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martedì 23 agosto 2016

L'orto DeCo ed il fagiolo a crucchittu di Floresta

 
Floresta è un piccolo paese siciliano, situato all’interno del Parco dei Nebrodi,  che vanta il primato di paese più alto dell’isola con i suoi 1300 metri, scarsi, di quota. Per questa sua particolare posizione, circondato dai boschi con vista sull’Etna, d’inverno ci fa un freddo cane e ci nevica spesso, con annate di neve passate alla storia per quantità e durata, immortalate da foto ricordo affisse nei bar che mostrano la neve ai balconi dei primi piani delle case. 
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La piccola comunità montana, composta da 453 abitanti, vive di allevamento ed agricoltura realizzando produzioni agro alimentari molto apprezzate in tutta la Sicilia nord orientale come la rinomata “provola di Casale Floresta” o le carni ed i lavorati del suino nero dei Nebrodi che richiamano buongustai dai paesi vicini ma anche da città non proprio dietro l’angolo, come Catania e Messina.
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A Floresta negli ultimi anni, grazie all’attivismo e alla voglia di fare del sindaco Nello Marzullo, che odia il mare e che passa il suo tempo libero dal lavoro di veterinario alla ASL ad ideare ed organizzare eventi, è stato messo a punto, con la collaborazione dell’intero paese, un fitto calendario di attività con lo scopo di valorizzare il territorio attraverso iniziative enogastronomiche ma anche culturali, ambientali e sportive.
Si comincia con la manifestazione “Ottobrando” che da quindici anni a questa parte, ogni domenica del mese di ottobre, presenta al grande pubblico una tipica produzione locale (Vasola a crucchittu, suino nero dei Nebrodi, funghi, castagne e mele); una manifestazione di grande successo che mobilita un intero paese per accogliere adeguatamente le oltre 50.000 presente registrate negli anni scorsi.
In gennaio, con l’arrivo del freddo, si organizza il “Parco neve” allestendo una pista in paese per slittini e sci di fondo; in aprile parte la stagione estiva con “Il mese della zootecnica” che mette in mostra e fa conoscere le razze autoctone del patrimonio zootecnico dei Nebrodi; si prosegue con “La festa di primavera” che ogni domenica di giugno elenca un fitto programma di iniziative didattico naturalistiche (Museo delle Antiche Tradizioni Contadine; Mostra delle verdure spontanee e piante officinali, passeggiate a piedi o in mountain bike) .
Ed infine, a completamento della stagione estiva, si apre al pubblico l'Orto Comunale delle produzioni DeCo.
E’ questa un’iniziativa che sta molto a cuore al sindaco Marzullo che tre anni fa con la sua Giunta ha bandito il Regolamento per la tutela e la valorizzazione delle attività agroalimentari tradizionali locali istituendo i De.Co. cioè produzioni certificate a “denominazione comunale” che attestano l’origine del prodotto realizzato in ambito comunale secondo la tradizione locale; sono prodotti DeCo,  nel settore lattiero caseario, la Provola di Floresta, la Schiacciatella di Floresta e la Ricotta “tignusa”; nell’ambito orticolo, il fagiolo (“Vasola a crucchittu”) ed i prodotti lavorati derivati da carni bovine, ovine e suine di razze autoctone. 
Lo stesso comune di Floresta è un produttore DeCo; utilizzando infatti, un terreno di proprietà comunale esteso oltre due ettari è stato allestito un orto per la coltivazione di ortaggi in coltura biologica, tipici del territorio, che vengono commercializzati a chilometro zero ogni domenica mattina  di fine estate.
Il fiore all’occhiello della produzione ortiva comunale è certamente il fagiolino mangiatutto della varietà locale denominata” Vasola a crucchittu di Floresta”, una varietà di fagiolo che cresce solo ad elevate altitudini, il cui baccello, contenente 7-8 grani, si presenta verde e appiattito nella fase iniziale, arrotondandosi con la crescita ed assumendo a maturazione un tipico colore paglierino. Viene consumato, una volta sbollentato, in insalata oppure cucinato con salsa ed erbe aromatiche o messo in conserva sott’olio ed aceto. 
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Quest’anno nell’orto DeCo, accanto alle varietà comunali che oltre al fagiolo crucchittu  annovera  anche un tipo di fagiolo borlotto da sgranare (Vasola i carrazzu), è stato impiantato un campo catalogo di 50 varietà di fagiolo tradizionalmente coltivate nel territorio dei Nebrodi il cui seme è stato fornito dalla “Banca del germoplasma vegetale dei Nebrodi” che ha sede nel vicino paese di Ucria.
Un modo per riscoprire le varietà tradizionali del territorio e partecipare fattivamente all’anno internazionale dei legumi indetto dall’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite per sensibilizzare l’opinione pubblica sui benefici nutrizionali dei legumi nel contesto di una produzione di cibo sostenibile.
Ma non è solo di fagiolini che si compone l’offerta dell’Orto Comunale Deco: fragole tardive, mais, patate, zucchine, peperoni e mele sono i prodotti in vendita e a dimostrare il successo dell’iniziativa bastano i numeri: in una sola domenica della passata stagione, famiglie venute da ogni dove hanno acquistato oltre un quintale di fagiolini e 300 chilogrammi di patate. Quest'anno si comincia da domenica 28 agosto e tutto lascia presagire che l'Orto DeCo del comune di Floresta sarà ancora un'iniziativa di successo.

martedì 4 agosto 2015

Il giuggiolo dal poggiolo

Basta poco e ti accorgi come tutto può cambiare; prendi un aereo che ti porta verso il nord ed in poco più di un’ora ti ritrovi in un ambiente completamente diverso dal tuo modo di fare, dove ogni cosa è un’esperienza nuova da inquadrare per capire un modo differente di vivere.
Catania-Mestre è la vacanza di quest’anno, ospite da amici per una settimana; sembrerà banale ma sono tante le cose che mi son sembrate strane a cominciare, come è ovvio, dal mondo vegetale dove distese di soia e mais si rincorrono tra i capannoni industriali e dove il verde ornamentale, a prima vista un poco piatto e convenzionale, è fatto di poche specie tra le quali non possono mancare lagerstroemia, lauroceraso e conifere.
Vogliamo parlare dei mezzi di locomozione? Tutti a Mestre usano la bicicletta ed il treno; la prima per girare i dintorni di casa, per fare la spesa o andare all’orto, lungo strade a loro dedicate, serene e alberate; è un modo estremamente rilassante di procedere, niente a che vedere con il caos dei nostri centri urbani assediati da migliaia di automobili , dove le bici sono considerate intruse, mezzi atti ad intralciare la circolazione veicolare.
Le stazioni poi brulicano di persone come i centri commerciali nei giorni dei saldi, sarà perché il treno lo prendono in tanti, i pendolari per andare a lavorare e gli studenti per studiare, gli altri per raggiungere città lontane che con il treno sono tutte a portata di mano, come ho potuto constatare andando in due ore e mezza da Mestre a Milano: una cosa inconcepibile per un siciliano.
A Mestre hanno un modo dolce di parlare anche se spesso li senti sacramentare e se nella foga del discorso gli scappa un “casso!” non ti sembra, detto da loro, un vero insulto. Tengono molto al modo di vestire (ma anche da noi c’è questa mania del “comparire”) e in molti si sentono serenamente integrati con una vera marea di lavoratori immigrati. Hanno le chiavi del cassonetto dei rifiuti, mangiano ottime insalate prodotte nell’orto e per spuntino, un tramezzino; bevono a tavola, anche d’estate, un litro di prosecco.
Detto questo, affacciandomi un giorno dal poggiolo (chiamano così quel luogo ingrato, caldo ed assolato che noi chiamiamo balcone) vedo relegato in un angolo di un giardino li vicino, un piccolo albero dal tronco contorto che porta frutti di forma cilindrica simili ad olive; è un giuggiolo, albero antico mai visto dalle mie parti e che scopro, invece, essere specie a coltivazione familiare molto frequente nel padovano e nel vicentino ma anche in Toscana; nel paese di Arquà Petrarca ci fanno addirittura una sagra le prime due domeniche di ottobre.
 La storia di questa pianta mi comincia ad intrigare e d’altra parte, si va fuori in vacanza anche per imparare, ed ecco le notizie che, in breve, ho potuto reperire:
Ziziphus jujuba, specie nota anche con il sinonimo di Ziziphus vulgaris, è un alberello spinoso di lento accrescimento, della famiglia delle Rhamnaceae, con foglie caduche, alterne e a margine seghettato. La specie è originaria della Cina del nord dove è frequentemente coltivata come pianta da frutto. Dall’Oriente fu introdotta in Siria dai romani , diffondendosi poi in tutto il Bacino del Mediterraneo in luoghi temperati dove è in grado di resistere a temperature di pochi gradi sotto lo zero anche se per tempi non troppo prolungati . Fiorisce in modo poco appariscente in giugno- luglio producendo poi in autunno drupe di forma ovale simili a grosse olive ma di colore rosso castano.
La polpa della giuggiola è di colore biancastro, dolce-acidula, carnosa ed ha un elevato contenuto in vitamina C; all’interno è presente un grosso nocciolo. I frutti hanno un sapore agretto, stuzzicante, appena raccolti e diventano più dolci e glutinosi quando si aggrinzano; le giuggiole si possono infatti mangiare fresche, candite o ammezzite, queste ultime, molto gustose sono dette ‘datteri cinesi’ ed hanno la stessa considerazione merceologica di datteri, fichi secchi ed uva passa.
La specie si moltiplica per seme o ancora meglio per polloni che crescono numerosi alla base della pianta e si possono facilmente estirpare.
Nella medicina popolare lo sciroppo di giuggiole è molto considerato come emolliente e sedativo degli stati infiammatori delle vie respiratorie. I contadini usavano conservare in casa una buona scorta di giuggiole infilzate a coroncina per l’inverno e quando una tosse stizzosa o un’infreddatura colpiva qualcuno in famiglia se ne faceva un salutare decotto. Ed il famoso brodo di giuggiole?
E’ un vino da meditazione, un succo liquoroso molto dolce che veniva servito a fine pasto, accompagnato da biscotti secchi o torte, tanto dolce e buono da essere diventato fin dal Seicento espressione di felicità, contentezza, goduria. 
Forti questi Veneti a tramandarne la tradizione.
 
 
 

lunedì 20 luglio 2015

Rhus coriaria, il sommacco siciliano

 
Il sommacco è un arbusto cespuglioso appartenente alla famiglia delle Anacardiaceae, diffuso allo stato spontaneo nell'Europa mediterranea e in Asia occidentale ma presente anche in altri continenti; del genere Rhus fanno parte, infatti, numerose specie come Rhus cotinus o sommacco del carso; R. glabra, R canadensis, R. typhina R. copallina che vanno sotto il nome di sommacco americano; R. pentaphylla o sommacco algerino. La specie di sommacco che ha rivestito, nel passato, maggiore importanza economica è Rhus coriaria, specie asiatica importata in Sicilia dagli arabi (summaq in lingua originale) dove è stata coltivata sino ai primi del novecento come specie di interesse agrario per l’alto contenuto in tannino delle sue foglie, utilizzato per la concia delle pelli e preferito in passato ad altre sostanze tanniche naturali come la corteccia di quercia perché non colorava le pelli e manteneva loro una migliore pieghevolezza.
Anche se da tempo sono considerato antiquato sarei ancora capace di conciarti per le feste
In Sicilia si coltivavano due popolazioni di sommacco chiamate rispettivamente: sommacco ‘Mascolino’, il tipo più ricercato con piante più vigorose e contenuto in tannino in misura del 28%-34%, coltivato particolarmente nelle province della Sicilia occidentale e il sommacco chiamato ‘Femminello’, meno pregiato per un contenuto in sostanze tanniche inferiori e diffuso soprattutto allo stato spontaneo nella parte orientale dell’isola.
Essendo la specie molto pollonifera la coltivazione veniva trattata come fosse un bosco ceduo capitozzando le piante annualmente con il taglio dei nuovi getti quando le foglie assumevano consistenza coriacea; la raccolta si svolgeva nei mesi di giugno, luglio ed era eseguita prevalentemente da manodopera femminile. I germogli riuniti a mazzi venivano lasciati essiccare al sole per 4, 5 giorni poi se ne faceva la trebbiatura per separare le foglie dai piccioli e dal legno. 
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Le foglie così sminuzzate venivano poste in grandi sacchi e commercializzate o come tali o in una polvere dalla consistenza soffice al tatto, di colore verde grigio, vellutata, di odore gradevole. Nel 1885, con oltre 28.000 ettari coltivati, il sommacco rappresentava la terza coltura agraria in Sicilia. Con la scoperta di prodotti chimici alternativi per l’industria conciaria (composti del cromo) l’importanza della coltura è andata riducendosi nel tempo sino a scomparire.

All’uso dei vecchi contadini, se ti sudano i piedi, metti qualche mia foglia dentro la scarpa, ne proverai un gran sollievo

Rhus coriaria è un arbusto che presenta un fusto contorto ed irregolare con corteccia grigia tendente al bruno su cui si innestano rami diritti poco flessibili di colore rosso vinato, leggermente tomentosi e ricoperti di lenticelle. Le foglie sono caduche, rosse in autunno, composte ed imparipennate, costituite da 5-7 coppie di foglioline sessili di consistenza coriacea e forma ovale ellittica, con margine seghettato e pagina inferiore tomentosa, soprattutto lungo le nervature. I contadini inserivano foglie di sommacco all’interno delle scarpe per assorbirne il sudore ma si sosteneva anche che ..” abusandone si poteva danneggiare il cuore…"
I fiori del sommacco sono ermafroditi e di colore verde giallino, disposti in infiorescenze che formano dense pannocchie apicali. Il frutto è una drupa semi sferica di colore bruno porporino ricoperta di densa peluria e che trasuda una sostanza resinosa appiccicosa; al suo interno vi è un seme.

Non voglio fare il finto modesto ma sono al primo posto per il mio valore di unità ORAC
I frutti di sommacco presentano un elevato potere antiossidante, carattere al quale si è attribuito, negli ultimi anni, grande importanza nell’alimentazione umana per contrastare l’azione dei radicali liberi, molecole di scarto prodotte nel corso del metabolismo, capaci di creare disturbi irreversibili alle strutture cellulari. Il valore antiossidante di un alimento si misura in unità ORAC (Oxygen Radical Absorbance Capacity) e si ritiene che per riportare in equilibrio il sistema cellulare sarebbe necessario introdurre con l’alimentazione un minimo di 3000- 5000 ORAC al giorno. Ogni antiossidante agisce solo su uno o due radicali liberi specifici, per questo è necessario che ci si nutra con una dieta varia. Sembrerà strano ma tra gli alimenti che apportano più antiossidanti non vi sono né la frutta né la verdura ma le erbe aromatiche e le spezie. Secondo le più recenti indagini di laboratorio, il primato per il contenuto di antiossidanti si attribuisce alla crusca di sommacco che apporta ben 312.400 punti ORAC. Il valore si esprime sempre per etto di prodotto, ma anche se in cucina si usano frazioni di grammo di spezie per insaporire i piatti,  questi quantitativi minimi, se presenti ad ogni pasto, contribuiscono al raggiungimento del fabbisogno giornaliero.

Tra i sette piatti del nuovo giorno il mio simboleggia l’asprezza della vita
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In molti paesi medio orientali ( Iran, Azerbaigian, Afghanistan e in vari paesi dell’Asia centrale come il Turkmenistan e il Tagikistan) il primo giorno di primavera (21 marzo ma in alcuni paesi anche il 20 dello stesso mese) ricorre la festa del Nowruz che festeggia il Capodanno, il nuovo giorno e l’inizio della “stagione della rinascita”. Una delle tradizioni più importanti collegate alla festa è l’Haft Sin (7 esse), la preparazione cioè di una tavolata imbandita con sette oggetti il cui nome iniziano con la S: sabzeh (chicchi di lenticchie, orzo o frumento fatti germogliare che simboleggiano la rinascita); samanu (impasto di orzo germogliato e tostato che simboleggia l’abbondanza), senjed (frutti secchi di oleastro, simboleggiano l’amore); sîr (l’aglio, che simboleggia la salute); sîb (le mele, scrupolosamente rosse e lucidissime, che simboleggiano la bellezza), somaq (le bacche di sommacco che col loro sapore simboleggiano l’asprezza della vita); serkeh ( l’aceto, che simboleggia la pazienza e la saggezza).

Se questa estate passi da Beirut fatti dare la ricetta dello Za'atar che fa così buone le manakish
Il sommacco è un ingrediente essenziale nella cucina araba, spesso preferito al limone per acidità e astringenza. Se ne usano le bacche essiccate e schiacciate per formare una polvere grossolana viola-rosso dal sapore leggermente aromatico, amaro, astringente e fruttato. 
La polvere di sommacco è strofinata sul kebab prima di cuocere e può essere utilizzata in questo modo con pesce o pollo, in stufati e verdure ed è spesso mischiata con le cipolle.
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La cucina libanese è famosa per i suoi antipasti frequentemente accompagnati da pane o da impasti di farine e spezie a formare pizze e focacce tradizionali. Fra le tante  la manakish b’zaatar, è una focaccia impastata con lo Zaatar, una miscela di sommacco, timo, sesamo, sale e origano che può essere preparata per colazione o degustata a qualsiasi ora del giorno. 
 
 

martedì 27 gennaio 2015

Noce pecan, un albero campagnolo

Non sono un albero per aree condominiali o asfittici giardini urbani, amo i grandi spazi e non si può certo pensare che io possa tollerare di dovere rattrappire rami e radici in quegli stretti cubicoli quadri che voi cittadini riservate agli alberi da marciapiede. Sono un albero campagnolo ed adoro allargare senza intralci rami e radici ai margini dei coltivi;  sono rustico e frugale e se avrete pazienza  di aspettare vi saprò ricompensare producendo per voi quintali di super energetiche noci americane.
Noce pecan è un grande albero denominato botanicamente  Carya illinoinensis , sinonimo di C. oliviformis, della famiglia delle Juglandaceae; è  un noce americano originario della valle del Mississippi dove allo stato spontaneo può raggiungere 30-35 metri d’altezza.

Nonostante il genere Carya non sia presente allo stato spontaneo in Europa il noce pecan è un albero adattabile che si trova bene anche nel clima mediterraneo  soprattutto in ambienti caratterizzati da forti escursioni termiche stagionali; predilige infatti inverni freddi con temperature minime di qualche grado sotto lo zero che mandano la pianta in totale riposo rigenerativo ed ama  il caldo estivo a condizione di potere usufruire  di una buona disponibilità idrica. In Italia sono segnalati esemplari di noce pecan imponenti in diverse regioni d’Italia come l’esemplare di Tuoro-Vigna Brigida a Caserta la cui dimensione del tronco raggiunge i quattro metri di circonferenza.
Parente stretto del noce da cui il genere prende il nome (dal greco Karya= noce) è un albero che nel nostro ambiente ha fusto eretto alto 15-25 metri con ramificazione regolarmente disposte ed aperte. Foglie alterne imparipennate lunghe circa 30 cm composte da 10-15 foglioline grandette, lanceolate, seghettate con nervature appariscenti, di colore verde con tonalità diverse che cambiano a seconda delle varietà.  Come il noce comune anche Carya illinoinensis produce fiori maschili ad amento e fiori femminili a racemo portati sulla stessa pianta; siccome si verifica uno sfasamento tra il momento della maturità del polline e la fase recettiva dell’ovario è bene disporre di individui di diverse varietà per assicurare una adeguata allegazione.
Il frutto è una piccola noce di forma allungata di colore marrone   e a guscio liscio e sottile, avvolta da un mallo di colore verde; contiene un seme fortemente oleoso dal gusto più delicato ed aromatico della comune noce e, come per tutta la frutta secca, particolarmente  calorico.
La propagazione della specie avviene facilmente da seme che deve essere direttamente interrato sul posto o in una fitocella per evitare di dovere procedere al trapianto; occorre infine  molto pazientare perché dovranno passare dagli 8 ai 10 anni affinché la pianta cominci a fruttificare.

 

domenica 26 ottobre 2014

Avocado, il burro dei marinai

Soluzione Quiz botanico ottobre 014
 
Generalità sulla specie
L’avocado, il cui nome botanico è Persea americana,   è una specie arborea appartenente alla famiglia delle Lauraceae originaria di una vasta area compresa tra Messico, Guatemala e le isole delle Antille anche se già in epoca precolombiana si era diffusa in coltivazione in altri paesi dell’America tropicale.
E’ una specie di rapido accrescimento che può raggiungere l’altezza di 8-15 metri; ha tronco eretto e chioma espansa e globosa con robuste ramificazioni aperte e spesso tortuose; le foglie sono alterne, oblunghe, coriacee e glauche al rovescio; sebbene considerata specie sempreverde alcune varietà perdono le foglie al momento della fioritura ma vengono sostituite rapidamente dalle nuove.
I fiori ermafroditi, piccoli e verdastri sono riuniti in dense pannocchie terminali e presentano una complessa biologia fiorale. Il frutto, portato da un lungo peduncolo, è una drupa a forma di pera di colore verde, viola o quasi nero, a secondo della varietà. L’epicarpo può essere sottile e liscio o più consistente e rugoso; la polpa, di aspetto burroso è di colore verdastro a contatto con l’epidermide mentre mantiene un colore giallo-biancastro al centro e contiene un unico seme di diversa grossezza, di forma sferica o ovoidale.
La polpa è molto ricca di proteine, grassi, sali minerali e vitamine.
La coltivazione dell’avocado si è diffusa nel tempo in tutte le aree a clima tropicale e temperato dove la coltivazione della specie può avvenire con successo nella fascia di coltivazione degli agrumi e più specificatamente del limone. L’avocado richiede infatti autunno ed inverno miti perché temperature di 3-4 gradi sotto lo zero arrecano danni irreversibili alla pianta. Tutte le varietà anche quelle più resistenti alla siccità non possono essere coltivate senza adeguata irrigazione. In Italia la coltivazione di avocado può essere effettuata lungo la Riviera di Ponente, in Sicilia, Calabria, lungo la Penisola Sorrentina ed in Sardegna.
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Gli antichi aztechi mi diedero un nome evocativo della mia forma; sarà per questo che nel 1915 fu ritenuto  assai poco appropriato per designare una rispettabile associazione di coltivatori americani
Le popolazioni native dell'America centro-meridionale coltivavano avocado da 8000 anni prima di Cristo e scelsero per indicarne il frutto un nome che ne evocasse la forma, lo chiamarono infatti: ahuacatl parola, poi semplificata in aguacate, che in lingua Nahuatl significa “testicolo” considerandolo un frutto propiziatorio di fertilità.  Quando il 15 maggio 1915 fu fondata l”’Associazione dei Coltivatori di Avocado della California” gli associati si diedero il nome di California Ahuacate Association in omaggio alle antiche origini azteche del frutto; ma ben presto ci si rese conto del significato del termine originario e dopo un accesso dibattito, il 23 ottobre del 1915, l’associazione cambiò nome scegliendo quello, ritenuto più appropriato, di California Avocado Association 
                                                                         
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Per dimagrire non ti fare ingannare da chi ti consiglia di mangiare i miei frutti a sazietà, per contenuto in grassi gioco alla pari con l’olio di oliva.
Il frutto maturo di avocado ha una polpa cremosa caratterizzata dal possedere un alto contenuto in grassi: 100 grammi di un avocado maturo contengono mediamente 8 grammi di carboidrati e 10-20 grammi di lipidi, ma la percentuale di essi, principalmente monoinsaturi, può arrivare anche al 30 per cento in alcune varietà. Il valore energetico di un chilo di frutti è di 2650 calorie, quattro volte il valore di un chilo di arance tanto da essere considerato, secondo il Guinness dei primati, il più alto nel mondo vegetale più ancora del valore energetico delle olive. Per questo motivo nel ‘700 veniva utilizzato su molte navi come sostituto del burro, spalmato sulle gallette e chiamato per questo “ burro del marinaio”.

L’avocado non incontra particolarmente il gusto del consumatore italiano forse perché la sua polpa non va intesa come quella di un frutto da consumare a fine pasto ma come accompagnamento di pietanze salate. L’avocado è infatti ideale per preparare antipasti o salse agro-dolci da spalmare sul pane. La famosa salsa messicana guacamole è, ad esempio, un antichissimo condimento a base di avocado, ormai diffuso in tutto il mondo. La ricetta originale era costituita dalla sola purea di avocado miscelata con succo di lime e sale, ma con l’andare del tempo è stata arricchita fino ad arrivare ai giorni nostri in una versione molto più elaborata che comprende anche pomodori, chili, cipolla, aglio, pepe da servire con tacos, grissini, verdure crude o pesce lessato.

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Se dopo una vacanza al mare gli effetti della tintarella vuoi prolungare non c’è niente di meglio da fare che massaggiarti la pelle con il mio olio
Dalla spremitura a freddo di polpa di avocado si ottiene un olio dalla notevoli virtù antiossidanti adatto per idratare la pelle e rimarginare piccole ferite. Si ritiene infatti che l’olio di avocado penetra la pelle umana più facilmente rispetto ad altri oli come quello di mandorle, mais e olio d'oliva ed è per questo molto usato in cosmetica. Si ritiene che per mantenere a lungo l’abbronzatura estiva basti massaggiare ogni sera la pelle con una miscela di olio di avocado di jojoba. E 'importante notare comunque che alcune persone manifestano reazioni allergiche di varia gravità dopo aver mangiato polpa di avocado.

Mi vuoi del gruppo A o preferisci il B: per non sbagliare prendimi entrambi
I fiori dell’avocado sono ermafroditi ma non c’è sincronismo tra la ricettività degli stimmi e la liberazione del polline. Ogni giorno si verifica una doppia antesi, di mattina e nel pomeriggio; in alcune varietà il gineceo è recettivo di mattina mentre il polline fuoriesce in serata (cultivar del gruppo A) in altre avviene il contrario con ricettività femminile pomeridiana ed il polline disponibile di mattina (cultivar del gruppo B). Perché in un impianto di avocado possa avvenire la fecondazione e la conseguente fruttificazione è necessario siano contemporaneamente presenti cultivar a biologia fiorale complementare con presenza intercalare di individui del gruppo A e del gruppo B. Tuttavia, mentre il fenomeno della doppia fioritura è particolarmente accentuato nei climi caldi, man mano che ci si sposta verso ambienti più freschi il fiore si comporta in modo disordinato con momenti della giornata in cui c’è contemporaneità di fioritura. Tra le cultivar di maggiore diffusione Hass è del gruppo A e Fuerte e Bacon del Gruppo B.

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Sono stata allevata da un postino di Los Angeles e sebbene grinzosa e di pelle scura ho avuto successo in tutto il mondo. 
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Sino agli inizi del 900, la varietà di avocado più diffusa in tutto il mondo era la Fuerte di origine messicana caratterizzata da buona produttività e resistenza al freddo con frutti di colore verde punteggiato che maturano durante l’inverno. Nel 1926 Rudolph Hass, un postino di Los Angeles, ritirò alcune piantine dal Guatemala  per reinnestare vecchie piante di Fuerte presenti in una sua proprietà. 
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Una di queste piante giunta a maturazione cominciò a produrre frutti molti diversi da quelli attesi; il colore dell’epicarpo era nero con andamento grinzoso ma con una polpa di qualità eccellente e con una maturazione molto tardiva che si spingeva sino a primavera inoltrata. Nel 1935 il signor Hass brevettò la varietà con il proprio cognome e da allora è una delle cultivar più diffuse in tutto il mondo.
 

 

venerdì 4 luglio 2014

Gelsi a colazione

La zona è una delle più trafficate della città:  una rotonda, uno snodo in cui le macchine la fanno da padrone. Se non fosse perché al centro della rotonda c’è una grande cupola verde di Ficus retusa che fa da ombra ad un’area attrezzata per bambini, il posto sarebbe infernale. Una specie di ultimo assalto degli indiani a cavallo (le macchine) che girano forsennatamente attorno ai coloni asserragliati al centro , al riparo di pochi alberi e panchine.
In questa frenetico andare, da molti anni ad ogni inizio estate, al solito posto sull’angolo della strada, fa la sua comparsa il venditore di gelsi.
Fino a qualche tempo fa veniva il padre, un anziano agricoltore con la schiena curva, la coppola calcata sulla fronte e la nuca bruciata dal sole; ora che c’è stato un ricambio generazionale, viene il figlio che veste sportivo e porta in testa un cappellino a visiera in omaggio ai tempi moderni.
Il lavoro però è rimasto antico. Il gelso è, infatti, un frutto assolutamente desueto per il consumatore moderno ed anche in campagna non se ne piantano più perché, a dispetto della bella e fitta chioma che distribuisce ombra salvifica, i frutti che produce, i gelsi appunto, soprattutto se neri, sono tra i più sporchevoli, macchianti, indelebilmente insozzanti del mondo vegetale. Il succo rosso, sanguigno, ricco di antociani che sprizza dai frutti succosi anche solo  sfiorati, non va più via; le mani che li raccolgono si possono lavare, pur rimanendo macchiate; i vestiti macchiati si devono buttare.
 
Ma il  venditore di strada che ha ancora alberi in campagna è rimasto attaccato alla tradizione familiare che interpreta come una missione;  se ne infischia delle macchie e quando è stagione raccoglie ogni mattina i gelsi maturi ( prima sono verdi, poi sono rossi ma solo quando sono neri sono pronti per essere raccolti) e dentro piccole  ceste intrecciate  a mano porta il  suo prezioso carico dal paese di Paternò a Catania dove  già di buon mattino  è alla sua postazione di  vendita.
Nonostante l’orario mattutino, sono  già in tanti i clienti  che lo aspettano in fila  perché, secondo tradizione ed è questa la sua missione, i gelsi mangiati a colazione, meglio al naturale o anche a granita, inducono, in forma naturale, un benefico, salutare,  effetto lassativo.
 
Granita di gelsi
(Ricetta di Letizia)
Si puliscono circa 400 g di gelsi togliendo il peduncolo di ciascuno frutto con una forchetta. In una pentola si fa riscaldare 1 litro d'acqua e quando  l'acqua bolle si aggiunge il succo di un limone e 200 g di zucchero. Si spegne il fuoco e si mescola; quando lo sciroppo è freddo si aggiungono i gelsi mescolando il tutto. Il composto viene versato in una teglia di alluminio o inox che deve avere la forma larga e bassa e che andrà  messa in congelatore. Dopo circa 2 ore non appena inizia a solidificare si esce dal congelatore e se ne gratta la superficie con una forchetta, rimescolando il tutto. Dopo un poco si ripete l'operazione di gramolatura. A questo punto la granita è pronta perché non congelerà più mantenendosi granulare e potrà essere conservata, coperta con una stagnola, fino al momento del consumo.

 
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