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martedì 6 settembre 2016

Plumeria, che passione!

Chiacchierata con Ianì Guarrera sui suoi ibridi di plumeria
Credo che non esista specie da fiore più volubile e capricciosa ma al contempo  più amata e coccolata da chi, nel nostro ambiente, ha la passione di coltivarla, della Plumeria rubra, specie a fioritura estiva diffusa in un’ ampia fascia climatica tropicale che va dall’America centro meridionale al Sud Est asiatico e che anche in alcune zone costiere della Sicilia e del Meridione d’Italia può essere coltivata con successo in vaso, ma anche in piena terra, approfittando del tiepido inverno mediterraneo.
 
Non discuto della capacità di adattamento e delle scarse esigenze colturali delle varietà di plumeria riconducibili al cosiddetto tipo “palermitano” dal fiore bianco e centro giallo e dal profumo fruttato, importata negli anni della Belle époque in Sicilia (se prima a Palermo o a Risposto è ancora oggetto di continue discussioni) e in questi territori perfettamente adattatasi, tanto da divenire pianta di tradizione da tenere in balcone o in giardino come nume tutelare da cui prelevare talee da regalare alle figlie che vanno spose.
Mi riferisco invece alla miriade di varietà ibride dai colori vellutati e cangianti, dai profumi conturbanti (e dai prezzi spesso esorbitanti) che negli ultimi dieci anni sono state prodotte a ritmi forsennati da Thailandia e Hawaii che della plumeria sono luoghi vocati e che di questo fiore ne hanno fatto un business i cui tentacoli hanno raggiunto pure noi. In Sicilia, infatti, diversi vivai si sono specializzati nella radicazione e commercializzazione delle talee di queste nuove varietà multicolor che vendono sul posto o spediscono online consentendo un facile reperimento di novità varietali a chi, avendone la possibilità climatica, vorrebbe possederle tutte, facendone collezione.
Tuttavia i capricci e i dispetti di queste varietà esotiche sono tali che farebbero spazientire anche un santo. Se mettiamo caso, acquisti una talea di 'Shooting star' in fiore, ammaliato dal suo colore, non è detto che la rivedrai fiorire l’anno dopo e probabilmente neanche nei prossimi due o tre anni a venire nonostante le cure invernali, le misture speciali che somministri come concimazione, lo studio delle ore di esposizione ed ogni altra precauzione; solo il caso, il capriccio o una particolare congiuntura astrale faranno si che un’estate all’improvviso la vedrai rifiorire ripagandoti per bellezza e profumo di tanta pazienza.
Per sapere se ho ragione a pensare che per coltivare plumerie ibride ci vuole proprio una grande passione, ho incontrato Ianì Guarrera che le plumerie le adora e coltiva insieme a tante altre specie (tillandsie, begonie, orchidee) e ne possiede una buona raccolta di piante in vaso a Mascali, un paese che si affaccia sullo Jonio a pochi chilometri da Riposto dove la plumeria isolana è diffusamente coltivata.

Nello stretto cortile davanti la casa dove vivono i suoi genitori, in estate si affastellano i vasi delle nuove e delle vecchie acquisizioni di Ianì che ci racconta come è nata la sua passione: “ Ho al momento un centinaio di nuove varietà ibride ma le prime plumerie in famiglia sono arrivate con mia madre che portò con se in questa casa da Riposto, all’età di 14 anni, due piante in vaso di plumeria tradizionale, la classica palermitana a cui si è aggiunta, anni dopo, una sua variante la “Palermo Princess" avuta in regalo da un'amica; sono oggi piante dal fusto oramai lignificato e contorto che vivono in pien’aria da oltre cinquant’anni e non si sono mai perse una stagione di fioritura. Cresciuta tra le plumerie, quando nei vivai ho visto arrivare le prime varietà ibride, mi sono innamorata dei colori e profumi dei loro fiori che in alcune varietà si protraggono per tutta l’estate".
Shooting star
Hai mai registrato problemi di mancata o ridotta fioritura delle tue plumerie?  
"La plumeria tradizionale è una specie adattabile nel nostro ambiente climatico ma queste varietà esotiche soprattutto se, per ragione di costo si comprano talee giovani, poco ramificate, hanno fioriture discontinue e difficilmente prevedibili. Ad esempio, tra le prime rosse che ho comprato c’è la varietà Gina, molto profumata e a crescita compatta che dopo la prima fioritura e fino ad ora, non mi è mai più rifiorita. Quest’anno, probabilmente a causa di un’estate non particolarmente calda  mi è fiorito solo il 30% delle piante della mia raccolta. Secondo me, influisce molto sulla fioritura l’andamento delle temperature estive che devono essere elevate anche di notte; quando, infatti, il tempo è molto caldo ed il sole è velato dall’umidità, le plumerie si sentono ai tropici e fioriscono in abbondanza soprattutto le varietà di origine asiatica. Le piante per fiorire devono, poi, essere in perfetta salute avendo a disposizione un buon terriccio di coltivazione (io uso un mix di perlite, terriccio specifico per piante da fiore e terra da giardino) ed una concimazione spostata sul fosforo e sul potassio piuttosto che sull’azoto che spinge la crescita vegetativa della pianta. Ma tutto si determina su base empirica, non ci sono studi scientifici in merito e non resta che provare e riprovare".
Come le accudisci?
"In genere ritiriamo i vasi in un luogo riparato a fine novembre, ma alcune piante vengono lasciate fuori proteggendo gli apici vegetativi con gusci d'uovo o con coppetti di carta o di tnt ; a tutte le piante non diamo più acqua fino al risveglio vegetativo che avviene, generalmente, in aprile (si vede dagli apici che cominciano a  diventare di colore verde-rossastro);  è questo il momento in cui porto i vasi fuori,  temperature permettendo, e comincio a dare acqua gradualmente, considerando che con le plumerie è meglio niente che tanta; quando le foglie nuove sono cresciute un paio di cm allora si incrementa la razione di acqua fino ad arrivare alla quasi quotidianità. Il concime lo distribuisco quando ci sono almeno due foglie grandi e ben aperte, poi proseguo con somministrazioni ogni 20 giorni. Nonostante le mie cure quest’anno non sono fiorite 'Aztec gold', 'Aussie pink' che è stata meravigliosa per due anni ma quest’estate non ha fatto neanche un fiore, forse perché in inverno non le ho riparato gli apici vegetativi e neanche la 'Pozzallo pink'; ma io anche in assenza di fiori mi consolo con il fogliame che ad esempio è bellissimo in alcune varietà come 'Abigail', 'Kao mongkon' ,' Dwarf siam yellow' dalla foglia arricciata  o la 'Gold marble' a foglia o variegata". 
"Le difficoltà non mi scoraggiano e quando posso incremento la mia raccolta scegliendo “a pelle” o per il colore (rosso, rosa, fucsia sono i colori che prediligo ma ho anche il giallo e le tricolor) o per il profumo (ho una talea di una tricolor molto rosata dai fiori bellissimi che è stata denominata “pesca” dal vivaista che me l’ha venduta che ne esprime perfettamente l’odore) o ancora per il portamento o per la forma delle foglie, la loro lucentezza o la particolare tomentosità dei fusti".

Come ti procuri le varietà che ti interessano?
"Ci sono in Sicilia molti vivaisti che si sono specializzati in plumerie ma il mercato è diventato così caotico che può succedere che una stessa varietà venga commercializzata in posti o in cataloghi diversi con nomi diversi, ad esempio la varietà venduta in vivaio come 'Red pendulat' viene chiamata anche ' Francesca 'o 'Pozzallo pink' o, ancora, la 'Shooting star'  è nota anche come 'Som raya'.
Red pendulat
Mi è successo poi che acquistando talee non ancora fiorite per cercare di risparmiare, al momento della prima fioritura ho avuto la sorpresa di ritrovarmi con varietà diverse da quella che pensavo di avere acquistato, per esempio ho molto desiderato una 'Som chanigka 'ma al momento della fioritura il tarocco che mi è stato rifilato non le assomigliava per niente e ancora, acquistando online una plumeria 'Lutea' mi è stata spedita una 'Jamesonii'; insomma una grande confusione".
Queste difficoltà, dimmi la verità, hanno messo un poco in crisi la tua passione per le plumerie?
"No, affatto,  perché a fronte di alcune oggettive difficoltà di fioritura ci sono state anche tante soddisfazioni, ho una pianta di Plumeria stenopetala che è la mia macchina da guerra che produce scapi fiorali  in continuazione. 
Ed ho avuto belle fioriture di 'Som garasin',  'Abigail', 'Moonlight', 'Shooting star', 'Wako', 'Sexy pink', 'Cerise', 'Etna', 'Red pendulant' , 'J105', 'Gold marble'. Mi posso perciò ritenere soddisfatta. Un cosa è certa, non sono disposta a spendere cifre da capogiro per possedere esemplari adulti, molto ramificati che hanno maggiore propensione a fiorire e non ho la frenesia del collezionista perché la mia passione per le plumerie non voglio che diventi una malattia".

"Ianì, non sarai ancora affetta da grave malattia ma, a giudicare da come racconti e descrivi le tue piante, i sintomi premonitori della sindrome che prende l’appassionato coltivatore, perso dietro le fioriture delle sue bizzose plumerie, mi sembrano già chiari ed evidenti".

Vivai specializzati: Sun Island nurcery; Chersoneso piantePlumeria Previti; Plumeria shop
Altri vivai: Torre Vivai; Piante tropicali di Massimo Sallemi.; Piante tropicali Fabio Maio;  Vivai Lo Porto
 

sabato 13 agosto 2016

Il giardino dell'impossibile e la pietra che canta

A Favignana il giardino ipogeo di Villa Margherita 
Favignana è la più grande e conosciuta isola delle Egadi, situata ad un tiro di schioppo dai porti di Trapani e Marsala che la collegano, in breve, alla terra ferma con navi ed aliscafi; rispetto a Levanzo e Marettimo è quella delle tre che ha un servizio di autobus interno e nella quale ha un senso portare la macchina per raggiungere i luoghi balneari anche se i più preferiscono arrivare con l’aliscafo ed affittare biciclette e motorini con i quali scorrazzare in libertà tra strade polverose, spazzate dal vento.
A Favignana c’è da visitare: l’ex stabilimento Florio delle tonnare di Favignana e Formica, oggi ristrutturato e fruibile; splendidi posti di mare, come Cala Rossa, Cala Azzurra  o Cala del Bue Marino dove, vento e correnti permettendo, è possibile fare bagni memorabili; per i ragazzi sotto i trent’anni è il luogo delle Egadi dove la sera c'è movimento, c’è vita.
Se oggi è il turismo a muovere l’economia favignanese, nel passato la pesca del tonno e la sua lavorazione erano la principale occupazione; la tonnara ed il suo stabilimento di produzione del tonno in scatola fino agli anni cinquanta dello scorso secolo impiegavano oltre trecento persone, metà delle quali erano donne, in un paese che arrivò a contare oltre settemila abitanti contro i tremila attuali.
Con il crescere della popolazione, aumentando le esigenze abitative, si cominciarono a costruire case utilizzando la pietra locale, estratta sin dalla prima fondazione del paese avvenuta alla metà del seicento, quando divenne proprietario di tutto l’arcipelago delle Egadi il conte genovese Camillo Pallavicino.
Foto della Mostra fotografica sulle cave di arenaria all'Ex Stabilimento Florio
Partendo dalla costa orientale dell’isola l'estrazione si estese via via nella zona di Favignana chiamata “la Piana”, che si sviluppa in direzione nord est;  è solo in questa parte dell’isola, infatti, che è presente la calcarenite, una roccia sedimentaria incrostata di fossili marini, resistente, termoisolante e facile da lavorare; una roccia che canta , come dicevano i vecchi cavatori, se estratta e lavorata con passione.
Fino alla metà del secolo scorso si contavano a Favignana oltre 200 cave che rifornivano Trapani, Marsala ma anche Palermo dove, ad esempio, il tipico “cantuni favignanese” venne utilizzato per la costruzione del Teatro Massimo. L’attività di estrazione continuò alacremente sino a che, dopo la seconda guerra mondiale, l’avvento dei mattoni forati soppiantò completamente i “cantuni isolani”, decretando il declino di questa attività economica. Oggi a Favignana è aperta una sola cava che lavora praticamente su ordinazione per lavori di ristrutturazione e restauro ma il territorio della “piana” è ancora costellato di cave a cielo aperto abbandonate i cui cunicoli e camminamenti sono stati riconquistati da vegetazione spontanea o più spesso usati come ricettacolo di materiale da risulta.
  Il giardino
Tratto dal sito
E’ in questo contesto che nasce il Giardino di Villa Margherita realizzato da Maria Gabriella Campo e da suo marito, ingegnere ed imprenditore isolano, a partire dal 1967, anno in cui su un terreno esteso appena 2000 mq, avuto dal padre, realizzarono un prefabbricato come base d’appoggio per trascorrervi le vacanze; foto scolorite dell’epoca mostrano Gabriella davanti la loro casa circondata da grandi cespi di margherite bianche che daranno il nome alla proprietà.  La passione per le piante ed il primo nucleo del giardino cominciano a delinearsi in questi anni quasi come una sfida alle convenzioni isolane che consideravano velleitario  privilegiare l'impianto di specie da fiore rispetto alla tradizionale coltivazione di  piante utili da frutto e da orto. Piante coltivate per il gusto del bello, scelte sull'onda dell'emozione suscitata da un colore, dal fogliame o dal portamento, reperite con grande difficoltà in mercatini locali o nelle fiere perché in quegli anni a Favignana non esistevano vivai di piante da giardino.  Ma sarà a partire dal 1987, con l’acquisizione di un lotto di terreno limitrofo esteso oltre tre ettari, pianeggiante intorno alla casa ma, per circa metà della superficie, costituito dai resti dismessi di una vecchia cava a cielo aperto,  che la voglia di "fare giardino" in questo contesto diventerà l'obiettivo di una missione ritenuta dai più impossibile.
Che fare della cava dismessa? Superando le perplessità familiari Gabriella ne comincia l'opera di pulizia con lo svuotamento da cumuli di detriti e l’eliminazione della vegetazione infestante e grazie anche alla disponibilità d'acqua dovuta al reperimento di una falda sotterranea inizia a svolgere un solitario, lento, faticoso, ma gratificante recupero  che a poco a poco trasformerà la cava in un giardino.
E’ il periodo dei viaggi in terra ferma, a Trapani o a Palermo ma poi anche in Italia e all’estero, in Brasile, con le valigie o la macchina sempre stipate di nuove acquisizioni botaniche scelte sull’onda della pura emozione che forma e colore le sanno ispirare.
Molte piante, soprattutto nella parte più antica della cava, dove la pietra veniva estratta a mano,  scalpellando la roccia con arte e strumenti antichi, sono quelle tipiche della flora agraria  siciliana insieme a quelle della flora spontanea o naturalizzata dell’ambiente mediterraneo: carrubi, agrumi, fichi, olivi ma anche lentisco, chamaerops, phoenix, agavi, euphorbie, oleandri, ficus,  cresciuti negli anni in modo così  armonico da apparire come spontanea vegetazione locale.
Le prospettive disegnate da Gabriella in questo luogo ricordano gli scorci di una antica città oramai disabitata  dove le piante sottolineano i percorsi, dirigendo le visuali verso quelli che erano i luoghi di lavoro di un tempo come le scale scolpite nella roccia, gli antichi attrezzi appesi alle pareti  o gli ambienti angusti , dove gli operai, i cosiddetti “pirriaturi”, riposavano durante il pasto.
 
Nella parte più moderna della cava, dove invece, il lavoro veniva eseguito in modo meccanizzato, utilizzando potenti macchine a disco capaci di incidere con rapidità ed efficacia la roccia, anche la vegetazione cambia d’ aspetto e funzione diventando più fitta e più varia con sprazzi di colore come il rosso degli ibisci e della russelia o il giallo della lantana ed il profumo di zagara ma anche di plumeria, carissa e gelsomino.
Sono luoghi che invitano alla sosta e al riposo, all’ombra delle Jacarande o dei cipressi e alla frescura che si sprigiona intorno al grande ninfeo.
Uscendo dalla cava poi, intorno alla casa padronale e alle diverse case  che, nel residence sono oggi destinate ai turisti, c’è un grande parco a servizio degli ospiti; un’imponente Erytrina caffra li accoglie all’ingresso; una fitta coltre di pini, di Schinus molle, di ficus o di araucarie li protegge dal sole e dall’incessante vento isolano; il rosso fuoco della russelia a bordo piscina  ne delimita il contorno ricordando ai bambini di fare attenzione e le tante specie botaniche sparse lungo i pergolati ne sfidano curiosità e competenza.
 
 
Il “giardino dell’impossibile” , come oramai viene chiamato il Giardino ipogeo di Villa Margherita,  è certamente una delle mete turistiche da non tralasciare a Favignana perché coniuga la bellezza del percorso nel verde al fascino della storia delle antiche cave e del lavoro dei suoi "pirriaturi". 
Gabriella vi accoglierà gentile all’arrivo ma sarà molto restia a descrivere motivazioni, scelte progettuali, specie predilette di un giardino che considera un luogo tutto suo, molto, molto privato; delega perciò, anche per motivi di salute, la visita guidata ad un’amica, Ancilla Finazzi, signora bresciana che da oltre trent’anni conosce l'isola e che da un decennio ha scelto di viverci stabilmente perché innamoratasi della sua storia, delle sue rocce e delle sue cave. Sarà lei che, illustrandovi i diversi processi produttivi ed il duro lavoro dei cavatori, vi farà invaghire di questo luogo dove anche le pietre hanno un’anima che sentirete addirittura cantare se, battendo sulle pietre, avrete orecchie predisposte ad ascoltare.
 
Notizie utili
Al Giardino ipogeo di Villa Margherita si può arrivare in Autobus (linea n.1 dal capolinea) con fermata a Villa Margherita
Costo della visita 20 euro a persona: durata della visita h: 2,30
 

martedì 12 luglio 2016

Il giardino di Vera

Tra le tante definizioni di giardino che mi è capitato di leggere ed annotare ce n’è una che mi pare descriva bene il giardino che vi voglio raccontare; si tratta dall’incipit del libro di Umberto Pasti “Giardini e no”: “Un giardino è un luogo dove l’uomo coltiva alberi, cespugli, fiori ed ortaggi per suo uso e diletto. Il giardino somiglia a colui che lo ha ideato”. Ed infatti visitando il giardino di Vera che è anche un poco orto, un poco roseto ma pure frutteto e vigneto, si colgono molti aspetti del carattere di chi lo ha realizzato: razionalità, tecnica, ordine, da un canto ma, al contempo, un’impronta romantica e sognatrice dall'altro, in una miscela di competenze ed emozioni che derivano dall’essere, Vera, un agronomo che conosce ed applica le più innovative tecniche di coltivazione, sperimentate nei campi della Facoltà di Agraria presso cui lavora e che trasferisce alle produzioni agricole che realizza sul suo piccolo fazzoletto di terra;  ma anche collezionista competente di ortensie e di rose, giardiniera curiosa di provare e sperimentare arbusti da fiore comprati in giro per vivai o di ripescare vecchie specie ornamentali un tempo diffuse nei giardini siciliani padronali.
Nel giardino convivono perciò, in un felice connubio, il pragmatismo della tecnica agricola ed il sentire romantico di chi ha sognato i paesaggi inglesi sui libri della Austen; ha letto tutto della Sackville-West e immagina di poter trasformare il suo buen retiro siciliano in un cottage garden all’inglese. Con grande difficoltà e perseveranza, aggiungo io, perché il giardino di Vera è assai lontano dalle brume inglesi  trovandosi in Sicilia nel comune di Linguaglossa, paese pedemontano alle falde dell’Etna, famoso sia per le fitte pinete un tempo sfruttate economicamente per l’estrazione della resina, che per il vino Etna DOC ottenuto da vigneti autoctoni (Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio) impiantati sui terreni vulcanici. E’ un luogo di dolce campagna alla periferia del paese dove le macchie spontanee di roverella e ginestra fanno da confine agli sparsi coltivi, con l’Etna, sullo sfondo che modula una inquietante colonna sonora  fatta di ininterrotti boati e borbottii.
Vera come è cominciata la storia del tuo giardino?
“Dopo avere ricevuto in regalo dai miei genitori questo vigneto, impiantato da mio nonno, io e mio marito abbiamo dovuto lavorare sodo per recuperare le piante in abbandono e i danni provocati da incendi che avevano colpito la proprietà partendo dalla boscaglia intorno. Fedele al motto che “la campagna deve dare frutto” ho cominciato a piantare tutto quello che dalle nostre parti è uso coltivare per il consumo familiare, avendo come limite la superficie che è poco più di un ettaro e la scarsa disponibilità idrica che ci fa penare in estate nonostante la presenza di un pozzo ed una condotta idrica di servizio; abbiamo impiantato olivi, un piccolo vigneto, fichi d’india, noccioli, alberi da frutto ed un piccolo orto.
Il fondo non è servito da corrente elettrica per cui, pur avendo riattato una casetta per tenere gli attrezzi da lavoro e per riposare, godendoci i tramonti sull’Etna, appena fa buio ce ne torniamo a casa che dista solo dieci minuti di strada in macchina”. 
"Mio marito, che è in pensione viene tutti i giorni e si dedica all’orto ed al frutteto mentre io, che ogni giorno faccio la spola Linguaglossa - Catania per il mio lavoro all’Università, trascorro qui, tutto il mio tempo libero nel fine settimana".
Adotti tecniche di coltivazione particolari?“La mia prima regola di coltivazione è cercare di ridurre gli input esterni, facendo interventi mirati; i primi anni non volevo neanche sfalciare l’erba ma con le graminacee il rischio di incendio è troppo alto; non lavoriamo il terreno ma passiamo una sola volta  la falciatrice dopo che le specie spontanee sono andate a fiore lasciando però i residui al suolo con un effetto pacciamante. Al posto del prato abbiamo fatto crescere il trifoglio ed in primavera è tutto un ronzare di api che fanno incessantemente la spola”. Ed in effetti camminare tra le balze dei muretti a secco che degradano vero il boschetto di roverelle è, da Vera, un’esperienza sensoriale per il profumo che si sprigiona ad ogni passo calpestando piante spontanee di nepetella e di menta selvatica.
Mi racconti del tuo interesse per le ortensie e le rose? 
"La mia passione per le ortensie precede quella per le rose che è sopraggiunta in un secondo momento; ho cominciato a coltivare le ortensie in vaso comprando le varietà che più mi piacevano da vivai specializzati come Borgioli o Anna Peyron; d’inverno le tenevo al sole nel cortile di casa per spostarle all’ombra in estate; poi cinque anni fa, quando abbiamo cominciato a sistemare la campagna, le ho messe in piena terra cercando per loro un posto che fosse ombreggiato, ma non troppo, lungo il confine a ridosso del bosco".
"Amo le ortensie è ne ho tante varietà sia di Hydrangea macrophylla (Hanabi, Otaksa’, Izu no hana; Ayesha , Green Shadow, Etoile Violette, Jogasaki) che di Hydrangea paniculata (Annabelle) e di Hydrangea quercifolia (Snowflake). Il problema colturale delle ortensie è che vogliono molta acqua; ho previsto per loro un impianto di irrigazione a goccia ma a dirla tutta cerco di abituarle alla parsimonia".
"In inverno tolgo tutti i fiori e le accorcio un bel po’ e siccome mi dispiace buttare via i rametti, ne faccio talee che distribuisco in vari angoli della campagna".


Come sei arrivata a coltivare rose?
"Appassionata di ortensie, alle rose non avevo mai pensato anche perché io coltivavo in vaso e le rose non sono adatte a questo tipo di coltivazione. Quando cinque anni fa ho potuto disporre della campagna ho cominciato a fare i primi esperimenti partendo con due ibridi di Rosa wichuraiana, 'Albertine' ed 'Aloha' e ho continuato sino ad oggi a provare scegliendo soprattutto tra le rose botaniche ed antiche che hanno una sola fioritura primaverile ed i fiori profumati o anche tra le rose moderne, rifiorenti, ma con i fiori dal carattere antico".




"Ho distribuito rose lungo le recinzioni e sul muro della casa, vicino al pozzo, nell’aiuola ad archi , nella pianura sotto il ciliegio o nel giardino dei susini, in testa al vigneto o ai lati dell’ingresso principale provando più di una dozzina di specie (R. weichuraiana, R. bracteata, R. Noisette, R. alba, R. gallica, R moschata, Rose Bourbons, R. Portland, R. damascena, R. banksiaea, R. cinese, R. sericea pteracantha, R. rugosa, R. roxburghii ‘plena’ e molti ibridi di rose moderne per un totale di oltre ottanta varietà".

Hai qualche vivaio di riferimento?
"Ho fatto tante prove perché nel nostro clima non tutte le specie e le diverse varietà che sono dichiarate potenzialmente adatte hanno avuto una buona riuscita. Ho comprato rose da Mondorose ('Albertine', 'Aloha', 'Belle Vichyssoise', 'Costance Spry', 'Canary bird') da Rosebacche ('Aimée Vibert', 'Duchesse d’Angoulême') da Novaspina, ('Compassion', 'Irene Frain Masirfa', 'Parc de Maupassant', 'Vertigo' ) da Nino Sanremo ('Great Maiden’s Blush 'o Cuisse de Nimphe; R. banksiae 'Purezza'), dal vivaio La Campanella e tra i vivai stranieri ho acquistato da Meilland e dal catalogo di David Austin". 
Quali sono le tue rose preferite?
"Scelgo sempre rose che abbiano tonalità del bianco, del rosato o per contro, del rosso accesso mentre non ho neanche una rosa gialla. Le rose antiche sono le mie preferite perché anche se effettuano una sola fioritura questa è sempre molto abbondante e per profumo e forma del fiore trovo queste rose insuperabili.
Tra le rose che mi hanno dato maggiore soddisfazione: 'Costance spry', una rosa moderna di David Austen che non è rifiorente ma fa una fioritura eccezionale per abbondanza di fiori dal profumo non molto intenso; forma un grande arbusto, con un vigore terribile; è una rosa bella che ricaccia sempre dal basso e che sto guidando a ricoprire un archetto essendo una rosa climber i cui rami si possono piegare; è una rosa sicuramente adatta al nostro clima.

'Albéric Barbier' è un ibrido di Rosa wichuraiana che ho messo a ricoprire un muro a secco lungo il confine ad est; ha un bel fogliame lucido che si stende sul pietrame in modo lussureggiante. I fiori, che si aprono in boccioli appuntiti di colore giallo chiaro, sono doppi, un poco quartati e ricordano le gardenie, con un profumo dolce ma lieve.
'Purezza', un ibrido di Rosa banksiae che sto facendo arrampicare sul pergolato davanti al pozzo; ha mazzi di fiori stradoppi di un bianco puro, senza spine come è caratteristica delle rose banksiae; la bellezza dei fiori si fa perdonare l’assenza di profumo. 'Mme Isaac Pereire' del gruppo delle Rose Bourbons, è tra le rose più profumate che esistono ed è anche coltivata per ottenerne l'essenza; l ‘ho sistemata nella pianura vicino ad un albero di fico che le fa mezz’ombra; ha grandi fiori, pesanti di un colore che va dal cremisi chiaro brillante, al rosso lampone".
"Pierre de Ronsard',  una moderna che ha il fiore dalla forma antica di un delicato color rosa tenue".
"Di altre, invece, da cui mi aspettavo mirabilie ho avuto al momento solo delusioni come 'Mme Alfred Carriére' che è tre anni che l’ho messa a dimora ma non è cresciuta gran che o 'Mayor of Casterbridge' di Austin che viene descritta come rosa profumatissima che sviluppa in pochi mesi rami fino a tre metri di lunghezza ma che da me ha fatto una crescita ed una fioritura meschina".
Come immagini il tuo giardino tra qualche anno?
"Non vedo l’ora di vedere crescere tutte le piante che in questi anni ho messo a dimora; comincerò così a fare ordine selezionando solo le specie e le varietà che si sono meglio ambientate nel nostro clima dove l’estate tutto si ferma. Ma ho ancora tanti progetti e tanti acquisti da fare per la prossima stagione  perché ho molte ortensie e rose da provare ma anche arbusti da fiore, fruttiferi, ortive.."
 
Non mi resta che aspettare la primavera  per vedere le novità programmate da Vera  ma questo luogo, un poco campagna ed un poco giardino è così gradevole in ogni stagione che, trascorsa  l'estate, non mi farò   mancare di certo  l'occasione per un nuovo ritorno.


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