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lunedì 17 luglio 2017

Antonio Perazzi, architetto giardiniere

Intervista differita
In questi giorni di luglio tra i diversi eventi dedicati al garden design e all’architettura del paesaggio mediterraneo, nell’ambito delle iniziative promosse da Radicepura garden festival, si è svolto a Giarre un incontro dal titolo “Lezione di stile e di ecologia sulle piante del giardino mediterraneo” tenuto dall’architetto paesaggista Antonio Perazzi.
Chi legge Gardenia conosce Perazzi per la rubrica “Bustine di Paesaggio” e per i numerosi articoli ospiti della rivista che raccontano i suoi giardini (il prossimo sarà pubblicato sul numero di agosto). Chi legge di giardini conosce Perazzi per i suoi libri, uno dei quali, “Contro il giardino”, scritto a quattro mani con Pia Pera. Chi invece ne ha sentito parlare come paesaggista sa che il suo lavoro è ispirato alla cosiddetta “Botanica temporanea”, una filosofia progettuale finalizzata alla realizzazione di giardini integrati ecologicamente nell’ambiente circostante e concepiti per essere gestiti con un ridotto consumo di risorse e con interventi a bassa manutenzione.
Cresciuto in una famiglia culturalmente stimolante (il padre critico d’arte per il Corriere della Sera; la madre, sorella di Oriana Fallaci, giornalista) sin da giovane Antonio Perazzi, viaggia molto (America, Cina, Giappone, Asia) appassionandosi alla vegetazione dei luoghi visitati che studia da un punto di vista botanico, artistico, storico, provando poi a coltivarne le piante a Piuca nel suo giardino-laboratorio ubicato in Toscana. Il pubblico presente, me compresa, nutriva notevoli aspettative dall’incontro con Antonio Perazzi, curiosi di sapere come il noto Paesaggista con studio a Milano, avrebbe sviluppato per noi siciliani il tema del giardino mediterraneo.
Così comincia a raccontare:
Ho studiato casualmente architettura ma non mi piace e non vorrei essere additato come architetto; ho fatto il liceo classico ed ho riportato anche una insufficienza in matematica; l’architettura c' entra poco con la mia passione, ci entra come strumento per arrivare a fare il progettista del verde. Ed anche conoscere la botanica o imparare a fare il giardiniere (sono stato due anni a lavorare ai Kew gardens) sono stati tutti strumenti necessari per fare il progettista di giardini ed in particolare di giardini mediterranei. Quando mi dicono come si fa a diventare progettisti di giardini dico che lo si diventa per passione; è un lavoro bellissimo ma come tutti i lavori fatti per passione si passa spesso dall’euforia alla depressione. Abito a Milano ma come si dice “vivo da un’altra parte”, io vivo nel mio giardino in Toscana e sicuramente in tutti i luoghi ed nei paesaggi che frequento e che sento miei.
Come interpreta la professione di architetto del paesaggio?
E’ importante che il progettista di giardini crei sinergia tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e le piante che è quello che fa la differenza tra fare gli architetti e fare i progettisti di giardini. Io lascio parlare molto i miei committenti e tengo molto in conto quello che mi dicono perché sono convinto che un giardino non è il capriccio di un paesaggista ma dovrebbe essere proprio un  modo per aiutare una persona che desidera avere un giardino a capire quale tipo di giardino sia più adatto per lui.
Quale è il tipo di giardino che sente suo?
Noi non dobbiamo immaginare di fare giardini che guardano al nord; questi giardini rappresentano il sogno di ogni giardiniere ma diciamoci la verità, anche se io ho vissuto un anno in Alaska e sono cresciuto in montagna, in Valsesia, dove avevamo una casa e considero un privilegio avere conosciuto quel tipo di vegetazione, preferisco un altro tipo di giardino, il giardino fatto dalle persone che mettono le mani nella terra e le annusano quelli che vanno in giardino la mattina presto e la sera tardi, quelli che cercano l’ombra nel giardino, cercano l’aria profumata oppure un giardino che ha pochissimi fiori ma allo stesso tempo riesce ad essere coinvolgente, con le foglie grigie, le ombre, le tessiture.  

Quali sono gli elementi che caratterizzano il giardino mediterraneo?
Il giardino mediterraneo ha origini antiche, il giardino sumero, persiano era un piccolo gioiello, raffinato, colto, chiuso perché prezioso e perchè doveva difendersi dal resto della natura che era pericolosa, era cattiva; giardino che viveva per l’acqua; l’acqua che rendeva possibile vivere all’aperto, acqua che veniva raccolta, centellinata, gestita e utilizzata al meglio. In questo giardino gli alberi facevano ombra che, come diceva Pizzetti,  è quasi più importante del colore in un giardino mediterraneo; i cespugli portavano frutti e profumi. Per noi il giardino mediterraneo oltre a questo è anche la relazione che si stabilisce tra il giardino e il paesaggio che gli sta intorno. Il paesaggio è segnato dal lavoro del contadino dove le parti selvatiche sono quelle che non si possono coltivare e tutto il resto è accuratamente accudito e lavorato come fosse un giardino dove una pianta come il cipresso, che neanche lui è propriamente mediterraneo, segna, disegna e segnala il limite tra il giardino e tutto il resto.

Esistono diverse tipologie di giardino mediterraneo?
Per gli stranieri, ad esempio l’icona del giardino mediterraneo è Villa Hanbury in Liguria, un giardino fatto dagli inglesi in un clima meraviglioso dove c’è acqua e un terreno ricco, con una giusta quantità di humus, con piante esotiche  portate alla fine dell’ottocento dalle zone himalayne della Cina, piante tropicali d’alta quota tipiche di un terreno acido come le camelie.
Quello che per tutto il mondo è per antonomasia il giardino mediterraneo, di fatto, per noi che siamo mediterranei certamente non lo è. A me piacerebbe che non fosse travisata la nostra idea di giardino mediterraneo in nome di quei giardini che vediamo in Provenza, o in Nord Africa, i giardini molto pubblicizzati su riviste di settore come i “giardini di Marrachesh” ; questi non sono giardini mediterranei, sono giardini fatti con un gusto francese, con un criterio diverso. A noi importa più un’ombra, una pianta che, anche se sofferente, abbia un che di scultoreo.
Cosa deve avere un giardino mediterraneo per essere considerato tale?

Il clima mediterraneo è presente in varie parti del globo comprese tra il 30° e il 40° parallelo e dunque oltre al Mediterraneo vero e proprio questo clima lo si ritrova in California, Cile, Sud Africa e in alcune regioni dell’Australia. Con questa identificazione climatica fallace noi ci incasiniamo un poco perché parliamo di specie autoctone, di conservazione di territori nostrali però allo stesso tempo riconosciamo che potenzialmente le piante mediterranee arrivano da tutti questi territori lontani e allora chi ha diritto di soggiorno nei nostri giardini e può fregiarsi del titolo di autoctono? Ha senso fare la guerra alla natura? Ha senso musealizzare la natura e dire tu mediterranea ci puoi stare perché sei mediterranea, ma da quando? Vi ho portato tanti esempi di specie che crescono nel mediterraneo, come le agavi ma queste arrivano dall’America, l’ olivo è arrivato con i greci, la chamaerops è l’unica che avrebbe diritto di soggiorno. Quindi la domanda è: mediterraneo-esotico o mediterraneo-mediterraneo?
Guardando i paesaggi dell’Aspromonte dove le fiumare sono costellate da oleandri spontanei mi chiedo perché non sia possibile ricreare un giardino prendendo spunto da questo paesaggio che è talmente emozionante, bello e naturale. Quando intervistandomi mi chiedono quale è il mio giardino preferito io tutte le volte do la stessa risposta: il mio giardino preferito sarebbe quello realizzato a costo zero perché molte piante mediterranee sono facilissime da riprodurre per talea come teucrium, santolina, limonium, tamerice; o per bacche o disseminando piante spontanee; un bellissimo esperimento da fare sarebbe quello di creare un giardino incolto, fare crescere quello che viene su da solo. In questo modo potremmo fare un giardino mediterraneo senza irrigazione dovendo tuttavia tollerare il fatto che in un giardino mediterraneo in estate le piante vanno in letargo ma poi dopo con l’ arrivo dell’ autunno e delle piogge tutto rinasce. C’è una fortissima componente anamorfica nella natura che secondo me non è un fattore da sottovalutare nel giardino mediterraneo. 
Quali piante utilizzare nel giardino mediterraneo?
Piante per eccellenza nel giardino mediterraneo sono le piante grigie che riescono a proteggersi dal sole, si adattano ad ambienti dove non c’è acqua, c’è poca terra e scarsi nutrienti; sono molto spesso piante aromatiche molto scenografiche, che ci consentono di fare giardini senza fiori. Ad esempio io uso molto Sarcopoterium spinosum   che con un colpo di forbice diventa drammatica, diventando molto più attraente di una pianta esotica. Piante come Euphorbia characias e Centranthus ruber sono piante estremamente invasive con cui si può fare un giardino a costo zero; i corbezzoli, soprattutto ora che anche in Italia sono state prodotte tante specie diverse dal solito Arbutus unedo come Arbutus marina, Arbutus texana, Arbutus arachnoides; di cisti ce ne sono tantissimi tipi che si possono ibridare tra loro, alcuni sono compatti, alcuni si defogliano completamente d’estate  altri viceversa rimangono pieni di foglie oleose che fanno un profumo attraente. Molte piante spontanee dell’ambiente mediterraneo possono essere utilizzate nel giardino mediterraneo come lentisco, atriplex; se non vengono potati sono cespugli a forma libera, meravigliosi, che non vogliono acqua, che prendono la forma compatta scolpita dal vento oppure possono diventare qualcos’altro con il lavoro del giardiniere.
Per i tappeti erbosi poi, una delle piante che viene più utilizzata in ambiente mediterraneo è la Phila nodiflorum, una verbenacea rizomatosa che fiorisce tutta l’estate e tende ad allargarsi; ha dei momenti di stanca in cui può sparire ma poi ricompare; si può ingentilire con Convolvulus mauritanicus ma ha un grosso problema, come tutti i prati fioriti attira molto le api. Da qualche tempo sto provando la zoysia, una graminacea sudafricana molto compatta che non si taglia mai o quasi mai; io la faccio tagliare un volta al mese se si vuole avere un prato a moquette, altrimenti diventa come una specie di muschio; la specie si ricorda di venire dal Sud Africa e dunque d’inverno è gialla e d’estate è verde e praticamente non viene irrigata.
Come saranno i giardini mediterranei di un prossimo futuro?
Noi continuiamo a fare giardini noncuranti del fatto che ci hanno detto che il clima sarebbe cambiato, che eravamo in procinto di cambiare in un prossimo futuro, ma di fatto noi abbiamo già imboccato la china del cambiamento climatico, il futuro è questo e questo è già adesso, dunque nel fare i giardini noi non possiamo assolutamente rinunciare al punto di partenza cioè che dobbiamo fare giardini con meno acqua possibile che non vuol dire inventarsi giardini particolari ma vuol dire semplicemente essere consapevoli che le piante devono fare il loro ciclo e quindi dobbiamo scegliere le piante giuste, dobbiamo imparare a dare spazio alle piante adatte.
Antonio Perazzi, descrive quindi alcuni dei suoi progetti e per un’ora abbondante la conversazione scorre veloce. E’ evidente che il giardiniere prevale sull’architetto, che l’appassionato di paesaggi di vegetazione spontanea, prevale su tutto;  che l’ordine ed il caos si alternano nella composizione dei suoi giardini. 
Al termine della conversazione è opinione comune che Antonio Perazzi sia un  professionista veramente appassionato del suo lavoro di architetto giardiniere (basta guardare i suoi taccuini di annotazioni botaniche che riportano appunti, schizzi e campioni vegetali essiccati da utilizzare per i suoi progetti ) ma io nonostante le  buone ragioni espresse rimango ancora del parere che il suo archetipo di giardino mediterraneo fatto a somiglianza di un ambiente naturale mediterraneo non sia il mio ideale di giardino, pur vivendo in pieno Mediterraneo; considero il giardino un luogo d'artificio nel quale esercitare la fantasia e la passione botanica, il gusto e la voglia di sperimentare, dove ci siano fiori di forme, colori e profumi di casa mia ma anche di luoghi lontani; passare l'estate in un giardino progettato, in nome di una gestione politicamente corretta delle risorse, a somiglianza della desolante vegetazione spontanea che vedo nelle campagne intorno, mi lascerebbe  delusa e scarsamente appagata.
PS
L'intervista è stata ricavata dalla registrazione di un'ora e mezza di lezione che è stata condensata e riassunta;
Le foto sono tratte dal sito: http://www.antonioperazzi.com/

domenica 25 giugno 2017

Giardino Italia a Radicepura Garden Festival

A circa due mesi di distanza dalla sua inaugurazione (21 aprile-21 ottobre) sono ritornata a Giarre, vicino Taormina, per visitare i giardini mediterranei del Radicepura garden festival approfittando di uno dei tanti eventi che periodicamente hanno luogo all’interno del parco: conversazioni con gli esperti, lezioni di giardinaggio, workshop, esibizioni di orchestre giovanili in giardino ed ogni domenica dal 28 maggio sino a tutto luglio, al tramonto, DROP aperitivi in musica con dj set siciliani.
 
Io sono andata ai primi di giugno per sentire la conversazione dal titolo “Alimenti, territorio e biodiversità” tenuta da Daniela Romano che è professore associato di Orticoltura e floricoltura presso il Di3A (la vecchia Facoltà di Agraria) di Catania nonché mia cara amica dai tempi dell’università.
La conversazione ha preso spunto dal Giardino Italia, una delle installazioni presenti a Radicepura che, con il nome di Vaso Italia, è stata ospite dell’Expo di Milano al Padiglione Italia.
Si tratta di un grande vaso a forma di stivale, isole comprese, nato dalla collaborazione tra lo studio di design ed eventi Giò Forma e il Dipartimento di Agronomia della Facoltà di Agraria di Padova che a Milano ha voluto rappresentare, regione per regione, la grande varietà dei paesaggi vegetali della penisola utilizzando le piante spontanee più rappresentative del territorio regionale.  
Il vaso italico smontato a Milano arriva nel 2016, con collocazione temporanea, al Flormat di Padova ed infine quest’anno approda in Sicilia, al Mediterranean Garden Festival dove cambia nome diventando Giardino Italia.
 Anche la filosofia del progetto in Sicilia cambia, con adattamenti dei contenuti svolti ad opera dello studio Coloco e di Daniela Romano. Nell’installazione siciliana, infatti, si è puntato a rappresentare soprattutto la biodiversità vegetale di interesse alimentare inserendo, nello spazio dedicato alle diverse regioni, piante capaci di esemplificare il grande valore della biodiversità italiana in cucina.
La conversazione è per pochi intimi, dato il sole che picchia già alle 11 di mattina ed il costo di ingresso alla manifestazione non proprio popolare, ma i presenti siamo tutti interessati al racconto di Daniela che proverò a riassumere per voi.
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Quando abbiamo portato il Vaso Italia, racconta Daniela, all’interno del Mediterranean garden festival abbiamo pensato di realizzare con Franco Livoti, che è il tecnico dei Vivai Faro che ha il compito di curare le diverse installazioni, un abbinamento tematico con un’altra istallazione realizzata a Radice pura dallo studio Coloco, chiamata Giardino della Dieta Mediterranea; un modo per dare il giusto risalto, tra i tanti giardini mediterranei presenti al Festival, anche alle collezioni vegetali di tipo alimentare.
Per il Giardino Italia abbiamo scelto piante capaci di rappresentare il grande valore della biodiversità italiana coniugata con gli alimenti; se consideriamo ad esempio, la biodiversità della flora spontanea in Italia, si stima che siano presenti 6700 specie distribuite sul territorio nazionale; questo potrebbe sembrare un numero piccolo ma bisogna tenere conto che esso rappresenta il 50% delle circa 11000 specie presenti in Europa, concentrate però su una superficie che è pari soltanto al 30% di quella europea. L’Italia, infatti, proprio per la sua posizione, una lingua di terra che si incunea nel Mediterraneo, insieme alla Sicilia che, come diceva Bufalino, fa da cerniera tra occidente ed oriente, sono entrambi luoghi estremamente ricchi di biodiversità.
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Quando parliamo di piante alimentari la biodiversità viene intesa come agro biodiversità, collegata non solo alle diverse specie coltivate ma anche alle tante varietà che nel tempo sono state selezionate e che fanno oramai parte della tradizione culinaria italiana che ha una sua lunga storia.
Nel Giardino Italia, abbiamo cercato di condensare questa grande biodiversità dovendo purtroppo fare scelte dolorose e gravi omissioni imposte dal periodo stagionale in cui la manifestazione si svolge; pensiamo al frumento o al mais o ancora a tutti gli ortaggi invernali che non si sono potuti qui rappresentare. 
Cominciando dalla Valle d’Aosta, la prima specie che abbiamo voluto ricordare è l’ artemisia una pianta utilizzata per fare il genepì, un liquore, così come l’assenzio, che si ottiene per infusione e distillazione di piante di questo genere, il cui nome botanico deriva da Artemes che significa: sano; l’artemisia è infatti una pianta medicamentosa.
In Piemonte abbiamo inserito il nocciolo (Corylus avellana) per via di Ferrero, anche se già nel nome botanico si riecheggia un’origine campana da Avella, un paese vicino Avellino. Ma è stato il signor Ferrero a rendere famose le nocciole piemontesi producendo un alimento molto calorico che potesse essere utilizzato, spalmato sul pane, come merenda per suoi operai; creò una pasta gianduiotto che poi chiamò nutella dal termine nut che è il termine piemontese per indicare le nocciole. 
Per la Lombardia la scelta è stata particolare: avremmo dovuto pensare ad esempio al riso ma sarebbe stato impossibile coltivarlo in Sicilia in vaso, in estate, allora abbiamo messo la lavanda perché a
Saronno si fa una festa ogni anno per la lavanda e soprattutto si fa il gelato alla lavanda.
 
Daniela racconta storie ed aneddoti percorrendo di vaso in vaso tutta la penisola: dal melo Trentino al giuggiolo Veneto, dal basilico ligure al melograno dell’Emilia messo a rappresentare la regione della frutticoltura specializzata.
Arriviamo fin giù nelle isole dove in Sicilia campeggia, in modo un poco stereotipo un immancabile fico d’india insieme a pistacchio ed agrumi e in Sardegna dove la fa da padrone il mirto le cui bacche sono utilizzate per aromatizzare un tradizionale liquore.
 
I fortunati presenti, come una scolaresca interessata pendono dalle labbra dell’insegnante esperta che sa blandire la curiosità degli astanti nonostante la calura del mezzogiorno. Una visita didatticamente istruttiva ed interessante che vi consiglio di fare, nel pomeriggio, magari, anche se non c’è Daniela che ve la sta a raccontare.
 
 

sabato 27 maggio 2017

La villa comunale di Taormina, ovvero..

Il giardino delle Victorian Follies di Lady Florence Trevelyan
Tra i tanti soldi che sono stati spesi per cercare di ridare un certo decoro a Taormina, in questi giorni vetrina internazionale per i lavori del G7, considero sacrosanti ancorché tardivi quelli spesi per effettuare lavori di ripristino, manutenzione straordinaria ed anche ordinaria della Villa comunale, il giardino pubblico di Taormina denominato ufficialmente Parco G. Colonna Duca di Cesarò ma in realtà da tutti conosciuto come il giardino di Florence Trevelyan, nobile inglese, che scelse, come tanti altri stranieri alla fine dell’Ottocento, di stabilirsi a Taormina ammaliata dal clima, dalla vegetazione mediterranea e dal paesaggio circostante che dall’alto del Monte Tauro incornicia in un unico sguardo l’Etna e la baia di Giardini Naxos.
Il giardino esteso due ettari e mezzo ha una forma irregolare ed è localizzato in una importate area centrale della città antica chiamata Piano Bagnoli- Croci, in continuità con il teatro greco romano.
E’ un parco a diversi livelli, affacciato sul mare con piazzette e terrazze raccordate da rampe inclinate e scalinate ornate da enormi giare di terracotta che ha il fascino romantico dei giardini siciliani di acclimatazione, dove in aiuole a varia configurazione, circondate da sentieri acciottolati, crescono specie provenienti da luoghi lontani come palme, araucarie, melaleuca, parkinsonia, wigandia, brugmansia, calliandra  e dracene che si mescolano in modo armonioso alla vegetazione mediterranea fatta di pini, carrubi, olivi, cipressi e allori.
 
 
Il giardino è stato realizzato tra il 1890 ed il 1899 dalla nobildonna inglese Lady Florence Trevelyan, imparentata con la regina Vittoria, che nel 1889, all’età di 37 anni, giunse a Taormina dopo essere stata allontanata dalla corte inglese per motivi sentimentali ed avere viaggiato per due anni in Europa ed in Asia senza fare ritorno in patria.
A Taormina Lady Trevelyan prende alloggio con i suoi cani ed una dama di compagnia all’Hotel Timeo, unico albergo allora presente in paese, diventando punto di riferimento per la comunità degli stranieri residenti a quel tempo a Taormina come il pittore Ottone Gelleng, il fotografo Gugliemo Von Gloden ed il barone Carlo Stempel. La conoscenza fortuita con il medico Professore Salvatore Cacciola,  che sarà tra l'altro anche sindaco di Taormina, chiamato a salvare uno dei suoi cani ammalati, farà scoccare la scintilla che la porterà al matrimonio l’anno dopo. Il suo principesco palazzo  accanto al Teatro greco diventa punto di riferimento per intellettuali e nobili di passaggio a Taormina: saranno suoi ospiti: re Edoardo VII (per il quale, si disse, fosse stata allontanata dalla corte), Guglielmo II, lo zar Nicola II ed il principe Vittorio Emanuele III e tra gli intellettuali Oscar Wilde e Gabriele D’Annunzio. L’interesse per la natura la porterà ad acquistare vicino al palazzo numerosi lotti di terreno agricolo dove realizzare un giardino di ispirazione siculo inglese che verrà chiamato “Hallington Siculo”  dando lavoro a maestranze locali. 
Furono piantati alberi e cespugli secondo il gusto vittoriano dell’epoca della varietà e della rarità introducendo molte specie australiane come Araucaria excelsa bidwillii, Melaleuca armillaris e tante altre specie esotiche sino ad allora sconosciute a Taormina.

Dopo la morte  dell’unico figlio al momento del parto si dedicherà per intero all’allestimento del giardino e all’ornitologia acquistando giù a mare l’isola Bella dove coltivare piante e specie da fiore ed allevare pappagalli, tortore, piccioni da introdurre successivamente nel giardino di casa.
Ed è  proprio per osservare meglio gli uccelli che comincerà a costruire all’interno del giardino punti di osservazione realizzando eccentriche costruzioni denominate Victorian Follies o anche The beehieves (alveari) sui resti di antiche case coloniche preesistenti. 
Si tratta di costruzioni di stile eclettico ed ispirazione orientale, organizzate con un sistema di terrazze aperte e sovrapposte e decorate con archi e torrette, pavimentazione e parapetti traforati dove Lady Trevelyan amava dipingere e prendere il tè con gli ospiti. La loro costruzione fu eseguita utilizzando materiale edile riciclato, trovato sul posto, ed essendo quest’area parte integrante del nucleo più antico della città sono molti gli esempi di reperti archeologici inglobati nelle costruzioni.
In ossequio alla moda imperante dell'epoca per  il mistero e l’esoterismo, nel giardino sono presenti anche i “cromlech” manufatti in pietra formanti un cerchio mistico e i dolmen di pietra calcarea usati come monumento funebre per i suoi cani.

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Lady Trevelyan morirà nel 1907 all’età di 55 anni per una polmonite contratta dopo un bagno in acqua fredda; dopo la morte del marito, risposatosi a breve con la sua cameriera, nel 1923 il giardino viene acquisito al Demanio Comunale a seguito dell'avvenuto lascito degli eredi, con l’obbligo, però,  di preservarne nel tempo l’ eccentricità impressa al giardino dalla sua ideatrice.
E' proprio  al rispetto di questa clausola che il Comune di Taormina dovrebbe porre particolare attenzione senza dovere aspettare, come è successo,  l'arrivo dei finanziamenti del G7 per porre rimedio, ad esempio,  al grave smottamento di alcune terrazze della villa, ripristinando dopo tempo per intero la passeggiata della terrazza affacciata sul mare.

Nulla invece si è ancora fatto per il consolidamento strutturale delle Victorian Follies che dell’eccentricità della fondatrice sono l’ espressione più evidente tanto che il cedimento di alcune parti ne ha da tempo precluso l’accesso al pubblico.


Quale altro evento mediatico planetario si dovrà ora attendere per rispettare la memoria di Lady Florence Trevelyan che,  per sua volontà,  riposa sul monte Venere guardando  dall’alto Taormina ed il mare.

Leggi anche qui: Giardini di Sicilia: Messina
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