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mercoledì 15 febbraio 2017

Momordica charantia: stop ai pregiudizi

I frutti di momordica li ho comprati, qualche anno fa per la prima e unica volta in vita mia, al mercato di città sulle bancarelle degli ortaggi cinesi; volevo capire cosa ci trovassero di buono in questi frutti, simili a cetrioli bitorzoluti come la pelle di un iguana adiposo, i tanti avventori asiatici che li sceglievano tastandoli uno ad uno.
A casa, alla prova d’assaggio di qualche frutto ancora verde, decisi che il loro gusto amarissimo (non per niente la momordica è chiamata “ bitter melon” o melone amaro), non faceva al caso mio, io che non gradisco neanche la cicoria;  ed anche i frutti maturi non avevano per me un loro perché con quella polpa di colore rosso fuoco dalla consistenza di un gelo di melone ma dal sapore insulso, oltretutto inzeppato da molti semi.
Giunsi a conclusione che i cinesi avrebbero potuto portare da casa qualcosa di più buono della momordica per onorare degnamente il ricordo della madre patria.
I semi tuttavia, li avevo conservati ed in seguito, documentandomi sulla specie, ho letto che è alla forma dei semi che è dovuta l’attribuzione generica effettuata da Linneo nel suo Species Plantarum del 1753: il termine Momordica deriva, infatti, dal latino e significa mordere, addentare e fa riferimento ai semi che, appiattiti, presentano una superficie rigata e sbocconcellata ai margini come se qualcosa o qualcuno avessero provato a rosicchiarne la superficie.
Sono passati oltre quattro anni da quell’acquisto incauto ma questo Natale, rivoltando dentro la scatola che funge da mia banca personale del germoplasma, ho ritrovato la busta con i semi di momordica; senza stare troppo a pensare, trovato un vaso di buona profondità, ne ho affidato i semi alla terra non nutrendo particolari aspettative su ciò che sarebbe potuto spuntare.
Il vaso è stato sistemato in casa dietro i vetri di un balcone molto luminoso e dopo tre settimane sono spuntati esili steli volubili che brancolando nello spazio intorno, in esplorazione con lunghi viticci, si sono messi alla ricerca di un appiglio che hanno trovato in una canna che ho messo apposta dentro al vaso. 
Momordica charantia è, infatti, una cucurbitacea a portamento lianoso e rampicante di origine tropicale e subtropicale tipica delle regioni calde ed asciutte di Asia ed Africa dove viene coltivata in piena terra come annuale, raggiungendo l’altezza di un paio di metri e riuscendo a ricoprire ampie superfici con una vegetazione di grandi foglie palmate e profondamente lobate, portate su tralci esili e snelli.
A differenza di altre cucurbitacee che si coltivano a terra, nei paesi che la producono, la momordica viene fatta arrampicare su trespoli che rendono più agevole la raccolta dei frutti.
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La crescita della pianta nel mio vaso è stata fino ad oggi velocissima: in due settimane la canna è avvolta da un buon numero di grandi foglie semplici ed alterne; lo sviluppo è tanto veloce che a me pare di vederli lentamente volteggiare, i lunghi viticci,  la sera,  quando in poltrona me li trovo vicini.
 
E di fronte a tanto vigore ho posizionato il vaso sopra un altro vaso più grande per dare maggiore profondità alle radici. 
Da circa una settimana sono poi comparsi i primi fiori ed è stata una vera sorpresa. Momodica charantia è specie monoica cioè porta fiori maschili e femminili sulla stessa pianta. I fiori solitari portati da lunghi peduncoli hanno cinque petali colore giallo canarino e si riconoscono tra loro perché il fiore femminile ha un ingrossamento alla base simile al frutto bitorzoluto che in seguito si svilupperà.
Hanno breve durata ma la vera sorpresa è il profumo che nelle ore più calde del giorno si sprigiona dai fiori; niente a che fare con l’amarezza del frutto, il profumo è dolce e suadente e ad ondate, trasportato dalle correnti di casa, raggiunge il mio posto di lettura dove lo aspetto arrivare per godermi un momento di vero benessere.
Ora sono in trepidante attesa della formazione dei primi frutti che accoglierò con minori pregiudizi rispetto a quelli avuti per i frutti comprati. Ho letto infatti che i popoli che consumano abitualmente la momordica lo sanno bene che la zucca amara è troppo amara per essere consumata cruda; va dunque sbollentata o cotta a vapore e cucinata a contorno di uno stufato di carne di maiale.
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E’ proprio vero che per vincere i pregiudizi verso gli stranieri il miglior sistema è quello di accoglierli e farli crescere in casa propria.
 

domenica 6 novembre 2016

Brugmansia, un arbusto a dir poco allucinante

Soluzione Quiz botanico ottobre 2016
La brugmansia è probabilmente una delle più ornamentali specie arbustive da fiore, di origine subtropicale, che può essere coltivata con successo nei giardini mediterranei dove raggiunge l’ altezza di un paio di metri, producendo per tutta l’estate, l’autunno e fino ai primi freddi, grandi fiori imbutiformi, fragranti, le cui dimensioni giustificano il suo nome popolare di “trombone degli angeli”.
 
Il colore dei fiori è generalmente bianco ma alcune specie e varietà hanno fiori di colore giallo o rosa o anche rosso aranciato, talvolta doppi con corolle a sei punte lunghe anche 35 centimetri; sono pendenti, rivolti verso il basso e crescono all’ascella delle foglie, verso l’estremità dei rami.
 
Indipendentemente dalla specie, la pianta presenta un fusto arbustivo con ramificazioni verdi poco numerose, ingrossate,  carnose, con foglie alterne quasi persistenti obovate-acute lunghe sino a 20,30 cm, pallide al rovescio.  
 
Le brugmansie prediligono luoghi semi ombreggiati dove la luce solare diretta le raggiunge durante le ore più fresche del giorno; si propagano di solito per seme ma si può fare anche per talea di ramo semi maturo, in estate, prelevandola con un pezzo di legno vecchio. In giardino è un arbusto che desidera una posizione isolata dove può accrescersi il largo e in altezza senza incontrare ostacoli.
Da un punto di vista sistematico le specie del genere Brugmansia erano originariamente comprese nel genere Datura appartenente alla famiglia delle Solanaceae; i due gruppi sono stati poi separati lasciando le specie annuali ed erbacee nel genere Datura (Datura stramonium ad esempio) e riunendo le specie arbustive ed arboree in un nuovo genere chiamato, appunto, Brugmansia.

Datura wrightii

Sarà per questo che molti continuano a fare confusione (anche negli Orti botanici) cartellinando come dature quelle che oggi sono classificate  come  brugmansie .
Anche tra le diverse specie c’è da dire che non sempre è possibile individuare le caratteristiche specifiche con facilità; nei nostri giardini è infatti possibile coltivare in pien’aria con successo diverse specie come Brugmansia arborea, B. suaveolens, B. versicolor e B. sanguigna.
A parte Brugmansia sanguigna che ha fiori molto riconoscibili perché di forma tubolare e di colore rosso arancio, per le altre specie, considerando anche i molti ibridi interspecifici prodotti, è difficile per un profano distinguere le differenze.
Ci viene in aiuto, in questo, il sito Brugmansia Growers Internationl che è l’Authority che custodisce il registro internazionale delle cultivar di Brugmansia e Datura e che indica una serie di caratteri distintivi  per specie  in grado di facilitarne il riconoscimento. 
 
Brugmansia suaveolens, ad esempio, che è originaria delle regioni piovose della foresta costiera del Brasile orientale ed è pertanto molto diversa per esigenze climatiche da tutte le altre brugmansie prevalentemente dislocate nelle Ande tropicali, è stata la prima specie ad essere introdotta con successo in Europa intorno al 1780 da dove si è poi diffusa in tutto il mondo. Le sue corolle sono a forma di imbuto con punte dei petali molto brevi e variabili di colore tra bianco, giallo, rosa che si aprono o rimangono chiusi a seconda del momento della giornata.
Brugmansia versicolor proviene da una zona relativamente piccola dell'Ecuador, sulle pendici occidentali delle Ande, fino ad un massimo di 750 metri. Questa specie ha fiori più lunghi di tutte le altre brugmansie, raggiungendo anche i 50 cm di lunghezza (escluso il peduncolo). I fiori sono bianchi, rosa o albicocca e, se colorati, si aprono di colore bianco per cambiare tonalità durante la notte (da cui l’attribuzione specifica versicolor).
Brugmansia arborea proviene dalla regione andina di Ecuador, Perù, Cile settentrionale e Bolivia; nel suo habitat naturale cresce come un cespuglio o piccolo albero (arborea = come un albero); è facile da riconoscere per le dimensioni dei suoi fiori, essi sono, infatti, i più corti di tutte le specie di brugmansia e non sono rivolti verso il basso ma inclinati a 45 gradi. Le brugmansie, come le dature e tante altre Solanaceae, sono note per la loro tossicità, contengono, infatti, atropina, sostanza dotata di poteri allucinogeni e per questo usata per la preparazione di potenti droghe, e anche iosciamina e scopolamine, note per le proprietà narcotiche e antispasmodiche
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Cinque indizi per una specie
Anche se è Halloween e ti vuoi immedesimare nella cupa atmosfera della notte delle streghe non è assolutamente il caso di studiare come preparare la temibile mistura degli zombi utilizzando le mie foglie prese in giardino
Le piante del genere Brugmansia sono note sin da tempi remoti alle popolazioni dell’America Centrale per le loro proprietà allucinogene; stregoni e sciamani se ne servivano per preparare pozioni inebrianti e narcotiche utilizzate prevalentemente a scopo magico; le foglie ed i semi di Brugmansia arborea ad esempio erano utilizzati per preparare la burundanga una “mistura zombizzante “ che bevuta induceva una fase di allucinazioni visive cui seguiva una fase di trance dovuta a forte sedazione, apatia ed amnesia retrograda. Secondo l'Istituto Superiore della Sanità la burundanga è ancora in uso in paesi come la Colombia. 

Le trombe del giudizio potrai pensare di ascoltare ammirando i miei fiori ma se angeli o demoni saranno i cantori dipenderà solo dall’uso che ne vorrai fare
Le Brugmansie per la forma dei fiori sono chiamate nelle diverse lingue “tromboni degli angeli” (angel's-tromba, bianchi angel's-tromba, duftende Engelstrompete, trombetão-branco) ma a causa dei particolari effetti indotti dall’assunzione di parti di pianta e dei suoi semi, associati ad alcolici o psicofarmaci, venivano anche chiamate dagli indigeni peruviani “trombe di morte”

Ho preso il nome da un direttore del più antico Orto Botanico dei Paesi Bassi, dalle indiscusse competenze botaniche, particolarmente apprezzato dai suoi contemporanei per i suoi trattamenti contro la cancrena
 Nel 1818 il botanico inglese Robert Sweet (1783-1835) autore di opere sulle specie coltivate in giardini e serre britanniche descrisse e rinominò nel suo testo Hortus suburbanus Londinensis due specie di datura: Datura arborea e Datura suaveolens dedicandone l’appellativo generico a Sebald Justinus Brugmans (1763-1819), che fu direttore dell' Orto Botanico di Leiden, nei Paesi Bassi, dal 1786 alla sua morte avvenuta nel 1819. Sebald Justinus Brugmans era medico e botanico; oltre che come direttore dell’Orto di Leiden fu molto apprezzato dai suoi contemporanei per i suoi studi da medico militare che sottolineavano l’importanza della pulizia e dell’igiene per la prevenzione e la diffusione di malattie contagiose. È ricordato soprattutto per le sue esperienze nel trattamento della cancrena.


La sfinge arriverà di notte scambiandomi per un volgare convolvolo e confusa dal mio inebriante afrore si comporterà da colibrì
I fiori delle brugmansie, con il sopraggiungere della sera, emanano un fragrante profumo che attira falene ed altri insetti notturni. A causa della notevole lunghezza del fiore è necessario che l’insetto abbia particolari adattamenti per potere effettuare l’impollinazione ed infatti  sul  sito dei Giardini Botanici di Villa Hanbury si segnala la presenza su brugmansia di Herse convolvoli, la sfinge del convolvolo, un lepidottero sfingide di notevoli dimensioni, con un'apertura alare di 8–12 cm e una  spirotromba lunga fino a 10 cm; nelle regioni equatoriali d'origine i colibrì  sono i principali impollinatori.

Le api non lo sanno che venendomi a trovare il loro miele si potrà usare per un inebriante toè
Il miele inebriante è un prodotto ottenuto da api che hanno visitato fiori di alcune specie vegetali il cui nettare è innocuo per le api ma non per l'uomo sul quale il consumo anche di piccole quantità di miele può determinare il manifestarsi di  proprietà tossiche o talvolta inebrianti. Esistono diverse specie vegetali i cui fiori hanno questa prerogativa come ad esempio, Rhododendron porticum da cui si otteneva un miele definito “della pazzia” come riferisce Senofonte raccontando di alcuni soldati che ne furono inebriati ed avvelenati. Anche i Maya conoscevano l’efficacia di un miele inebriante che aggiunto a birra di mais conferiva effetti psicoattivi con stati di allegria ed inebriamento. Tra le piante note per la produzione di miele psicoattivo c’è la Brugmansia sanguinea chiamata toè con il cui miele si addolciva  una bevanda allucinogena e stimolante.
 

sabato 2 luglio 2016

Kaki nero

Diospyros nigra, un frutto esotico color cioccolata
Arriva l’estate e con i primi giorni di vacanza mi sento sulla pelle una gran voglia di esoticare.
Sogno di nuotare in mari tropicali,  di stare a crogiolarmi al sole su spiagge di sabbia impalpabile annusando il profumo di fiori al “Laim dei caraibi”, sorseggiando drinks dal sapore tropicale dentro gusci svuotati di noci di cocco. E’ un desiderio che dura poco perché sono pigra ed è molto più comodo sognare sprofondata nella mia poltrona e con il mio amato computer sulle gambe che partire per luoghi ingrati; i mari tropicali, lo sanno tutti, sono infestati da squali;  sdraiata sulle sabbie impalpabili verrei colpita da un eritema super; gli zanzaroni giganti dei tropici non mi darebbero scampo.
In fin dei conti non vale la pena fare tutto sto viaggio solo per il piacere di mangiare frutta esotica dal sapore omologato,  se la stessa frutta la posso gustare più comodamente in Sicilia dove diversi vivai e produttori la coltivano da anni con successo: mango, papaya, litchi, annona, guava, avocado, carambola, melarosa, syzygium sono, infatti, solo alcuni dei frutti che ho avuto modo di assaggiare a due passi da casa, direttamente raccolti dalla pianta con alterne preferenze di gusto.
Non posso proprio dire, ad esempio, che valga la pena fare un lungo viaggio per assaggiare un frutto chiamato Black sapote prodotto dalla specie Diospyros nigra delle famiglia delle Ebenaceae, la stessa per intenderci del naturalizzato kaki (Diospyros kaki) o dell’esoticissimo ebano, il legno nero prodotto dalla specie Diospyros ebanum.
Il black sapote è un frutto che matura all’inizio dell’estate, un frutto a polpa nera che è tra i più inquietanti a gustarsi. La specie Diospyrus nigra che lo produce è originaria della regione dei Caraibi ma è oggi coltivata come specie da frutto e come albero ornamentale per parchi e giardini in tutte le regioni a clima tropicale e sub tropicale del mondo. E’ specie rustica e resistente che si adatta a vivere anche in regioni a clima temperato a condizione che vi sia disponibilità idrica e che le temperature non scendano troppo sotto lo zero.

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Il kaki nero è un bell’albero dal fogliame sempreverde con foglie alternate, coriacee, ellittiche ed oblunghe con apici appuntiti e bordi marcati, di colore verde intenso e brillante; la fioritura primaverile ha fiori di colore bianco, alcuni perfetti con stami e pistillo e altri portanti solo piccoli stami; sono solitari o riuniti in piccolissimi gruppi ed emanano una piacevole fragranza. 
Il frutto, di forma sferica, appiattita alle due estremità come un pomodoro, ha inizialmente colorazione esterna verde chiaro, poi verde oliva per raggiungere a fine ciclo un verde marcatamente muschiato.
La polpa invece, in fase di maturazione passa dal marrone, al marrone scuro quasi nero (da cui il nome black sapote attribuito al frutto) per arrivare ad una colorazione tanto vicina al cioccolato da farle assumere anche il nome popolare di “chocolate pudding fruit”. La polpa, ricca di vitamina C e lievemente astringente, ha consistenza budiniforme e sapore definito in letteratura, dolce. All’interno cinque sei o più semi anch’essi marrone ma non mancano esemplari completamente apireni.
Devo confessare che sebbene ben disposta ad assaggiare il gusto tropicale l’aspetto di questo frutto maturo mi ha lasciata perplessa; a dispetto del nome che gli hanno affibbiato di “frutto nutella”, infatti, il colore marroncino e la consistenza cremosa fanno pensare a ben altra cosa, un poco meno appetitosa.
Io l’ho gustato spalmato sul pane e tutto sommato non era male ma certo non tanto da giustificare un viaggio ai tropici.
Dove trovarlo
 

domenica 13 settembre 2015

Può una plumeria fare odore di fungo?

Tra tutte le specie vegetali che hanno i fiori profumati Plumeria rubra è forse quella che presenta il profumo più ineffabile, mutevole e vario del mondo vegetale con sfumature di odore che spaziano dal dolce allo speziato, dal fruttato all'intensamente profumato e con sentori che ricordano, nelle oltre duemila varietà, l’aroma di mandorle amare ma anche di agrumi, di ninfee, di rosa, pesca, gelsomino, limone, lavanda, caprifoglio, lampone, pisello odoroso, gardenia e chissà quant’altro ancora.
Un profumo che un naso inesperto come il mio con estrema difficoltà riuscirebbe a comprendere e descrivere a parole. Ogni individuo ha, infatti, un olfatto unico che manifesta sensibilità e percezioni olfattive soggettive che cambiano secondo lo stato d’animo, lo stato di salute, le condizioni esterne e non da ultimo l’ambito culturale da cui proviene. Questo rende particolarmente difficile descrivere le sensazioni che il profumo provoca in chi annusa. Io per esempio sono perennemente raffreddata e la mia percezione degli odori è spesso notevolmente alterata.
Occorre avere, dunque, un modello olfattivo di riferimento. Nel campo dei profumi realizzati dall’industria profumiera fa, ad esempio, testo la descrizione pronunciata dall’associazione francese dei profumieri (Société Française des Parfumeurs) che ha sviluppato un linguaggio descrittivo uniforme e definito per categorizzare il profumo, condivisibile da maestri profumieri, operatori del settore, appassionati di profumeria e consumatori. Per i colori si può fare riferimento al Pantone il catalogo di un’azienda americana considerato come standard internazionale per la gestione dei colori nel mondo dell'industria e della chimica.
Per definire il profumo della plumeria occorre, ad esempio, rifarsi alla descrizione effettuata, per ogni varietà americana, dalla Plumeria Society of America o da importanti vivai come Plumeria by Florida colors;  se, invece,  si è fortunati come me, ci si può rivolgere ad un amico esperto come Antonio Butera che di plumerie se ne intende e riesce a descriverne il profumo in modo molto evocativo: secondo Antonio, ad esempio, le plumerie del tipo tricolor, come la Tequila Sunrise, profumano quasi sempre di pesca o albicocca; le varietà a fiore bianco a centro giallo, di zagara o vaniglia, le plumerie rosa di mandorle o pesca, le gialle oscillano tra la pesca e la gardenia, le rosse difficilmente hanno dei grandi profumi; si possono avere poi profumi particolari per singola varietà: la Miami Rose profuma di cocco, la Antonio Butera, da lui selezionata, ha un profumo che è un misto di ananas e melone tropicale, la Charlotte Ebert profuma di gardenia.

A dimostrare l’imprevedibilità della specie in questo tripudio di profumi inebrianti ci si può imbattere in varietà, soprattutto di origine thailandese, dall’odore spiazzante e al limite dell’inverosimile; se vi capiterà, come è successo a me al vivaio di Giampietro Petiet, di tuffare il naso in una varietà di plumeria  denominata con il numero di serie 4337, attirati dai grandi fiori dalle delicate sfumature di rosa, crema e giallo, vi ritroverete spiazzati nel sentire un intenso, inatteso ed  inconfondibile profumo di fungo porcino.
E non è la sola varietà ad avere un certo non so che, perché, come mi dice Antonio, la famosa Wako, ad esempio, fa odore di pizza e la California Sally addirittura di cipolla. 

Non c’è, dunque,  limite all'inverosimile anche in campo vegetale e temo che nel futuro ci dovremo aspettare come ultima  irrinunciabile novità commerciale varietà di plumeria dai colori sgargianti che spargono intorno effluvi impensabili  di aglio o caffè.


domenica 7 giugno 2015

Epidendrum ibaguense, un'orchidea facile da coltivare

In genere ci rimango male quando mi sento dire: questa pianta è facile da coltivare e pure tu (sottintendendo: che con le piante non ci sai proprio fare) saresti in grado di non farla morire.
Si, ho la brutta fama di non sapere accudire le piante che tengo sul balcone dove, devo ammettere, c’è un frequente, forse eccessivo, turnover; sarà perché coltivo piante in vaso in un ballatoio che guarda il mare, dove d’estate il caldo le fa stramazzare e d’inverno la pioggia che riempie i sottovasi rischia spesso di farle annegare; sarà perché è così difficile regolare nelle piante in vaso l’acqua da somministrare, poca ogni giorno o tanta a giorni alterni ? E' evidente che la scelta che faccio non è mai congruente; per non parlare del terriccio che così dilavato prima o poi dovrà essere cambiato. E le fitoftore, gli afidi, le formiche ed il ragnetto che delle mie piante fanno banchetto? In genere lascio fare perché anche loro devono pur campare.  Qui,  ora, devo confessare che a me le piante piacciono, soprattutto,  appena comperate quando, nel loro massimo splendore, sono soggetti ideali da fotografare; nel momento in cui il tempo ne  sfuma la bellezza iniziale le piante perdono ai miei occhi molto del loro valore, segnandone la sorte che, presto o tardi, le porterà a morire. E’ stato così anche per Epidendrum ibaguense la più facile delle orchidee da coltivare che Laura un giorno mi ha voluto regalare. Troppa acqua, poca acqua vallo a sapere, fatto sta che anche lei dopo un poco è arrivata a trapassare; ne conservo delle belle foto  ed il ricordo di una  vivace macchia di colore arancione, in balcone. Penso che dalla sua coltivazione ne potrà ricevere tanta soddisfazione chi la  saprà accudire con tutt’altra dedizione.
Epidendrum ibaguense
Il genere Epidendrum comprende circa 400 specie di orchidee epitifite provenienti in massima parte dall’America centrale e del sud e coltivate in tutto il mondo come piante da vaso o da giardino per la bellezza dei fiori. Sono state tra le prime specie di orchidee ad essere conosciute nel vecchio mondo alla fine del settecento, molto apprezzate per la notevole capacità di adattamento e resistenza a condizioni climatiche molto differenti che vanno dal pieno sole, al gelo prolungato, alla siccità, alla forte umidità.
La caratteristica comune alle diverse specie è che lo stelo fiorale si sviluppa partendo da uno pseudo bulbo e che i fiori si aprono in successione. Epidendrum ibaguense, in particolare, sviluppa steli sottili alti fino ad un metro sui quali, partendo dalla base, si inseriscono foglie coriacee, ellittiche, opposte, distribuite  in modo  ben distanziato tra loro. Lungo lo stelo sono anche presenti,   per tutta la sua lunghezza, numerose radici aeree.
All’apice dello stelo si formano infiorescenze dense, tondeggianti formate da fiori di dimensione molto variabili che si aprono in successione e che presentano colori vivaci come l’arancione, che è il più comune,  ma anche rosso, giallo, lavanda, bianco. 


A causa della forma di piccola croce del labello presente al centro del fiore, Epidendrum ibaguense è chiamata comunemente “Orchidea crocifisso”. La fioritura nel nostro clima dura a lungo  partendo dalla primavera e per tutta l'estate perché gli steli sono   rifiorenti. E’ una specie molto resistente, adattabile e di facile coltivazione che vegeta bene all’aperto in tutte le regioni a clima tropicale e temperato. Può essere coltivata facilmente in vaso nei climi dove le temperature invernali non scendono troppo in prossimità dello zero, ritirandola in luogo riparato nel periodo invernale.
Con l’arrivo della bella stagione, però, questa orchidea va messa fuori a godersi il sole ma senza esagerare perché, come è successo a me, può capitare che arrivi a morire per un improvviso colpo di calore. Vista la sua origine tropicale, Epidendrum ibaguense è specie che preferisce una buona umidità atmosferica che farà sviluppare una grande quantità di radici aeree e molti pseudo bulbilli, posti in prossimità dei nodi del fusto; questi, una volta emesse radici, potranno essere staccati dalla pianta madre e rinvasati per produrre nuove piantine. Giampietro e Laura Petiet del vivaio Sun Island Nurcery, la coltivano da tempo in giardino ed in grandi vasi distribuiti intorno la loro casa a Calatabiano, a due passi da Taormina; da quest'anno gli epidendrum  sono entrati a fare parte del loro assortimento varietale insieme a bougainvillea, hibiscus e plumeria. Per contattarli qui.
 
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