Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post

martedì 11 ottobre 2016

La Contessa Pisani e la Festa dei fiori a Giardinity

Un libro ed una festa  dedicati a Evelina Van Millingen Pisani 
Sito web
Ho appena finito di leggere un libro che mi è stato regalato da una persona speciale, una delle poche in Italia che unisce conoscenza, competenza e passione professionale per il mondo delle piante, delle quali scrive da anni e che oggi, sempre più, fa conoscere al grande pubblico attraverso l’organizzazione di eventi che ruotano intorno ai giardini, al verde ornamentale o alimentare con particolare riguardo per le biodiversità da salvare; iniziative anni luce lontane dallo stereotipo della fiere paesane essendo invece eventi culturali a cui sempre ed in ogni caso, per curiosità e passione, mi piacerebbe partecipare. 
Il libro è edito da Santi Quaranta e si intitola: La Contessa Pisani e pur essendo stato scritto alla fine dell’Ottocento da Margaret Symond, solo da qualche anno ne è uscita in Italia la traduzione a cura di Alessandra Poletto. 
Si tratta di un racconto sotto forma di diario di un’estate trascorsa da Margaret Symond alla Villa del Doge a Vescovana, un piccolo paese della Bassa Padovana, ospite della contessa Pisani, al secolo Teresa  Evelina Berengaria van Millingen, donna di cultura, dal carattere forte e determinato;  nata nel 1856 a Costantinopoli da padre inglese, cresciuta tra Londra e Roma, Evelina sposa all'età di 21 anni il conte Almorò Pisani, erede di una ricca famiglia veneziana le cui sostanze tuttavia erano state  fortemente ipotecate,  sul finire del 1700,  per la costruzione di una monumentale Villa a Stra, sul Brenta, i cui lavori lasciarono il casato fortemente indebitato. Alla Contessa Pisani, rimasta vedova ancora giovane e senza figli, non rimase altro da fare che trasferirsi da Venezia a Vescovana per gestire personalmente il  patrimonio agricolo lasciatole del marito, esteso oltre 1200 ettari.
Sito immagine
Pur facendo vita ritirata, la villa diventa un luogo molto visitato da intellettuali, soprattutto inglesi tra cui anche Margaret Symonds una giovane scrittrice che  pubblicherà a Londra un diario dei giorni trascorsi a Vescovana nel corso di una calda estate italiana. Il suo diario è uno spaccato di vita agreste nell’Italia della fine dell’Ottocento visto con gli occhi di una giovane, romantica, ragazza inglese, infatuata, come molti suoi connazionali, del nostro Paese. Il suo diario è, altresì. un omaggio al carattere risoluto e all'estro creativo della Contessa che con determinazione gestirà la proprietà di famiglia affrontando le tante difficoltà insite, per una donna, nell’amministrare ed organizzare il lavoro di una grande comunità di fattori e contadini sparsi tra le molteplici fattorie che costituivano il grande feudo di Vescovana. “Chi ha terra ha guerra” era solita affermare la Contessa che dovrà vedersela con scioperi, assalti di briganti, calamità naturali; trovandosi a scontrarsi, già allora, con le inefficienze della gestione delle cosa pubblica.
Per Margaret ogni giorno della sua estate ha un evento da raccontare: Praglia con il suo monastero; Padova per la festa del Santo, i colli Euganei, ascesi di notte per vedere da lassù l’alba. E non mancano piacevoli descrizioni del vissuto quotidiano come il lavoro dei campi, le visite alle fattorie o alle immense stalle dove venivano allevati negli agi  i grandi, amati, buoi da lavoro della Contessa.
Sito web
 
Ed un posto importante nel racconto ha la descrizione del giardino che circondava la proprietà per oltre cinque ettari; un giardino formale all’italiana ma con influssi inglesi, pieno di statue ed angoli ricercati secondo le suggestioni ispirate alla Contessa dall’Hortus floridus del botanico ed incisore fiammingo Crispin de Passe.
Sito web
Un tripudio di fiori spontanei (campanule e sassifraghe provenienti dalle Alpi) e di bulbose, soprattutto tulipani, fatti venire da ogni dove; un giardino roccioso ("dove niente debba crescervi, è una vera Mockery, una "presa in giro" ); il “Tempio di Baal e le ombrose pergole dove cercare  riparo dal caldo estivo.
C’erano voluti oltre quarant’anni a Evelina Pisani per riuscire a trasformare questo angolo di pianura padovana, rovente d'estate e gelido e piovoso d'inverno, in un grande giardino eclettico di ispirazione inglese, piantando fitti filari di pioppi bianchi, castagni e catalpe, magnolie e piante esotiche per creare zone d’ombra dove far crescere le amate rose, gerani scarlatti e i tanti fiori con i quali riempire i vasi della grande casa.
Il libro si conclude con la partenza di Margaret verso le Alpi "nel ricordo dei meravigliosi giorni trascorsi alla Villa del Doge";  un finale nostalgico anche per me che,  chiusa  la parentesi estiva, sono sempre più invischiata nella penitenza del lavoro scolastico.
Chiuso il libro penso che non sentirò più parlare della Contessa Pisani e del suo giardino quando ricevo per mail un lancio di agenzia che annuncia per fine mese (22 e 23 ottobre) lo svolgimento della manifestazione Giardinity, una grande festa dedicata al mondo del giardino che si svolge proprio a Villa Pisani, oggi denominata Villa Bolognesi Scalabrin. La villa è stata riportata ai fasti del passato ed anche il parco deve essere magnifico se è stato inserito tra i dieci finalisti 2016 del premio “Il parco più bello d’Italia”. La manifestazione  è organizzata da un gruppo tutto al femminile composto da “appassionate cultrici di arte, storia e di cura del giardino che insieme ad esperti botanici, vivaisti ed artigiani d’eccellenza danno vita oramai da quattro anni alla festa di fiori, piante e colori di autunno nel magico giardino di Villa Pisani a Vescovana”.  Io ho messo in conto di visitare la Villa del Doge ed il suo Giardino al mio prossimo viaggio in Veneto; chi può già  farlo non manchi di leggere il libro e di visitare la mostra ed il giardino senza dimenticare di portare un saluto a Evelina van Millingen Pisani posta nella cappella sepolcrale di famiglia in un angolo tranquillo del parco.

sabato 26 marzo 2016

“Rose perdute e ritrovate"

C’è un luogo in casa dove niente e nessuno mi può disturbare; quando chiudo la porta del bagno tutte le incombenze devono aspettare: sia che si tratti di scuola dove c’è sempre un argomento da preparare o di lavoro domestico perché ho troppe cose trascurate da ripulire o il cane da uscire o anche solo dovere pagare via web la bolletta che sta per scadere.
In questo luogo privato dove espletare un evento ineluttabile che non si può rimandare, mi ritaglio solo pochi minuti di relax personale che di solito dedico alla lettura di un qualche libro speciale il cui formato deve essere opportuno per non pesare, il carattere grande per non stancare ed il contenuto concepito in modo da poter essere letto in pillole, ogni mattina una pagina di senso compiuto, un testo da centellinare per tanti giorni a venire.
Il libro che in questo periodo mi fa compagnia nel mio luogo appartato è "Rose perdute e ritrovate” di Mimma Pallavicini e Carlo Pagani della Pendragon di Bologna. Il libro è un dono di Natale che è rimasto in bagno ad aspettare che arrivasse il suo turno di lettura perché avevo prima da finire un piacevole vocabolario ragionato delle parole in dialetto siciliano.
Ora  è da qualche giorno che leggo di rose nei cinque minuti che mi posso estraniare ed ho trovato la lettura così interessante che ho rischiato più volte, seriamente, di non essere presente alla campana di ingresso della scuola che mi vede insegnante.
Rosa indica major
La rosa è per me una pianta inarrivabile e sfuggente che non ho mai avuto il coraggio di coltivare non avendo un giardino a disposizione ma solo un assolato balcone dove qualche rosa regalata è passata presto a miglior vita. Ma vado matta per la sua storia avventurosa fatta di viaggi e di migrazioni, di incroci e di ritrovamenti e per l’aurea romantica e poetica che la circonda, per quel deliquio che mi prende a sfogliare un catalogo di rose antiche. 
Sito immagine
Ed è proprio di rose antiche che parla il libro, di specie, varietà ed ibridi di rosa creati dal Rinascimento alla metà dell’Ottocento; rose profumate, dal fiore sontuoso, resistenti alle malattie e facili da coltivare sia in giardino che in vaso; nomi romantici, per lo più francesi come Fantin Latour, Cardinal de Richelieu, Felicité Parmentier, Alberic Barbier, rose quasi estinte che alcuni vivaisti hanno cercato in antichi giardini ed in parte ritrovato riproponendole al grande pubblico a partire dagli anni 80. Ogni varietà è descritta da una scheda tecnica che ne racconta la storia e per ogni rosa elencata c’è, a corredo della descrizione, un pensiero, un aneddoto, un racconto di fatti accaduti, eventi felici o mesti legati ad una rosa ricevuta, regalata o letta in poesia; notazioni più tecniche quelle di Carlo Pagani, inaspettatamente intime e personali quelle scritte da Mimma Pallavicini. 
Cornelia, Alberic Barbier, Rosa bracteata Mermaid
Gli autori che, nel raccontare di rose sanno, con il lettore, essere amici confidenziali, capaci di distillare, dalla rosa, poesia e nostalgia, sono due icone del giornalismo botanico in Italia: Carlo Pagani è l’ indiscusso “Maestro Giardiniere” che sul Web o in video o in editoria conduce rubriche di successo su come coltivare in vaso, in giardino o nell’orto. Mimma Pallavicini è giornalista del verde che scrive su Gardenia, pubblica libri e  gira l’Italia a caccia di aziende ed esperti meritevoli di essere inseriti nei programmi delle selezionate mostre di giardinaggio che organizza e cura.
Iceberg, Rosa bancksiae lutea, Felicia, Old blush
Il libro non è recente nel senso che la prima edizione risale al 1991 per Maggioli; è stato poi ripubblicato dopo nove anni dall’ Edagricole in versione corredata da foto ed oggi con lo stesso titolo, a distanza di venticinque anni, riappare edito da Pendragon. Un testo che tanti anni fa per primo fece conoscere le rose botaniche in Italia e che oggi riproponendole fa da sprone a vivaisti ed amatori perché le tante rose ottenute anche in un recente passato (in Italia, ad esempio da Aicardi, Bonfiglioli, Mansuino ) non siano dimenticate.
A chiusura del libro alcune note di coltivazione e un contributo di architetti paesaggisti italiani (Auletta, Boriani, Furlani Pedoja, Mariotti, Meucci, Vremec, Zauli,) che ripropongono l’uso delle antiche varietà di rosa nelle loro realizzazioni progettuali.
“Rose perdute e ritrovate” si è rivelato un libro di lettura piacevole, tanto che credo rimarrà a lungo in cima alla pila dei miei libri, compagni di bagno.

 

martedì 29 settembre 2015

I gelsomini e la cucina del buonumore

Al Vivaio Malvarosa  conversazione con Carmelo Chiaramonte, cuciniere errante 
E’ da alcuni anni a questa parte che l’ultimo fine settimana di settembre si accalcano ed accavallano in Sicilia molti avvenimenti interessanti per chi come me ama il verde: mostre, sagre e feste a cui non vorrei rinunciare; ma dopo giorni passati ad elucubrare su possibili spostamenti ed incastri da far collimare mi vedo sempre ineluttabilmente costretta a scegliere  un posto solo dove andare non avendo ancora il dono dell’ubiquità.
Tra gli eventi in programma (La Zagara, mostra mercato a Palermo all’interno dell’Orto Botanico, La Sagra del Pistacchio di Bronte nella sua nuova versione di Expo del Pistacchio e La festa dei Gelsomini presso il vivaio Malvarosa) ho optato per seguire quanto proposto da Filippo Figuera al vivaio Malvarosa sia per il tempo incerto che mi ha fatto preferire rimanere vicino casa, sia perché La Festa dei Gelsomini, oramai alla sua terza edizione, ha sempre in programma eventi di particolare interesse. 
Jasminum sambac Belle of India
Alcuni degli appuntamenti proposti quest’anno ponevano l'accento sull'insolito abbinamento  tra il gelsomino e la buona cucina; dopo la degustazione del particolare cioccolato al gelsomino preparato dall’ Antica Dolceria Bonajuto di Modica, nelle mattinata di domenica ha avuto luogo l’atteso incontro con Carmelo Chiaramonte, chef anche lui modicano, conosciuto in Italia e all’estero, venuto a Malvarosa per proporre un percorso sensoriale dedicato al gelsomino. 
Così Chiaramonte si è presentato al pubblico venuto in buon numero ad ascoltarlo: “Mi occupo di cucina da oltre trent’anni e avendo sempre inteso la gastronomia come ricerca, negli ultimi otto anni sono diventando un cuoco non cuoco; non ho più, infatti, un mio locale dove lavorare ma cucino in giro per il mondo tanto da potermi definire un “cuciniere errante”. Frequento mediamente 80 città all’anno sia in Italia che all’estero macinando chilometri in macchina, nave ed aereo, spinto da una inquieta curiosità olfattiva che mi ha portato a sperimentare nuovi linguaggi gastronomici anche al di fuori della cucina. Come cuoco mi occupo infatti di didattica e di cucina legata all’espressionismo nel senso che propongo accostamenti gastronomici legati alla musica, al teatro e al design; ho scritto libri e da alcuni anni mi sento fortemente attratto dalla botanica alimentare”. Sul tavolo dove lo chef intrattiene gli ospiti sono in evidenza, insieme a boccette misteriose e cestini pieni di fiori di gelsomino, dei libri che descrivono il percorso botanico intrapreso: Viaggio nel mondo delle essenze di Marina Ferrera; La Magia delle piante di Jacques Brosse; La Botanica del desiderio di Michael Pollan.
  “E’ leggendo questi libri, racconta Chiaramonte, che ho capito che alcuni aromi come il gelsomino ma anche la rosa e il profumo degli agrumi non sono alimenti destinati a soddisfare la gola ma rappresentano un vero e proprio nutrimento per la mente; se annusati, infatti, vengono rapidamente recepiti a livello cerebrale infondendo nell’organismo un senso di benessere che induce il sorriso. Profumi che noi moderni siamo oramai abituati a percepire come odori da bagno, da toilette ma che in passato, invece, trovavano utilizzo, anche in cucina come aromatizzanti da assaporare ed annusare" 
 Ed il gelsomino?
"Non ci sono molte ricette della tradizione culinaria che utilizzano l’olio essenziale di gelsomino la cui estrazione è lunga ed estremamente laboriosa. Un’antica ricetta toscana è stata seguita dalla Dolceria Bonajuto per creare il cioccolato al gelsomino; io, in cucina, ho utilizzato più volte il preziosissimo olio essenziale di gelsomino sambac per preparare ad esempio, uno sciroppo da utilizzare per aromatizzare il gelato. E’ questa una preparazione tutto sommato facile che si può fare anche in casa dolcificando dell’acqua con del miele dolce, di acacia o agrumi e disponendo, all’interno della caraffa che la contiene, più strati di fiori di gelsomino; il contenitore va messo in frigo a chiusura ermetica per un giorno per effettuare poi la filtrazione del liquido e procedere con successive stratificazione di fiori freschi nei giorni a seguire. Nel tempo l’acqua sciroppata si carica del profumo desiderato e potrà essere utilizzata per aromatizzare il gelato o anche semplicemente per insaporire l’acqua fresca da bere".

Parlando, parlando, Chiaramonte, che è un gradevole affabulatore, comincia a preparare la creazione al gelsomino che vuole farci degustare: una goccia di purissimo olio essenziale di gelsomino sambac viene aggiunto ad una piccola boccetta d’acqua dotata di nebulizzatore; fiori di gelsomino vengono messi al fondo di bicchieri che verranno riempiti, ed è qui, la sorpresa della ricetta, di gazzosa doc, nebulizzata poi con l’essenza di gelsomino.
 
Chiaramonte per introdurre il motivo ispiratore della ricetta ci legge un brano di un autore siciliano (Raffaele Poidomani e il suo libro Carrube e cavalieri)  che inneggia e descrive le sonorità dei rutti di un anziano personaggio gattopardesco le cui tonalità e timbro variavano in funzione delle diverse pietanze consumate a pranzo.
Ed è questo l’effetto ineluttabilmente del bere la gazzosa aromatizzata al gelsomino propostaci dallo chef: perdersi in un mare di bollicine che risalgono alla bocca e al naso per una cucina al profumo di gelsomino e all’insegna del buonumore.



domenica 23 agosto 2015

Nikolaj Vavilov e l'origine delle piante coltivate

Di lui e del suo libro si parlerà a Murabilia  il 4 settembre 2015
Nikolaj Vavilov  è per me il ricordo di un nome lontano che risale ai tempi dell’ Università quando, studiando in modo matto e disperatissimo, incameravo miriadi di informazioni  per il breve tempo dell’esame, mettendole,  poi, se non più usate, nel dimenticatoio.  Poi quest’estate, leggendo il bellissimo libro di Stefano Mancuso “Uomini che amano le piante” dove si racconta la vita di  botanici, genetisti, esploratori, agronomi, filosofi e letterati, da Malpighi a Darwin, da Mendel a Jean-Jacques Rousseau, da George Washington Carver a Vavilov appunto, accomunati da una vera passione per le piante che studiarono con competenza e tenacia, spesso in un mare di difficoltà, il cassetto della memoria si è aperto e mi sono improvvisamente ricordata di  lui: Nikolaj Ivanovič Vavilov,  uno dei padri nobili dell’agricoltura mondiale, un agronomo russo vissuto agli inizi del 900 che tra i primi intuì l’importanza della genetica vegetale, scienza allora agli albori, che applicò alla selezione di nuove varietà di frumento con l’intento visionario di trovare super varietà capaci di sfamare il popolo russo stremato dalla povertà e dalla fame. 
Nel libro di Mancuso il capitolo dedicato alla vita di  Vavilov è avvincente ma, allo stesso tempo, avvilente per come l'ideologia e il dogmatismo staliniano ebbero la meglio  sulla passione e l'impegno di un uomo che aveva dedicato la vita alla studio delle piante.
 
Nikolaj Ivanovič Vavilov, nasce a Mosca nel 1887 da una famiglia di mercanti; nel 1906 si iscrive all’Istituto di Agricoltura moscovita dove si distingue per impegno e grandi capacità laureandosi nel 1911. Negli anni successivi, effettua viaggi di studio all’estero dove conosce W. Bateson uno dei padri della genetica e di ritorno in patria mette a punto un dettagliato e grandioso programma di lavoro mirato ad applicare le nozioni acquisite alla selezione di nuove varietà di piante coltivate per migliorarne la produttività, avvalendosi anche delle esperienze condotte sul frumento da Nazareno Strampelli agronomo e genetista italiano. La Russia era in quegli anni un paese caratterizzato da una agricoltura molto arretrata sia da un punto di vista tecnologico che organizzativo. Le devastazioni avvenute nel corso della prima guerra mondiale rendevano urgente sopperire alle esigenze alimentari della popolazione e questo spinse il governo sovietico ad avviare un grandioso programma di trasformazione dell’agricoltura. Il compito di dirigere il lavoro fu affidato a Vavilov che fondò l’Accademia pansovietica di scienze agrarie Lenin (Vaschnil ) avviando, tra il 1920 e il 1930, un piano di esplorazione mondiale nel corso della quale, con oltre cento viaggi al suo attivo in 64 paesi, metterà insieme una enorme collezione costituita da più di 50.000 varietà di piante selvatiche e da 31.000 campioni di grano conservati in un enorme bunker costruito sotto l’Istituto, a San Pietroburgo. E’ in questi anni di frenetiche ricerche che Vavilov riesce a costituire nuove varietà di frumento che daranno alla Russia un importante contributo per l’aumento delle produzioni cerealicole, mettendo, altresì, a punto la teoria per cui è studiato sui libri di testo; nel corso dei suoi molteplici viaggi, Vavilov infatti intuisce e teorizza nel suo libro ‘ Origine delle piante coltivate’ (1927) che nel mondo le piante non erano state domesticate a caso ma ciò era avvenuto in particolari regioni diverse per ogni specie chiamate "centro di origine" dove la specie era presente con la massima variabilità genetica, individuando quello delle principali specie coltivate in piccole aree geografiche del mondo, specialmente nelle regioni montane dell'Asia e dell'Africa.
Tuttavia con la morte di Lenin, che appoggiava e finanziava il programma di Vavilov  e l’avvento di Stalin, il suo progetto di ricerca viene messo in discussione da alcuni studiosi sovietici come Lysenko che ne confutavano le teorie mendeliane mettendone in dubbio anche l’efficacia pratica. Il susseguirsi di anni di raccolti disastrosi crearono notevoli difficoltà a Vavilov che si ritrovò sempre più isolato ed inviso al regime che lo accusò di avere ritardato lo sviluppo della produzione agricola facendolo arrestare nel 1940 con l’accusa di spionaggio e cospirazione antisovietica. Vavilov morirà nel 1943 di fame e di stenti nel carcere staliniano di Saratov. Ma la sua passione aveva fatto scuola, nonostante la sua morte e il lungo assedio (dal settembre 1941 al gennaio 1944) alla città di San Pietroburgo (al tempo Leningrado), i suoi manoscritti, i documenti e soprattutto la sua grandiosa ed inestimabile raccolta di semi e di materiale vegetale rimase integra, tenuta gelosamente nascosta ai tedeschi da scienziati del suo gruppo di lavoro, in nove dei quali preferirono morire di fame piuttosto che intaccare la collezione.  Nel 1955 Vavilov fu riabilitato riconoscendo da parte governativa l’assoluta inconsistenza delle accuse a lui addebitate e successivamente gli venne dedicato l’Istituto che per tanti anni aveva diretto.
 
Ancora suggestionata dalla lettura del libro di Mancuso, mi sono sentita molto coinvolta   visitando, questa estate, il padiglione della Russia a Expo che è dedicato agli uomini che hanno contribuito allo sviluppo dell’agricoltura e alla sicurezza alimentare del paese; la prima stanza è intitolata  a Vavilov e all’istituto che ne porta il nome, che è oggi un centro mondiale per lo studio e la conservazione delle risorse vegetali composto da 323 mila varietà di semi che rappresentano più del 10% delle piante coltivate sul pianeta. Intere pareti espongo una parte dell’erbario e guardando i singoli campioni retroilluminati e le notazioni in calce ad ogni preparato io mi sono emozionata.


Infine,  leggendo il programma di incontri Piante e saperi: libri per il 2015 , curati da Mimma Pallavicini  per Murabilia mi rendo conto come Vavilov ha riempito la mia estate; venerdì 4 settembre, infatti, verrà presentata da Riccardo Franciolini della Rete semi rurali la prima traduzione italiana del libro di Vavilov:   L’Origine della piante coltivate I centri di diffusione della diversità agricola edito da Pentagora. Il libro l’ho già ordinato e non vi nascondo che mi sarebbe piaciuto molto assistere alla sua presentazione. 




domenica 10 maggio 2015

Il giardino mediterraneo.. con tanto sole e poca acqua

Ho letto il libro della Mimma
Alla fine del mese di marzo è uscito, per la casa Editrice Pentàgora, l’ultimo libro di Mimma Pallavicini dal titolo “Il Giardino mediterraneo.. con tanto sole e poca acqua”, un manuale che spiega agli apprendisti giardinieri dei territori più caldi del meridione d’Italia come progettare il proprio giardino in modo sostenibile, applicando tecniche colturali volte al risparmio di acqua nella coltivazione di orto, giardino e delle piante in vaso. 
L'autrice
Se dovessi raccontare la storia professionale di Mimma Pallavicini dovrei scrivere più di un post perché la sua attività di naturalista, fotografa e giornalista del verde è più che trentennale. Quando nel 1990 iniziai una collaborazione con la rivista Giardini della Zanfi Editore era Mimma Pallavicini che mi chiedeva notizie e foto sulle piante ornamentali presenti in Sicilia per farne speciali da pubblicare a corredo della rivista. Esigente, professionale, intransigente Mimma è stata e lo è ancora “la giornalista del verde” più influente, temuta, talvolta odiata da alcuni addetti ai lavori per un carattere non facile ma, dai più, ritenuta una persona preparata ed autorevole per la passione che mette nel lanciarsi a capofitto e con invidiabile fervore in sempre nuove e stimolanti iniziative che siano l’organizzazione di percorsi culturali nell’ambito di manifestazioni del verde o mostre pomologiche per la riscoperta di antiche varietà orto frutticole o la pubblicazione di libri di giardinaggio dal taglio divulgativo o ancora, come di recente avvenuto, l’ organizzazione, nell’ambito delle attività collaterali di una mostra svoltasi a Ferrara, di una merenda consapevole per i bambini partecipanti perché “imparino a distinguere i sapori, a capire di che cosa sono fatte le marmellate e a tornare alla buona fetta di pane e marmellata invece delle solite merendine”.
Questo e tanto altro ancora ci sarebbe da dire sul personaggio Mimma Pallavicini che da qualche anno ci fa partecipi dei suoi pensieri e progetti attraverso le pagine di un blog tra i più seguiti dal popolo verde.

Il libro
Ho cominciato a leggere il libro di Mimma sul giardinaggio mediterraneo avendo nelle orecchie le parole maliziose di un diavoletto tentatore che mi diceva: “Ma che consigli potrà mai dare e che esperienza di coltivazione in giardini a risparmio d’acqua potrà mai avere Mimma Pallavicini che è esperta di flora alpina e abita sulle colline biellesi dove la piovosità annuale supera i 2000 mm l’anno?"    Mano a mano che leggevo mi è parso evidente che il diavoletto insinuatore avesse torto: non è infatti necessario essere poeta per sapere spiegare le poesie di Leopardi o  per avviare i ragazzi ai principi dell’ecologia non bisogna per forza essere Darwin; studio, esperienza, conoscenza diretta, buon senso, capacità di semplificare concetti complessi senza banalizzarli, sono tutti ingredienti utili per fare della pragmatica ed efficace divulgazione giornalistica ed è questo l’obiettivo che si prefigge il libro “ insegnare alla gente ad essere sostenibile ovunque si trovi praticando un giardinaggio rispettoso che non dimentica l'ambiente e affronta i mutamenti climatici a ragion veduta”.
§§§
Nel libro, dopo una breve introduzione di Carlo Pagani, si analizzano i caratteri climatici caratterizzanti l’ambiente mediterraneo e la descrizione delle aree climatiche che lo individuano e si descrivono alcuni giardini mediterranei famosi: Giardino la Mortella ad Ischia, Villa Hanbury, Giardino di palazzo Parisio a Malta, Jardin Exotique et Botanique de Roscoff, Orto Botanico di Palermo, Giardini della Landriana a Tor San Lorenzo, Villa Borromeo, il vivaio di Natale Torre, il giardino-vivaio delle Moscatelle, traendo da ogni giardino spunto per consigli di progettazione. 
Nella scelta delle specie, ad esempio, in un giardino mediterraneo sostenibile occorre privilegiare l’utilizzo delle specie autoctone capaci di adattarsi all’ambiente circostante dove le estati sono torride e le piogge estive assenti, utilizzando non solo specie tipicamente mediterranee come corbezzolo, lentisco, cisto ed euforbie ma anche esotiche che vivono in climi simili a quello del Mediterraneo ma dislocati in luoghi diversi del globo come  Sud Africa,  Cile, Australia e California.

Specie mediterranee autoctone

Specie di altre regioni  del mondo a clima mediterraneo
Nel giardino mediterraneo sostenibile la coltivazione di un prato su vaste superfici è da ritenersi improponibile; esso dovrà necessariamente venire sostituito da specie tappezzanti o, come si faceva un tempo in Sicilia, da sinuosi vialetti disposti ad interrompere le aree coltivate.

Il recupero dell’acqua piovana è tecnica essenziale per fare scorta invernale da utilizzare per sopperire ai bisogni idrici estivi delle piante ed il suggerimento di creare una cisterna sotto la casa potrebbe apparire banale se non fosse che questa buona pratica del passato si è completamente perduta in tempi di noncurante consumismo moderno. 
E così, capitolo dopo capitolo parlando di balconi e terrazze senz’acqua, orti e frutteti, piante in vaso, rose per il meridione si procede speditamente per 256 pagine scritte fitte, fitte, con alcune fastidiose ripetizioni di testo e senza una foto ma con tanti consigli e piccole rubriche ricorrenti (parola di maestro giardiniere; piante generose; trucchi ed astuzie; parole che contano).  
§§§
Se il modo in cui è trattato l’argomento, su come progettare e realizzare un giardino mediterraneo all'insegna della sostenibilità, potrà sembrare scontato per gente esperta, per maestri di giardino avvezzi alle difficoltà del clima mediterraneo,  penso, invece  che  se ne potrà molto giovare chi si accosta da apprendista all'argomento, acquisendo informazioni di partenza utili a  non commettere errori nella progettazione e poi nella realizzazione di un giardino in clima mediterraneo che sia sostenibile ed in sintonia con l’ambiente naturale che gli è intorno. 

Il libro non è presente in tutte le librerie ma solo in quelle che ne hanno fatto richiesta all’editore. La casa editrice Pentagora che fa capo a Massimo Angelici applica una sua particolare politica editoriale: il guadagno che dovrebbe essere del rivenditore viene redistribuito tra tutti coloro che hanno partecipato alla sua realizzazione. Io l’ho mandato a prendere direttamente alla casa editrice e al costo di euro 14 mi è stato spedito a casa senza spese aggiuntive.
ordini@pentagora.it




domenica 22 marzo 2015

Ho letto "Buon Gardening!" di Simonetta Chiarugi

Il libro l’ho letto in un giorno di pioggia di questa primavera che non vuole arrivare. Seduta in poltrona osservo dai vetri il mio povero balcone “sgarrupato”, ridotto a mal partito da interminabili lavori di rifacimento facciata, pensando che con le mie povere piante sparse ai quattro venti, affidate alle cure di amici badanti, non avrò, chissà per quanto tempo ancora, molte opportunità di fare gardening.
Ma non demordo e fiduciosa mi immergo nel mondo di chi ci sa fare con le piante ed i giardini, sicura di trovare nel libro di Simonetta Chiarugi Buon gardening edito da Mondadori e da pochi giorni in libreria, idee, progetti, ricette, consigli verdi che mi faranno ritornare la voglia di fare giardinaggio in balcone appena la stagione ed i  lavori lo consentiranno.
Chi ha avuto modo negli ultimi anni di seguire il lavoro svolto da Simonetta Chiarugi nel mondo del “sentire verde”, partecipando alle mostre e agli eventi da lei organizzati, seguendo il suo blog Aboutgarden o leggendo i suoi articoli pubblicati su riviste verdi come Vivere Country o Casa in fiore o ascoltando le sue pillole di giardinaggio Buon gardening trasmesse via satellite su una TV commerciale, ritroverà nel suo primo libro tutto quello che di bello Simonetta ha fatto in questi anni per promuovere la pratica del buon giardinaggio. 
Il libro è un manuale dove, stagione dopo stagione, cominciando dalla primavera, Simonetta racconta l’esperienza green vissuta nel corso degli anni nel suo bosco giardino; le piante che vi coltiva, scelte girando per mostre e vivai o seguendo l'ispirazione avuta nel corso di viaggi alla scoperta dei cottage  inglesi o dei  romantici giardini francesi; la lotta impotente con i caprioli golosi che popolano il bosco che accerchia il giardino; le specie e varietà più adatte, sempre declinate nei colori pastello, per essere coltivate sulle colline liguri dove è ubicata la proprietà di famiglia ed il suo giardino.
Si comincia parlando di violette e di rose centifolia per approdare alle erbe aromatiche estive e alle ortensie non tralasciando specie spontanee come l' ortica, buona da mangiare, o la carota selvatica così gradevole da utilizzare nelle composizioni vegetali; si passa quindi all’autunno, tempo di potature, di raccolta di foglie da fare seccare e di tanti bulbi da interrare e poi c’è l’inverno con le bacche e la frutta da preparare per il centrotavola di Natale ed i pacchetti green di carta artigianale chiusi da rametti di abete o qualche pigna. E dentro ad ogni stagione è un mare di idee: sciroppo di rose, corone di alloro, il compost di foglie, le bustine di semi il tutto spiegato in modo semplice e piano perché Simonetta sa raccontare guidando il lettore a risvegliare fantasia e creatività.
Belle le foto che accompagnano il racconto sempre nel segno dello stile shabby schic , belli i disegni realizzati ad acquerello che segnano l’inizio di ogni stagione.
L’ho letto una volta ma lo dovrò rivedere seguendo il filo delle cose da fare stagione dopo stagione e chissà se a Natale anche io che sono proprio negata riuscirò a preparare un bel pomander, anche se al momento, lo devo confessare, non so bene cos’è!
Alcune foto utilizzate per illustrare il racconto sono prese in prestito dal sito Aboutgarden
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...