giovedì 31 dicembre 2015

domenica 22 novembre 2015

Il giardino di Villa Malfitano a Palermo

Per riuscire ad immaginare lo splendore ed il fascino che Palermo doveva esercitare alla fine dell’ottocento sulla blasonata nobiltà europea che si compiaceva di frequentare le eleganti dimore della borghesia cittadina, attirata dal clima, dalla vegetazione e da quell’irresistibile mix di fascino, originalità e sfarzo che allora caratterizzava l’alta società palermitana, occorre visitare Villa Malfitano ed il suo grande, esotico, giardino.
La villa fu la residenza cittadina di Joseph Isac Spadafora Whitaker (chiamato familiarmente Pip), uno degli pronipoti di Benjamin Ingham  che nel 1812  si era trasferito a Palermo dal West Yorkshire per commerciare  vino marsala;  con l’ istituzione della florida Casa di Commercio Ingham e C. ed una società di navigazione  la famiglia divenne presto ricca ed influente  riuscendo ad intrecciare rapporti di parentela ed affari  con molte famiglie inglesi residenti in Sicilia e  di grande amicizia con la nobiltà palermitana.
Giuseppe, oltre che seguire gli affari di famiglia, amava coltivare molteplici interessi come ad esempio la caccia che lo spingeva a viaggiare e che gli consentì di  fare studi ornitologici e mettere insieme una imponente collezione  formata da oltre 10000 uccelli imbalsamati che teneva in una casina nel parco; l’archeologia che esercitava sull’ isola di Mozia, acquistata ai primi del 900 da diversi possidenti e ricca di tesori fenicio-punici da lui scoperti; la botanica con la ricerca di specie esotiche mai coltivate in Sicilia da acclimatare in ambiente mediterraneo in continua competizione e scambio con l’Orto Botanico di Palermo diretto, allora, da Vincenzo Tineo .
Yucca australis
Per edificare la sua residenza cittadina, Joseph Whitaker nel 1885 acquisterà una vasta estensione di terreno al piano di Malfitano nel quartiere dell’Olivuzza e vi farà costruire dall’ architetto Ignazio Greco, sul modello della Villa Favard di Firenze, una residenza in stile neo-rinascimentale addolcita nelle linee da verande e orangerie in stile Art Nouveau.

 
La casa che è stata abitata sino agli anni 70 dalla figlia minore Delia mantiene ancora oggi intatto tutto il suo fascino: costruita su tre elevazioni conserva gli arredi originali, dipinti di pregio, arazzi e testimonianze fotografiche delle numerose teste coronate ospiti alla villa.
Le stanze del piano di rappresentanza, arredate ognuna con uno stile diverso mantengono ancora oggi gli echi e le suggestioni dell’intensa vita mondana e culturale che ha caratterizzato la casa grazie al carisma e all’influenza della moglie di Giuseppe Whitaker, Tina Scalia, donna molto affascinante e dal carattere forte, considerata una delle persone più di tendenza nel periodo d’oro della bella époque palermitana di fine ottocento.
Tra le stanze più belle ed ammirate, la famosa Stanza d’estate che si affaccia sull’ampio giardino le cui pareti decorate da Ettore De Maria Bengler con la tecnica del trompe-l'oeil rimandano, attraverso le grandi vetrate, alla lussureggiante vegetazione tropicale del parco che circonda la casa.
 
La proprietà, in origine estesa oltre otto ettari, mescolava visuali romantiche con aspetti tipici della paesaggistica inglese ed era un vero parco botanico per varietà e rarità delle specie tropicali e sub tropicali in esso collezionate da Whitaker sotto la guida del direttore, il botanico Emilio Kunzmann di origini tedesche che aveva già curato l' organizzazione esterna e l' impianto formale di altri grandi giardini della famiglia; a Villa Malfitano, Kunzmann che era a capo di una squadra di 12 giardinieri, farà realizzare una serra per la coltivazione di oltre 150 specie di orchidee esotiche che saranno per lungo tempo il vanto del giardino.
Tra gli esemplari più spettacolari del giardino che annovera ancora oggi circa 250 specie in coltivazione vi sono gli enormi Ficus macrophylla subsp. columnaris  presenti a ridosso della villa e nel parco; spettacolare l’esemplare più vicino alla casa, piantato da Pip nel 1888  i cui lunghi rami serpeggiano paralleli al suolo; al funerale di Delia il carro funebre sostò, sotto la grande chioma del ficus di casa, come espressamente richiesto nelle sue ultime volontà.
Nel parco si trovano poi, grandi esemplari di Dracena draco, molte araucaria australiane tra cui  un raro esemplare di Araucaria rulei ed una gigantesca Yucca australis che accoglie i visitatori dall’ingresso di via Dante; è stato questo probabilmente il primo esemplare della specie introdotta in Europa in coltivazione insieme ad un secondo esemplare presente in un altro giardino dei Whitaker; si incontrano ancora esemplari monumentali di Nolina recurvata, Cycas revoluta , numerose specie di palme,  molte purtroppo morte a causa del punteruolo ed interi boschetti di Strelitzia alba.
Il parco negli angoli più discosti dalla casa ha un aspetto inselvatichito ed un poco trascurato soprattutto ai confini della proprietà ma ciò è evidentemente conseguenza dei notevoli  costi di manutenzione che un parco così vasto, al giorno d'oggi, comporta. Dal 1975 il parco e la Villa sono gestite della Fondazione Giuseppe Whitaker voluta da Delia  per onorare la memoria del padre con l’intento di promuovere iniziative volte ad incrementare le attività culturali in Sicilia soprattutto nella valorizzazione dell’inestimabile patrimonio archeologico dell’isola di Mozia e della casa museo di Villa Malfitano. Solo da un anno sia il giardino che la casa sono aperti al pubblico con un orario adeguato alle esigenze dei visitatori.

 Orari di visita:
 
Bibliografia
G.Pirrone, M. Buffa, E: Mauro. E. Sessa, Palermo, detto paradiso di Sicilia, Centro studi di storia e arte dei giardini, 1989
F.M. Raimondo, Il giardino di Villa Malfitano, Fondazione Giuseppe Whitaker, 1995
S. Requirez, Le ville di Palermo, Flaccovio Editore, 1996
G. Pirrone, Architettura dei giardini di Sicilia, Electa, 1994 

mercoledì 18 novembre 2015

Soluzione a: Cerca le parole

1: Ceiba; 2: Aeonium; 3: Melia; 4: Ipomea quamoclit; 5: Cyathea; 6: Bismarckia; 7: Metrosideros; 8: Coffea; 9: Musa; 10: Solandra; 11: Muscari; 12: Litchi; 13: Kivano; 14: Ruellia; 15: Calliandra tweedii; 16: Murraya
 
  Soluzione
 

venerdì 13 novembre 2015

Cerca le parole

Riconosci le specie riportate in foto e trovane  il nome nello schema sottostante



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SOLUZIONE

 

domenica 8 novembre 2015

Come fare la cotognata in cinque mosse

 
Il melo cotogno è uno degli alberi da frutto più antichi, noto e coltivato in Europa sin da tempi remoti; decantato da Plinio e Virgilio è arrivato sulle coste del Mediterraneo dall’Asia Minore sull’onda della fama delle squisitissime confetture, chiamate dai romani “cotognato”, che è possibile ottenere dai suoi frutti tannici e astringenti che non possono assolutamente essere consumati prima di essere cotti e zuccherati. 
Non è un albero che, in genere, si ritrova in coltivazioni specializzate; ne esistono, invece, frequentemente, piante sparse coltivate in modo amatoriale nelle tipiche villette da week end che punteggiano le campagne del mezzogiorno d’Italia dove i proprietari si dilettano a coltivare un campionario variegato di piante da frutto scelte a caso tra i ricordi del passato o nei cataloghi dei vivai specializzati: un fico, un azzeruolo, olive, un gelso, un sorbo, un kaki; tra tanta variabilità vegetale non può di certo  mancare un melo cotogno sia per il gusto del  collezionare che per il rispetto della tradizione che impone in autunno a chiunque ne possieda un esemplare di prepararne barattoli di marmellata o ancora meglio decine di formelle di sublime cotognata da regalare e centellinare fino al prossimo autunno.

Cydonia vulgaris o melo cotogno è specie arbustiva che si ritiene provenga dall’isola di Creta ed in particolare dall’antica città di Cidonia. E’ una pianta di lento accrescimento che presenta un aspetto cespuglioso ma che coltivata ad alberello raggiunge un’altezza di 3,4 metri. A dispetto del nome il melo cotogno ha maggiore affinità con il pero del quale è spesso portainnesto.
 
I fiori sono grandi, isolati, a cinque petali di colore rosato e compaiono tardivamente; le foglie sono tomentose e coriacee ed i frutti  che, nelle diverse varietà possono avere forma simile a mele o pere,  sono tomentosi e presentano  forma irregolare con numerose gibbosità; la polpa è dura e compatta dal gusto acido e astringente.
In autunno se ne raccolgono i frutti che devono essere necessariamente trasformati in confettura o, se non se ne ha voglia, regalati ad amici e parenti cui trasferire l’incombenza.
Anche noi abbiamo ricevuto in dono un cesto di mele cotogne e seguendo le istruzioni che le accompagnavano abbiamo preparato una buona cotognata in cinque mosse:
1
Le mele cotogne ancora intere e non sbucciate, dopo essere state strofinate con un canovaccio per togliere parte della tomentosità della buccia, vengono poste sul fuoco dentro una pentola d’acqua che viene portata ad ebollizione. La cottura procederà sino a che la polpa non diverrà tenera offrendo scarsa resistenza ai denti di una forchetta.

 
2
Dopo avere scolato le mele cotogne e averle fatte un poco  raffreddare in modo da poterle maneggiate senza scottarsi,  si procede alla pulizia dei frutti che, senza essere sbucciati, vengono  privati delle parti più dure e fatti a pezzettoni.
3
I pezzi così ottenuti vengono passati nel passaverdure per ottenerne una purea morbida
4

A questo punto si mette il composto a cuocere in una capace pentola insieme allo zucchero a cui si aggiungerà il succo di   limone. Le proporzioni sono in genere di 1:1; tanta polpa, tanto zucchero e per il limone basti sapere che per un chilo di polpa va aggiunto il succo di 3 limoni.


5
 
Il composto, continuamente rigirato viene posto sul fuoco a bollire; da questo momento in poi la cottura procederà sino al raggiungimento della consistenza desiderata. Molto morbida per fare la marmellata, più dura e tenace (5 minuti dopo il bollore) per la cotognata che una volta pronta  verrà versata in piattini o nelle tradizionali formelle.

Appena asciutta la cotognata si potrà sformare...
 
.....sperando che l'impasto abbia la giusta consistenza per staccarsi dalla formella in modo uniforme; è questa l'unica reale difficoltà di una preparazione  che anche io, ed è tutto dire, ho trovato semplice da realizzare.

venerdì 23 ottobre 2015

Olea leucocarpa, la stranezza dei frutti albini

Stranezze ce n’è tante a questo mondo per chi ha sempre voglia di cambiare, ma io, invece, che non amo le sorprese vorrei che tutto rimanesse sempre uguale; stesso modo di vestire, scarpe basse e pantalone; stesso taglio di capelli senza uso di tinture; stessi amici di una vita con cui andare per giardini; stessa foto sul profilo che non voglio più aggiornare. Nella vita ho bisogno di certezze, come quelle che, per farvi capire, in campo alimentare sono per me le olive.
Ne conosco molti che non le possono sopportare, ma a me piacciono e non mi ci vuole molto a stabilire quale di esse devo consumare: o le prendo nere più o meno condite o raggrinzite come quelle infornate da usare per la pizza o le compro verdi, fatte in salamoia intere o denocciolate, connubio ideale per tutte le insalate. 
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Amo le olive perché su di esse non c’è niente di nuovo da scoprire; è un alimento antico, un punto fermo in un mondo volubile in continuo divenire. Questo pensavo fino a pochi giorni fa quando ho scoperto che anche tra le olive si nasconde una insospettata, imprevedibile novità.
 
Esiste, infatti,una varietà di olive i cui frutti a maturazione ultimata sono bianchi perché come avviene negli organismi albini,  le sue drupe sono prive di pigmento. Olea europaea var. leucocarpa costituisce una popolazione di antiche varietà di olivo presenti sporadicamente  in coltivazioni in alcune regioni come Toscana e soprattutto Calabria,  provenienti in origine dalla Grecia. La particolarità dei suoi frutti è quella di essere privi di pigmenti antocianici che sono quelli a cui si deve, in fase di maturazione, l’inscurimento della polpa delle olive. I frutti delicati, di forma ovale e polpa carnosa, sono inizialmente verdi diventando a maturità uniformemente bianchi, con una resa in olio del tutto simile a quella riscontabile in altre varietà.
L’olio che se ne ottiene è molto chiaro e per tradizione veniva mescolato con balsamo e estratti di particolari radici per ottenere l' olio del Crisma, utilizzato per le cerimonie sacre e per alimentare le lampade nei luoghi di culto in quanto bruciando produce poco fumo; ecco perché, in Calabria, soprattutto nelle aree di origine bizantina, piante di olivo leucocarpa o leucolea, com’è in uso chiamarlo localmente, venivano piantate nei pressi dei monasteri basiliani.
Io le olive leucocarpe le ho comprate in occasione di una fiera da un produttore che per il semplice piacere della novità ne ha piantate una manciata di esemplari tra le tante di un nuovo oliveto.

Dopo cinque anni dall’impianto gli olivi sono entrati in produzione e a fronte di un olio dal gusto un poco insapore hanno dimostrato di possedere, invece, una notevole piacevolezza estetica al momento dei frutti  giunti a maturazione. Ed è questo, ritengo, l'utilizzo più appropriato di questa particolare varietà di olivo, un modo per dare un tocco di originalità ad un  angolo di giardino mediterraneo; viceversa, per uso alimentare, dopo la fatica di averle schiacciate, tenute in acqua ricambiata per cinque giorni ed infine messe sott’olio, le olive bianche mi hanno dato una forte delusione per il loro gusto sciapo e lo scarso sapore.
E poi dite che non ho ragione quando penso che è meglio non cambiare perché a rincorrere le novità si finisce, quasi sempre, per sbagliare.

Dove trovarlo: il produttore ha comprato le piante di Olea leucocarpa presso  Vivai Russo, contrada Statella snc, 95036 Randazzo (Ct)

lunedì 19 ottobre 2015

Ai Grandi Vivai Faro, Masterclass con Sarah Eberle

Si è svolta ieri presso lo showroom dei Grandi Vivai Faro, a Giarre, la seconda giornata dell’evento A new green scenario che, a corollario del convegno che ha avuto luogo nel fine settimana a Radicepura, ha organizzato per un numero massimo di 40 partecipanti, una Masterclass condotta da Sarah Eberle dal titolo “How to design and build a Mediterranean show case” su come realizzare esempi di show garden di ambientazione mediterranea.
 
 
Sarah Eberle è una paesaggista inglese che da quasi trent’anni ha maturato una notevole esperienza professionale sia nella progettazione di grandi opere pubbliche che nei piccoli giardini privati, dedicandosi tra l’altro con grande successo al particolare settore degli show garden, piccoli giardini sponsorizzati da grandi firme (Gucci, Loreal) che partecipano ai Garden Festival di miglior tradizione. Sarah detiene ad esempio il record di otto medaglie d’oro per spettacoli della RHS, ha vinto due volte a Hampton Court e nel 1999 al Chelsea Flower Show ha conquistato la medaglia d’oro per Michael Balston.
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Il programma di lavoro assegnato ai 40 partecipanti, soprattutto architetti ma anche agronomi o semplici appassionati designer, è iniziato con una introduzione condotta in inglese (ma a supporto di Sarah ha seguito i lavori anche Sergio Cumitini che forte dei suoi frequenti legami di amicizia e di lavoro con i maggiori garden design inglesi ha fatto da organizzatore- factotum– traduttore per tutto il tempo della manifestazione) su come disegnare e costruire uno show garden, cosa fare e non fare e che tecniche costruttive impiegare; poi gli allievi hanno avuto carta libera per mettere in pratica i consigli avuti realizzando un loro progetto sulla base di una superficie che fosse compresa tra i 5 e i 10 metri di lunghezza per i 5 metri di larghezza, aiutandosi nella scelta vegetale con il catalogo Piante Faro alla mano. Molti i consigli di Sarah in fase progettuale, poi il giudizio di merito. 
L’architetto Pietro Gellona fondatore dello studio di architettura e paesaggio LandAlab con sede a Cernobbio è stato uno dei partecipanti della masterclass; nessun problema con la lingua perché dopo la laurea Pietro ha studiato all’AA School of Architecture di Londra; un architetto esperto che ha lavorato in Italia ma anche in Australia e Svizzera. E’ a lui che ho fatto qualche domanda sulla riuscita in termini di accrescimento professionale della giornata trascorsa in Sicilia.
Pietro, perché hai chiesto di partecipare a questa masterclass che esplora un settore progettuale, quello dello show garden, che nel nostro paese è a dir poco marginale?
Ho deciso di partecipare perché ritengo che i garden show (soprattutto quelli inglesi) possano essere un ottimo trampolino di lancio e garantiscono una visibilità decisamente alta, conoscerne i meccanismi è quindi interessante sia da un punto di vista professionale che strategico.  Il progetto del giardino per un garden show è tuttavia una categoria di progetti a se stanti rispetto alla progettazione di un giardino tradizionale. Ritengo quindi importante la possibilità data da piante Faro di accedere a informazioni specifiche sul tema, attraverso l’esperienza di un grande professionista del settore. 
Nella fase introduttiva Sarah che consigli tecnici ha dato?
Sarah sia nella prima parte della giornata che durante i lavori ha dato informazioni decisamente interessanti per capire ed eventualmente sviluppare con maggiore preparazione questa categoria di progetti fatti per un pubblico di passaggio, di breve durata e che devono essere allestiti e smontati. Occorre puntare molto sul messaggio che si vuole trasmettere e che vi sia massima coerenza tra il messaggio e l'esecuzione del progetto; il ritorno degli sponsor rispetto all'investimento necessario per la realizzazione e lo smantellamento del giardino; i criteri di giudizio dell’RHS e l’attitudine dei giudici; l’importanza del fattore ” wow” rispetto al valore delle medaglie che si possono ottenere; l’attenzione alle ambiguità e la necessità di essere flessibili in cantiere; la gerarchia visiva delle piante e l’attenzione ai confini del progetto.

Quale è stato il progetto da te realizzato?
Il progetto che ho abbozzato, nel poco tempo a disposizione, era destinato a promuovere l’ospitalità alberghiera di un attività ricettiva del mediterraneo. Rappresentava un piccolo spazio di svago all'aperto per un bungalow.
Avevi già avuto esperienza nell’utilizzo di specie mediterranee per piccole superfici e conoscevi alcune delle piante presenti nel Vivaio Faro che conta oltre 5000 varietà? 

Non ho ancora avuto molte occasioni di usare specie mediterranee in piccoli spazi se non in un progetto in fase di realizzazione in Liguria. Alcune specie presenti nel catalogo di Piante Faro le conoscevo per esperienze passate di studio, viaggio e vita (ho vissuto e lavorato in Australia), molte altre sono state una piacevole sorpresa e durante la visita al vivaio si sono potuti ammirare esemplari incredibili, che ti fanno sperare di poter avere il prima possibile dei progetti che le possano accogliere e valorizzare!
Come si sono conclusi i lavori?
I lavori sono terminati con il rilascio di un attestato, Sarah manderà una mail ad ogni partecipante con una “critica” individuale di quanto prodotto.
Ritieni che sia stato proficuo partecipare a questa iniziativa?
Ne è valsa la pena, ho partecipato anche al convegno del giorno precedente, l’organizzazione e l’ospitalità sono state ottime.


Vista l’’intenzione annunciata nei giorni scorsi da parte della famiglia Faro di organizzare a Giarre nella primavera o nell’autunno del 2017 un Garden Show capace di competere con i più conosciuti Festival inglesi e continentali (Nagasaki, Singapore) è bene non farsi trovare impreparati all’evento; in quest’ottica la masterclass è stata solo un primo approccio al particolare settore dei show garden; un modo per stimolare l’attenzione di chi, forse, grazie ai consigli di Sarah avrà trovato la voglia e l’interesse o solo la semplice curiosità professionale di cimentarsi nella progettazione di show garden con professionalità all'inglese ma con una sensibilità che dovrà essere, com'è ovvio,  del tutto mediterranea.
 
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