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lunedì 12 settembre 2016

Nella vita voglio fare come il finocchio di mare

Quando finisce l’estate e devo tornare a scuola a lavorare mi prende sempre un blocco intestinale al solo pensiero di dovere insegnare a ragazzini che spesso non mi stanno neanche a sentire e che non posso non dico sgridare ma anche solo sfiorare con uno sguardo di severa riprovazione. Stasera pensando a come sarà domani a scuola vorrei essere un finocchio di mare come quello che ho visto ieri crogiolarsi al sole di fronte all'acqua verde blu del Golfo di Aci. Spensierato, deresponsabilizzato, il finocchio di mare se ne stava adagiato sulle rocce incoerenti di lava nera, con il solo scopo di godersi il sole ed aspettare l’arrivo degli spruzzi di sale tra le foglie. E’ passata l’estate e domani me ne andrò a lavorare ma non c'è dubbio che, in un'altra vita, voglio fare come il finocchio di mare.
Il finocchio marittimo, botanicamente  Crithmum maritimum,  è una specie pioniera tipica delle coste rocciose  del bacino del Mediterraneo dove forma una vegetazione bassa, pulviniforme, localizzata nelle aree più esposte, fronte mare, soggette a condizioni estreme, sia per l’aerosol salmastro che per il suolo che è incoerente ed arroventato dal sole.

La specie è una perenne erbacea, con la sola base legnosa, facilmente riconoscibile per i fiori ad  ombrelle,  con raggi robusti  e petali poco appariscenti  di colore giallo verde. I frutti sono ovali con costole marcate colore giallo o rossiccio.
Le foglie sono carnose, lanceolate, aromatiche e sono eduli anche se il sapore non è gradito a tutti perché molto forte e dal gusto salato; si utilizzano le cime fogliari  quando sono ancora tenere, prima della fioritura, preparandole generalmente sott’aceto; alle isole Eolie  un ciuffetto di foglie di  finocchio marittimo entra  nella composizione del famoso pesto all'eoliana.

mercoledì 24 giugno 2015

Capperi e cucunci

Quando ero ragazzina, al seguito di mio padre e dei miei zii che essendo insegnanti e, mio zio, medico della mutua, non avevano un gran che da lavorare, ogni pomeriggio nel dopo pranzo si usciva con una vecchia dauphine e i cani andando in giro per le campagne d’intorno a cercare qualcosa da raccogliere.
Che cosa, direte voi?
Ma, ogni stagione aveva la sua “cerca” che in genere cominciava in agosto con l’arrivo delle prime piogge che facevano spuntare i porcini; poi in ottobre e novembre si andava a prataioli o si raccoglievano pere d’inverno in un campo abbandonato vicino Barrafranca; in dicembre si faceva cicoria e funghi di ferla; in gennaio cercavamo narcisi; in febbraio spugnole e anche quando non c’era niente di edule da cercare si usciva lo stesso per andare a raccogliere lana di pecore sbadate che ad ogni passaggio di qua e di la dai recinti lasciavano impigliato al filo spinato metà del loro vello.
In primavera si raccoglievano asparagi e anemoni e poi di nuovo funghi. Ogni uscita era per me appassionante ma con l’avvicinarsi dell’estate il mio entusiasmo nel seguire le cerche parentali subiva un brusco affievolirsi. In luglio, infatti, nel momento più caldo dell’estate, che in Sicilia è tutto dire, alle tre del pomeriggio si partiva per Agira alla cerca di capperi e cucunci.
Il cappero spontaneo ha la pessima abitudine di crescere abbarbicato su impervie pareti di roccia dove solo capre e pastori hanno voglia e modo di andarlo a cercare e raccogliere. Sotto il picco del sole, trovata una pianta adatta alla raccolta, se ne dovevano piluccare i boccioli fiorali (sono questi i capperi) che questa strana pianta mediterranea, dal portamento cespitoso e lunghi rami flessuosi e ricadenti, produce in quantità. 
E non bastava una sola uscita per fare adeguata scorta casalinga di cappero da fare sotto sale, perciò, individuata la zona di raccolta, si doveva dopo qualche giorno ritornare per ripassare le piante precedentemente visitate e raccogliere la nuova produzione di boccioli sperando che nel frattempo i fiori non si fossero aperti.
Ogni fiore di cappero, si sa, è un cappero mancato ma è anche un cucuncio in divenire; i cucunci infatti sono i frutti del cappero che seguono la fioritura e che vanno raccolti in agosto in una coda di cerca appositamente organizzata.
Con il prezioso e sudato bottino, di ritorno a casa, capperi o cucunci si mettevano sotto sale, prima in un contenitore dove venivano fatti spurgare per giorni, poi in barattoli di vetro per la conservazione definitiva.
Nelle isole siciliane, vista la fatica di cercarlo e raccoglierlo in natura, il cappero è stato domesticato da epoche remote facendone una vera e propria produzione agricola.
Cespugli dai tronchi ingrossati e contorti, tenuti bassi da ripetute potature, vengono coltivati in piccoli poderi dove da maggio ad agosto operatori, generalmente extracomunitari, passano a più riprese per effettuare la raccolta. Bisognerebbe spiegarlo ai bambini quanto lavoro e sudore c’è dietro un piccolo cappero, eviterebbero così di  protestare: “Che schifo, mamma, perché ci  hai messo i capperi!" scartandoli uno ad uno dall’insalata di pomodori.
 
Di capperi ne ho parlato anche qui
 

martedì 14 aprile 2015

"Scatti naturali" di Michele Torrisi

Lo sguardo affettuoso  di un fotografo per la piccola fauna e la vegetazione spontanea siciliana
Conosco Michele da quando, l’anno scorso, mi ha molto aiutata nel portare a termine il mio progetto Verde Meridionale, un blog a più voci che per un anno ha pubblicato un’immagine al giorno di flora spontanea, ornamentale o agricola che solo al Sud si può trovare.
Ci siamo conosciuti così, entrambi innamorati della natura siciliana, perlustrata e fotografata, io con l’occhio rivolto ai giardini ed all’esotico, lui più interessato alla flora spontanea ed ai suoi piccoli, molteplici ospiti (coleotteri, farfalle, pettirossi, ramarri, bruchi).
 

Ci siamo tenuti poi in contatto per svolgere uscite naturalistiche nel corso delle quali, ho potuto constatare come, anche nelle escursioni, ognuno manifesta la propria indole: io, che non ho per niente spirito d’osservazione, stabilita una meta cerco di raggiungerla senza distrarmi lungo il percorso, Michele invece, che non ha fretta di arrivare, si ferma di continuo ad osservare; così ha occhio per guardare ogni più piccolo insetto in volo o di scovare, nascosta tra mille, la specie botanica rara che il suo obiettivo con pazienza riesce a fermare in immagini spontanee e delicate.
Ci siamo infine rivisti questo fine settimana a Valverde presso il Vivaio di Francesco Borgese ed Ester Cappadonna in occasione dell’ evento culturale “Ciuriciuri a Valverde” dal titolo “Dal giardino naturale al giardino diffuso” che tra le tante iniziative messe in campo ha organizzato una mostra fotografica di Michele dal titolo “Scatti naturali”.
Foto belle, colori solari ed uno sguardo attento ai particolari. Guardando e commentando insieme le sue foto abbiamo cominciato a chiacchierare di come e quando si sia manifestato il suo talento di fotografo che guarda con occhio curioso ciò che gli sta intorno.
Michele, quando hai cominciato a coltivare la passione per la fotografia?
Ho avuto la prima macchina fotografica, una Comet Bencini compatta, che avevo 15 anni, niente di che ma mi ci divertivo; io, che sono nato nel 1946, ho cominciato presto a lavorare con mio padre che era fabbro; non mi lasciava mai un momento libero ma a me la fotografia piaceva molto e con quei quattro soldi che avevo in tasca compravo le pubblicazioni di  Epoca  con i racconti di avventura di Walter Bonatti; vedevo natura, vette e fiordi e sognavo attraverso le foto di vederla anch’io. Mi comprai poi una Voigtlander usata, sempre ad ottica fissa e nel 1972 ho comprato la prima reflex Canon. Mi piaceva fotografare istanti di vita del mio paese, Valverde, e tutte le piante spontanee che vedevo nelle campagne intorno, sull’Etna; gli amici mi chiedevano di fotografare i loro matrimoni e così, fotografando dimenticavo le fatiche del lavoro di fabbro portato avanti per oltre quarant’anni.

Quali erano i tuoi soggetti preferiti?
Mi è sempre piaciuta la natura ed in particolare sono molto appassionato di orchidee spontanee che in Sicilia sono tante; prima non avevo molto tempo per fotografare ma da quando sono andato in pensione ho potuto coltivare come volevo questo mio hobby. Mi sono dotato di una buona attrezzatura digitale e perlustrando il territorio siciliano dall’Etna ai Nebrodi, ai Peloritani ho messo insieme una buona collezione fotografica.
 
Sei soddisfatto dei risultati ottenuti?
Inizialmente non come avrei voluto perché all’emozione che provavo nel realizzare un buono scatto non si accompagnava la soddisfazione di sapere dare un nome ad ogni pianta o farfalla ritratta. Al mio paese nessuno aveva conoscenze naturalistiche tali da darmi aiuto e sentivo che mi mancava qualcosa.

Come è andata allora?
Un giorno vengo a sapere che sul web si è costituito un gruppo Facebook chiamato Flora Spontanea Siciliana, iscrivendosi al quale si potevano inviare le proprie foto di specie spontanee innominate alle quali gli amministratori del gruppo, tutti esperti botanici, avrebbero provveduto a darne identificazione.

Quante cose ho imparato da quando mi sono iscritto al gruppo! Dare un nome alle specie fotografate, capirne così l’importanza, la rarità, le peculiarità botaniche mi ha dato tanta soddisfazione. Ho avuto anche modo di conoscere alcuni degli amministratori, fare escursioni con loro e la vita si è riempita di interesse. Partire a caccia della Woodwardia radicans scarpinando su per un canalone peloritano o riuscire a fotografare al lago Biviere Utricularia australis,  specie dell’unico genere di piante carnivore in Sicilia, o mettere a fuoco i piccolissimi fiori di Cephalanthera rubra, o ritrovare al bosco di Malabotta un raro esemplare di Scrophularia scopolii è sempre stata una grande emozione.
Utricularia australis
Quale è la specie che avresti voluto fotografare ed ancora non ti è riuscito di fare?
Sono tante le specie che vorrei fotografare e che mancano nel mio erbario fotografico, mi manca ad esempio  Atropa belladonna che sto ancora cercando insieme con diverse piante di specie sicula come Vicia sicula e Erica sicula o ancora  Petagna gussonei della quale ho solo le foglie basali mentre mi manca il fiore e poi Malva agrigentina che ho già fotografato ma la pianta era un poco sfiorita. Praticamente non ho tempo, ogni domenica sono in uscita e mi prende la smania perché so che molte piante non riuscirò mai a fotografarle.
  
Sei soddisfatto di come è andata la mostra "Scatti Naturali"? 
Sono soddisfatto della mostra perché ho parlato con tante persone di fotografia e piante spontanee ricevendo molti consensi.

Ero sicura che la mostra sarebbe stata un successo perché gli scatti di Michele sono teneri, affettuosi, partecipi di piccoli momenti di vita naturale. C'è solo da imparare con lui: la tecnica fotografica da vero artista, la voglia di studiare, capire, approfondire; la grande curiosità che lo fa cercare; la passione per la natura della sua terra che lo porta continuamente a girare. 

 

mercoledì 10 settembre 2014

Una bordura mediterranea

La scelta di chi se ne intende

Domanda
Ciao Marcella, mi puoi suggerire piante perenni da inserire in un'aiuola di tipo mediterraneo? Ho recuperato una striscia di terreno e adesso vorrei mettere a dimora delle piante; considerando che è in zona non ricca di acqua, preferirei piante autoctone della macchia mediterranea ed essenze aromatiche. Tuttavia temo di fare pasticci nella disposizione e nella scelta, l'idea era di creare non una bordura uniforme, ma alternare alto e basso, lasciando la sensazione di flora spontanea. Il terreno è in zona costiera in un appezzamento con terrazzamenti in collina, nel palermitano. Grazie anticipatamente
Risposta
L’utilizzo in giardino di specie della flora mediterranea è un argomento che ritengo di grande attualità visto il numero di convegni, libri, vivai specializzati che di flora mediterranea a scopo ornamentale si occupano. La ricerca di specie rustiche, poco esigenti in fatto di fabbisogno idrico, capaci di auto propagarsi e che richiedano poca manutenzione costituisce, infatti, un’esigenza sempre più sentita dai moderni giardinieri.
Ho pensato, per la risposta, di sottoporre il quesito ad un gruppo di amici a vario titolo esperto di flora mediterranea ornamentale chiedendo loro di indicare le specie autoctone e le aromatiche che a loro giudizio sarebbero le più appropriate per dare un aspetto spontaneo ad un angolo di un giardino posto nel cuore del Mediterraneo.

Elisabetta Pasanisi
Chi è : “…La vita mi ha portato ad abitare in provincia di Taranto in un lembo di terra adiacente alle Gravine, dove ho creato e curo un giardino di macchia mediterranea spontanea, nato fra reperti archeologici e piccole cave di tufo del XIV sec, (www.zoccate.it)”
 
 
Per la striscia del giardino bisognerebbe sapere se è piana, scoscesa o a terrazzamenti già definiti, quanto è larga e quanto lunga, se completamente brulla, ombreggiata o soleggiata. Senza queste informazione è difficile dare consigli adeguati. Comunque di essenze mediterranee ce ne è tantissime, aromatiche, fiorifere, graminacee, arbustive (da me sono tutte spontanee, scelgono loro il punto dove nascere e quando sono un po' cresciute si armonizzano a meraviglia, io devo solo averne cura. I lentischi sono i miei preferiti, accostati alle salvie, al timo e ai rosmarini regalano una gamma sorprendente di verdi. In mezzo alle loro chiome, alte e basse, spuntano, nelle varie stagioni, cespuglietti di lino azzurro, trifoglio bituminoso, scabiosa, stipa tenue, nigella, dianthus, crupina. Le piante verdi si trovano facilmente nei vivai; delle fiorifere che ho nominato ne raccolgo i semi e li risemino vicino alle piante madri per infoltire.


Lidia Zitara
Chi è: calabrese, illustratrice, autrice di libri molto amati tra i cultori del verde, anima di un blog di successo (Giardinaggio irregolare) così da lei stessa descritto: "Questo blog è nato sotto la spinta del desiderio di ribellione al comune sentire in materia di giardini e giardinaggio. Se vi va, buona lettura".
  “La prima pianta mediterranea che mi viene in mente, e con la quale si potrebbero fare non uno ma mille giardini tutti diversi, è l'euforbia dalla più piccola alla più grande, è la pianta "master" attorno alla quale le altre devono lavorare. O può essere la "filler" che lavora attorno alle altre. È impensabile fare un giardino asciutto senza le euforbie.  
Tutti amano il lentisco. Io non ci vado esattamente pazza, ma bisogna ammettere che come siepe sempreverde e compatta, a bassissima richiesta idrica, capace di dare volumi anche insoliti con potature originali (originali, non le classiche topiarie), è insostituibile. Anche il terebinto non è male. Per me ci metto anche l'Urginea maritima e il Lupinus angustifolius, che non sono aromatiche ma sono molto belle. Il lupino non è perenne, ovviamente, ma si autodissemina, e io non lo scarterei in quanto annuale. Tra le aromatiche tutte le Mentha vanno bene, ma alcune hanno più bisogno d'acqua delle altre. Non mi piacciono le salvie, quasi nessuna. Devo essere una anomalia tra i giardinieri. Ma se dovessi salvarne una dal mucchio, salverei la Salvia leucantha, almeno fiorisce in inverno e non  rompe le palle d'estate con l'acqua, perché va in riposo. Tra le altre aromatiche classiche ho un debole per la lavanda, di qualsiasi tipo sia. È un debole così forte che non ho bisogno di  sottolinearlo. La Ferula communis e molti tipi di cardi spontanei che hanno nomi che  non ricordo. Il Centranthus ruber, le margherite (Chrysanthemum maximum o C. fruticosum), le rose, sì, delle belle rose, perchè no? In una bordura mediterranea sceglierei rose erette e molto rifiorenti. Ma se non si possono usare ibridi orticoli allora niente, perché la rosa canina non sta bene nella mediterraneis, vuole un po' di wilderness.

Da web
 
Da web
Tra le graminacee le Stipa (pennata, calamagrostis, capillata, barbata, fanno tutte un effetto prateria molto bello), tutti gli asfodeli  autoctoni, Ballota, tanaceto, Helychrysum, le piante a foglia grigia originarie, come la Stachys cretica, Vitex, i cisti vanno bene se si è un po' in altura, anche se a me non piacciono da morire. Scarto anche le ginestre perché non mi sono mai piaciute se non allo stato naturale. L'oleandro va bene, ma se tenuto a cespuglio basso (cultivar nane) o cresciuto ad alberetto con chioma rada.  Le coronille ad esempio sono poco conosciute ma sono molto belle. Ci sarà poi qualche Antirrhinum perenne, e qualche Linaria perenne, no?”
 
Daniela Romano
Chi è? Docente di Gestione del verde, parchi e giardini Università di Catania, Dipartimento di Scienze delle Produzioni Agrarie e Alimentari); coautrice del Manuale ISPRA: Specie erbacee spontanee mediterranee per la riqualificazione degli ambienti antropici; autrice del libro Il giardino siciliano.
 
Quando si parla di “specie mediterranea” si può fare riferimento ad almeno quattro diverse accezioni di verde:

  • specie endemiche cioè tipiche ed esclusive di un areale molto ristretto nell’ambito del Bacino del Mediterraneo; si tratta in genere di un gruppo di piante piuttosto esiguo che non trova, in genere,  un ruolo dal punto di vista ornamentale;
  • specie originarie del bacino del Mediterraneo  (autoctone) e quindi rappresentative della omonima zona di vegetazione
  •  specie originarie di altri ambienti ma naturalizzate
  •  specie di origine esotica ma adattabili alle condizioni dell’ambiente mediterraneo

Negli ultimi anni, nell’ambito di una più attenta conoscenza ed utilizzazione a scopo ornamentale della grande biodiversità presente nel bacino del Mediterraneo, si è posto l’accento sull’utilizzo della flora autoctona mediterranea, soprattutto arbustiva, caratterizzata dal possedere particolare validità estetico funzionale; tra le oltre 200 specie arbustive individuate in Sicilia di potenziale interesse ornamentale si possono particolarmente annoverare (tra parentesi i mesi di fioritura):  
I cisti, presenti in diverse specie  (Cistus creticus (V-VI); Cistus salviifolius (IV-V); Cistus crispus (IV-V); Cistus monspeliensis (IV-V); l' euphorbia (Euphorbia dendroides (XI-IV; Euphorbia rigida (II-IV); Euphorbia ceratocarpa (IV-VII); Euphorbia characias; l' agnocasto (Vitex agnus-castus (V-VIII); Nerium oleander (V-VII; Retama raetam (III-IV); Teucrium fruticans (IV-V); Salsola verticillata nella quale l’effetto ornamentale è affidato alle ali ialine che circondano il frutto, successive quindi al momento della fioritura.

Francesco Borgese
Chi è? agronomo paesaggista presso lo studio di architettura del paesaggio SciaraNiura landscape e titolare insieme alla moglie del vivaio Valverde specializzato in piante mediterranee del passato.

Dover giustificare le scelte che provano a preferire alcune piante ad alter non è sempre facile, spesso infatti i motivi sono, come dire, inconsci o forse puramente estetici. E allora…..allora non so da dove cominciare e quindi darò una breve motivazione per ciascuna specie, un poco analitica se vogliamo ma l’unica che mi viene in mente.

Arbutus unedo: l’unica pianta di cui ho assaggiato i frutti prima di conoscerli. Non si dovrebbe mai fare, ma giovane ventenne mi sono trovato all’improvviso in Sardegna, immerso in un bosco di alberi con piccoli fiori bianco crema e frutti di ogni colore, dal verde al giallo al rosso. Non erano male, scoprii in seguito che si chiamavano corbezzoli e che ve ne erano dei boschi anche in Sicilia. Euphorbia dendroides: una pianta che perde le foglie d’estate, pazzesco. Bellissima sempre nelle sfumature del verde come del rosso, e da spoglia magnifica. Myrtus communis: anche di questo scoprirne intere zone a Brucoli è stata una sorpresa. Con foglie verde chiaro, lucide e profumate. Quante siepi potremmo fare e cespugli piantare al posto di qualche australiana ……….mirtifolia. Phillirea angustifolia: il colore dell’ulivo in un cespuglio che posso gestire come mi pare. L’ho vista usata in un giardino che non dimenticherò mai. Pistacia terebinthus: il verde intenso sfumato di rosso e le bacche rosse, la Sicilia è piena di una pianta così generosa e resistente da farne siepi nell’isola di Mozia. Se resiste alla calura ed alla siccità di quel posto cosa aggiungere di più. Rhus coriaria: a foglia caduca e con dei colori autunnali bellissimi non teme neanche le sciare dell’Etna. Rosmarinus officinalis: verde intense, fiori azzurrini ed un profumo incredibile di fresco. Libero o in forma è il verde che dovrebbe essere maggiormente presente nei nostri giardini. Spartium junceum: colonizzatore delle zone più degradate dalle pietre alle discariche. Regala un profumo talmente intenso da sentirsi inebriati ed un colore giallo luminoso alla fine dell’inverno da annunciare la primavera. Vitex agnus-castus: non facile da trovare cresce rigogliosa vicino ai rigagnoli d’acqua ed bellissima oltre che insolita la fioritura. Secondo me piace alle farfalle. 



domenica 10 agosto 2014

Woodwardia radicans

Sulle tracce di una felce relitta
 
Sono venuta a sapere della sua esistenza per la prima volta a Genova, nel 2011, in occasione dell’ultima edizione dell’Euroflora. All’interno dello spazio allestito dalla Società Botanica Italiana ed in particolare dal Gruppo di lavoro Orti Botanici e Giardini storici, le era stato riservato un posto d’onore per importanza e rarità insieme ad altre specie a rischio di estinzione presenti nella Sicilia nord-orientale come il Limonium di Capo Alì (Limonium sibthorpianum) e la salvia a foglie incise (Salvia ceratophylloides). 
Del perché di tanta attenzione è facile capire: Woodwardia radicans è una felce tropicale dalle fronde giganti, che in natura possono superare i due metri di lunghezza, le cui origini risalgono a 60 milioni di anni fa quando il clima dei paesi mediterranei assomigliava a quello dei tropici, dove la pianta è ancora oggi molto diffusa. Con l’abbassarsi della temperatura la felce è rimasta relitta in rare stazioni spontanee mediterranee che in Italia sono presenti in pochi siti localizzati in Campania, Calabria e Sicilia, lungo stretti valloni, a quote tra i 200 e i 400 metri, in prossimità di acque correnti o pareti soggette a stillicidio e dove una folta vegetazione protegge le felci dalla luce intensa del sole. La località più nota in Italia è il Vallone delle Ferriere sopra Amalfi ma la woodwardia è presente anche in alcune fiumare dei Monti Peloritani nelle vicinanze di Messina. A causa della molteplici attività dell’uomo (captazione delle acque, pascolo, ripulitura del sottobosco) la woodwardia è oggi una specie rara in natura, indicata per la Sicilia come specie “fortemente minacciata d’estinzione”.
Una felce di grande interesse botanico, dunque, le cui tracce mi riportavano in Sicilia ed in particolare all’Orto Botanico Pietro Castelli di Messina che ha nella collezione di felci esotiche (Alsophyla australis, Cyrtomium falcatum, Woodwardia virginiana) e mediterranee (Woodwardia radicans e Pteris cretica, entrambe a rischio di estinzione) il suo punto di forza.
Delle circa 90 specie di felci presenti nel bacino del Mediterraneo, nel territorio peloritano ne vegetano 41, la maggior parte delle quali vive in ambienti ombrosi o nel sottobosco (gen. Polystichum, Asplenium); altre più esigenti in fatto di umidità si trovano solo in prossimità dei corsi d’acqua o su pareti umide (gen. Woodwardia, Athryrium), altre ancora vivendo in ambienti molto aridi in estate (come muretti a secco e le rupi soleggiate) superano il periodo critico perdendo le foglie fino alle prime piogge autunnali (gen. Polypodium, Ceterach).
All’Orto Botanico messinese Woodwardia radicans occupa un posto d’onore ed è oggetto di studi decennali con progetti specifici di salvaguardia volti alla sua moltiplicazione; questa felce arborea presenta infatti la particolarità di riuscire a riprodursi non solo sessualmente, tramite spore, ma anche per via vegetativa grazie a bulbilli che si formano nella porzione apicale del rachide fogliare (da cui il nome di felce bulbifera) emettendo radici quando le fronde toccano il terreno umido con la formazione di un nuovo individuo; è stato così possibile ottenere, non solo a Messina ma anche in altri Orti Botanici diverse nuove piante di Woodwardia radicate in piena terra o in vaso affiancando a questa ricerca anche specifici programmi di riproduzione gamica.
Per avere un quadro completo della specie non mi rimaneva che osservare la felce in natura; impresa ardua visto che Woodwardia radicans è presente in Sicilia solo in alcuni tratti a monte della fiumara del torrente Mela e dei suoi affluenti, nel territorio del comune di Santa Lucia del Mela; sono luoghi dove l’acqua scorre in valli strette ed impervie dando vita a salti o a piccole cascate all’ombra di una fitta vegetazione dove la temperatura costante e l’ambiente umido riescono a creare condizioni favorevoli alla colonizzazione della felce bulbifera.
Disperavo di riuscire nell’intento quando il tam-tam tra amici di web, appassionati come me di piante e natura, ha fatto il miracolo di riunire in una domenica di fine luglio un gruppo di ricerca pronto a partire alla volta del luogo dove la felce arborea è data presente nel territorio del comune peloritano.
Dopo un lungo tratto in macchina percorso a risalire la fiumara del Mela e di un suo affluente, a piedi si attraversa una stretta valle tra massi erosi dall’acqua ed una fitta vegetazione profumata di origano e menta.
Un luogo di grande interesse naturalistico, non solo vegetale; lungo il percorso, infatti, Carmelo, l’ esperto erpetologo del gruppo, è riuscito ad individuare, tra la bassa vegetazione di riva ed i massi del torrente in secca, tre tartarughe di terra (Testudo hermanni) ed un biacco.
Mille e cinquecento metri per un dislivello di circa cento metri; un percorso tutto in salita, ma alla mia portata, che si conclude scenograficamente ai piedi di una piccola cascata  dove la popolazione di Woodwardia vegeta solitaria e rigogliosa.
 
Che grande soddisfazione riuscire a chiudere, grazie agli amici, il cerchio delle ricerche: la mia personale caccia alla Woodwardia radicans  si può dire conclusa.
Foto di Fabio Luchino
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