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lunedì 17 luglio 2017

Antonio Perazzi, architetto giardiniere

Intervista differita
In questi giorni di luglio tra i diversi eventi dedicati al garden design e all’architettura del paesaggio mediterraneo, nell’ambito delle iniziative promosse da Radicepura garden festival, si è svolto a Giarre un incontro dal titolo “Lezione di stile e di ecologia sulle piante del giardino mediterraneo” tenuto dall’architetto paesaggista Antonio Perazzi.
Chi legge Gardenia conosce Perazzi per la rubrica “Bustine di Paesaggio” e per i numerosi articoli ospiti della rivista che raccontano i suoi giardini (il prossimo sarà pubblicato sul numero di agosto). Chi legge di giardini conosce Perazzi per i suoi libri, uno dei quali, “Contro il giardino”, scritto a quattro mani con Pia Pera. Chi invece ne ha sentito parlare come paesaggista sa che il suo lavoro è ispirato alla cosiddetta “Botanica temporanea”, una filosofia progettuale finalizzata alla realizzazione di giardini integrati ecologicamente nell’ambiente circostante e concepiti per essere gestiti con un ridotto consumo di risorse e con interventi a bassa manutenzione.
Cresciuto in una famiglia culturalmente stimolante (il padre critico d’arte per il Corriere della Sera; la madre, sorella di Oriana Fallaci, giornalista) sin da giovane Antonio Perazzi, viaggia molto (America, Cina, Giappone, Asia) appassionandosi alla vegetazione dei luoghi visitati che studia da un punto di vista botanico, artistico, storico, provando poi a coltivarne le piante a Piuca nel suo giardino-laboratorio ubicato in Toscana. Il pubblico presente, me compresa, nutriva notevoli aspettative dall’incontro con Antonio Perazzi, curiosi di sapere come il noto Paesaggista con studio a Milano, avrebbe sviluppato per noi siciliani il tema del giardino mediterraneo.
Così comincia a raccontare:
Ho studiato casualmente architettura ma non mi piace e non vorrei essere additato come architetto; ho fatto il liceo classico ed ho riportato anche una insufficienza in matematica; l’architettura c' entra poco con la mia passione, ci entra come strumento per arrivare a fare il progettista del verde. Ed anche conoscere la botanica o imparare a fare il giardiniere (sono stato due anni a lavorare ai Kew gardens) sono stati tutti strumenti necessari per fare il progettista di giardini ed in particolare di giardini mediterranei. Quando mi dicono come si fa a diventare progettisti di giardini dico che lo si diventa per passione; è un lavoro bellissimo ma come tutti i lavori fatti per passione si passa spesso dall’euforia alla depressione. Abito a Milano ma come si dice “vivo da un’altra parte”, io vivo nel mio giardino in Toscana e sicuramente in tutti i luoghi ed nei paesaggi che frequento e che sento miei.
Come interpreta la professione di architetto del paesaggio?
E’ importante che il progettista di giardini crei sinergia tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e le piante che è quello che fa la differenza tra fare gli architetti e fare i progettisti di giardini. Io lascio parlare molto i miei committenti e tengo molto in conto quello che mi dicono perché sono convinto che un giardino non è il capriccio di un paesaggista ma dovrebbe essere proprio un  modo per aiutare una persona che desidera avere un giardino a capire quale tipo di giardino sia più adatto per lui.
Quale è il tipo di giardino che sente suo?
Noi non dobbiamo immaginare di fare giardini che guardano al nord; questi giardini rappresentano il sogno di ogni giardiniere ma diciamoci la verità, anche se io ho vissuto un anno in Alaska e sono cresciuto in montagna, in Valsesia, dove avevamo una casa e considero un privilegio avere conosciuto quel tipo di vegetazione, preferisco un altro tipo di giardino, il giardino fatto dalle persone che mettono le mani nella terra e le annusano quelli che vanno in giardino la mattina presto e la sera tardi, quelli che cercano l’ombra nel giardino, cercano l’aria profumata oppure un giardino che ha pochissimi fiori ma allo stesso tempo riesce ad essere coinvolgente, con le foglie grigie, le ombre, le tessiture.  

Quali sono gli elementi che caratterizzano il giardino mediterraneo?
Il giardino mediterraneo ha origini antiche, il giardino sumero, persiano era un piccolo gioiello, raffinato, colto, chiuso perché prezioso e perchè doveva difendersi dal resto della natura che era pericolosa, era cattiva; giardino che viveva per l’acqua; l’acqua che rendeva possibile vivere all’aperto, acqua che veniva raccolta, centellinata, gestita e utilizzata al meglio. In questo giardino gli alberi facevano ombra che, come diceva Pizzetti,  è quasi più importante del colore in un giardino mediterraneo; i cespugli portavano frutti e profumi. Per noi il giardino mediterraneo oltre a questo è anche la relazione che si stabilisce tra il giardino e il paesaggio che gli sta intorno. Il paesaggio è segnato dal lavoro del contadino dove le parti selvatiche sono quelle che non si possono coltivare e tutto il resto è accuratamente accudito e lavorato come fosse un giardino dove una pianta come il cipresso, che neanche lui è propriamente mediterraneo, segna, disegna e segnala il limite tra il giardino e tutto il resto.

Esistono diverse tipologie di giardino mediterraneo?
Per gli stranieri, ad esempio l’icona del giardino mediterraneo è Villa Hanbury in Liguria, un giardino fatto dagli inglesi in un clima meraviglioso dove c’è acqua e un terreno ricco, con una giusta quantità di humus, con piante esotiche  portate alla fine dell’ottocento dalle zone himalayne della Cina, piante tropicali d’alta quota tipiche di un terreno acido come le camelie.
Quello che per tutto il mondo è per antonomasia il giardino mediterraneo, di fatto, per noi che siamo mediterranei certamente non lo è. A me piacerebbe che non fosse travisata la nostra idea di giardino mediterraneo in nome di quei giardini che vediamo in Provenza, o in Nord Africa, i giardini molto pubblicizzati su riviste di settore come i “giardini di Marrachesh” ; questi non sono giardini mediterranei, sono giardini fatti con un gusto francese, con un criterio diverso. A noi importa più un’ombra, una pianta che, anche se sofferente, abbia un che di scultoreo.
Cosa deve avere un giardino mediterraneo per essere considerato tale?

Il clima mediterraneo è presente in varie parti del globo comprese tra il 30° e il 40° parallelo e dunque oltre al Mediterraneo vero e proprio questo clima lo si ritrova in California, Cile, Sud Africa e in alcune regioni dell’Australia. Con questa identificazione climatica fallace noi ci incasiniamo un poco perché parliamo di specie autoctone, di conservazione di territori nostrali però allo stesso tempo riconosciamo che potenzialmente le piante mediterranee arrivano da tutti questi territori lontani e allora chi ha diritto di soggiorno nei nostri giardini e può fregiarsi del titolo di autoctono? Ha senso fare la guerra alla natura? Ha senso musealizzare la natura e dire tu mediterranea ci puoi stare perché sei mediterranea, ma da quando? Vi ho portato tanti esempi di specie che crescono nel mediterraneo, come le agavi ma queste arrivano dall’America, l’ olivo è arrivato con i greci, la chamaerops è l’unica che avrebbe diritto di soggiorno. Quindi la domanda è: mediterraneo-esotico o mediterraneo-mediterraneo?
Guardando i paesaggi dell’Aspromonte dove le fiumare sono costellate da oleandri spontanei mi chiedo perché non sia possibile ricreare un giardino prendendo spunto da questo paesaggio che è talmente emozionante, bello e naturale. Quando intervistandomi mi chiedono quale è il mio giardino preferito io tutte le volte do la stessa risposta: il mio giardino preferito sarebbe quello realizzato a costo zero perché molte piante mediterranee sono facilissime da riprodurre per talea come teucrium, santolina, limonium, tamerice; o per bacche o disseminando piante spontanee; un bellissimo esperimento da fare sarebbe quello di creare un giardino incolto, fare crescere quello che viene su da solo. In questo modo potremmo fare un giardino mediterraneo senza irrigazione dovendo tuttavia tollerare il fatto che in un giardino mediterraneo in estate le piante vanno in letargo ma poi dopo con l’ arrivo dell’ autunno e delle piogge tutto rinasce. C’è una fortissima componente anamorfica nella natura che secondo me non è un fattore da sottovalutare nel giardino mediterraneo. 
Quali piante utilizzare nel giardino mediterraneo?
Piante per eccellenza nel giardino mediterraneo sono le piante grigie che riescono a proteggersi dal sole, si adattano ad ambienti dove non c’è acqua, c’è poca terra e scarsi nutrienti; sono molto spesso piante aromatiche molto scenografiche, che ci consentono di fare giardini senza fiori. Ad esempio io uso molto Sarcopoterium spinosum   che con un colpo di forbice diventa drammatica, diventando molto più attraente di una pianta esotica. Piante come Euphorbia characias e Centranthus ruber sono piante estremamente invasive con cui si può fare un giardino a costo zero; i corbezzoli, soprattutto ora che anche in Italia sono state prodotte tante specie diverse dal solito Arbutus unedo come Arbutus marina, Arbutus texana, Arbutus arachnoides; di cisti ce ne sono tantissimi tipi che si possono ibridare tra loro, alcuni sono compatti, alcuni si defogliano completamente d’estate  altri viceversa rimangono pieni di foglie oleose che fanno un profumo attraente. Molte piante spontanee dell’ambiente mediterraneo possono essere utilizzate nel giardino mediterraneo come lentisco, atriplex; se non vengono potati sono cespugli a forma libera, meravigliosi, che non vogliono acqua, che prendono la forma compatta scolpita dal vento oppure possono diventare qualcos’altro con il lavoro del giardiniere.
Per i tappeti erbosi poi, una delle piante che viene più utilizzata in ambiente mediterraneo è la Phila nodiflorum, una verbenacea rizomatosa che fiorisce tutta l’estate e tende ad allargarsi; ha dei momenti di stanca in cui può sparire ma poi ricompare; si può ingentilire con Convolvulus mauritanicus ma ha un grosso problema, come tutti i prati fioriti attira molto le api. Da qualche tempo sto provando la zoysia, una graminacea sudafricana molto compatta che non si taglia mai o quasi mai; io la faccio tagliare un volta al mese se si vuole avere un prato a moquette, altrimenti diventa come una specie di muschio; la specie si ricorda di venire dal Sud Africa e dunque d’inverno è gialla e d’estate è verde e praticamente non viene irrigata.
Come saranno i giardini mediterranei di un prossimo futuro?
Noi continuiamo a fare giardini noncuranti del fatto che ci hanno detto che il clima sarebbe cambiato, che eravamo in procinto di cambiare in un prossimo futuro, ma di fatto noi abbiamo già imboccato la china del cambiamento climatico, il futuro è questo e questo è già adesso, dunque nel fare i giardini noi non possiamo assolutamente rinunciare al punto di partenza cioè che dobbiamo fare giardini con meno acqua possibile che non vuol dire inventarsi giardini particolari ma vuol dire semplicemente essere consapevoli che le piante devono fare il loro ciclo e quindi dobbiamo scegliere le piante giuste, dobbiamo imparare a dare spazio alle piante adatte.
Antonio Perazzi, descrive quindi alcuni dei suoi progetti e per un’ora abbondante la conversazione scorre veloce. E’ evidente che il giardiniere prevale sull’architetto, che l’appassionato di paesaggi di vegetazione spontanea, prevale su tutto;  che l’ordine ed il caos si alternano nella composizione dei suoi giardini. 
Al termine della conversazione è opinione comune che Antonio Perazzi sia un  professionista veramente appassionato del suo lavoro di architetto giardiniere (basta guardare i suoi taccuini di annotazioni botaniche che riportano appunti, schizzi e campioni vegetali essiccati da utilizzare per i suoi progetti ) ma io nonostante le  buone ragioni espresse rimango ancora del parere che il suo archetipo di giardino mediterraneo fatto a somiglianza di un ambiente naturale mediterraneo non sia il mio ideale di giardino, pur vivando in pieno Mediterraneo; considero il giardino un luogo d'artificio nel quale esercitare la fantasia e la passione botanica, il gusto e la voglia di sperimentare, dove ci siano fiori di forme, colori e profumi di casa mia ma anche di luoghi lontani; passare l'estate in un giardino progettato, in nome di una gestione politicamente corretta delle risorse, a somiglianza della desolante vegetazione spontanea che vedo nelle campagne intorno, mi lascerebbe  delusa e scarsamente appagata.
PS
L'intervista è stata ricavata dalla registrazione di un'ora e mezza di lezione che è stata condensata e riassunta;
Le foto sono tratte dal sito: http://www.antonioperazzi.com/

sabato 27 maggio 2017

La villa comunale di Taormina, ovvero..

Il giardino delle Victorian Follies di Lady Florence Trevelyan
Tra i tanti soldi che sono stati spesi per cercare di ridare un certo decoro a Taormina, in questi giorni vetrina internazionale per i lavori del G7, considero sacrosanti ancorché tardivi quelli spesi per effettuare lavori di ripristino, manutenzione straordinaria ed anche ordinaria della Villa comunale, il giardino pubblico di Taormina denominato ufficialmente Parco G. Colonna Duca di Cesarò ma in realtà da tutti conosciuto come il giardino di Florence Trevelyan, nobile inglese, che scelse, come tanti altri stranieri alla fine dell’Ottocento, di stabilirsi a Taormina ammaliata dal clima, dalla vegetazione mediterranea e dal paesaggio circostante che dall’alto del Monte Tauro incornicia in un unico sguardo l’Etna e la baia di Giardini Naxos.
Il giardino esteso due ettari e mezzo ha una forma irregolare ed è localizzato in una importate area centrale della città antica chiamata Piano Bagnoli- Croci, in continuità con il teatro greco romano.
E’ un parco a diversi livelli, affacciato sul mare con piazzette e terrazze raccordate da rampe inclinate e scalinate ornate da enormi giare di terracotta che ha il fascino romantico dei giardini siciliani di acclimatazione, dove in aiuole a varia configurazione, circondate da sentieri acciottolati, crescono specie provenienti da luoghi lontani come palme, araucarie, melaleuca, parkinsonia, wigandia, brugmansia, calliandra  e dracene che si mescolano in modo armonioso alla vegetazione mediterranea fatta di pini, carrubi, olivi, cipressi e allori.
 
 
Il giardino è stato realizzato tra il 1890 ed il 1899 dalla nobildonna inglese Lady Florence Trevelyan, imparentata con la regina Vittoria, che nel 1889, all’età di 37 anni, giunse a Taormina dopo essere stata allontanata dalla corte inglese per motivi sentimentali ed avere viaggiato per due anni in Europa ed in Asia senza fare ritorno in patria.
A Taormina Lady Trevelyan prende alloggio con i suoi cani ed una dama di compagnia all’Hotel Timeo, unico albergo allora presente in paese, diventando punto di riferimento per la comunità degli stranieri residenti a quel tempo a Taormina come il pittore Ottone Gelleng, il fotografo Gugliemo Von Gloden ed il barone Carlo Stempel. La conoscenza fortuita con il medico Professore Salvatore Cacciola,  che sarà tra l'altro anche sindaco di Taormina, chiamato a salvare uno dei suoi cani ammalati, farà scoccare la scintilla che la porterà al matrimonio l’anno dopo. Il suo principesco palazzo  accanto al Teatro greco diventa punto di riferimento per intellettuali e nobili di passaggio a Taormina: saranno suoi ospiti: re Edoardo VII (per il quale, si disse, fosse stata allontanata dalla corte), Guglielmo II, lo zar Nicola II ed il principe Vittorio Emanuele III e tra gli intellettuali Oscar Wilde e Gabriele D’Annunzio. L’interesse per la natura la porterà ad acquistare vicino al palazzo numerosi lotti di terreno agricolo dove realizzare un giardino di ispirazione siculo inglese che verrà chiamato “Hallington Siculo”  dando lavoro a maestranze locali. 
Furono piantati alberi e cespugli secondo il gusto vittoriano dell’epoca della varietà e della rarità introducendo molte specie australiane come Araucaria excelsa bidwillii, Melaleuca armillaris e tante altre specie esotiche sino ad allora sconosciute a Taormina.

Dopo la morte  dell’unico figlio al momento del parto si dedicherà per intero all’allestimento del giardino e all’ornitologia acquistando giù a mare l’isola Bella dove coltivare piante e specie da fiore ed allevare pappagalli, tortore, piccioni da introdurre successivamente nel giardino di casa.
Ed è  proprio per osservare meglio gli uccelli che comincerà a costruire all’interno del giardino punti di osservazione realizzando eccentriche costruzioni denominate Victorian Follies o anche The beehieves (alveari) sui resti di antiche case coloniche preesistenti. 
Si tratta di costruzioni di stile eclettico ed ispirazione orientale, organizzate con un sistema di terrazze aperte e sovrapposte e decorate con archi e torrette, pavimentazione e parapetti traforati dove Lady Trevelyan amava dipingere e prendere il tè con gli ospiti. La loro costruzione fu eseguita utilizzando materiale edile riciclato, trovato sul posto, ed essendo quest’area parte integrante del nucleo più antico della città sono molti gli esempi di reperti archeologici inglobati nelle costruzioni.
In ossequio alla moda imperante dell'epoca per  il mistero e l’esoterismo, nel giardino sono presenti anche i “cromlech” manufatti in pietra formanti un cerchio mistico e i dolmen di pietra calcarea usati come monumento funebre per i suoi cani.

Sito immagine
Lady Trevelyan morirà nel 1907 all’età di 55 anni per una polmonite contratta dopo un bagno in acqua fredda; dopo la morte del marito, risposatosi a breve con la sua cameriera, nel 1923 il giardino viene acquisito al Demanio Comunale a seguito dell'avvenuto lascito degli eredi, con l’obbligo, però,  di preservarne nel tempo l’ eccentricità impressa al giardino dalla sua ideatrice.
E' proprio  al rispetto di questa clausola che il Comune di Taormina dovrebbe porre particolare attenzione senza dovere aspettare, come è successo,  l'arrivo dei finanziamenti del G7 per porre rimedio, ad esempio,  al grave smottamento di alcune terrazze della villa, ripristinando dopo tempo per intero la passeggiata della terrazza affacciata sul mare.

Nulla invece si è ancora fatto per il consolidamento strutturale delle Victorian Follies che dell’eccentricità della fondatrice sono l’ espressione più evidente tanto che il cedimento di alcune parti ne ha da tempo precluso l’accesso al pubblico.


Quale altro evento mediatico planetario si dovrà ora attendere per rispettare la memoria di Lady Florence Trevelyan che,  per sua volontà,  riposa sul monte Venere guardando  dall’alto Taormina ed il mare.

Leggi anche qui: Giardini di Sicilia: Messina

martedì 6 settembre 2016

Plumeria, che passione!

Chiacchierata con Ianì Guarrera sui suoi ibridi di plumeria
Credo che non esista specie da fiore più volubile e capricciosa ma al contempo  più amata e coccolata da chi, nel nostro ambiente, ha la passione di coltivarla, della Plumeria rubra, specie a fioritura estiva diffusa in un’ ampia fascia climatica tropicale che va dall’America centro meridionale al Sud Est asiatico e che anche in alcune zone costiere della Sicilia e del Meridione d’Italia può essere coltivata con successo in vaso, ma anche in piena terra, approfittando del tiepido inverno mediterraneo.
 
Non discuto della capacità di adattamento e delle scarse esigenze colturali delle varietà di plumeria riconducibili al cosiddetto tipo “palermitano” dal fiore bianco e centro giallo e dal profumo fruttato, importata negli anni della Belle époque in Sicilia (se prima a Palermo o a Risposto è ancora oggetto di continue discussioni) e in questi territori perfettamente adattatasi, tanto da divenire pianta di tradizione da tenere in balcone o in giardino come nume tutelare da cui prelevare talee da regalare alle figlie che vanno spose.
Mi riferisco invece alla miriade di varietà ibride dai colori vellutati e cangianti, dai profumi conturbanti (e dai prezzi spesso esorbitanti) che negli ultimi dieci anni sono state prodotte a ritmi forsennati da Thailandia e Hawaii che della plumeria sono luoghi vocati e che di questo fiore ne hanno fatto un business i cui tentacoli hanno raggiunto pure noi. In Sicilia, infatti, diversi vivai si sono specializzati nella radicazione e commercializzazione delle talee di queste nuove varietà multicolor che vendono sul posto o spediscono online consentendo un facile reperimento di novità varietali a chi, avendone la possibilità climatica, vorrebbe possederle tutte, facendone collezione.
Tuttavia i capricci e i dispetti di queste varietà esotiche sono tali che farebbero spazientire anche un santo. Se mettiamo caso, acquisti una talea di 'Shooting star' in fiore, ammaliato dal suo colore, non è detto che la rivedrai fiorire l’anno dopo e probabilmente neanche nei prossimi due o tre anni a venire nonostante le cure invernali, le misture speciali che somministri come concimazione, lo studio delle ore di esposizione ed ogni altra precauzione; solo il caso, il capriccio o una particolare congiuntura astrale faranno si che un’estate all’improvviso la vedrai rifiorire ripagandoti per bellezza e profumo di tanta pazienza.
Per sapere se ho ragione a pensare che per coltivare plumerie ibride ci vuole proprio una grande passione, ho incontrato Ianì Guarrera che le plumerie le adora e coltiva insieme a tante altre specie (tillandsie, begonie, orchidee) e ne possiede una buona raccolta di piante in vaso a Mascali, un paese che si affaccia sullo Jonio a pochi chilometri da Riposto dove la plumeria isolana è diffusamente coltivata.

Nello stretto cortile davanti la casa dove vivono i suoi genitori, in estate si affastellano i vasi delle nuove e delle vecchie acquisizioni di Ianì che ci racconta come è nata la sua passione: “ Ho al momento un centinaio di nuove varietà ibride ma le prime plumerie in famiglia sono arrivate con mia madre che portò con se in questa casa da Riposto, all’età di 14 anni, due piante in vaso di plumeria tradizionale, la classica palermitana a cui si è aggiunta, anni dopo, una sua variante la “Palermo Princess" avuta in regalo da un'amica; sono oggi piante dal fusto oramai lignificato e contorto che vivono in pien’aria da oltre cinquant’anni e non si sono mai perse una stagione di fioritura. Cresciuta tra le plumerie, quando nei vivai ho visto arrivare le prime varietà ibride, mi sono innamorata dei colori e profumi dei loro fiori che in alcune varietà si protraggono per tutta l’estate".
Shooting star
Hai mai registrato problemi di mancata o ridotta fioritura delle tue plumerie?  
"La plumeria tradizionale è una specie adattabile nel nostro ambiente climatico ma queste varietà esotiche soprattutto se, per ragione di costo si comprano talee giovani, poco ramificate, hanno fioriture discontinue e difficilmente prevedibili. Ad esempio, tra le prime rosse che ho comprato c’è la varietà Gina, molto profumata e a crescita compatta che dopo la prima fioritura e fino ad ora, non mi è mai più rifiorita. Quest’anno, probabilmente a causa di un’estate non particolarmente calda  mi è fiorito solo il 30% delle piante della mia raccolta. Secondo me, influisce molto sulla fioritura l’andamento delle temperature estive che devono essere elevate anche di notte; quando, infatti, il tempo è molto caldo ed il sole è velato dall’umidità, le plumerie si sentono ai tropici e fioriscono in abbondanza soprattutto le varietà di origine asiatica. Le piante per fiorire devono, poi, essere in perfetta salute avendo a disposizione un buon terriccio di coltivazione (io uso un mix di perlite, terriccio specifico per piante da fiore e terra da giardino) ed una concimazione spostata sul fosforo e sul potassio piuttosto che sull’azoto che spinge la crescita vegetativa della pianta. Ma tutto si determina su base empirica, non ci sono studi scientifici in merito e non resta che provare e riprovare".
Come le accudisci?
"In genere ritiriamo i vasi in un luogo riparato a fine novembre, ma alcune piante vengono lasciate fuori proteggendo gli apici vegetativi con gusci d'uovo o con coppetti di carta o di tnt ; a tutte le piante non diamo più acqua fino al risveglio vegetativo che avviene, generalmente, in aprile (si vede dagli apici che cominciano a  diventare di colore verde-rossastro);  è questo il momento in cui porto i vasi fuori,  temperature permettendo, e comincio a dare acqua gradualmente, considerando che con le plumerie è meglio niente che tanta; quando le foglie nuove sono cresciute un paio di cm allora si incrementa la razione di acqua fino ad arrivare alla quasi quotidianità. Il concime lo distribuisco quando ci sono almeno due foglie grandi e ben aperte, poi proseguo con somministrazioni ogni 20 giorni. Nonostante le mie cure quest’anno non sono fiorite 'Aztec gold', 'Aussie pink' che è stata meravigliosa per due anni ma quest’estate non ha fatto neanche un fiore, forse perché in inverno non le ho riparato gli apici vegetativi e neanche la 'Pozzallo pink'; ma io anche in assenza di fiori mi consolo con il fogliame che ad esempio è bellissimo in alcune varietà come 'Abigail', 'Kao mongkon' ,' Dwarf siam yellow' dalla foglia arricciata  o la 'Gold marble' a foglia o variegata". 
"Le difficoltà non mi scoraggiano e quando posso incremento la mia raccolta scegliendo “a pelle” o per il colore (rosso, rosa, fucsia sono i colori che prediligo ma ho anche il giallo e le tricolor) o per il profumo (ho una talea di una tricolor molto rosata dai fiori bellissimi che è stata denominata “pesca” dal vivaista che me l’ha venduta che ne esprime perfettamente l’odore) o ancora per il portamento o per la forma delle foglie, la loro lucentezza o la particolare tomentosità dei fusti".

Come ti procuri le varietà che ti interessano?
"Ci sono in Sicilia molti vivaisti che si sono specializzati in plumerie ma il mercato è diventato così caotico che può succedere che una stessa varietà venga commercializzata in posti o in cataloghi diversi con nomi diversi, ad esempio la varietà venduta in vivaio come 'Red pendulat' viene chiamata anche ' Francesca 'o 'Pozzallo pink' o, ancora, la 'Shooting star'  è nota anche come 'Som raya'.
Red pendulat
Mi è successo poi che acquistando talee non ancora fiorite per cercare di risparmiare, al momento della prima fioritura ho avuto la sorpresa di ritrovarmi con varietà diverse da quella che pensavo di avere acquistato, per esempio ho molto desiderato una 'Som chanigka 'ma al momento della fioritura il tarocco che mi è stato rifilato non le assomigliava per niente e ancora, acquistando online una plumeria 'Lutea' mi è stata spedita una 'Jamesonii'; insomma una grande confusione".
Queste difficoltà, dimmi la verità, hanno messo un poco in crisi la tua passione per le plumerie?
"No, affatto,  perché a fronte di alcune oggettive difficoltà di fioritura ci sono state anche tante soddisfazioni, ho una pianta di Plumeria stenopetala che è la mia macchina da guerra che produce scapi fiorali  in continuazione. 
Ed ho avuto belle fioriture di 'Som garasin',  'Abigail', 'Moonlight', 'Shooting star', 'Wako', 'Sexy pink', 'Cerise', 'Etna', 'Red pendulant' , 'J105', 'Gold marble'. Mi posso perciò ritenere soddisfatta. Un cosa è certa, non sono disposta a spendere cifre da capogiro per possedere esemplari adulti, molto ramificati che hanno maggiore propensione a fiorire e non ho la frenesia del collezionista perché la mia passione per le plumerie non voglio che diventi una malattia".

"Ianì, non sarai ancora affetta da grave malattia ma, a giudicare da come racconti e descrivi le tue piante, i sintomi premonitori della sindrome che prende l’appassionato coltivatore, perso dietro le fioriture delle sue bizzose plumerie, mi sembrano già chiari ed evidenti".

Vivai specializzati: Sun Island nurcery; Chersoneso piantePlumeria Previti; Plumeria shop
Altri vivai: Torre Vivai; Piante tropicali di Massimo Sallemi.; Piante tropicali Fabio Maio;  Vivai Lo Porto
 

sabato 13 agosto 2016

Il giardino dell'impossibile e la pietra che canta

A Favignana il giardino ipogeo di Villa Margherita 
Favignana è la più grande e conosciuta isola delle Egadi, situata ad un tiro di schioppo dai porti di Trapani e Marsala che la collegano, in breve, alla terra ferma con navi ed aliscafi; rispetto a Levanzo e Marettimo è quella delle tre che ha un servizio di autobus interno e nella quale ha un senso portare la macchina per raggiungere i luoghi balneari anche se i più preferiscono arrivare con l’aliscafo ed affittare biciclette e motorini con i quali scorrazzare in libertà tra strade polverose, spazzate dal vento.
A Favignana c’è da visitare: l’ex stabilimento Florio delle tonnare di Favignana e Formica, oggi ristrutturato e fruibile; splendidi posti di mare, come Cala Rossa, Cala Azzurra  o Cala del Bue Marino dove, vento e correnti permettendo, è possibile fare bagni memorabili; per i ragazzi sotto i trent’anni è il luogo delle Egadi dove la sera c'è movimento, c’è vita.
Se oggi è il turismo a muovere l’economia favignanese, nel passato la pesca del tonno e la sua lavorazione erano la principale occupazione; la tonnara ed il suo stabilimento di produzione del tonno in scatola fino agli anni cinquanta dello scorso secolo impiegavano oltre trecento persone, metà delle quali erano donne, in un paese che arrivò a contare oltre settemila abitanti contro i tremila attuali.
Con il crescere della popolazione, aumentando le esigenze abitative, si cominciarono a costruire case utilizzando la pietra locale, estratta sin dalla prima fondazione del paese avvenuta alla metà del seicento, quando divenne proprietario di tutto l’arcipelago delle Egadi il conte genovese Camillo Pallavicino.
Foto della Mostra fotografica sulle cave di arenaria all'Ex Stabilimento Florio
Partendo dalla costa orientale dell’isola l'estrazione si estese via via nella zona di Favignana chiamata “la Piana”, che si sviluppa in direzione nord est;  è solo in questa parte dell’isola, infatti, che è presente la calcarenite, una roccia sedimentaria incrostata di fossili marini, resistente, termoisolante e facile da lavorare; una roccia che canta , come dicevano i vecchi cavatori, se estratta e lavorata con passione.
Fino alla metà del secolo scorso si contavano a Favignana oltre 200 cave che rifornivano Trapani, Marsala ma anche Palermo dove, ad esempio, il tipico “cantuni favignanese” venne utilizzato per la costruzione del Teatro Massimo. L’attività di estrazione continuò alacremente sino a che, dopo la seconda guerra mondiale, l’avvento dei mattoni forati soppiantò completamente i “cantuni isolani”, decretando il declino di questa attività economica. Oggi a Favignana è aperta una sola cava che lavora praticamente su ordinazione per lavori di ristrutturazione e restauro ma il territorio della “piana” è ancora costellato di cave a cielo aperto abbandonate i cui cunicoli e camminamenti sono stati riconquistati da vegetazione spontanea o più spesso usati come ricettacolo di materiale da risulta.
  Il giardino
Tratto dal sito
E’ in questo contesto che nasce il Giardino di Villa Margherita realizzato da Maria Gabriella Campo e da suo marito, ingegnere ed imprenditore isolano, a partire dal 1967, anno in cui su un terreno esteso appena 2000 mq, avuto dal padre, realizzarono un prefabbricato come base d’appoggio per trascorrervi le vacanze; foto scolorite dell’epoca mostrano Gabriella davanti la loro casa circondata da grandi cespi di margherite bianche che daranno il nome alla proprietà.  La passione per le piante ed il primo nucleo del giardino cominciano a delinearsi in questi anni quasi come una sfida alle convenzioni isolane che consideravano velleitario  privilegiare l'impianto di specie da fiore rispetto alla tradizionale coltivazione di  piante utili da frutto e da orto. Piante coltivate per il gusto del bello, scelte sull'onda dell'emozione suscitata da un colore, dal fogliame o dal portamento, reperite con grande difficoltà in mercatini locali o nelle fiere perché in quegli anni a Favignana non esistevano vivai di piante da giardino.  Ma sarà a partire dal 1987, con l’acquisizione di un lotto di terreno limitrofo esteso oltre tre ettari, pianeggiante intorno alla casa ma, per circa metà della superficie, costituito dai resti dismessi di una vecchia cava a cielo aperto,  che la voglia di "fare giardino" in questo contesto diventerà l'obiettivo di una missione ritenuta dai più impossibile.
Che fare della cava dismessa? Superando le perplessità familiari Gabriella ne comincia l'opera di pulizia con lo svuotamento da cumuli di detriti e l’eliminazione della vegetazione infestante e grazie anche alla disponibilità d'acqua dovuta al reperimento di una falda sotterranea inizia a svolgere un solitario, lento, faticoso, ma gratificante recupero  che a poco a poco trasformerà la cava in un giardino.
E’ il periodo dei viaggi in terra ferma, a Trapani o a Palermo ma poi anche in Italia e all’estero, in Brasile, con le valigie o la macchina sempre stipate di nuove acquisizioni botaniche scelte sull’onda della pura emozione che forma e colore le sanno ispirare.
Molte piante, soprattutto nella parte più antica della cava, dove la pietra veniva estratta a mano,  scalpellando la roccia con arte e strumenti antichi, sono quelle tipiche della flora agraria  siciliana insieme a quelle della flora spontanea o naturalizzata dell’ambiente mediterraneo: carrubi, agrumi, fichi, olivi ma anche lentisco, chamaerops, phoenix, agavi, euphorbie, oleandri, ficus,  cresciuti negli anni in modo così  armonico da apparire come spontanea vegetazione locale.
Le prospettive disegnate da Gabriella in questo luogo ricordano gli scorci di una antica città oramai disabitata  dove le piante sottolineano i percorsi, dirigendo le visuali verso quelli che erano i luoghi di lavoro di un tempo come le scale scolpite nella roccia, gli antichi attrezzi appesi alle pareti  o gli ambienti angusti , dove gli operai, i cosiddetti “pirriaturi”, riposavano durante il pasto.
 
Nella parte più moderna della cava, dove invece, il lavoro veniva eseguito in modo meccanizzato, utilizzando potenti macchine a disco capaci di incidere con rapidità ed efficacia la roccia, anche la vegetazione cambia d’ aspetto e funzione diventando più fitta e più varia con sprazzi di colore come il rosso degli ibisci e della russelia o il giallo della lantana ed il profumo di zagara ma anche di plumeria, carissa e gelsomino.
Sono luoghi che invitano alla sosta e al riposo, all’ombra delle Jacarande o dei cipressi e alla frescura che si sprigiona intorno al grande ninfeo.
Uscendo dalla cava poi, intorno alla casa padronale e alle diverse case  che, nel residence sono oggi destinate ai turisti, c’è un grande parco a servizio degli ospiti; un’imponente Erytrina caffra li accoglie all’ingresso; una fitta coltre di pini, di Schinus molle, di ficus o di araucarie li protegge dal sole e dall’incessante vento isolano; il rosso fuoco della russelia a bordo piscina  ne delimita il contorno ricordando ai bambini di fare attenzione e le tante specie botaniche sparse lungo i pergolati ne sfidano curiosità e competenza.
 
 
Il “giardino dell’impossibile” , come oramai viene chiamato il Giardino ipogeo di Villa Margherita,  è certamente una delle mete turistiche da non tralasciare a Favignana perché coniuga la bellezza del percorso nel verde al fascino della storia delle antiche cave e del lavoro dei suoi "pirriaturi". 
Gabriella vi accoglierà gentile all’arrivo ma sarà molto restia a descrivere motivazioni, scelte progettuali, specie predilette di un giardino che considera un luogo tutto suo, molto, molto privato; delega perciò, anche per motivi di salute, la visita guidata ad un’amica, Ancilla Finazzi, signora bresciana che da oltre trent’anni conosce l'isola e che da un decennio ha scelto di viverci stabilmente perché innamoratasi della sua storia, delle sue rocce e delle sue cave. Sarà lei che, illustrandovi i diversi processi produttivi ed il duro lavoro dei cavatori, vi farà invaghire di questo luogo dove anche le pietre hanno un’anima che sentirete addirittura cantare se, battendo sulle pietre, avrete orecchie predisposte ad ascoltare.
 
Notizie utili
Al Giardino ipogeo di Villa Margherita si può arrivare in Autobus (linea n.1 dal capolinea) con fermata a Villa Margherita
Costo della visita 20 euro a persona: durata della visita h: 2,30
 
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