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venerdì 17 luglio 2015

Cymbopogon flexuosus, un rimedio anti zanzare

Una pianta per notti estive "without mosquitoes"
 
E con questa potrò dire  di averle provate tutte: basilico,  pelargoni, lippia (Aloysia), lantana, monarda, plectranthus, erba gatta.
Al lungo elenco di piante che ho tenuto in balcone in funzione antizanzare  mancava proprio lei, la specie principe, quella che è alla base di tanti reclamati  spray  comprati a caro prezzo in farmacia: Cymbopogon  flexuosus  meglio nota come  citronella  indiana o lemon grass. 
E’ lei la specie vegetale in cui ripongo le speranze residue  di trascorrere nottate estive meno agitate   a causa delle zanzare che entrano in casa  dalle finestre spalancate per il caldo; mio padre diceva che le zanzare non esistono perché a lui le zanzare lo schifavano ed in più essendo sordo non le sentiva  ronzare  ma io invece ci sento  ancora bene e, nonostante l’uso di  zanzariere alle finestre, zampironi  e  trappole luminose  attira insetti sparse per la casa, c’è sempre una zanzara  che di notte riesce ad arrivare al mio orecchio facendomi sobbalzare con il ronzare del suo volo molesto  per poi pungermi  su mani e piedi che continuano a prudermi per ore.
 
Ma le mie sofferenze volgono al termine , ho finalmente quella che viene considerata un’ arma letale: Cymbopogon flexuosus una graminacea  perenne (oggi  appartenente alla famiglia delle Poaceae) dall’aspetto, mi duole dire,  assai poco ornamentale che forma in piena terra densi cespi alti fino a due metri di diametro e con foglie lunghe anche un metro. La specie è coltivata, nelle regioni indiane d’origine,  per il consumo diretto o  per l’estrazione dell’olio essenziale.
Tutte le parti  della pianta contengono, infatti,  una sostanza aldeidica denominata citrale dal caratteristico odore di limone.  Molto popolare nella cucina vietnamita e thailandese, le foglie, fresche o essiccate sono utilizzate per insaporire zuppe, salse o piatti di pesce e pollo;  sotto forma di estratto ottenuto da distillazione a vapore, l'essenza di citronella viene usata per aromatizzare bevande  e prodotti da forno o in cosmetica come fragranza di profumi, saponi e creme.

Tra le tante utilizzazioni della citronella quella che più mi interessa è  senza dubbio l'azione repulsiva nei confronti degli insetti; le candele preparate con significative quantità  di quest'olio hanno, infatti,  la proprietà di allontanare le zanzare. Se la pianta che ho avuto in dono da Casimiro del vivaio Tomarchio di Linera dovesse funzionare,  ne  riempirò il balcone, ne scriverò un'Ode, ne avvierò una coltivazione; tutto questo ed altro, in odio alle zanzare.
 

sabato 28 dicembre 2013

Saccharum officinarum o cannamele

Alle origini dello zucchero
 
A guardare questi pezzi di canna che ho tra le mani, acquistati alla Fiera del Bio da un produttore di fruttiferi tropicali, non mi posso assolutamente capacitare delle enormi conseguenze  economiche, alimentari, di costume ed anche ambientali che questa canna, dall’aspetto insignificante, ha potuto determinare nella vita degli uomini.
Parlo della canna da zucchero o Saccharum officinarum,  specie importata dagli arabi, dalle lontane Indie in Sicilia, durante la loro dominazione, che ha segnato,  in modo ineluttabile, il destino di obesità del mondo occidentale e che è responsabile dei chili in più accumulati per Natale.
Saccharum officinarum è botanicamente una graminacea di grande taglia con culmi che possono raggiungere i 3-4 metri d’altezza. Ha radici rizomatose da cui si diparte un fusto sul quale si inseriscono foglie guainate. I culmi, divisi in nodi ed internodi, hanno forma ovale e contengono un tessuto parenchimatico spugnoso impegnato di una linfa zuccherina; in corrispondenza dei nodi sono localizzate le gemme dalle quali prendono origine i culmi primari da quali, a loro volta, si formeranno culmi secondari. Le foglie sono alterne e sono composte da un lembo e da una guaina; le infiorescenze sono pannocchie ramificate.
La Canna da zucchero è stata importata dalle Indie sulle coste orientali del Mediterraneo dagli arabi che ne conoscevano e diffusero, soprattutto in Sicilia, la tecnica di estrazione. A quei tempi lo zucchero di canna era considerato un vero esotismo e le piccole quantità di cristalli ottenute attraverso spremitura dei culmi venivano vendute nelle farmacie, utilizzate per edulcorare il gusto terribile delle medicine dell’epoca. Allora il prodotto era chiamato “cannamele” perché era dolce come il miele ed estratto da una canna, una rarità di origine vegetale la cui estrazione era molto costosa rispetto all’ economico miele di api che si trovava facilmente nei boschi. Dal 1300 e per circa duecento anni in Sicilia la coltivazione della canna da zucchero diventa un’importante coltura da reddito grazie alle forti richieste dei mercanti genovesi e veneziani che ne commercializzavano lo zucchero per la produzione del marzapane.
La coltivazione della canna si diffonde intorno a Palermo, nel trapanese e sulla costa ionica etnea in aree prossime al mare dove il clima è mite, con ampia disponibilità d’acqua, dove ci sia abbondanza di concime animale e di manodopera a basso costo. Praticamente le stesse condizioni climatiche dove in seguito si insedieranno gli agrumi. La lavorazione della canna da zucchero richiedeva inoltre la realizzazione, in prossimità delle aree di produzione, di veri e propri stabilimenti di produzione chiamati trappeti di cannamele, un toponimo molto diffuso ancora oggi in Sicilia a dimostrazione di quanto fosse diffusa sul territorio isolano questa remunerativa attività economica.
Le canne coltivate nel “cannameleto o cannamelito” giunte ad un’altezza di circa un metro e mezzo venivano tagliate e inviate subito alla lavorazione perché facilmente deperibili. Il prodotto diviso in più pezzi era torchiato per farne uscire il succo che versato in capienti calderoni posti sopra fornelli, veniva cotto a lungo, rimescolato con schiumarole perché non si rapprendesse, eliminando i grumi che affioravano in superficie.
Una volta reso sciropposo dalla prolungata cottura, il liquido veniva versato in apposite forme d'argilla che consentivano la percolazione della melassa e delle relative impurità con conseguente cristallizzazione dello zucchero. C’era bisogno di molto legname per alimentare i fuochi a ciclo continuo e questo ebbe come diretta conseguenza la deforestazione di ampie porzioni di territorio isolano mai più rimboschito. La produzione dello zucchero in Sicilia fu un’attività remunerativa sino alla scoperta dell’America quando gli spagnoli trovarono molto economico avviare produzioni di canna da zucchero nel nuovo mondo, in particolare in Brasile, dove le condizioni climatiche erano molto più favorevoli. La Canna da zucchero sparisce dal panorama vegetale dell’isola per farvi ritorno in tempi recenti, come curiosità botanica venduta alle fiere. 
Con questo pezzo di canna in mano che fare per evocare i fasti del passato? Innanzi tutto è d’obbligo gustarne al naturale il dolce sapore dopo avere messo a nudo il midollo spugnoso; è un’ esperienza gradevole che riporta a piaceri dell’infanzia, data la necessità di dovere ciucciare il tessuto vegetale per estrarne il succo.
Poi, seguendo le istruzioni del produttore che me l’ha venduto, taglio la canna sotto l’internodo e la metto in acqua dentro un bicchiere.
Si formeranno radici rizomatose e da una gemma presente sul nodo si formerà un germoglio; ad avvenuta radicazione basterà interrare la talea in vaso o in piena terra per ottenere in una sola stagione un bel culmo ingrossato. 
Esteticamente non è gran che ma provo una certa soddisfazione nel possedere un pezzo di storia agricola siciliana sul balcone di casa mia.

Fonti: http://www.editorialeagora.it/rw/articoli/18.pdf ; A. G. Haudricourt, L. Hedin, L'uomo e le piante coltivate, Flaccovio Editore, 1993 Palermo
 
 

venerdì 13 dicembre 2013

Plectranthus amboinicus, origano cubano

L'esperto risponde

Domanda
Ho acquistato al mercato bio da un venditore di frutta esotica una pianta in vaso caratterizzata dal possedere lunghi tralci erbacei, legati ad una canna, portanti  grandi foglie carnose che strofinate sprigionano un inconfondibile e persistente aroma di origano. Il venditore da cui l’ho comprata non ne conosceva il nome avendo come unica informazione il fatto di essere arrivata dal Sud America dove è conosciuta come “pianta origano” e che, per sua esperienza, si riproduce assai facilmente per talea di cima erbacea che, una volta piantata in vaso o in giardino,  radica in modo rapido. Saprebbe dirmi di che pianta si tratta?
 
Risposta:
Plectranthus amboinicus o origano cubano
L’indicazione che mi ha messo sulla giusta traccia per l'identificazione della specie è stata la presenza di grandi foglie carnose, come una specie succulenta, ma molto aromatiche e di  facile radicazione; per le grandi foglie in un primo momento le ricerche si erano indirizzate verso Salvia sclarea ma le foglie di questa specie sono disposte a rosetta mentre quelle descritte sono portate da tralci erbacei; la provenienza poi dal Sud America e l’aroma di origano sono indizi che hanno fatto convergere verso la soluzione; Plectranthus amboinicus o origano cubano è il nome della specie; ecco di seguito alcune indicazioni.
Plectranthus amboinicus è una lamiacea come molte delle più importanti specie aromatiche coltivate in tutto il mondo, spesso indicata con la vecchia denominazione botanica di Coleus amboinicus. E’ specie africana che, per la grande facilità di propagazione si è diffusa e naturalizzata in tutte le zone a clima tropicale, in particolare in India e nelle regioni caraibiche, dove viene coltivata sia in giardino che in vaso per la forte aromaticità delle sue grandi foglie che ricordano il profumo dell’origano ma anche del timo e della salvia;  ecco perché la specie è conosciuta con il nome di “cuban-origano” ma anche di french timo; indian menta timo spagnolo; timo giamaicano. L’habitus della specie è quello di una erbacea perenne con lunghi steli erbacei fragili che strisciano sul terreno e che, nella coltivazione in vaso, vengono tenuti in alto legati a dei tutori; gli steli portano foglie carnose, tomentose su entrambi i lati, ampiamente ovate, con margine ondulato. 
I fiori, tipici delle labiate, sono di colore violaceo raggruppati in verticilli che formano spighe terminali.
Foglie e fiori emanano un persistente e forte odore di origano; le diverse parti della pianta possono essere utilizzate tritate finemente, fresche o essiccate, per aromatizzare zuppe di legumi o arrosti ma senza esagerare perché l’aroma è veramente forte e persistente. Mentre la specie si trova a proprio agio nel clima caldo e siccitoso teme il freddo e non tollera gelate a meno che non si coltivi in vaso al riparo di una veranda o in casa; la collocazione ideale in giardino è, invece,  negli angoli rocciosi o per rinsaldare muri di contenimento. Specie di scarse esigenze colturali  va periodicamente accorciata  per favorire un migliore sviluppo vegetativo utilizzando poi steli e foglie per effettuarne la propagazione.  Nelle zone dove la specie si è naturalizzata  ne sono molto apprezzate le proprietà medicinali: l'infuso in acqua calda delle parti aeree della pianta somministrato per via orale è usato in Asia per trattare asma e tosse cronica; in India le foglie hanno molte applicazioni nella preparazione di rimedi utilizzati per il trattamento di raffreddore, tosse e febbre nei bambini; studi farmacologici hanno, poi, dimostrato le proprietà antiepilettici del decotto delle sue foglie.
PS
Grazie per l'aiuto che Daniela ha dato all"Esperta"
 

martedì 17 settembre 2013

Jaborosa, Ruellia, Liriope e le altre

Erbacee perenni per i giardini del sud 
Alcune foto sono di Daniela Romano


Le erbacee perenni, la loro diversa tipologia di impiego e le relative possibilità di utilizzo nei giardini moderni sono tra gli argomenti più dibattuti del momento tra coloro i quali (paesaggisti, garden designer, e landscape architect) si occupano di indicare le nuove tendenze in fatto di verde ornamentale.
E di specie erbacee perenni si è discusso in uno dei tanti workshop svoltisi recentemente a Bergamo in occasione della manifestazione  organizzata da ArketiposI maestri del paesaggio, International meeting of the landscape and garden” che ha sede dal 7 al 22 settembre tra le antiche mura della città lombarda. Per un’intera giornata oltre duecento persone si sono accostate al tema: le “ Piante erbacee perenni nel giardinaggio di oggi. Come il giardinaggio inglese ha influenzato l’uso delle erbe perenni oggi in Italia” discutendone con l’esperta Annie Guilfoyle, paesaggista inglese, e con i tecnici del vivaio Valfredda, una delle aziende italiane che hanno fatto della coltivazione di “fiori di erbe perenni” il punto di forza della propria attività produttiva.
Chi ha avuto modo di seguire i lavori e le discussioni che ne sono scaturite ne ha tratto la conclusione che le specie erbacee perenni sono la tipologia vegetale cui si punta oggi maggiormente per realizzare giardini a bassa manutenzione, politicamente corretti perché utilizzano specie erbacee autoctone o naturalizzate capaci di dare il meglio della propria valenza estetica con il minimo apporto di input energetici esterni.

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Poca manutenzione, esigui apporti idrici, ridotti interventi colturali;  giardini dove l’uso di complementi d’arredo poveri come sassi, materiale ferroso, mattoni, legno povero e specie tipiche della flora spontanea come le  graminacee (Pennisetum, Stipa, Carex  Miscanthus, Equisetum), danno all’insieme  un aspetto più naturale e casuale ben lontano dall’opulenza dei giardini scenografici del secolo scorso; giardini minimali in cui le fioriture seguono l’andamento stagionale integrandosi ed omologandosi con l’ambiente naturale circostante.
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Ma in questa onda che trascina all’essenziale non sono pochi colori i quali, esperti o semplici appassionati, nuotano contro corrente rimanendo fedeli all’idea del giardino come interpretazione scenografica della natura, rivendicandone la bellezza come diversità, come esotismo, come varietà di colori e di specie e di forme abbinate tra loro per ottenere meraviglia, stupore in tutte le stagioni dell’anno, unendo i diversi ingredienti con sapiente arte giardiniera; giardini, è vero, oramai anacronistici per lo sforzo che essi richiedono in termini di manutenzione, apporti energetici, costi, ma capaci di stupire e di fare sognare. Io mi identifico in questo secondo gruppo di nostalgici; amo il diverso, l’esotico, l’esuberanza tropicale di fiori e specie venute da lontano; amo lo sfarzo, il colore, i profumi e gli aromi presenti nei giardini paesaggisticamente diversi da quello che è l’ambiente naturale, mediterraneo, che mi circonda.

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Per cercare di coniugare “risparmio di risorse e voglia di esotismo”, nell’immenso gruppo delle erbacee perenni ho scelto, per i giardini a mare del sud, un breve elenco di specie esotiche da fiore capaci di coniugare adattabilità e gradevolezza estetica, modernità e ritorno all’antico.
Jaborosa integrifolia
Jaborosa integrifolia è una specie perenne rizomatosa di origine argentina appartenente alla famiglia delle Solanaceae; presenta una rosetta di foglie ovali grandi e spesse, dal colore verde intenso che spuntano direttamente dal terreno. Produce grandi fiori solitari di forma stellata con corolla bianca che si divide in cinque lobi ognuno con la punta ricurva e molto allungata. Fiorisce tutta l’estate ed i fiori emanano un delicato profumo notturno. Può essere utilizzata come specie tappezzante con esposizione a mezz’ombra o anche a pieno sole in un terreno ben drenato; si propaga facilmente grazie alle radici rizomatose tanto da riuscire a divenire invadente. Per avere un buon risultato coprente sul web consigliano di utilizzare sette piante al metro quadrato. Necessita di annaffiature nel periodo più caldo dell’anno.
Ruellia simplex
 
Ruellia simplex è specie erbacea perenne della famiglia delle Acanthaceae, proveniente da paesi dell’America del sud come Messico, Brasile e Bolivia dov’è conosciuta con il nome di “petunia messicana” o “petunia del deserto”. La specie ha portamento eretto con esili fusti che si muovono flessuosi al vento, portando foglie opposte, lanceolate; i fiori hanno una splendida tonalità di blu con corolla a forma di imbuto con 5 lobi rugosi irregolarmente dentati ai margini, portati alla estremità dei rami nel punto di giunzione tra la foglia e lo stelo; i fiori durano un solo giorno ma vengono prodotti in abbondanza e a ripetizione dalla primavera all’autunno inoltrato. Con l’arrivo dell’inverno la pianta si giova di una drastica potatura che ne mantiene la forma più ordinata. Ne esistono anche varietà nane che si adattano alla coltivazione in vaso. Si propaga naturalmente per seme giungendo a divenire invasiva nei luoghi d’origine; nei giardini la propagazione avviene facilmente per talea utilizzando rametti che radicano facilmente in acqua. La ruellia ama il caldo e preferisce il pieno sole o l’ombra leggera ma gradisce adeguati apporti idrici.
Liriope
Questa erbacea perenne forma grandi cespi,  costituiti da lunghe foglie sempreverdi, nastriformi,  che presentano un portamento vagamente tondeggiante e tendono ad allargarsi tappezzando il terreno; in estate produce infiorescenze erette a spiga composte da fiori singoli di colore blu viola, ne esiste, tuttavia,  anche una varietà a fiore bianco che può essere coltivata in vaso perché a portamento più esile e foglie più sottili. Non gradisce le annaffiature eccessive.
Lythrum salicaria 
Pianta erbacea perenne proveniente dall’Europa e dall’Asia; alta più di un metro ha sottili e folti steli eretti di colore verde bruno. Le foglie sono opposte lanceolate e prive di picciolo con una leggera peluria rossa che ricopre l’intera pianta: ha una lunga fioritura estiva portando all’apice dei fusti lunghe spighe di numerosi fiori rosa intenso. La propagazione avviene principalmente attraverso i semi che sono contenuti all’interno di capsule autunnali  che diffondono la specie assai efficacemente tanto da essere inserita, in alcuni paesi, nell’elenco delle specie aliene più invasive. Ha radici carnose che prediligono terreno umido: la pianta è chiamata Salcerella ed è molto conosciuta per le sue proprietà medicinali essendo un potente antidiarroico diffusamente utilizzato, in passato, contro la dissenteria.
Zephyranthes candida
E’ una bulbosa erbacea perenne, di piccole dimensioni, originaria dei paesi del Sud America i cui fiori ricordano i crochi; nelle regioni a clima mite si comporta da sempreverde con belle foglie filiformi che formano cespi bassi e compatti; in estate e fino all’autunno produce fiori bianchi, soffusi di verde alla base  e con stami di colore giallo vivo; essi sbocciano singolarmente in cima a steli dritti dopo il verificarsi di abbondanti piogge che in giardino possono essere simulate con l’irrigazione; è specie adatta per bordura e nei prati tende ad espandersi occupando tutto lo spazio che ha a disposizione; gradisce l’esposizione diretta al  sole.


lunedì 9 settembre 2013

Piante "orecchie di elefante"



Questa abitudine dei vivaisti di volere appioppare nomi comuni alle piante, per blandire la curiosità infantile del popolo degli utenti del verde e renderli, così, più propensi all’acquisto, mi riesce indigesta dopo tutta la fatica che ho fatto per mandare a memoria cognome e nome botanico delle diverse specie vegetali. Anche i siti specializzati in giardinaggio sono spesso portati alla banalizzazione: albero del corallo, albero bottiglia, pianta fiamma anche se poi con il termine di “albero corallo” si indicano indistintamente specie diverse come Jatropha multifida, Erythrina crista galli, Erythrina caffra, Berberidopsis corallina e di piante “fiammeggianti” ce ne sono tante sia arboree (Brachychiton acerifolius, Delonix regia) che arbustive (Pyrostegia venusta, Tecoma capensis). Basta che una pianta abbia un fenotipo particolare e le si appioppa subito un appellativo ad hoc; se ad esempio una specie ha grandi foglie e proviene da Africa o Asia non ci si potrà esimere dal chiamarla con l’epiteto suggestivo di pianta “orecchie di elefante”, un nome evocativo capace di colpire l’immaginazione dei neofiti del verde. E anche in questo caso le specie caratterizzate dall’avere grandi orecchie o meglio grandi foglie sono essenzialmente tre: Kalanchoe beharensis, Alocasia macrorrhiza ed Colocasia esculenta.
Kalanchoe beharensis è di origine africana, proviene, infatti, dal Madagascar dove la specie  può raggiungere le dimensioni di un piccolo albero succulento; da noi è pianta coltivata in vaso o anche in piena terra dove tuttavia si mantiene non più alta di un metro. A guardare le foglie di Kalanchoe beharensis il titolo di “grandi orecchie” sembra un poco usurpato perché ad andare bene le foglie, non superano i venti di centimetri di lunghezza ma il colore grigiastro e la presenza di una fitta peluria rendono un poco più veritiera la somiglianza. 
Nei due generi Alocasia e Colocasia, appartenenti alla famiglia delle Araceae, si comincia a fare sul serio. Sono infatti generi che comprendono specie asiatiche caratterizzati dal possedere foglie veramente grandi e spettacolari. Le due specie più rappresentative  sono Alocasia macrorrhiza ed Colocasia esculenta, spesso presenti nei giardini meridionali come specie erbacee perenni poste in vasche o angoli ombrosi; si originano da grossi rizomi sotterranei da cui si partono gambi carnosi e rigidi sormontati da larghe foglie lucenti di colore verde brillante con venature più pallide. Come riconoscere un’orecchia dall’altra? Alocasia macrorrhiza ha le foglie sparate verso l’alto mentre Colocasia esculenta ha le grandi foglie che guardano verso il basso. Colocasia poi, ama l’acqua e la si trova spesso a decoro di vasche ornamentali al centro di giardini di tradizione mentre Alocasia può essere comodamente coltivata all’asciutto. Facile no? Alocasia foglie in su; Colocasia foglie in giù. Allora la prossima volta che andrete per vivai e qualcuno con fare paternalista vi mostrerà delle  piante “orecchie di elefante” voi, guardando il colore ed il verso delle foglie con sufficienza potrete esclamare: “Ah, non saprei proprio dove mettere, nel mio giardino, questa bella Colocasia!

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