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mercoledì 14 agosto 2013

Acokanthera, un arbusto profumato ma assai velenoso

Acokanthera è un arbusto, o più spesso un piccolo alberello, di origine africana presente nei giardini di tradizione in Sicilia e i cui fiori profumati hanno contribuito a definire insieme all’aroma di specie come jasminum, citrus, brugmansia, pittosporum, mandevilla, murraja ed altre specie ancora, l’atmosfera di quei vecchi giardini siciliani di campagna posti a diletto di antiche case padronali circondate da agrumeti o vigneti.  
Erano giardini che i proprietari abitavano in estate e solo dopo il tramonto quando, di ritorno dal lavoro, si andava a prendere il fresco in giardino riposando su panche in pietra che il sole non aveva arroventato perché poste al riparo di arbusti che sapevano convivere con il caldo ed il cui profumo asciutto e pungente aleggiava nell’aria calda della sera mentre l’acqua dalla cisterna scendeva rapida lungo le saie.
Sono i giardini dei tempi in cui il caldo dell’estate siciliana si superava vivendo in case dai muri spessi con le finestre tenute in penombra: persiane accostate, aperture schermate e tende bagnate a rinfrescare le folate d’aria che dal giardino entravano in casa; l’acqua da bere veniva tenuta al fresco nel “bummulu”, orcio di terracotta perennemente avvolto in un panno sempre bagnato e per chi poteva permetterselo, nelle case nobiliari, si passava le giornate torride di luglio in una stanza ad hoc detta “ stanza dello scirocco”; un posto, chiuso, al riparo dal sole, rinfrescato da torri a vento o da intercapedini d’acqua da cui uscire solo con l’arrivo della brezza spazza caldo.
Acokanthera così come altre specie “antiche” ha fatto il suo tempo e nonostante il profumo speciale che si sprigiona dai suoi mazzetti di fiori all’inizio dell’estate, è praticamente scomparsa dai giardini moderni che nessuno ama più frequentare di sera: ci sono le zanzare, i vicini fanno rumore e si sta così freschi in casa se si accende il “clima” e si guarda la TV. Per quei pochi come me, nostalgici, che adorano prendere il fresco in giardino con le gambe spruzzate di Autan, odiano l’aria condizionata e finanche i ventilatori, ma adorano il profumo delle tante specie presenti nei giardini di campagna, riassumo poche notizie utili su Acokanthera spectabilis ( A. oblongifolia nella nuova denominazione GRIN) un bell’arbusto dall’aspetto elegante e delicato ma nelle cui vene scorre un lattice tra i più velenosi del mondo vegetale. 
Acokanthera spectabilis è un arbusto legnoso sempreverde, originario dell’Africa meridionale appartenente alla famiglia delle Apocynaceae; come molte altre specie appartenenti alla stessa famiglia (plumeria, oleandro, allamanda, trachelospermo, strofanto, thevetia) acokanthera ha tessuti vegetali altamente velenosi tanto che la linfa lattiginosa che ne impregna i tessuti veniva utilizzata dalle popolazioni del sud dell’Africa per avvelenare le frecce utilizzate per la caccia all’elefante. Se uno non sa di questa sua intrinseca pericolosità ne apprezza invece particolarmente l’aspetto ornamentale molto attraente per la chioma tondeggiante di un fitto fogliame di colore verde scuro fatto di foglie ovali ed appuntite, coriacee, che in inverno assumono una insolita tonalità violacea.
Nella tarda primavera la parte terminale dei rami, all’ascella delle foglie, si ricopre di grappoli di fiori bianco rosati un poco appiccicosi che emanano un profumo delicato simile al gelsomino. La fioritura si protrae per tre settimane poi ai fiori seguono frutti della dimensione di una grossa oliva di colore cangiante con il progredire della maturazione: prima verdi, poi rosati ed infine nero violacei.
Sembrerebbe che l’unica parte della pianta non tossica sia il frutto maturo ma, nonostante le rassicurazioni di alcuni siti web, mi guarderei dal mangiarne. Sarà per questa sua pericolosità che la specie è divenuta rara nel panorama vegetale ornamentale; vista la velenosità dei suoi frutti molti responsabili di aree pubbliche ne evitano la coltivazione a protezione e tutela dei bambini. La specie abituata al clima africano è naturalmente resistente al caldo, al secco e alla salsedine e si giova di essere coltivata in gruppo.

Oltre alla specie Acokanthera spectabilis ho visto e fotografato all' Orto Botanico di Catania Acokanthera venenata dal fogliame di aspetto più morbido ed aggraziato.
P.S.
La foto senza logo è stata reperita sul web
 
 

sabato 20 aprile 2013

Sophora secundiflora, fiori dal profumo stordente

Sophora secundiflora non è un albero molto usuale nelle città del caldo meridione dove imperano altre specie da fiore come Jacaranda, Grevillea, Chorisia o Bauhinia ed è un vero peccato. Io l’ho incontrato a Palermo, nel Giardino di Piazza Garibaldi, seguendo la scia olfattiva di un profumo intenso e stordente molto simile a quello del glicine; con il naso all’insù mi sono ritrovata al cospetto di un piccolo albero sottile ed eretto dalla fitta chioma tondeggiante carico di grappoli di fiori blu azzurrini attorno ai quali era un gran sciamare di ogni sorta di insetto volatore.
Il profumo di questo piccolo albero di origine americana è considerato uno dei più potenti in natura, simile al glicine ma più intenso e fruttato, molto simile all’aroma della viola doppia di Parma. Lo si percepisce anche a distanza e potrebbe essere un toccasana per le piccole aree a verde delle nostre città circondate dai cassonetti della indifferenziata.
Il colore dei fiori, poi, preannuncia, nella precoce primavera, il blu violetto della più gettonata Jacaranda; grandi grappoli pendenti di fiori papilionati che fioriscono scalarmente per un lungo periodo; la particolarità dei grappoli prodotti da questa specie è quella di non avere forma cilindrica, come ad esempio il glicine, ma di essere disposti tutti verso l’esterno della chioma come una larga, corta cravatta pendente in modo da svolgere funzione vessillare per attirare gli insetti impollinatori.   
La specie un tempo chiamata Sophora secundiflora, oggi meglio classificata come Calia secundiflora, è un arbusto o più spesso un piccolo albero sempreverde appartenente alla famiglia delle Fabaceae, originario delle regioni americane del Texas e del Messico settentrionale caratterizzate da clima asciutto e molto caldo con piovaschi estivi. Ha foglie composte imparipennate dalla forma affusolata verso la base piuttosto che verso l’apice della foglia che conferiscono alla pianta una chioma fitta, piena anche all’interno dell’albero che cresce, tuttavia, molto lentamente. Dai fiori, come in tutte le leguminose, si producono dei corti baccelli legnosi indeiscenti profondamente stretti tra i semi che perdurano a lungo sulla pianta aprendosi anche ad un anno di distanza dalla loro produzione.
Sito immagine
I semi sono fagioli dall’incredibile colore scarlatto, velenosissimi perché contengono un potente alcaloide detto citisina; il consumo di un solo seme può provocare nausea, convulsioni e anche morte per asfissia. La strana storia che ho letto a proposito di questi semi riguarda l’uso che di questi fagioli “mescal bean” facevano le popolazioni indiane d’America sin da epoche preistoriche. I semi, infatti venivano utilizzati per procurare visioni divinatorie durante la cerimonia propiziatoria chiamata “Danza del fagiolo rosso”.

Le popolazioni Apache, Comanche, Iowa , i cui nomi abbiamo imparato in mille film western, durante i riti tribali ballavano tutta la notte per poi bere, stremati dalla fatica, un decotto a base di fagioli rossi della Sophora; prima si avevano allucinazioni, poi si vedeva rosso e quindi si finiva per vomitare ed evacuare, raggiungendo uno stato comatoso ritenuto efficace per la purificazione del corpo e dello spirito. Guardando questo gradevole alberello chi avrebbe mai potuto immaginare un passato così pittoresco? Nel nostro clima Sophora secundiflora può essere coltivata in ambienti dove le temperature minime invernali non scendono oltre lo zero; in altre regioni si può tentare di trovare un posto a ridosso di un muro assolato per ripararla dal freddo invernale.
Dove trovarlo:

 

lunedì 26 novembre 2012

Thevetia peruviana, il seme della fortuna

 
Thevetia peruviana, conosciuta anche con il sinonimo di Thevetia neriifolia, è un arbusto tropicale appartenente alla famiglia delle Apocynaceae molto diffuso sia come specie spontanea che  come ornamentale nelle regioni a clima tropicale e sub-tropicale (USDA zone 9-11);  nei giardini delle regioni a clima temperato caldo la specie trova utilizzazione come arbusto sempreverde molto decorativo per la lunga ed abbondante fioritura estiva di fiori campanulati di colore giallo zafferano, in virtù dei quali la thevetia è nota nel mondo anglosassone  con il nome di “oleandro giallo”.
La thevetia si presenta come un arbusto o piccolo alberello con rami flessibili e divergenti che portano foglie lucide, lineari, ristrette all’apice e con il bordo fogliare rivolto leggermente verso l’alto.
In estate in cima ai rami compaiono gruppi di fiori riuniti a mazzi dalla forma ad imbuto con cinque petali sovrapposti di colore giallo intenso (ma ce ne sono varietà anche di colore bianco e pesca) che si evolvono in drupe globose di colore verde oliva contenenti semi di forma tozza, lenticolare di colore bruno. La thevetia si riproduce facilmente per seme e si presta ad essere coltivata in vaso.


La specie è dedicata al monaco francese André Thevet che nel 1557 effettuò un avventuroso viaggio in Brasile per il quale divenne celebre e che descrisse nel suo libro: Les Singularitez de la France Antarctique, autrement nommee Amerique: (et) de plusieurs Terres (et) isles decouvertes de nostre Temps (Le singolarità della Francia Antartica, altrimenti detta America: e di numerose Terre e isole scoperte ai nostri tempi). Il genere comprende specie velenose come quasi tutti gli altri generi appartenenti alla famiglia delle Apocynaceae (Oleandro, Allamanda, Acokanthera) . Tutti i tessuti della pianta emettono un lattice bianco molto velenoso perchè contengono un glucoside chiamato thevetina, caratterizzato da elevata tossicità, la cui presenza si concentra nei semi. Da un resoconto della BBC di qualche anno fa nello Sri Lanka al consumo di semi di Thevetia si attribuiva un alto numero di casi di suicidio sia per la facilità di reperimento dei semi, visto che la specie cresce spontanea ai bordi delle strade, sia che per la loro elevatissima tossicità; basta, infatti, l’ingestione di un solo seme per causare la morte.
Anche agli indigeni delle regioni tropicali era ben conosciuta questa caratteristica dell’intera pianta che veniva usata per confezionare potenti veleni impiegati sia i per la pesca che per avvelenare le frecce. Nonostante la pericolosità della specie, la thevetina in dosi adeguate veniva utilizzata nella medicina popolare praticata da sciamani come cardiotonico e come rimedio per abbassare la febbre. I semi della thevetia hanno una forma assai particolare tanto da essere considerati, in India, dei talismani portafortuna da utilizzare per realizzare amuleti o da tenere in tasca e rigirare tra le dita.

I semi della thevetia hanno un elevato contenuto in olio ed in Messico, dove la pianta è praticamente in continua fioritura, hanno provato a coltivare la specie in modo estensivo per estrarne l’olio tramite spremitura dei semi, ottenendo glicerolo ed esteri, da cui ricavare biodisel. Da prove di coltivazione effettuate in questo paese da un ettaro coltivato a thevetia si potrebbero ricavare oltre 1000 litri d’olio con un rendimento considerato superiore ad altre specie più tradizionalmente usate come specie oleaginose (colza, girasole e arachide) da cui pure si ottengono biocarburanti.

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mercoledì 23 maggio 2012

Melia azedarach: un albero "fronte mare"

Specie resistente alla salsedine


Domanda: Ho una casa per le vacanze con un piccolo spazio verde che si affaccia sul lungomare di una località balneare siciliana. Vi trascorro essenzialmente l’estate ed è in questa stagione che sento la necessità di avere, nel mio piccolo giardino, un albero di non grandi dimensioni, capace di fare ombra e rendere gradevole il soggiorno all’aperto. Quando ho acquistato la casa, in giardino c’era già un albero d’olivo che, tuttavia, ho dovuto estirpare essendo allergico alla sua fioritura. Volendo trovare una valida soluzione, che specie mi consiglia di utilizzare che sia resistere alla salsedine e  non provochi fenomeni di allergia?

Risposta: Dopo anni di osservazione sul campo ho potuto constatare che il numero di specie arboree, utilizzabili nei giardini dislocati lungo le coste, non sono molte e lo dimostra l’esiguo numero di specie arboree impiegate dalle amministrazioni comunali per la sistemare a verde delle aree pubbliche affacciate sul mare: palme, tamerici, oleandri, e su grandi superfici, ficus, phitolacca, chorisie, erythrine ma anche lecci e olivi. 
Messina: lungomare con ficus e palme
Tra tutte le specie primeggiano comunque le palme che pur avendo, nel corso dell’inverno, le foglie spesso bruciate dal vento e dal sale, con l’emissione di nuove foglie e la potatura delle vecchie riacquistano in estate un aspetto gradevole. A causa del punteruolo rosso, tuttavia, l’utilizzo delle palme è stato fortemente ridimensionato.  Il verde delle zone marine non è, dunque, di facile  progettare sia per il vento che spira costantemente in una direzione, conferendo alla piante un antiestetico effetto “bandiera”, sia per l’elevato contenuto di salsedine delle goccioline d'acqua trasportate dal vento che risulta tossico per le foglie di molte piante; esse vengono letteralmente bruciate  dal sale che determina necrosi dei tessuti   con conseguente morte e caduta precoce delle foglie.

Fra le specie arboree di medio sviluppo, di aspetto gradevole ed ottima resistenza al vento e alla salsedine, mi sentirei, tuttavia,  di consigliarle Melia azedarach una specie proveniente dall’Asia che si è assai bene integrata nel  contesto climatico mediterraneo.
Melia azedarach

E’ una specie che ama gli ambienti caldi e molto luminosi prediligendo esposizioni fortemente soleggiate. Lasciato crescere, è un albero a fronda leggera che raggiunge i dieci metri d’altezza ma che può essere facilmente potato con forme di allevamento a sviluppo più contenuto. E’ specie che perde le foglie in inverno ed è questo uno dei motivi della sua resistenza alla salsedine. Alla ripresa vegetativa compaiono le foglie pennate, composte da numerose foglioline a margine dentato, molto simili a quelle del frassino da cui il nome generico di Melia (frassino, appunto).
I fiori compaiono all’inizio dell’estate e sono di colore lilla pallido, a cinque petali e con la parte centrale del fiore, che contiene gli stami, di colore viola scuro.
Fiori di Melia Azedarach
Ai fiori, riuniti in grandi pannocchie, seguono frutti tondeggianti, di colore giallo pallido che perdurano tutto l'inverno sulla pianta. Sono drupe la cui polpa, dall’odore sgradevole, contiene un seme naturalmente cavo al centro. Questa particolarità fa si che i semi della melia siano stati tradizionalmente utilizzati come grani dei rosari.
Frutti di Melia azedarach
Le foglie manifestano un effetto repellente nei confronti di api ed insetti consentendo un tranquillo soggiorno in giardino le sere d'estate.  Non risultano a carico della Melia particolari notazioni per chi soffre di allergie, tuttavia, essendo la pianta velenosa in ogni sua parte, molti siti ne indicano una potenziale pericolosità per i gatti.

mercoledì 16 maggio 2012

Strophanthus speciosus: tutto in una settimana

Strophanthus speciosus
Domenica 6 maggio
Non lo avevo mai visto prima ne lo avevo mai incontrato durante il mio vagabondare perdigiorno per parchi e giardini; di lui, sino a quel momento, non ne supponevo neppure l'esistenza. Poi domenica l'altra, girovagando senza fretta tra i viali ombrosi dell'Orto Botanico di Palermo, lungo il percorso che porta all'Acquario, l' ho visto. E tu chi sei?, penso tra me e me e, soprattutto, da dove vieni? Sbircio le sue generalità sul cartellino fresco di stampa ed ho le prime generiche informazioni.
La tua Famiglia (Apocynaceae) la conosco bene; annovera entità tutte pericolose, da cui guardarsi. Ciò nonostante molti dei tuoi parenti, immigrati di prima, seconda e terza generazione, si sono bene radicati in Sicilia tanto da essere considerati di casa nei nostri giardini: oleandro, plumeria, allamanda, carissa, mandevilla, thevetia, acokanthera, sono arbusti apprezzati (chi più, chi meno), per le fioriture bianche o colorate, talvolta profumate e per la notevole adattabilità.
Apocynaceae: Plumeria, Acokanthera, Mandevilla, Allamanda, Thevetia, Nerium
Tu, però, mi sembri un tipo alquanto originale.  Hai fiori dai petali lunghi e sottili, ondeggianti (strophanthus vuol dire " fiore cordone", di un pallido giallo con una macchia rossa alla base, che se ne stanno ammassati in buon numero in dense infiorescenze terminali; sembrano un groviglio di stelle marine mosse dalla corrente o ragni in agguato dai colori tropicali.
L'esemplare dell'Orto, coltivato in piena terra, è un arbusto di medio sviluppo dall'aspetto un poco disordinato; le foglie sono opposte, a margine intero, lanceolate e disposte in numero di tre per ogni internodo. Nel paese africano da cui proviene (Zimbabwe) le popolazioni zulu, con il lattice che fuoriesce dai rami, intingono le frecce per renderle velenose. 
Di lui prendo mentalmente nota come un "tipo da orto"; mi sembra infatti una specie assai particolare per essere vista in giro in un circuito commerciale.
Domenica 13 maggio
Passa una settimana e curiosando tra stand e gazebo alla mostra dell'artigianato "Viscalori in fiore" che si è svolta questo fine settimana a Viagrande, paese etneo nei dintorni di Catania, tra aromatiche e bouganvillee, rosai e fruttiferi esotici, a ridosso di un muro, confuso tra plumerie ed avocado, lo vedo. "Che ci fai tu qui e chi ti ci ha portato?". " Il vivaista che lo vende appare frastornato. "Ma perché tra le tante piante che ho in esposizione lei vuole comprare proprio questa?" Gli dico di averla vista all'Orto botanico di Palermo, neanche una settimana fa e chiaccherando, chiaccherando riesco a ritrovare il bandolo della vicenda.
C'è di mezzo Natale Torre  il maggiore esperto, in Italia, di flora esotica e tropicale. Natale è titolare dell'omonimo vivaio a Milazzo, in provincia di Messina; laureato in Scienze tropicali a Firenze, ha introdotto in ambito mediterraneo, nel corso di un'esistenza divisa tra la Sicilia ed i tropici, moltissime specie arboree ed arbustive da fiore che con fiuto ed esperienza ha acclimatato nel suo grande vivaio per poi commercializzarle direttamente o tramite altri vivai in Italia e all'estero. Gli Orti Botanici sono suoi affezionati clienti (la recente collezione di Plumerie dell'Orto Botanico di Catania è opera sua) e penso che quasi tutti i vivai che in Italia  commercializzano "tropicali" ruotano attorno a lui. Anche l'Orto Botanico di Palermo, ci scommetterei, è ricorso a Natale Torre per avere lo Strophanthus della sua collezione così come il vivaista che lo ha portato in fiera. Se c’è  di mezzo Natale questo arbusto da fiore  è una specie di sicura adattabilità nei giardini caldi del Sud.
Ora che ho le idee più chiare, penso:  Strophanthus!: ti voglio, ti compro, ti porto a casa". 

lunedì 30 aprile 2012

Cicuta, stramonio ed altri veleni

Veleno,
se mi baci ti do il mio veleno
o una rosa scarlatta sul seno
e dopo t’amerò..
Così cantava nel 1947 Tina De Mola, moglie di Renato Rascel, interpretando il ruolo di Lucrezia Borgia nello spettacolo di rivista “Il cielo è tornato sereno”.

***
Veleno,
se mi "mangi" ti do il mio veleno..
Sito immagine
Così mi viene da cantare pensando a cicuta, stramonio, ricino, aconito, alcune tra le piante più velenose del panorama vegetale. Semi, cortecce, foglie, radici, tutti gli organi di una pianta, diversi in base alla specie, possono essere fonte di intossicazione mortale se ingeriti accidentalmente al posto di buone erbette di campagna, per la presenza di particolari composti chimici azotati, i potenti alcaloidi che, prodotti dal metabolismo vegetale, hanno effetti farmacologici spesso letali sull’uomo e sugli animali. Composti dai nomi gentili come caffeina, morfina, nicotina, china sono capaci in piccole dosi di manifestare sul metabolismo animale effetti cardiotonici, anestetici, antidolorifici; altri, come coniina, aconitina, stricnina, amigdalina, daturina sono in grado di stroncare un uomo con l’ingestione anche di modiche quantità. La funzione degli alcaloidi nel metabolismo delle piante è controversa ma molti autori propendono per la funzione difensiva volta a dissuadere il morso degli erbivori. "Tu mi mangi ed io ti uccido e che gli altri imparino dalla tua esperienza a non mangiarmi", ecco il motivo di tanta cattiveria. Gli alcaloidi, considerate sostanze di rifiuto del metabolismo vegetale, hanno in genere sapore amaro (segnale di avvertimento) e come tali le piante che li contengono non sono per niente appetite dal bestiame. L’uomo ha imparato a riconoscerne la pericolosità sin dall’antichità utilizzando molte specie a scopo medicinale e diffidando di altre il cui consumo accidentale può essere fortemente pericoloso. Alcune piante velenose, infatti, possono essere confuse con specie eduli, così come avviene con i funghi dove è facile scambiare, in fase giovanile Amanita phalloides (mortale) con Amanita caesarea (ovulo buono). Tra le verdure l’esempio più classico è quello della cicuta che mano inesperta potrebbe raccogliere al posto di prezzemolo o anice o, ancora, le cronache riportano casi di forte intossicazione al limite della morte per il consumo dei velenosissimi semi di stramonio utilizzati per inesperienza ed ignoranza come surrogato di altri allucinogeni.
Due parole, allora, su alcune piante spontanee velenose che non è assolutamente conveniente smangiucchiare.
Cicuta

sito immagine
Con il nome comune di cicuta si indicano botanicamente almeno tre specie di piante erbacee a medio sviluppo diffuse nei luoghi ombrosi ed umidi posti ai margini di ambienti ruderali o di incolti. La famiglia di appartenenza è quella delle Ombrellifere oggi Apiaceae avendo, pertanto la specie, habitus e fioritura ad ombrella molto simile a quella di altre ombrellifere eduli come prezzemolo, carota, sedano. Delle tre specie: Conium maculatum, Cicuta virosa (cicuta acquatica) e Aethusa cynapium ( falso prezzemolo) quella più diffusa è Conium maculatum o cicuta maggiore dalle grandi foglie composte formate da foglioline dentate e fiori riuniti ad ombrella di colore bianco. Tutti gli organi vegetali, ma in particolare i semi verdi, contengono elevate quantità dell’alcaloide velenosissimo coneina in miscela con altri alcaloidi. L’azione sul metabolismo animale è neurotissica e, come racconta Platone descrivendo la morte di Socrate, costretto a bere cicuta per rispettare la sentenza di condanna a morte inflittagli nel 399 a. C., questa avviene con una progressiva paralisi degli arti che si conclude con arresto cardiaco. La morte per avvelenamento da cicuta può essere anche indiretto mangiando animali, ad esempio uccelli, che se ne siano cibati (gli uccelli sono immuni al consumo di germogli teneri di cicuta).

Stramonio
 
Datura  wrightii
Datura stramonium è una delle specie più velenose della nostra flora; pianta erbacea annua della famiglia delle Solanaceae, ha grandi fiori campanulati bianchi simili a quelli che caratterizzano alcuni arbusti ornamentali del genere Brugmansia (ex Datura) molto comuni e di grande effetto nei giardini mediterranei. Le foglie picciolate e grossolanamente dentate ai margini sono disposte in ordine alterno; fusti glabri.
Capsula di Datura wrightii 
I frutti sono capsule spinose deiscenti che si aprono spontaneamente per liberare semi neri di estrema velenosità. Datura stramonium ha  frutti su peduncoli eretti, globosi ma un pò allungati, con numerosi aculei a base conica larga mentre Datura wrightii Reg,altra specie diffusa, si riconosce per i fusti con fitta pubescenza “vellutata”; foglie con margine più o meno intero; frutti su peduncoli ricurvi, sferici, con numerosissimi aculei di dimensioni uniformi. E’ frequente trovare  le dature  nelle aree incolte, anche cittadine, dove fioriscono in estate.  La datura è’ popolarmente chiamata erbe delle streghe perché la miscela di alcaloidi presenti in tutti i tessuti della pianta provoca effetti allucinogeni, visioni ed incubi. Anche se potrebbe sembrare un’assurdità sono stati registrati in Italia casi gravi di intossicazioni acute dovute al consumo di stramonio.

Aconito
sito reperimento
Aconitum napellus è un’erbacea rizomatosa appartenente alla famiglia delle Ranunculaceae che cresce spontanea in montagna nei luoghi umidi ed ombrosi e produce fiori di colore viola azzurro tanto belli quanto velenosi; tutta la pianta, infatti, contiene numerosi alcaloidi che contribuiscono a determinare uno degli effetti venefici più potenti che si conoscano nel mondo vegetale, tanto da risultare mortale non solo il consumo di parti di pianta ma il semplice contatto; l ‘aconitina contenuta nei tuberi della pianta viene infatti, assorbita dalla pelle anche in assenza di ferite. Nell’antichità di aconito si spalmavano le spade, le lance e le frecce per rendere mortali le ferite inferte al nemico.
Per la bellezza dei suoi fiori  ho visto commercializzati i tuberi  di Aconitum come pianta erbacea da giardino; io, però, per prudenza, consiglierei di  mettere i guanti per toccare questa graziosa pianta perchè: "fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio".

venerdì 10 giugno 2011

L'estate è una stagione di sofferenza!

E’ il solito refrain che mi sento ripetere ogni anno, con aria accorata, al comparire del primo accenno di calore, da mio marito che soffre il caldo e che, per contro, adora il lungo, tiepido, inverno (siciliano); quando la temperatura comincia a salire, non c’è corrente, riscontro, turbine d’aria che sia bastevole a non farlo sudare. Di giorno tutti i santi aiutano perché non c’è ufficio che si rispetti che non programmi livelli climatici siberiani e gli impiegati ci stanno dentro imbacuccati come cosacchi del Don per prevenire cervicali e sinusiti sempre in agguato. Ma è la sera, a casa, che inizia la lamentazione sull’estate stagione di sofferenza. Nessun accorgimento anti caldo ci viene risparmiato: non si cucina per non accendere i fornelli; si aprono tutte le finestre per creare riscontro e se la natura non aiuta perché fuori l’aria è immota, si azionano alla massima potenza ventilatori a turbina in ogni stanza della casa ed, infine, lui dorme in brandina davanti alla finestra del balcone in un cono d’aria degno della galleria del vento di quelle utilizzate per le macchine di formula uno. Quando poi fa veramente caldo, ci si tappa in casa climatizzando alcune stanze dove si finisce per vivere assiepati fino al ristabilirsi di condizioni termiche accettabili. Anche io d’estate ho caldo ma la altrui stagione della sofferenza estiva è coincidente, per me, con il lungo, pregustato, agognato periodo di sospensione delle attività scolastiche lavorative e non sarà certo un po’di caldo a rovinarmi la gioia dell’ozio.
Al pari di mio marito, pure molte specie vegetali soffrono il caldo e molte di esse hanno dovuto adottare accorgimenti botanici per sfuggire alla esiziale coincidenza tra il verificarsi delle massime temperature stagionali e la minima disponibilità idrica. Foglie coriacee non traspiranti, spesso impregnate di sostanze protettive; sospensione o rallentamento dell’attività metabolica; perdita totale delle foglie. Il fenomeno in botanica è detto “estivazione” ed è, ad esempio, adottato, da una delle più comuni specie arbustive spontanee della macchia mediterranea: Euphorbia dendroides.


Proprio come mio marito vorrebbe fare, l’euforbia sospende in estate ogni attività vegetativa e per rendere la cosa più evidente i rami della pianta diventano di colore rosso mattone così come le foglie lanceolate che progressivamente ad inizio giugno cominciano a distaccarsi e cadere.

Durante la restante parte dell’anno la specie ha un aspetto molto gradevole con foglie di colore verde glauco disposte alterne su rami di un arbusto a portamento tondeggiante. Le infiorescenze (ciazi) portano ombrelle terminali di fiori gialli con grosse ghiandole nettarifere di colore giallo aranciato. Come tutte le euforbiacee i tessuti vegetali secernono un latice bianco appiccicoso che oltre ad essere molto tossico ha proprietà urticanti tanto da essere usato nella tradizione popolare per bruciare porri e verruche. In Sicilia ho sentito, inoltre, di gente di pochi scrupoli che usava rametti di euforbia per pescare in modo brutale pesci di fiume storditi ed intossicati dal suo latice. A scopo ornamentale l’euforbia viene utilizzata per ricoprire vaste aree dove rapidamente tendono ad inselvatichire.

 All' Euroflora, quest'anno, la Regione Sardegna ha portato una collezione di euforbie arboree spettacolari dimostrando come la specie può avere notevole valenza estetica nelle aree a clima mediterraneo. Se si utilizza come arbusto da giardino e le si fornisce un po’ d’acqua l' arbusto in estate non perde le foglie che, in ogni modo, ricompariranno al verificarsi delle prime piogge autunnali.

Perchè non impariamo dalle piante ad "estivare", in silenzio!.

martedì 7 giugno 2011

Ricinus communis: panacea per ogni male

Per la generazione dei miei genitori la parola ricino ha ancora oggi un suono sinistro. La farmacopea familiare trovava nell'olio, estratto dai semi di questa specie, la panacea di ogni piccola indisposizione; la stanchezza dopo un viaggio, una leggera infreddatura, un malessere infantile trovavano ineluttabile rimedio in un colmo cucchiaio di questo olio nauseante, viscido e lassativo. Ma il ricino deve aver turbato i sonni di molte generazioni del passato visto che la specie era nota sin dall'antichità per le qualità farmacologiche dell'olio, estratto per spremitura dai suoi semi. La medicina mesopotamica, già notevolmente sviluppata, utilizzava frequentemente l'olio di ricino come potente lassativo e come combustibile di lampade a stoppino. I semi di ricino erano oggetto di commercio nell'antico Egitto e ne sono stati ritrovati resti in tombe datate intorno al 4000 a. C. Per mascherare l'odore pungente e maleodorante di quest'olio medicinale, ad esempio, presso le tribù nomadi dell'Arabia era in uso di mescolare l'olio con latte riscaldato ed aromatizzato con sciroppo di fiori d'arancio o gocce di olio di garofano. L'acido ricinoleico, il trigliceride estratto dai semi del ricino, sembra alleviasse il bruciore delle scottature e fosse usato come unguento per i dolori reumatici; si sarebbe inoltre dimostrato efficace nel prevenire la crescita di numerose specie di virus, batteri, lieviti e muffe.
Dopo la vasta notorietà conosciuta nel mondo antico il ricino quasi scompare per riapparire in Inghilterra, in epoca Vittoriana, come specie ornamentale, coltivata in serra come decorativa annuale da foglia. Oggi la coltivazione del ricino ha ripreso impulso soprattutto come coltura estensiva, destinata alla produzione di olio da utilizzare nell'industria delle resine e delle fibre sintetiche; il prodotto è molto ricercato perché non ingiallisce.
Caratteri botanici

Da un punto di vista botanico, il ricino è specie appartenente alla famiglia delle Euphorbiacee che annovera essenze caratterizzate dall'abbondante emissione di lattice, spesso fortemente irritante e velenoso. Il nome del genere deriva dalla parola latina ricinus che significa "zecca" per la somiglianza esistente tra questo insetto ed i frutti della pianta. Al genere appartiene la sola specie Ricinus communis nell'ambito della quale è possibile individuare circa sei sottospecie diffuse in regioni climaticamente differenti. Se si ritiene, infatti, che la zona d'origine del ricino sia l'Abissinia, tuttavia, la sua coltivazione, sin dall'antichità, si era estesa in vaste regioni a clima tropicale e temperato.
Del ricino si conoscono anche numerose varietà orticole a foglie e frutti rosso porpora, utilizzate  come piante da giardino. Dove le basse temperature non intervengono ad arrestarne lo sviluppo, come in Sicilia, il ricino si comporta da arbusto perenne.
La specie è normalmente monoica e l'infiorescenza porta in alto, fiori femminili e nella parte inferiore fiori maschili. I frutti sono delle capsule spesso spinose contenenti normalmente tre semi. Tutta la pianta è fortemente velenosa per la presenza di un principio tossico detto ricina. I semi in particolare ne contengono un'alta percentuale, tanto che, uno o due semi ingeriti possono risultare fatali; per produrre olio medicinale, privo di principio tossico, occorre effettuare una spremitura a freddo seguendo alcuni accorgimenti per evitare contaminazioni.

In giardino
In Italia il ricino è una delle più diffuse essenze ruderali delle regioni marine a clima temperato caldo. In ambienti ad inverno mite la specie si comporta da perenne legnosa colonizzando, in grandi macchie a portamento quasi arboreo, ruderi e pietraie. Come pianta ornamentale è specie poco valorizzata nei nostri ambienti, al contrario dei popoli anglosassoni che utilizzano il ricino come annuale da foglia per le bordure miste. Eppure questa specie, anche in ambiente mediterraneo, ha ottime qualità per aspirare ad un posto in giardino, specie in zone climatiche dove la vicinanza del mare, l'aridità e la salinità del suolo rendono problematica qualsiasi copertura vegetale
. Se disponiamo di un fondale di fogliame scuro come di  cipressi o di olivi cipressini è quello il posto ideale per valorizzare le grandi foglie palmate della varietà "rubra", messa così in bella evidenza.
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