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lunedì 12 settembre 2016

Nella vita voglio fare come il finocchio di mare

Quando finisce l’estate e devo tornare a scuola a lavorare mi prende sempre un blocco intestinale al solo pensiero di dovere insegnare a ragazzini che spesso non mi stanno neanche a sentire e che non posso non dico sgridare ma anche solo sfiorare con uno sguardo di severa riprovazione. Stasera pensando a come sarà domani a scuola vorrei essere un finocchio di mare come quello che ho visto ieri crogiolarsi al sole di fronte all'acqua verde blu del Golfo di Aci. Spensierato, deresponsabilizzato, il finocchio di mare se ne stava adagiato sulle rocce incoerenti di lava nera, con il solo scopo di godersi il sole ed aspettare l’arrivo degli spruzzi di sale tra le foglie. E’ passata l’estate e domani me ne andrò a lavorare ma non c'è dubbio che, in un'altra vita, voglio fare come il finocchio di mare.
Il finocchio marittimo, botanicamente  Crithmum maritimum,  è una specie pioniera tipica delle coste rocciose  del bacino del Mediterraneo dove forma una vegetazione bassa, pulviniforme, localizzata nelle aree più esposte, fronte mare, soggette a condizioni estreme, sia per l’aerosol salmastro che per il suolo che è incoerente ed arroventato dal sole.

La specie è una perenne erbacea, con la sola base legnosa, facilmente riconoscibile per i fiori ad  ombrelle,  con raggi robusti  e petali poco appariscenti  di colore giallo verde. I frutti sono ovali con costole marcate colore giallo o rossiccio.
Le foglie sono carnose, lanceolate, aromatiche e sono eduli anche se il sapore non è gradito a tutti perché molto forte e dal gusto salato; si utilizzano le cime fogliari  quando sono ancora tenere, prima della fioritura, preparandole generalmente sott’aceto; alle isole Eolie  un ciuffetto di foglie di  finocchio marittimo entra  nella composizione del famoso pesto all'eoliana.

mercoledì 24 giugno 2015

Capperi e cucunci

Quando ero ragazzina, al seguito di mio padre e dei miei zii che essendo insegnanti e, mio zio, medico della mutua, non avevano un gran che da lavorare, ogni pomeriggio nel dopo pranzo si usciva con una vecchia dauphine e i cani andando in giro per le campagne d’intorno a cercare qualcosa da raccogliere.
Che cosa, direte voi?
Ma, ogni stagione aveva la sua “cerca” che in genere cominciava in agosto con l’arrivo delle prime piogge che facevano spuntare i porcini; poi in ottobre e novembre si andava a prataioli o si raccoglievano pere d’inverno in un campo abbandonato vicino Barrafranca; in dicembre si faceva cicoria e funghi di ferla; in gennaio cercavamo narcisi; in febbraio spugnole e anche quando non c’era niente di edule da cercare si usciva lo stesso per andare a raccogliere lana di pecore sbadate che ad ogni passaggio di qua e di la dai recinti lasciavano impigliato al filo spinato metà del loro vello.
In primavera si raccoglievano asparagi e anemoni e poi di nuovo funghi. Ogni uscita era per me appassionante ma con l’avvicinarsi dell’estate il mio entusiasmo nel seguire le cerche parentali subiva un brusco affievolirsi. In luglio, infatti, nel momento più caldo dell’estate, che in Sicilia è tutto dire, alle tre del pomeriggio si partiva per Agira alla cerca di capperi e cucunci.
Il cappero spontaneo ha la pessima abitudine di crescere abbarbicato su impervie pareti di roccia dove solo capre e pastori hanno voglia e modo di andarlo a cercare e raccogliere. Sotto il picco del sole, trovata una pianta adatta alla raccolta, se ne dovevano piluccare i boccioli fiorali (sono questi i capperi) che questa strana pianta mediterranea, dal portamento cespitoso e lunghi rami flessuosi e ricadenti, produce in quantità. 
E non bastava una sola uscita per fare adeguata scorta casalinga di cappero da fare sotto sale, perciò, individuata la zona di raccolta, si doveva dopo qualche giorno ritornare per ripassare le piante precedentemente visitate e raccogliere la nuova produzione di boccioli sperando che nel frattempo i fiori non si fossero aperti.
Ogni fiore di cappero, si sa, è un cappero mancato ma è anche un cucuncio in divenire; i cucunci infatti sono i frutti del cappero che seguono la fioritura e che vanno raccolti in agosto in una coda di cerca appositamente organizzata.
Con il prezioso e sudato bottino, di ritorno a casa, capperi o cucunci si mettevano sotto sale, prima in un contenitore dove venivano fatti spurgare per giorni, poi in barattoli di vetro per la conservazione definitiva.
Nelle isole siciliane, vista la fatica di cercarlo e raccoglierlo in natura, il cappero è stato domesticato da epoche remote facendone una vera e propria produzione agricola.
Cespugli dai tronchi ingrossati e contorti, tenuti bassi da ripetute potature, vengono coltivati in piccoli poderi dove da maggio ad agosto operatori, generalmente extracomunitari, passano a più riprese per effettuare la raccolta. Bisognerebbe spiegarlo ai bambini quanto lavoro e sudore c’è dietro un piccolo cappero, eviterebbero così di  protestare: “Che schifo, mamma, perché ci  hai messo i capperi!" scartandoli uno ad uno dall’insalata di pomodori.
 
Di capperi ne ho parlato anche qui
 

mercoledì 10 giugno 2015

Il fico d'india e la rosa

C’era una volta un fico d‘india  che viveva solitario al margine di una strada.  Come  fosse arrivato fin  lì non è dato sapere ma, anche se il posto era ricoperto dalla polvere sollevata dai veicoli in accelerazione, pure se circondato dalle immondizie lasciate in giro per distrazione e  innaffiato con gli oli combusti di un vicino distributore, il fico d’india si era bene ambientato in  quell’angolo di strada dissestato, diventando con gli anni un grande cespuglio di  pale e di spine.
Ma come è  facile capire in quel posto emarginato non erano state tante le occasioni per socializzare; le altre piante non si erano mai volute avvicinare perché se provieni da molto lontano,  anche se  è da secoli che ti sei insediato e ti senti integrato, sarai sempre  additato  come un povero immigrato e poi  per il carattere diciamo così  molto spinoso,  ruvido e ombroso del fico d’india che spingeva tutti a starsene lontano dalle  sue pale.
Un giorno in quell’angolo di strada polverosa arrivò una rosa; era stata portata in volo sotto forma di seme da un merlo di passaggio che avendo mangiato a sazietà frutti di rosa in un giardino li vicino, si era fermato a riposare e poi a sporcare  sulle pale del fico d’india;  era una rosa bastardina di quelle che non sai perché,  ne per come, di quelle che non ne conosci il nome,  anche lei  probabilmente un’immigrata proveniente dal lontano oriente perché specie sarmentosa e rifiorente.
Il seme in primavera era germogliato e da esso un lungo tralcio di rosa era cresciuto che strisciando a serpente tra le pale le aveva strettamente avvolte in fitte spire.  Li per li il fico d’india non ci aveva fatto caso  ma con il passare del tempo ad ogni refolo di vento  sentiva sulle pale un leggero punzecchiare, un piacevole grattare che lo faceva stare bene; erano le spine della rosa, certo poca cosa rispetto agli aculei cui era abituato ma si sentiva felice come non lo era mai stato, forse per avere trovato qualcuno che gli stesse  accanto e che di spine ne capisse tanto quanto.
Quando a fine maggio la rosa cominciò a fiorire, il fico d'india, oramai perdutamente  innamorato,  non si sentì minimamente sminuito dallo stare nel suo angolo di strada inghirlandato da festoni di fiori color rosa e pieno di gratitudine ed amore,  non sapendo cosa fare per ricambiare,  ricoprì le sue verdi e tozze pale di grandi fiori gialli color del sole.  
Anno dopo anno, in questa stagione, vedendo il fico d’india e la rosa che formano una macchia di colore  non posso fare a meno di pensare che  il loro sia vero amore.
 

mercoledì 31 dicembre 2014

Tanti auguri sotto il vischio

Dopo un anno trascorso a parlare di verde insieme a tutti voi è il momento dei ringraziamenti. I  vostri commenti, le lettere, le foto, le vostre richieste sono per me  tra i ricordi più belli dell’anno che chiude.
Vorrei rivolgermi ad ognuno di voi per un saluto ed un abbraccio sotto il vischio come augurio di un anno migliore.
 



martedì 5 agosto 2014

Un'anziana plumeria di famiglia

Storia di una plumeria arborea coltivata da oltre 60 anni in un piccolo giardino di città
Il posto è uno dei più caotici della città; uno snodo infernale interessato di recente da lavori di riassetto viario, definiti epocali, che stanno mettendo a dura prova la pazienza dei residenti e delle poche attività commerciali presenti in zona. Un posto che si attraversa in macchina, a passo d’uomo nelle ore di punta, stando imbottigliati in un budello di strada che porta diritto verso uno stop, tra palazzi anonimi e niente da guardare se si fa eccezione per un sexy shop. 
Nonostante la voglia che ho, come tutti, di arrivare in fondo alla strada, spero sempre di dover rallentare al momento cruciale per riuscire a sbirciare attraverso il cancello di un piccolo giardino che, a dispetto del caos infernale che vi regna intorno, rende questa zona della città speciale per chi come me ama le piante. 
Il giardino è pertinenza di una casa padronale dei primi anni del novecento, l’unica rimasta delle molte ville di campagna che sino alla metà del secolo scorso cingevano di orti e agrumeti la periferia della città. Un piccolo spazio intercluso, tra le mura dell’ abitazione e dei palazzi vicini, che ospita, tra un enorme cereus ed altri arbusti d’antan (calicanto, eriobotrya, un susino selvatico ed un arbusto di acokanthera che recentemente è passato a miglior vita ), un albero di plumeria; il più grande, annoso, profumato esemplare che si possa rintracciare in tutto il versante meridionale dell’Etna.
Una pianta veramente degna di attenzione essendo alta più di otto metri con un tronco formato da tre robuste ramificazioni che partono direttamente dal suolo formando una chioma ampia di rami intrecciati che da maggio ad ottobre si ricopre prima di foglie ovali, verde lucido e poi di grandi fiori carnosi e profumati che emanano un indefinibile sentore tropicale, con note di mandorle amare; un profumo che cangia con il fare del giorno e delle stagioni e che pervade, per ogni dove, la terrazza di casa ed il giardino.
 
Questa plumeria è un esemplare singolare per diversi motivi: botanici e diciamo così, “affettivi”. Plumeria rubra forma acutifolia è, infatti, una specie di origine tropicale che viene coltivata diffusamente in tutti le aree esotiche del mondo ma che trova ospitalità anche nel Mediterraneo in alcune zone costiere dove non si registrano minime termiche invernali sotto le zero. La Sicilia è una di queste aree dove la plumeria può essere coltivata in piena terra ma solo in situazioni termiche localmente particolari come quelle che si registrano lungo la costa che fa capo a Palermo o lungo lo Ionio, nel tratto di mare che da Messina scende giù, fino a Riposto. Aree climaticamente miti dove non si verificano forti escursioni termiche che nella plumeria bruciano irrimediabilmente gli apici vegetativi della pianta portandola a morte. Esattamente la situazione climatica che si verifica, invece, a Catania dove la vicinanza del vulcano Etna ed il mare provoca sbalzi di temperatura tra il giorno e la notte molto accentuati. Ecco perché nella mia zona le plumerie hanno vita difficile e possono essere coltivate solo in vaso in modo da essere adeguatamente riparate in inverno. Il microclima creatosi in questo piccolo giardino di città, invece, si è rivelato ideale per questo esemplare di plumeria che posto al riparo tra le alte mura di casa e con la vista aperta verso il sole, si è fatto albero che è arrivato a fruttificare, crescendo assieme a quattro generazioni di una famiglia che da sessant’anni lo custodisce e cura.
La storia di questa pianta comincia agli inizi degli anni cinquanta, arrivata in casa come talea radicata da coltivare in vaso, regalo di un parente alla nonna degli attuali proprietari; è un’antica varietà di plumeria riferibile al tipo della cosiddetta “palermitana” ma dai fiori molto grandi, dai petali appuntiti bianchi a centro giallo molto ben definito ed un profumo lieve ma cangiante.
Nel 1957, dopo vari rinvasi, la pianta viene interrata in un angolo del giardino con mille attenzioni perché non abbia a subire traumi da trapianto. La pianta in piena terra comincia a crescere in modo vigoroso tanto da richiedere nel tempo interventi di consolidamento volti a sostenere i fragili rami sempre troppo carichi di foglie e di fiori; prima si opera con tutori di legno, poi, con tiranti d’acciaio, più recentemente, a cura di una ditta specializzata, con cavi in propilene specifici per consolidamenti dinamici. 
Oggi la plumeria è costantemente monitorata e seguita come una parente anziana della quale si spiano e si temono i primi segni di senescenza: qualche seccume di troppo, fragilità dei rami. Nel corso degli anni la pianta è stata riprodotta più volte mediante talea (raramente per margotta), quando si desiderava estendere a persone care l’amicizia per la plumeria di famiglia. Solo eccezionalmente sono stati recisi interi grappoli di fiori, soprattutto per evitare l 'emorragia del lattice che ne trasuda da ogni taglio o ferita; ma il primo ottobre del 1965 tuttavia, di fiori di plumeria se ne raccolsero tanti, portati al fioraio per comporne un cuscino che fosse di compagnia all’ultimo viaggio della nonna.
I ricordi legati a questa pianta d’eccezione mi sono stati raccontati con ritrosia e pudore da chi si è assunto il compito di riservare alla plumeria di famiglia attenzioni ed affetto.

Ed anche io che non le sono custode provo per questa plumeria una particolare affezione per quei momenti di gradita distrazione passati a sbirciare, da fuori, il giardino  mentre in macchina, imbottigliata nel traffico, procedo a rilento verso lo stop.
 
File in formato PDF
 

martedì 22 luglio 2014

Le piante vicine si fanno compagnia

Coltivare in balcone avendo letto Ippolito Pizzetti
Ho per giardino un lungo balcone e avendo ben chiari i miei limiti in fatto di pazienza e predisposizione alla sua coltivazione, ben sapendo come può essere precaria la vita delle piante in vaso sempre in bilico tra la condizione di deserto sahariano che si viene a creare se tralasci due giorni di innaffiare o la situazione da palude pontina che si determina se decidi che un poco d’acqua in più non può fare male, mi sono rassegnata ad un frequente ricambio vegetazionale in modo da non stare troppo a rimuginare su marciumi, deperimenti e morti subitanee. Un luogo verde “effimero” fatto di piante a perdere che trascorreranno da me un’ esistenza più o meno fuggevole sino alla loro ineludibile dipartita.
Halleria
 
Ruellia

Jaborosa
Siccome lo spazio che ho a disposizione è poco per godere di tutte le piante che vorrei provare, ammonticchio vasi su vasi formando piramidi azteche; il vaso di Lisianthus appena comprato l’ho messo poggiato su un vaso più grande che ospita un profumato gelsomino che a sua volta quasi scompare sotto i vasetti di menta e rosmarino messi li vicino.
Tutto è nato dalla banale constatazione che le radici delle piante amano esplorare le profondità del suolo, muovendosi verso il basso per linee verticali; quando le radici raggiungono i fori di sgrondo posti sul fondo del contenitore se c’è un sottovaso che ne impedisce il cammino cominciano a girare tondo, tondo come leoni in gabbia. Perché farle soffrire? Usando la tecnica del vaso su vaso le radici migrano oltre confine passando alla terra del piano di sotto, senza dover procedere ad inutili travasi.
 
La zucca che ho seminato quest’anno, ad esempio, dispone al momento di un vaso a doppio strato ma non è da escludere che dovrò presto aggiungerne un altro sotto per potere soddisfare adeguatamente le sue ambizioni esplorative.

La mia idea di sfruttare lo spazio in verticale con contenitori a varia altezza sovrapposti, non è originale; l'ho  scoperto leggendo il libro di Ippolito Pizzetti,  ed in particolare la sua prefazione,  “Piante e fiori del terrazzo” del 1977.

Descrivendo una realizzazione eseguita in una grande terrazza per ovviare alla scarsa profondità delle fioriere, Pizzetti cosi scrive “… alla scarsa profondità della fioriera ho ovviato facendo mettere la terra in modo che dal davanti al retro salisse leggermente e piantando le piante più grandi (per esempio i carrubi) in cilindri, infilati parzialmente nel terreno e per buona parte sporgenti: ho potuto guadagnare così venti centimetri…”. Non ho lo spazio per i grandi contenitori descritti da Ippolito (100, 200, 500 litri) ma nel mio piccolo  il ragionamento è uguale.
Un altro punto che sento mio, nella filosofia del libro, è il concetto di sperimentazione colturale; la monocoltura ornamentale che tanto piace a mia madre non fa per me ed anche Ippolito  nel libro scrive : “ …una cassetta fiorita non fa terrazzo; e neppure una fila. Non lo fanno neppure più file se si tratta di cassette piene di gerani (o di tutto quello che volete d’altro) messe lì: una nota di colore, riempire un vuoto, ornare una facciata. Su un terrazzo come questo non è neppure il caso di stare a ragionare…”.

Amo il disordine organizzato; sono infatti sicura che in balcone piante diverse messe vicine si facciano reciproca compagnia; per fare stare in alto, a prendere il sole ,i grandi capolini colorati di Rudbekia, ho messo il vaso appoggiato sul bordo del contenitore con il Capsicum nato da seme e il vaso della Pandorea jasminoides, ancora in grande splendore perché di recente arrivo; l’acqua in eccesso sgronda di sotto a beneficio delle piante vicine dandosi reciproco appoggio e sostegno. 


Brachychiton discolor nato da seme, fa ombra a pentas e petunia e sul suo tronco si attorciglia anredera arrivata in regalo da un balcone vicino. Le aromatiche che tengono lontane le zanzare non possono mancare: basilico, lippia, menta, rosmarino, prezzemolo mandato a seme, melissa, coriandolo, Salvia officinalis sono spesso mischiate con le salvie da fiore così rustiche e facili da propagare che basta un rametto per farle attecchire.
Zanthoxylum beecheyanum
E non occorre tanto pulire che qualche foglia a terra ci può stare; fa da riparo a qualche geco di passaggio e crea un umidore che alle piante piace. Anche un poco di secco tendo a lasciare cercando di creare un ambiente naturale; qualche insetto utile se ne potrà giovare per trovare riparo e ricambiare il favore andando a caccia di afidi.
Ospite più o meno gradito
E per finire devo purtroppo, a malincuore, convenire che, su un altro punto, Ippolito ha ragione: chi ha un balcone o una terrazza cui dedica tempo e passione è solo perché  è assillato dalla frustrazione di non avere o di non riuscire a mantenere un vero giardino. 
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