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giovedì 5 febbraio 2015

Rose d'inverno

Checché se ne voglia dire, quando è inverno, anche se si vive in Sicilia, ci sono giornate che fa un freddo cane, con l’Etna ricoperta di neve ed il vento tagliente che fischiando teso corre di infilata a raggelare anche i paesi affacciati sul mare.
Se sento freddo io che ho tanti modi per potermi riscaldare pensate che cosa devono passare le povere piante dei giardini qui intorno che, attrezzate fisiologicamente a sopportare temperature critiche estive, si devono  invece barcamenare  per riuscire a superare questi inopportuni rigori invernali.  
Verde smorto, colori spenti, rami spogli, foglie al vento, è questo l’andazzo di stagione e nonostante i mandorli in fiore si dovrà aspettare ancora qualche mese per riuscire a vedere nei giardini un poco di colore.
E’ dunque con notevole stupore che in una di queste gelide mattine invernali transitando in macchina alla periferia del paese di Paternò, ho avuto la sorpresa di vedere un cespuglio rosso in fiore nel verde ornamentale che abbellisce una grande rotonda spartitraffico vicino l’Ospedale.
Di che specie sarà mai questo inusuale sfoggio di colore? La prossima volta che ci passo guardo meglio. Ed infatti qualche giorno dopo faccio una sosta ah hoc e mi trovo davanti un cespuglio di rose dal bel fogliame verde scuro e con tantissimi fiori semplici dai petali colore rosso mattone.
Rose, in questa stagione e di una varietà che non conosco? Devo saperne di più e dopo averle fotografate inizio la caccia per conoscerne il nome.
Sono giorni di intense ricerche passati a scocciare tanti amici pazienti, esperti di rose e vivaisti; infine trovo la strada giusta per l’identificazione tramite l’azienda agricola Vittorio Rech di Montebelluna (TV) che produce rose Cityflor su brevetto tedesco dei vivai Tantau. Le Cityflor sono rose cosiddette da paesaggio, bassi cespugli copri suolo utilizzati in genere nelle sistemazioni a verde pubblico perché varietà robuste, resistenti alle malattie, facili da manutenzionare perché autopulenti e sempre in fiore, come ho avuto modo di constatare. Sono rosai prodotti da talea che rispetto alle varietà caratterizzate dal possedere un portainnesto ed una marza sono più resistenti alle avversità o alle drastiche potature perché sono in grado di rinnovare in modo rapido e completo la parte aerea del cespuglio; temono solo la siccità ma, coltivate ai margini di un prato ben innaffiato nel periodo estivo, dopo il periodo più caldo, continuano a fiorire tutto l’anno.


La varietà della rotonda di Paternò sembrerebbe essere "RED HAZE", una rosa dai fiori a coppa, semplici,  dai petali colore rosso intenso e con stami dorati ben evidenti; i fiori non hanno profumo ma sono molto decorativi spiccando sul fogliame verde scuro, brillante; il cespuglio cresce in larghezza ma con vegetazione compatta e si pota generalmente ogni due anni.
La Red Haze ha vinto al Concorso di Monza, nel 1998,  la medaglia d’oro per “La rosa per l’arredo urbano” ma, mi dice Roberta dell’Azienda Vittorio Reich, che la varietà non è più in produzione sopravanzata da altre cultivar della serie Cityflor Tantau come Mirato, AspirinRose e Satina.

Ora che ne so pure il nome  e  sapendo che è una cultivar di rosa fuori produzione la guardo con maggiore simpatia ed ammirazione per come è riuscita a rivitalizzare il mio umore in questi freddi giorni d'inverno.

PS
Dopo la pubblicazione del post ho ricevuto la seguente precisazione dall'Azienda Vittorio Reich:
Carissima Sig.Marcella,
abbiamo avuto molto piacere di avere notizie, perchè ora con le foto che abbiamo visto nel suo bolg possiamo essere sicuri di che rosa  parliamo.
Ho mostrato tutte le foto da lei pubblicate e Vittorio che è il vero esperto ha riconosciuto la "sorella" di Red Haze. La rosa da lei fotografata è Purple Haze, con le stesse caratteristiche di Red Haze  come portamento e resistenza ma di colore rosso cardinale - porpora. Anche questa rosa non è più in coltivazione da diversi anni.
Siamo molto contenti di averla aiutata in questa ricerca, facciamo i nostri complimenti per il suo blog.

Grazie tante a voi

domenica 5 ottobre 2014

Sotto il vulcano si parlerà di rose

Questo fine settimana ha chiuso i battenti Orticolario, mostra del verde che si svolge a Cernobbio sulle rive del Lago di Como e che rappresenta forse la più blasonata ed intellettuale kermesse dedicata al giardinaggio di qualità in Italia; la settimana prossima, dal 10 al 12 ottobre,  sarà la volta della mostra alla Landriana, nel Lazio e così potrà dirsi concluso il lungo periodo dell’anno dedicato alle grandi mostre del verde ornamentale.
  
Calendario mostre di giardinaggio 2014
Dopo la sbornia di acquisti per il giardino o il verde di casa è giunto, dunque, il tempo di affinare la propria tecnica giardiniera apprendendo nozioni adeguate per accudire con successo i nuovi acquisti di stagione. Per noi siciliani, che da isolani viviamo un poco ai margini delle grandi manifestazioni nazionali e delle opportunità di studio e di approfondimento che ad esse, di norma, sono collegate, si prospetta dal 7 al 9 novembre una interessante opportunità sotto forma di un Campus nazionale dal titolo “Rose sotto il vulcano, Creazione e cura di un roseto, fra cespugli, erbe e sciare niure” che si svolgerà presso i  Vivai Valverde (Ct) di Ester Cappadonna e Francesco Borgese in collaborazione con l' Associazione Maestri di Giardino.
L’Associazione Maestri di Giardino, nata nel 2011 su iniziativa di 23 soci fondatori, opera a livello nazionale mettendo a disposizione l’esperienza e la competenza acquisita dai propri aderenti (giardinieri, vivaisti, paesaggisti, architetti, ) al servizio del pubblico di appassionati. l’ Associazione ha, ad esempio,  una propria attività editoriale che pubblica racconti di autori, Maestri di Giardino, che descrivono in modo semplice e colloquiale sia argomenti di interesse botanico e paesaggistico che racconti di esperienze personali legate al proprio lavoro di “giardiniere". Accanto all’attività editoriale vengono, poi, organizzati presso vivai dei soci aderenti, laboratori di formazione, seminari intensivi, campus aperti a tutti coloro che intendono arricchire le proprie conoscenze in campo botanico o nell’arte di fare giardino.
 
Il 7° Campus nazionale organizzato in Sicilia avrà luogo presso i Vivai Valverde  che hanno sede alle pendici dell’Etna in un territorio, la cosiddetta “Vallis viridis”, che è tra i più suggestivi e naturalmente verdi del territorio etneo; si parlerà di rose, una specie,  in Sicilia, non presente in modo abituale nei giardini di tradizione.

Il programma del Campus è articolato dal venerdì alla domenica con visite a giardini privati e conferenze tenute dai seguenti Maestri di Giardino: Maurizio Usai, Rose: varietà, suggestioni, supporti; Ester Cappadonna, Le vecchie rose di Sicilia; Francesco Borgese : La Sicilia nera e la Sicilia bianca, l’impostazione ornamentale del roseto; Maurizio Feletig, Alla scoperta di una pianta:fusti, bacche e foglie (e fiori); Didier Berruyer, Ogni rosa ha il suo posto, ogni posto ha la sua rosa. Nella giornata di domenica si svolgeranno poi, laboratori di realizzazione e di manutenzione di un roseto.
Tutto il programma sembra molto interessante e fa venire voglia di estendere la partecipazione anche all’extra campus che prolunga il divertimento anche nei giorni di giovedì 6 e lunedì 10 per visitare grandi giardini presenti nel territorio catanese.

Una splendida iniziativa ad un costo tutto sommato abbordabile andando da un massimo di 390 euro del programma lungo (6-10 novembre, comprensiva di pranzi, cene e coffee break più passeggiata botanica), al pacchetto ridotto di 320 euro (7-9 novembre con due pranzi e cene e coffee break). Sconti vengono praticati agli aderenti l’Associazione.
Se c’è un appunto da fare è il periodo scelto  per l'iniziativa che prevede lo svolgimento del Campus in novembre in giornate  normalmente destinate allo svolgimento di attività lavorative.  Mi sarebbe piaciuto potere scegliere anche un programma minimo svolto esclusivamente nei pomeriggi e nella intera giornata di domenica. Per chi fosse interessato, e sono sicura che molti lo saranno, c’è tempo sino al 15 ottobre per sottoscrivere l’iscrizione.

giovedì 29 agosto 2013

Margherita e le opunzie color magenta

Il racconto di una passione per Opuntia dillenii
Pensavi mai di poterti innamorare di una sensazione aspra, forte, pungente? di un paesaggio mediterraneo così diverso da quello che ti ha visto nascere e lavorare e ancor più diverso dai luoghi esotici che sei andata a guardare in tanti viaggi fatti da giovane percorrendo paesi lontani alla ricerca di un luogo chiamato casa?
E quando la tua voglia di esplorare e conoscere ti ha portato a puntare anche sul Salento, sei arrivata a Tricase, in un estremo lembo di terra rossa che sporge arido verso il mare che lo lambisce e abbraccia da due lati; garighe assetate, brulle e profumate, abbarbicate su di una falesia bianca erano casa di una piccola opunzia dai frutti color magenta, Opuntia dillenii, una specie arrivata come le altre dalle americhe ma naturalizzata da secoli nella macchia mediterranea del Salento in luoghi aridi, in zone soleggiate e asciutte anche in assenza di un vero e proprio substrato di coltivazione.
I suoi frutti color magenta coperti di spine, il suo essere specie reietta tra le opunzie perché priva di una qualsivoglia forma di utilizzazione agricola ti hanno d’improvviso fatto capire che era in quel posto che volevi abitare per potere recuperare, salvaguardare e promuovere le peculiarità organolettiche di questo particolare tipo di fico d'india dal quale ricavare, con rispetto, sacrificio e dedizione qualcosa di veramente speciale. 
E’ questa in sintesi la storia di Margherita Diviccaro, per gli amici Titty, una creativa, stravagante, originale (sono sue definizioni), produttrice di frutti di Opuntia dillenii che giunta da Trieste, cinque anni fa, a Tricase, nella penisola salentina, decide di mollare il suo lavoro creativo nel campo della moda per buttarsi a corpo morto in una vera e propria missione: sensibilizzare la collettività alla bellezza e utilità di questo tipo di frutto.
 
Margherita cosa hai trovato di speciale nel frutto di Opuntia dillenii che ti ha convinto a cambiare vita e rimanere a Tricase?
Opuntia dillenii è una pianta che ho conosciuto durante i miei viaggi per il mondo, fatti molti anni fa, in Messico, ma anche nel Kerala nel sud dell'India, come una specie reietta presente lungo litorali calcarenitici ma anche in zone lontane dal mare. Già allora rimasi folgorata dal colore magenta dei suoi frutti e dalla particolarità di questa specie di fico d’india così insolita, frugale e spinosissima. Lì come in tutte le regioni che dal sud della California scendono sino al Paraguay, di Opuntia dillenii viene utilizzato il fiore per il tè, la pala ed i frutti come medicamento naturale e il frutto, in campo gastronomico, per realizzare confetture, gelatine, liquori.
Da sempre appassionata di botanica ho scoperto, con molta meraviglia, al mio arrivo in Puglia la presenza dell'opunzia conosciuta in Messico come specie spontanea presente sulle falesie marine o anche nell'entroterra a ridosso di muretti a secco. Volevo da subito condividere l'emozione del ritrovamento e l’idea di riuscire a valorizzare la specie con gli amici o gli abitanti del luogo ma, mi sono invece accorta che, la maggior parte dei salentini non attribuisce alcun valore a questa opunzia pur avendola in un vaso davanti casa o abbandonata nelle loro campagne. La mia idea di valorizzare e riscoprire questa specie temibile per la pericolosità delle sue spine, inutile perché non commerciabile e da alcuni ritenuta anche velenosa mi ha creato la fama di una persona folle, marziana, svitata. Ed è stata questa la molla, il "quid", che mi ha spinto ad andare contro corrente e fare qualcosa di utile e bellissimo per l'opunzia e per il mio ambiente. 
Raccontaci cosa hai fatto in concreto per dare vita al tuo progetto?
Da quando sono arrivata nel Salento spostandomi di continuo in bici o con la mia APE 50 tento di recuperare quel che resta di piante di Opuntia dillenii maltrattate dai contadini locali che considerandola una pianta pericolosa e non commestibile, dunque che "non serve", cercano in tutti i modi di eliminarla usando le fiamme per bruciarne i cladodi o passandoci sopra con il decespugliatore.
Io cerco di recuperare le pale per tentare di ridar loro nuova vita e dignità ricoverandole all'ombra di lentischi e terebinti,tra ciuffi di asfodelo e orchidèe spontanee, mirto ed alloro sperando che emettano nuove radichette, riportando così a nuova vita gli stessi esemplari di cui l'uomo si disfa. 
Parallelamente, sempre nella macchia incontaminata prospiciente il mare e senza violentare o forzare il terreno, colleziono esemplari sani dai quali ottengo un piccolo raccolto di piccoli frutti dal colore magenta, dal gusto un poco acìdulo, profumati a volte di erba con note di rosa o di amarena e ribes rosso, dal quale ricavare, in modo naturale, intriganti prodotti di nicchia.
In che modo riesci a mettere insieme un quantitativo adeguato di frutti?
Io non voglio in alcun modo sfruttare quello che la natura ci porge; agisco con il massimo rispetto perché anche altri oltre me possano apprezzarne i doni. Per questo ho iniziato lavorando una piccola quantità di frutti che raccoglievo in natura, poi ho acquisito vecchi terreni del tutto abbandonati, nella macchia vicino al mare; incontaminati, non coltivabili dagli altri perché costituiti da scogli scoscesi, movimentati con giochi di vuoti e di pieni o fazzolettini di terra rossa che la gente preferisce tenere incolti e abbandonati.  
 
Riesco a fare un raccolto l’anno ed è questo il momento più elettrizzante e..doloroso del mio lavoro, perché nonostante i doppi guanti, la tuta cerata e il berretto mi riempio completamente di spine.
Ancor più grave è il momento della pulizia dei frutti dalle spine (glòchidi); fico per fico con pochi movimenti delicati e precisi (per non determinare la formazione di macchie ed ematomi) pulisco i frutti con juta, erba fresca e sabbia. Il fico d'opunzia magenta è infatti molto difficile da lavorare sia perché la pulizia deve essere fatta a mano, sia per l'alta presenza di gel naturale che non rilascia facilmente i semi oltre i fori della setacciatrice. I frutti sono piccoli, aciduli e composti per la maggior parte da semi coriacei avvolti in una densa mucillagine, motivo per cui ci vogliono tantissimi fichi per ottenere una confettura-extra con più del 74% di solo frutta.
Come procedi per realizzare le tue produzioni?
Sono molto esigente ed il mio carattere mi ha portato a sperimentare il più possibile per avvicinarmi al miglior risultato possibile; la mia sete di conoscenza mi ha portato a far ricerche di giorno e di notte in altri paesi (Canarie, Mexico, Arizona) e di confrontare i risultati. Ho dovuto superare tante difficoltà locali per trovare chi mi lavorasse il prodotto secondo le mie precise indicazioni guardata sempre come un tipo “alieno” forse perché sono donna e forestiera. Ho sacrificato 5 anni per l'opunzia di Dillenius ma finalmente ho cominciato a creare "energia" ed "attenzione" intorno al mio prodotto. L' ultima entusiasmante produzione prevede delle conserve dolci :
- composta di cactus OPUNTIA d e fiori di lavanda (80%) con zucchero 120gr.
- composta di cactus OPUNTIA d. con scorze di arancia((80%) e zucchero ed ancora, confetture extra, mostarde e cuori di opunzia sciroppata.

 
Quale è in sintesi, Margherita,  il  senso della tua esperienza?
Un frutto d'opunzia caduto e frantumatosi ai miei piedi su una falesia bianca:fui inondata,così, da uno schizzo coi rossi più belli del mondo!

Grazie Margherita per il tuo rispettoso lavoro di valorizzazione di una specie da molti ritenuta “reietta” che tu hai saputo salvare dall’oblio e valorizzare come una “specialità” del territorio salentino.

cactus-opuntia-fichi-rossi-un-gradito regalo

giovedì 22 novembre 2012

Fichi d’India : come pulire e gustare i “bastardoni”

Ci sono alcuni alimenti che sono talmente tipici di una regione o di un paese che ne diventano quasi l’emblema; basta dire mortadella e si pensa a Bologna, pastiera vuole dire Campania, la cotoletta è certamente alla milanese e non c’è altro alimento come la soppressata che sia per me sinonimo di Calabria. Quando si dice fichi d’india sfido chiunque a non pensare alla Sicilia e non solo come componente vegetale spontanea onnipresente in tutti i paesaggi di campagna o di mare dell’isola ma anche come frutta da tavola che in estate e in autunno rappresenta il gustoso completamento del pasto di una tipica famiglia siciliana.
Il fico d’india (Opuntia ficus indica) è specie che oltre a realizzare una produzione estiva di frutti dolci e carnosi, se forzata, produce in autunno frutti chiamati commercialmente “bastardoni” . Sono frutti più grossi del normale ottenuti attraverso una tecnica colturale chiamata “scozzolatura”. All’inizio dell’estate, subito dopo la fioritura si procede alla eliminazione di tutti i fiori e delle pale di un anno; l’ opunzia, stressata, provvederà ad effettuare una seconda fioritura con un minor numero di fiori dai quali matureranno frutti tardivi, maturati in un periodo più piovoso, più radi e dunque più grossi, pronti per il consumo in novembre, dicembre.
Il frutto del fico d’india è una bacca con buccia e polpa di colore verde, gialla o rossa a seconda della varietà; la buccia è ricoperta da alveoli di spine gialline, sottili, che si staccano facilmente svolazzando di qua e di la in attesa di conficcarsi su qualche parte esposta del tuo corpo; per accedere alla polpa croccante e succosa del frutto è necessario affrontare la cosa sapendo che di sicuro qualche spina arriverà a destinazione.

  Istruzioni per l’uso
1: Munirsi di guanti (meglio se di gomma) per maneggiare i frutti con relativa sicurezza
  2:Lavare abbondantemente i frutti sotto un potente getto d’acqua corrente
 
3: Procedere al taglio trasversale delle buccia cominciando dalle estremità del frutto
 

4:Praticare un taglio longitudinale incidendo la buccia senza intaccare la polpa 
 5:Sollevate i lembi dell’incisione e tirandoli verso il basso scollare la polpa del frutto dalla buccia
 6:Afferrare il frutto e tirare per separarlo completamente dalla buccia
7:Evitare di maneggiare i frutti con le mani che indossano i guanti utilizzati per togliere la buccia perché le spine passeranno rapidamente dal guanto al frutto e con la stessa velocità vi si conficcheranno sulle labbra o peggio, come  mi è successo una volta, sul palato.
Guardate anche quest'altro piatto di fichi d'india
Ulteriori avvertenze
Se non siete stati abituati a mangiare fichi d’india sin da bambini, al primo morso della polpa croccante, quando vi sentirete riempire la bocca di piccoli semi legnosi, avrete l’impulso di sputarli fuori uno ad uno; fatevi forza e dopo una sommaria masticazione ingoiate il tutto, senza distinzione. Se poi il frutto vi piace (e vi piacerà di sicuro) non fate come con le ciliegie, un frutto tira l’altro: i fichi d’india sono molto costipanti e non è certo il caso di esagerare. Dopo avere mangiato fichi d’india che contengono elevate quantità di tannino chiudete il pasto senza consumare altro cibo perché ogni altro alimento o bevanda avrà gusto metallico assai poco gradevole
.

Post in PDF
 Guarda anche quest post dal titolo: opuntia-ficus-indica-il-pane-dei-poveri

domenica 2 settembre 2012

Specie arbustive da fiore a ridotte esigenze idriche

L’estate appena trascorsa è stata definita dagli organi di stampa una delle stagioni estive più siccitose del secolo e si è molto discusso, anche su blog di primo livello che si occupano di giardinaggio, se sia ancora opportuno continuare ad utilizzare in giardino specie la cui sopravvivenza è legata a consumi idrici particolarmente elevati e dunque, in condizioni di forte siccità, non più sostenibili, né etici.
Riproporre nel contesto mediterraneo, il cui clima sembra subire una progressiva tropicalizzazione, le grandi superfici a prato o i cottage all’inglese o i bordi misti alla francese, utilizzando nei nostri giardini specie ornamentali di paesi dove in estate piove in abbondanza (avete visto le Olimpiadi in una Londra assai bagnata?) appare scelta velleitaria, inutile e complessivamente dannosa per l’intera collettività nazionale, sempre più assetata. Anche per i giardini non strettamente meridionali là dove, tuttavia, le temperature minime invernali non siano anch’esse fattore limitante per la sopravvivenza delle specie, si potrà in futuro cominciare a considerare l’impiego di specie ornamentali di contesti geografici extra europei come Australia, Sud Africa o Sud America abituati a consumi d’acqua più contenuti, meglio confacenti con la nuova realtà climatica di casa nostra. Senza andare a guardare troppo lontano, la scelta di specie ornamentali a bassa consumo idrico non è poi così difficile se si guarda ad esempi di verde già da tempo sperimentati nei giardini del sud Italia; in Sicilia ad esempio, dove la carenza d’acqua in estate è una realtà che colpisce ampie zone del territorio isolano, sono molte le specie ornamentali  che è possibile utilizzare abbinando gradevolezza estetica e risparmio energetico.
Senecio mandraliscae, Crassula, Agave, Opuntia, Portulacaria afra, Myrsine africana
Ecco allora qualche esempio di specie arbustiva da fiore per ambienti siccitosi
Carissa grandiflora
Arbusto a crescita compatta che arriva dal Sud Africa, dal bel fogliame scuro, lucido, di consistenza coriacea; in Sicilia trova frequente utilizzazione anche in aree di verde pubblico risaputamente poco avvezze alle cure colturali. Per tutta l’estate produce fragranti fiori bianchi, appiattiti come quelli della Plumeria, specie appartenente anch'essa alla famiglia delle Apocynaceae.
Carissa grandiflora sin. Carissa macrocarpa
 In autunno seguono bacche rosse tondeggianti o ovali simili a piccole, acidule, susine.  
Carissa grandiflora collage
I rami della Carissa portano forti spine a forcella e dunque la specie non è indicata per angoli di passaggio.  E’ un arbusto eccellente per le aree marine perché tollera il terreno sabbioso, il sale ed i forti venti.
Strelitzia reginae
Strelitzia reginae
Ancora dal Sud Africa arriva una specie, definita impropriamente arbustiva in quanto non ha organi legnosi, molto resistente al vento e al caldo; Strelitzia reginae è infatti specie che, in giardino, ama il pieno sole. E’ pianta acaule, dotata di robusti rizomi, che può raggiungere un’altezza di 1,50 formando grandi cespi di foglie di colore grigio verde, coriacee, allungate e di forma ovoidale, molto resistenti al vento.
Strelitzia reginae :infiorescenza
I grandi fiori portati al di sopra delle foglie hanno una forma assai particolare; infatti quelli che di solito sono indicati come fiori sono in realtà delle infiorescenze portate da una brattea a forma di navicella di colore verde, spesso colorata di rosso, viola o blu. I singoli fiori composti da tre petali esterni, molto appuntiti e lanceolati, sono di colore arancione mentre gli altri due petali interni di ciascun fiore sono così vicini che sembrano formare un solo organo di colore blu celeste che si sporge dall’infiorescenza come una freccia; al suo interno  sono portati i cinque stami e lo stilo da cui si formeranno i frutti, capsule a grani multipli. Fiorisce tutto l’anno ma particolarmente in inverno e primavera.
Euphorbia milii
Euphorbia milii in giardino
Arbusto originario del Madagascar che presenta una vegetazione molto densa e molto spinosa e che può espandersi in piena terra a formare un cespuglio di buona altezza; i rami sono debolmente angolati, leggermente curvi e torti a serpentina; le foglie alterne sono disposte a spirale sul fusto, di forma obovale con la parte più ampia vicino alla punta; i fiori rossi sono brattee, il vero fiore è al centro, piccolo e giallo. E’ specie molto frequente nelle regioni tropicali come arbusto isolato o siepe, molto apprezzato per le scarse esigenze idriche e la facilità di manutenzione. Da noi è più conosciuta come pianta da vaso ma anche in giardino viene bene; fiorisce tutto l’anno ma particolarmente nella stagione asciutta.
Euphorbia milii in vaso
Negli ultimi anni sono state selezionate varietà di Euphorbia milii thailandesi molto compatte, con foglie grandi e brattee aventi una vasta gamma di colori dal rosa al crema, al giallo chiaro, al rosso ciliegia.
Nuove varietà di Euphorbia a Euroflora 2011
 

mercoledì 11 luglio 2012

Parkinsonia aculeata: un piccolo albero dalla chioma dorata


Molte piante esotiche da fiore non usuali che oggi si ritrovano in parchi e giardini catanesi sono state introdotte, in città, a partire dagli anni settanta, dal Cav. Ettore Paternò del Toscano, gentiluomo di vecchio stampo, profondo conoscitore della flora esotica e tropicale, soprattutto palme, di cui amava circondarsi nell’ immenso parco giardino della sua casa alle pendici dell’Etna. Per supportare la sua grande passione e competenza per le specie esotiche riconvertì a poco a poco gli agrumeti di famiglia in vivai dove, partendo da semi che reperiva in tutto il mondo cominciò a produrre generi di palme allora poco diffusi come Erythea, Cocos, Caryota, Arcantophoenix, Jubaea, Raphys ed altre essenze tropicali come ficus, yucche, dasylirion, dioon , zamia, opuntie, cycas, furcrea. 
In un lontano giorno d’agosto dell’anno 1993, Guglielmo Betto, anche lui profondo conoscitore ed intenditore di palme, che veniva ogni estate con la famiglia in vacanza a Siracusa, dov’era nato, volle conoscerlo. Ricordo una magnifica giornata trascorsa in religioso ascolto a sentirli parlare di un mondo botanico fantastico fatto di colori e profumi tropicali pregustando l'ombra di un enorme Ficus magnolioides che lo stesso Cavaliere aveva messo a dimora in gioventù nella tenuta di San Giorgio, sede del suo vivaio. Molte delle più belle sistemazioni a verde realizzate negli ultimi trent’anni, a Catania, si devono al Cav. Paternò, alla sua visione dei giardini come rappresentazione scenografica della natura, perfetta commistione tra flora locale e piante provenienti da paesi lontani che, in Sicilia, hanno dimostrato di sapersi ambientare come fossero a casa propria. 
Tra le specie da fiore che più amava e che inseriva sempre nei suoi giardini quasi a firma del suo operato vi è un piccolo albero proveniente dall’America tropicale denominato Parkinsonia aculeata.



Così il Cav. descriveva la specie nel libro “Luci ed ombre nei giardini siciliani” scritto a quattro mani con la moglie Maria Antonietta nel 1995.
“” Parkinsponia aculeata è un piccolo albero di forma estremamente aggraziata, dal tronco spinoso, molto ramificato, e dalla chioma morbida e leggera formata da lunghi rachidi che reggono numerosissime foglioline lunghe e sottili di un bel verde tenero. Non supera generalmente i 4/5 metri d’altezza ed ha un’abbondante fioritura che dura da maggio a luglio con fiorellini gialli dal centro rosso. Di crescita decisamente rapida si adatta a tutti i terreni compresi quelli con abbondante calcare e anche a tutti i climi purché la temperatura non scenda al di sotto dello 0°. Merita la massima diffusione perché è preziosa per risaltare piacevolmente con il suo colore chiaro contro piante dal fogliame scuro “”

Parkinsonia aculeata è una pianta che a me piace molto; la chioma leggera, composta da verdi ramoscelli pendenti, ha l’aspetto di un etereo piumaggio che avvolge il tronco breve, soffuso del giallo ed arancio dei fiori, prodotti in estate in quantità e per un lungo periodo e che richiamano a frotte api ed insetti attirati da un lieve profumo di miele.


La specie è, come dice il termine specifico “ aculeata”; da ogni nodo di rametti partono 2 o 4 foglie e sempre una spina solida e robusta che ne giustifica il nome inglese di “spina di Gerusalemme”. Come tutte le Fabaceae la specie produce lunghi baccelli marrone chiaro, appiattiti che restano a lungo appesi alla pianta. E’ un piccolo albero molto resistente alla siccità e alla salinità del terreno e dunque dovrebbe trovare ampia diffusione lungo le strade che costeggiano il mare. Inoltre ha un tronco elastico che si inclina fortemente sotto l’azione del vento ma che, al cessare di questo, riprende la posizione naturale. Il Cavaliere Ettore Paternò è morto pochi anni or sono ma, a testimonianza della sua passione, rimane la sua casa ed il suo parco, inserito a buon diritto tra i Grandi Giardini Italiani, visitabile su prenotazione.
Rimangono soprattutto le sue creazioni, i suoi giardini che io vado periodicamente a rivedere; in questa stagione la Parkinsonia è in fiore ed io ne annuso spesso il profumo: sono convinta che, al Cavaliere, la cosa farebbe molto piacere.


articolo interessante

venerdì 29 giugno 2012

Gaggìa, profumo di giovinezza

E’ da poco iniziata la stagione del mare; papà, che odia l’inverno e anche il blando freddo catanese gli sembra Siberia, ne aspetta impaziente l’arrivo; a partire, dai primi giorni di giugno con tono di supplica e un po’ di comando, come solo un padre che ha superato i novant’anni sa fare, la richiesta pressante è sempre la stessa: quando ti finisce la scuola?, quando si va al mare? Mio padre che è stato insegnante dovrebbe sapere che la scuola ha scadenze precise: ci sono gli scrutini, le ultime scartoffie burocratiche da consegnare e l’ultimo Collegio Docenti da presenziare ma alla sua età si è preso il lusso di non più ricordare le incombenze noiose della vita per rammentare solo la cose belle della sua infanzia che per lui è Africa, Bengasi, il mare, il sole, la sabbia della lunga spiaggia della Giuliana. Noi non siamo lontani dall’ Africa, abitiamo in Sicilia e anche a Catania c’è una splendida spiaggia di sabbia dorata dove negli ultimi anni, per lunghe stagioni di mare, andiamo ogni giorno d’estate a rinverdire il ricordo di spiagge africane.
Quando finisce la scuola? Quando si va al mare? E quando, infine, è possibile andare, papà che d’inverno è spesso scontroso, chiuso in remoti pensieri inespressi, sotto l’ombrellone a due metri dal mare diviene loquace ed è un conto e racconto di eventi lontani, mille volte sentiti ma sempre graditi, di cui conosco ritmo e fermate. Ed il flash dei ricordi gli scatta immediato al solo annusare, portato dal vento di mare, un vago profumo che sale da un fitto intrigo di spine e di fiori di un giallo solare.

Un grande groviglio di acacie spinose, cresciute spontanee ai bordi sassosi del lido, gli apre il ricordo di spiagge lontane, di giochi, di balli, di estati africane. Lo senti anche tu questo dolce profumo? E' fior di gaggia, un arbusto spinoso che cresce spontaneo su terre di pietre e di sale; fiorisce in estate ed emana profumo di miele; lo senti anche tu questo dolce profumo? Annusalo bene e tienilo a mente, è questo il profumo della mia giovinezza.

Informazioni botaniche sulla gaggia sul sito: giardinaggioirregolare.com


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