso e le rose non sono adatte a questo tipo di coltivazione. Quando cinque anni fa ho potuto disporre della campagna ho cominciato a fare i primi esperimenti partendo con due ibridi di Rosa wichuraiana, 'Albertine' ed 'Aloha' e ho continuato sino ad oggi a provare scegliendo soprattutto tra le rose botaniche ed antiche che hanno una sola fioritura primaverile ed i fiori profumati o anche tra le rose moderne, rifiorenti, ma con i fiori dal carattere antico".




"Ho distribuito rose lungo le recinzioni e sul muro della casa, vicino al pozzo, nell’aiuola ad archi , nella pianura sotto il ciliegio o nel giardino dei susini, in testa al vigneto o ai lati dell’ingresso principale provando più di una dozzina di specie (R. weichuraiana, R. bracteata, R. Noisette, R. alba, R. gallica, R moschata, Rose Bourbons, R. Portland, R. damascena, R. banksiaea, R. cinese, R. sericea pteracantha, R. rugosa, R. roxburghii ‘plena’ e molti ibridi di rose moderne per un totale di oltre ottanta varietà".

Hai qualche vivaio di riferimento?
"Ho fatto tante prove perché nel nostro clima non tutte le specie e le diverse varietà che sono dichiarate potenzialmente adatte hanno avuto una buona riuscita. Ho comprato rose da Mondorose ('Albertine', 'Aloha', 'Belle Vichyssoise', 'Costance Spry', 'Canary bird') da Rosebacche ('Aimée Vibert', 'Duchesse d’Angoulême') da Novaspina, ('Compassion', 'Irene Frain Masirfa', 'Parc de Maupassant', 'Vertigo' ) da Nino Sanremo ('Great Maiden’s Blush 'o Cuisse de Nimphe; R. banksiae 'Purezza'), dal vivaio La Campanella e tra i vivai stranieri ho acquistato da Meilland e dal catalogo di David Austin". 
Quali sono le tue rose preferite?
"Scelgo sempre rose che abbiano tonalità del bianco, del rosato o per contro, del rosso accesso mentre non ho neanche una rosa gialla. Le rose antiche sono le mie preferite perché anche se effettuano una sola fioritura questa è sempre molto abbondante e per profumo e forma del fiore trovo queste rose insuperabili.
Tra le rose che mi hanno dato maggiore soddisfazione: 'Costance spry', una rosa moderna di David Austen che non è rifiorente ma fa una fioritura eccezionale per abbondanza di fiori dal profumo non molto intenso; forma un grande arbusto, con un vigore terribile; è una rosa bella che ricaccia sempre dal basso e che sto guidando a ricoprire un archetto essendo una rosa climber i cui rami si possono piegare; è una rosa sicuramente adatta al nostro clima.

'Albéric Barbier' è un ibrido di Rosa wichuraiana che ho messo a ricoprire un muro a secco lungo il confine ad est; ha un bel fogliame lucido che si stende sul pietrame in modo lussureggiante. I fiori, che si aprono in boccioli appuntiti di colore giallo chiaro, sono doppi, un poco quartati e ricordano le gardenie, con un profumo dolce ma lieve.
'Purezza', un ibrido di Rosa banksiae che sto facendo arrampicare sul pergolato davanti al pozzo; ha mazzi di fiori stradoppi di un bianco puro, senza spine come è caratteristica delle rose banksiae; la bellezza dei fiori si fa perdonare l’assenza di profumo. 'Mme Isaac Pereire' del gruppo delle Rose Bourbons, è tra le rose più profumate che esistono ed è anche coltivata per ottenerne l'essenza; l ‘ho sistemata nella pianura vicino ad un albero di fico che le fa mezz’ombra; ha grandi fiori, pesanti di un colore che va dal cremisi chiaro brillante, al rosso lampone".
"Pierre de Ronsard',  una moderna che ha il fiore dalla forma antica di un delicato color rosa tenue".
"Di altre, invece, da cui mi aspettavo mirabilie ho avuto al momento solo delusioni come 'Mme Alfred Carriére' che è tre anni che l’ho messa a dimora ma non è cresciuta gran che o 'Mayor of Casterbridge' di Austin che viene descritta come rosa profumatissima che sviluppa in pochi mesi rami fino a tre metri di lunghezza ma che da me ha fatto una crescita ed una fioritura meschina".
Come immagini il tuo giardino tra qualche anno?
"Non vedo l’ora di vedere crescere tutte le piante che in questi anni ho messo a dimora; comincerò così a fare ordine selezionando solo le specie e le varietà che si sono meglio ambientate nel nostro clima dove l’estate tutto si ferma. Ma ho ancora tanti progetti e tanti acquisti da fare per la prossima stagione  perché ho molte ortensie e rose da provare ma anche arbusti da fiore, fruttiferi, ortive.."
 
Non mi resta che aspettare la primavera  per vedere le novità programmate da Vera  ma questo luogo, un poco campagna ed un poco giardino è così gradevole in ogni stagione che, trascorsa  l'estate, non mi farò   mancare di certo  l'occasione per un nuovo ritorno.


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