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lunedì 24 giugno 2024

La grande ginestra di Milo è in fiore

 

Ne sento il profumo senza ancora vederla, seguendo le istruzioni che mi sono state impartite: “attraversa il paese di Milo sino ad arrivare a quel panificio che sta sulla strada per Fornazzo, quello che entri per comprare il pane ed esci carico di sporte di biscotti, dolcetti al pistacchio, pane condito alle olive e pizze al taglio e cartocciate che cominci ad assaggiare e condividere con gli amici appena un passo fuori dall’esercizio commerciale”; “poco prima del panificio, percorrendo la Provinciale in salita, sulla destra si innesta una strada in discesa, sulla quale si affacciano antiche abitazione con giardini che traboccano di rose, ortensie, ibischi della Siria e vasi di gerani fioriti che noi cittadini rivieraschi accaldati ce li sogniamo per i nostri balconi. Troppo caldo giù a Catania; in meno di un’ora di strada salendo alla quota di Milo (750 metri) la temperatura scende di tre, quattro gradi ed in estate si attesta a livelli paradisiaci che fanno sognare notti declimatizzate o senza ventilatore e niente brandine allo stravento, ma finestre chiuse tenendo ai piedi del letto una copertina di emergenza. Un sogno! Le indicazioni proseguono: “ imbocca la strada in discesa e percorri per intero il rettilineo che ti trovi davanti; prima della curva a destra, dove la strada si restringe, la vedrai all’interno di un giardino di una antica casa privata”. Io la immagino già ancora prima di vederla sentendone il profumo arrivare fin sulla strada provinciale, che è preciso uguale all’odore del miele  un po' riscaldato, rimedio per la tosse invernale, e proprio come indicato, alla curva, in un giardino privato, mi si para innanzi la grande chioma in fiore di un esemplare di Genista aetnensis considerato il più longevo e monumentale dell’intero territorio etneo.
Un esemplare poco più che novantenne che ha raggiunto un’altezza di undici metri e un diametro del tronco di 2,5 metri come leggo su una targa apposta sul muro di cinta nel 2021 dall’associazione culturale Trucioli per il Progetto Alberi Monumentali del comprensorio di Milo.
Il cancello di accesso della villa ottocentesca che ospita la grande ginestra è chiuso e posso fare foto solo da fuori, ma da questa angolazione, a ben guardare al di la del cancello padronale, la pianta mi appare in sofferenza presentando una branca laterale completamente disseccata.
Di ritorno a casa consulto il libro “Monumenti vegetali dell’Etna a cura dell’Ente Parco edito nel 1998, nella cui descrizione della Ginestra di Milo si legge che trattasi di un’unica pianta biforcata alla base con uno dei tronchi di circa 2,5 metri di circonferenza e l’altro di circa 2,2 metri.
Definita in discrete condizioni vegetative presentava già allora numerose galle tubercolate provocate da acari. Credo che il tronco laterale sia, oggi,  definitivamente seccato ma la restante parte della chioma in bellissima fioritura non fa al momento temere stessa sorte per l’intero esemplare.

E se la vetusta,  Grande Ginestra di Milo, pur con qualche acciacco è capace di una tanta  stordente fioritura, alzando lo sguardo alle pendici montane d’intorno dove si osserva un diffuso giallore dei boschetti spontanei di ginestra dell’Etna, tutti contemporaneamente in fiore, 
te lo immagini ad entrarci dentro, che odore!

mercoledì 12 novembre 2014

Mele Cola, antichi frutti sotto il vulcano

Quando sento arrivare l’autunno, tra il tempo dei kaki e quello delle arance, c’è un piccolo interregno temporale dedicato, nel mio scadenzario alimentare personale, ad un piccolo frutto, definito di nicchia perché solo chi vive alle falde del vulcano Etna ne conosce l’esistenza e ne pregusta in novembre il particolare sapore.
E’ una piccola mela di montagna che tutti chiamano “mela Cola” probabilmente perché coltivata inizialmente in terreni limitrofi al convento di San Nicola nel territorio del comune di Nicolosi. Sino ai primi anni del 900 veniva estesamente coltivata in terreni terrazzati ricadenti nei comuni pedemontani  etnei (Zafferana, Milo, Sant’Alfio, Pedara, Nicolosi, Ragalna, Biancavilla e Adrano)  utilizzando antiche popolazioni autoctone molto resistenti al freddo e dunque coltivate in una fascia altimetrica compresa tra 600 e 1400 metri di quota dove non era possibile realizzare altri tipi di coltivazione che non fossero bosco o pascolo. Una coltura tradizionale effettuata  in condizioni colturali povere per assenza di concimazioni e di acqua irrigua,  generalmente su piante franche di piede, selvatiche e solo successivamente innestate.
Alberi robusti capaci di produrre in abbondanza piccole mele di forma cilindrica  attaccate alla pianta con un peduncolo fogliare corto e tozzo.
Il tipico frutto della mela Cola si presenta di colore verdognolo  al momento della raccolta per diventare poi giallo paglierino, punteggiato da piccole lenticelle, alla maturazione di consumo; la polpa, anch’essa bianca, dolce ed acidula a maturazione, è  delicatamente profumata adatta al consumo fresco o per essere cotta in acqua o passata in forno.
Se le mele Cola sono veramente buone (anche se con due morsi un frutto è già bello e mangiato) c’è un tipo di mela Cola ancora più ricercata, ottenuta dall’incrocio spontaneo fra questa varietà e la varietà Gelato e chiamata, appunto per questo, Cola Gelato. La varietà Gelato, oramai rara, deve il nome alla presenza nella polpa di aree traslucide che ricordano l’aspetto del frutto ghiacciato. 
Di forma simile alle mele della varietà Cola, le mele Gelato hanno una polpa bianchissima, farinosa, aromatica e dolcissima soprattutto nelle aree vetrificate; sono frutti molto ricercati per preparare crostate e torte di mele. La varietà Cola Gelato è, forse tra tutte, la più diffusa in coltivazione perché in se assomma i pregi delle varietà da cui si è originata a cui aggiunge precocità, produttività, maggiore pezzatura ed intenso profumo.
La raccolta di queste mele viene effettuata da fine settembre a metà ottobre quando ancora i frutti non sono completamente maturi; vengono poi conservate in magazzini di montagna e consumate a partire dai mesi di novembre, dicembre mantenendosi però in magazzino sino ai primi tepori della primavera. Le mele Cola, il cui mercato, in tempi di globalizzazione è stato surclassato dalle moderne varietà continentali vengono oggi coltivate da pochi produttori riuniti in Associazione su una superficie di non più di 600 ettari, per l’80% ricadenti nel territorio del Parco dell’Etna, in coltura biologica o integrata. 
Incentivare il consumo di questi piccoli frutti non è solo un fatto di gusto ma direi ancor più un imperativo culturale; recuperare le tradizioni agroalimentari del proprio territorio consente di salvaguardarne gli aspetti paesaggistici mantenendone inalterata la agro biodiversità. Consumare le piccole mele dell’Etna non è solo un’esperienza gustativa soddisfacente ma anche un modo per fare si che un antico germoplasma così ricco di profumo e sapore non vada irrimediabilmente perduto.

Alcune immagini ed informazioni sono stati reperite dai seguenti siti:
Orto Botanico Catania
Antichi frutti dell'Etna

 

domenica 5 ottobre 2014

Sotto il vulcano si parlerà di rose

Questo fine settimana ha chiuso i battenti Orticolario, mostra del verde che si svolge a Cernobbio sulle rive del Lago di Como e che rappresenta forse la più blasonata ed intellettuale kermesse dedicata al giardinaggio di qualità in Italia; la settimana prossima, dal 10 al 12 ottobre,  sarà la volta della mostra alla Landriana, nel Lazio e così potrà dirsi concluso il lungo periodo dell’anno dedicato alle grandi mostre del verde ornamentale.
  
Calendario mostre di giardinaggio 2014
Dopo la sbornia di acquisti per il giardino o il verde di casa è giunto, dunque, il tempo di affinare la propria tecnica giardiniera apprendendo nozioni adeguate per accudire con successo i nuovi acquisti di stagione. Per noi siciliani, che da isolani viviamo un poco ai margini delle grandi manifestazioni nazionali e delle opportunità di studio e di approfondimento che ad esse, di norma, sono collegate, si prospetta dal 7 al 9 novembre una interessante opportunità sotto forma di un Campus nazionale dal titolo “Rose sotto il vulcano, Creazione e cura di un roseto, fra cespugli, erbe e sciare niure” che si svolgerà presso i  Vivai Valverde (Ct) di Ester Cappadonna e Francesco Borgese in collaborazione con l' Associazione Maestri di Giardino.
L’Associazione Maestri di Giardino, nata nel 2011 su iniziativa di 23 soci fondatori, opera a livello nazionale mettendo a disposizione l’esperienza e la competenza acquisita dai propri aderenti (giardinieri, vivaisti, paesaggisti, architetti, ) al servizio del pubblico di appassionati. l’ Associazione ha, ad esempio,  una propria attività editoriale che pubblica racconti di autori, Maestri di Giardino, che descrivono in modo semplice e colloquiale sia argomenti di interesse botanico e paesaggistico che racconti di esperienze personali legate al proprio lavoro di “giardiniere". Accanto all’attività editoriale vengono, poi, organizzati presso vivai dei soci aderenti, laboratori di formazione, seminari intensivi, campus aperti a tutti coloro che intendono arricchire le proprie conoscenze in campo botanico o nell’arte di fare giardino.
 
Il 7° Campus nazionale organizzato in Sicilia avrà luogo presso i Vivai Valverde  che hanno sede alle pendici dell’Etna in un territorio, la cosiddetta “Vallis viridis”, che è tra i più suggestivi e naturalmente verdi del territorio etneo; si parlerà di rose, una specie,  in Sicilia, non presente in modo abituale nei giardini di tradizione.

Il programma del Campus è articolato dal venerdì alla domenica con visite a giardini privati e conferenze tenute dai seguenti Maestri di Giardino: Maurizio Usai, Rose: varietà, suggestioni, supporti; Ester Cappadonna, Le vecchie rose di Sicilia; Francesco Borgese : La Sicilia nera e la Sicilia bianca, l’impostazione ornamentale del roseto; Maurizio Feletig, Alla scoperta di una pianta:fusti, bacche e foglie (e fiori); Didier Berruyer, Ogni rosa ha il suo posto, ogni posto ha la sua rosa. Nella giornata di domenica si svolgeranno poi, laboratori di realizzazione e di manutenzione di un roseto.
Tutto il programma sembra molto interessante e fa venire voglia di estendere la partecipazione anche all’extra campus che prolunga il divertimento anche nei giorni di giovedì 6 e lunedì 10 per visitare grandi giardini presenti nel territorio catanese.

Una splendida iniziativa ad un costo tutto sommato abbordabile andando da un massimo di 390 euro del programma lungo (6-10 novembre, comprensiva di pranzi, cene e coffee break più passeggiata botanica), al pacchetto ridotto di 320 euro (7-9 novembre con due pranzi e cene e coffee break). Sconti vengono praticati agli aderenti l’Associazione.
Se c’è un appunto da fare è il periodo scelto  per l'iniziativa che prevede lo svolgimento del Campus in novembre in giornate  normalmente destinate allo svolgimento di attività lavorative.  Mi sarebbe piaciuto potere scegliere anche un programma minimo svolto esclusivamente nei pomeriggi e nella intera giornata di domenica. Per chi fosse interessato, e sono sicura che molti lo saranno, c’è tempo sino al 15 ottobre per sottoscrivere l’iscrizione.

giovedì 11 luglio 2013

Etna, le specie pioniere ai limiti del deserto vulcanico

Dal  21 giugno del 2013 il vulcano Etna, su proposta del Ministero dell’Ambiente italiano, è stato inserito dall’UNESCO nell’elenco dei beni costituenti patrimonio dell’umanità essendo  uno dei vulcani più emblematici ed attivi del mondo e considerandone.. “ i crateri, le ceneri, le colate laviche, le grotte e la depressione della Valle del Bove una destinazione privilegiata  per la ricerca e l’educazione e lo sviluppo di molte discipline scientifiche come la vulcanologia e la geofisica”.
Pur non facendo particolare riferimento al paesaggio vegetale presente in queste aree sommitali  ritengo che il riconoscimento sia da intendersi anche dal punto di vista botanico viste le peculiari specificità della vegetazione a pulvini xerofiti presente alle quote sommitali del vulcano.
Si tratta di una vegetazione arbustiva composta da poche specie pioniere capaci di sopravvivere in un ambiente inospitale di lave e sabbie incoerenti in una fascia altimetrica frammentaria che dal limite del  bosco alto montano di faggi e betulle  si spinge sino ai 3000 metri di quota oltre i quali la vita vegetale è del tutto assente; siamo infatti nella fascia altimetrica del deserto vulcanico, un vasto territorio di lave recenti totalmente sterili, di cenere e lapilli prodotti dalle continue attività esplosive  dei crateri sommitali .
 
Quasi tutte le specie sono presenti anche in altre montagne mediterranee ma sull’Etna si sono differenziate ed adattate all’ambiente vulcanico assumendo forme peculiari: Rumex scutatus forma aetnensis, Anthemis aetnensis, Senecio aetnensis, Viola aetnensis, Berberis aetnensis  e altre  ancora, caratterizzate dal possedere  un portamento appressato al suolo per resistere  al forte vento, alla forte all’intensità luminosa e alla siccità delle alte quote  formando una vegetazione a cuscino (pulvino) che ricopre e trattiene le sabbie inerti.  La fioritura della maggior parte delle specie è estiva  ed è anche questo un adattamento climatico essendo quasi tutte le specie longidiurne  in modo da sfruttare al meglio il periodo di massima lunghezza del giorno a scopi fotosintetici.

Di questo tipo di vegetazione l’ esempio più  tipico è l’astragalo (Astragalus siculus, oggi Astracanthus) o spino santo, un endemismo etneo che caratterizza particolarmente il paesaggio alto montano  svolgendo un ruolo importantissimo nel proteggere le ripidi pendici delle aree terminali. La specie, infatti, è densamente cespugliosa e dotata di un robusto apparato radicale molto più sviluppato della parte aerea formando cuscini non è più alti di 30 centimetri e dal diametro anche di un paio di metri; il nome Astragalus (vertebra), in greco, fa proprio riferimento alla particolare nodosità della sua radice. Nelle zone fortemente inclinate il pulvino si sviluppa maggiormente a monte piuttosto che a valle facendo, con la massa vegetale, argine all’interramento della pianta. In estate produce fiori di un tenero rosa e ospita tra la vegetazione altre specie più delicate come  viole, cerasti,  antemidi proteggendole dal vento e, grazie alle robuste spine, dal morso degli erbivori. 
Viola aetnensis al riparo dentro l'astragalo
 Anthemis aetnensis, (Asteraceae) o camomilla dell’Etna è una perenne  dal fogliame ramoso che forma densi cespuglietti tondeggianti e che fiorisce in luglio agosto con vivaci  margherite in base al colore delle quali  è possibile individuare due varietà: albiflora e rosea. E’ tra le specie che insieme al Senecio aetnensis si spinge più in alto fin quasi ai crateri sommitali.


Saponaria sicula è pianta cespugliosa  non più alta di 15 cm con fusti cespitosi pieni di foglioline che in estate  producono infiorescenze di fiori rosati tubiformi; la si incontra su sabbie vulcaniche di zone anche molto scoscese. Il  nome del genere Saponaria deriva dal latino sapo (sapone) per l’alto contenuto di saponina presente nelle piante ad esso attribuite.
 
Rumex scutatus forma aetnensis, una delle specie più tipiche del piano alto montano del vulcano presente in cespi sparsi alle più alte quote; il termine generico Rumex deriverebbe dal verbo latino ruminare in quanto i romani ne masticavano le foglie per resistere alla sete.
Cerastium tomentosum è una piccola pianta a portamento cespitoso con foglie di colore glauco ed aspetto lanoso; produce fiorellini bianchi  che spesso fanno capolino da grandi cuscini di astragalo.
Salendo oltre i 3000 metri di quota le proibitive condizioni ambientali non rendono più possibile alcuna forma di vita vegetale ed il paesaggio assume i caratteri del deserto vulcanico.       
    



martedì 25 dicembre 2012

Terebinto, un arbusto "Rosso Natale"

Quando eravamo piccoli, nella Sicilia degli anni 60, non si usava fare l’albero di Natale ma si preparava il presepe. Subito dopo l’Immacolata, in un qualche gelido pomeriggio ennese prima dell’inizio delle vacanze, con mio fratello salivamo in soffitta a prelevare una vecchia cassetta di legno che custodiva da anni il necessario per mettere in atto la sacra rappresentazione: la carta per fare il cielo con dietro attaccate le lucine, la carta per fare le montagne, casette, pastori, greggi, un caravanserraglio di animali da cortile e ovviamente la capanna con annessi animali e famiglia.
Versione moderna del presepe anni '60
Ogni anno mio fratello, che essendo più grande dirigeva le operazioni, apportava qualche piccola innovazione: un mulino con le pale a ruota che un motorino elettrico faceva girare, il laghetto fatto con lo specchietto da cipria di mia madre, il fiume luccicante con la carta stagnola che andavamo a farci dare dal fioraio vicino casa, il mangiadischi per mandare la musica quando di sera si spengeva la luce; io avevo poca voce in capitolo ed in genere mi bastava “aiutare” ma un anno che avrei voluto inserire tra i personaggi del presepe i gladiatori con le tigri e le giraffe come avevo visto nel presepe della signora Seminara, mio fratello che era un fervente assertore del presepe tradizionale mi bocciò senza appello la proposta. L’albero di Natale lo trovavamo a casa degli zii che erano di tradizione “nordica” essendo la zia emiliana. Si andava in campagna, si adocchiava un pino (di abeti dalle mie parti manco a parlarne), si segava un bel ramo e lo si addobbava con fili dorati e poche palle dello stesso colore.
Il rosso, allora, non era di moda. Poi, negli anni a venire, a poco a poco, con l’avvento della pubblicità planetaria il Natale ha cominciato a tingersi di rosso prendendo spunto dal rosso Coca cola della palandrana del Santa Claus americano per contagiare nastri, pacchi, palline, tovaglie, piatti e anche le stelle di natale (americane pure quelle) e diventare così nell’immaginario collettivo il colore della festa.
   
Ed in campo vegetale? Tra le specie mediterranee che si apprestano ad affrontare il breve inverno del sud c’è un arbusto che, pur essendo specie spontanea che non ha tradizioni natalizie, per fogliame, portamento e gradevolezza estetica ben si adatta  alle esigenze scenografiche  del moderno Natale in rosso. Parlo del terebinto (Pistacia terebinthus) che in questi  primi giorni dell’inverno, in grandi macchie cespugliose, punteggia di rosso  le campagne alle pendici dell’Etna in una fascia altimetrica occupata da olivi e pistacchi e allo stato spontaneo, da leccio, ginestra e roverella fino a circa seicento metri di quota.


Questo arbusto o piccolo alberello ha foglie decidue che prima di cadere assumono diverse tonalità di rosso non solo nei diversi esemplari ma anche su parti diverse della stessa pianta in base all’esposizione. Rosso mattone, rosso brillante di foglie imparipennate coriacee, rosso cinorrodio dei  piccoli frutti portati in pannocchie terminali. 
 
 
Il terebinto chiamato comunemente scornabecco ha un apparato radicale che consente alla specie di abbarbicarsi a substrati pietrosi, poveri, aridi. La specie appartiene allo stesso genere del pistacchio (Pistacia vera) e per questo viene comunemente utilizzato come suo portainnesto in terreni sciarosi del versante occidentale etneo. Per me il terebinto è la specie del Natale, un arbusto che annuncia la festa e mette allegria in modo naturale senza gli artifici in technicolor del Natale moderno da pubblicità. 

sabato 13 ottobre 2012

Pistacchi di Bronte

 
Pistacchi di Bronte
Reduce da una indimenticabile  scorpacciata di pistacchi fatta domenica scorsa all’annuale Sagra del “pistacchio di Bronte”, manifestazione giunta oramai alla sua XXIII edizione, vorrei decantare le virtù di questo frutto il cui sapore non ha niente a che vedere con il ricordo del gusto sbiadito dei verdi gelati al pistacchio comprati le domeniche di tanti anni fa, con mio nonno, al bar del mio paese. Ancora oggi la maggior parte dei gelati industriali al pistacchio hanno un colore verde bandiera ed un sapore che più che al pistacchio rimanda ad un generico gusto di torroncino tostato o di amaretto; niente di più diverso dal gelato al pistacchio che è possibile gustare a Bronte presso le più rinomate gelaterie del paese. Colore marrone chiaro con riflessi verde clorofilla, pezzetti di granella amalgamati all’impasto, gusto di pistacchio al naturale. Una vera prelibatezza, in barba alla dieta.
Gelato al pistacchio di Bronte
Il pistacchio, insieme a mandorle, noci e nocciole è un classico frutto che viene utilizzato direttamente come frutta secca o, più frequentemente, come componente di sofisticate produzioni artigianali ed industriali nel settore della gelateria, pasticceria, gastronomia, con particolare riguardo per il campo degli insaccati. Il frutto è una drupa di grandezza compresa tra una mandorla ed una nocciola, di un bel colore rosso o rosato.  

Drupe di pistacchio
Tolto il mallo per azione di sfregamento meccanico e dopo asciugatura al sole rimane un guscio legnoso molto resistente che contiene un seme oleoso, leggermente aromatico, di colore verde, ricoperto da un endocarpo rossastro che, nelle utilizzazioni pasticcere e gastronomiche viene tolto tramite pelatura.
Pistacchi di Bronte con il guscio e sgusciati ma con endocarpo

In Italia la maggior parte della produzione è concentrata in Sicilia ed in particolarmente a Bronte, paese del catanese, dove il pistacchio viene ancora coltivato con metodi tradizionali su sciare vulcaniche.
Bronte
Sarà proprio il microclima che caratterizza la zona di produzione o le condizioni del suolo ricco di sostanze minerali per la presenza del vulcano Etna, o saranno, ancora, i metodi di coltivazione tradizionali che utilizzano il terebinto come portainnesto del pistacchio, una pianta spontanea tipica della flora mediterranea che conferisce alla varietà innestata doti di resistenza e sapore, ma il pistacchio che si produce a Bronte è il più apprezzato dal mercato delle produzioni dolciarie e gastronomiche di qualità perché a fronte di un costo maggiore dovuto alle basse produzioni che vengono raccolte ad anni alterni e alla forte incidenza del costo della manodopera necessaria per effettuare la raccolta a mano, il pistacchio siciliano presenta caratteristiche di pregio quali alta tenuta del colore verde, un elevato contenuto in clorofilla ed in acidi grassi insaturi che conferiscono al frutto un aroma particolare. Niente a che vedere con il gusto ed il colore dei pistacchi gialli iraniani, turchi o siriani che a fronte di un prezzo più basso hanno colore sbiadito e parametri qualitativi standard che li rendono idonei al consumo come frutti tostati e salati. Il pistacchio di Bronte ha ottenuto il marchio DOP (Denominazione d'Origine Protetta) e pertanto la sua produzione e commercializzazione è regolamentata da un Disciplinare a garanzia di origine e qualità.
Alla Sagra del pistacchio di Bronte le degustazioni andavano oltre il semplice gelato che era affiancato da creme spalmabili, torte e torroni; in campo gastronomico ottimo l’arancino al pistacchio, il pesto per condire i primi o la salsiccia di suino nero dei Nebrodi aromatizzata al pistacchio di Bronte. Tutto, da me rigorosamente degustato. Novità dell’anno l’olio di pistacchio ottenuto con spremitura a freddo su frutti leggermente tostati. Si ottiene un prodotto di bassa acidità, colore verde intenso ed un profumo netto di pistacchio con un sapore fruttato ed intenso. Un prodotto da utilizzare a crudo sia su insalate che in pasticceria; a detta degli esperti, un olio per veri gourmet.


Sul pistacchio puoi anche leggere un altro post  più centrato sulle caratteristiche della specie e la particolare tecnica di coltivazione.

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venerdì 8 giugno 2012

Fiori di ginestra, profumo di ..assoluto

Alfio è stato uno dei migliori studenti del mio Istituto; intelligente, interessato agli aspetti tecnici del lavoro agricolo, curioso, studioso. Non sono molti gli studenti che, come lui, frequentano un piccolo Istituto Professionale per l’Agricoltura per vero interesse ed amore verso la propria terra, il cui territorio, compreso tra l’Etna ed il fiume Simeto, ha da sempre avuto nell’attività agricola, esercitata nelle campagne e nei boschi etnei, una importante fonte di reddito per la sua popolazione. Dopo il diploma, tuttavia, le grandi idee e i molti progetti si sono infranti nelle difficoltà economiche che caratterizzano la contingenza dei tempi che stiamo vivendo. E’ necessario lavorare, anche in nero,e ogni attività che consenta di guadagnare, per quanto faticosa, è bene accetta. Capita così di dover riprendere a svolgere antichi lavori  che negli ultimi anni erano divenuti appannaggio di ciurme di lavoratori stranieri, abituati a livelli di fatica e di guadagno poco apprezzati, sino ad oggi, dai lavoratori locali inurbati. Alfio si è rimboccato le maniche e si è unito alle squadre di coloro i quali effettuano sull’Etna la raccolta dei fiori di ginestra da destinare alla produzione di "concreta di ginestra" , una pasta cerosa color miele ottenuta dai fiori per estrazione degli oli essenziali tramite solventi e del suo distillato chiamato “assoluto di ginestra” entrambi utilizzati per la produzione di profumi.
Raccoglitore di fiori di ginestra
Spartium junceum o ginestra di Spagna è un arbusto ramosissimo che può raggiungere i 5 metri d’altezza. Ha rami cilindrici lisci e flessibili, eretti; sui rami giunchiformi, capaci di svolgere attività fotosintetica, le foglie sono scarse e facilmente caduche. I fiori, portati sulle cime dei ramoscelli, sono grandi, gialli, ed emanano un odore gradevolissimo. E’ un arbusto frugale che cresce su terreni poveri in tutta l’area del Mediterraneo. Sull’Etna è considerata specie pioniera perché i suoi popolamenti si insediano sui campi di lava contribuendo alla loro progressiva colonizzazione.
Spartium junceum, specie pioniera
In primavera inoltrata, tra i 600 ed i 900 metri di quota, il versante occidentale dell'Etna  è un unico tappeto giallo, un mare stordente di fiori profumati la cui fragranza impregna l’area ad ogni soffio di vento. Attraversare un ginestreto per una passeggiata domenicale è un’esperienza “emozionale"; non altrettanto si può dire per chi è intento dall’alba al tramonto alla raccolta dei suoi fiori.

Inoltrandosi nella macchia dei cespugli fioriti, portando dappresso ceste e cestelli, il raccoglitore con mani esperte e movimenti rapidi strappa i fiori dai ramoscelli appiattiti della ginestra, passando e ripassando finché ogni singola pianta non ne viene completamente spogliata.
Al mercato locale un chilo di fiore viene pagato circa 50 centesimi ed in una giornata di duro lavoro se si è esperti e le piante sono ben cariche, si possono raccogliere circa 70-80 chilogrammi di prodotto, pressato in grandi sacchi. I fiori, raccolti in montagna vengono conferiti ad un padroncino locale che rivende a Messina per la produzione delle essenze profumate da commercializzare in Italia ed in Francia dove l’essenza di ginestra è usata in profumeria dal XVII secolo. Appena si conclude la raccolta dello Spartium è tempo di Genista aetnensis, specie endemica etnea, il cui profumo ha un sentore più mieloso e le singole piante raggiungono spesso dimensione arborea. Un lavoro sfibrante per una stagione breve ma durissima. Chiedo ad Alfio se è contento di questo lavoro, la sua risposta è lapidaria: “Raccogliere i fiori di ginestra è una gran faticaccia ma, meglio il profumo di ginestra che l'odore di una stalla".
P.S.
I vivai della Forestale, su richiesta scritta al distaccamento di competenza, forniscono in genere piantine di ginestra (Spartium junceum ) a radice nuda da utilizzare per campagne o giardini di montagna.

Ulteriori informazioni sulla "concreta di ginestra"
Nella realizzazione del post mi hanno molto incuriosito le notizie che andavo trovando sulla produzione dell’essenza di ginestra partendo da un prodotto chiamato “concreta”; ho cercato di contattare alcune ditte che in Sicilia ne fanno la produzione e ho chiesto delucidazioni in merito al relativo processo di produzione. Una delle ditte contattate mi ha così risposto:

Rispondo alla sua richiesta con molto piacere, in quanto credo che sia molto importante scrivere su un settore talmente particolare e complicato come il nostro, e che in definitiva risulta una piccola fonte di sostentamento per molti abitanti dei paesi che sorgono alle pendici dell'Etna. Per quanto riguarda la lavorazione una volta che i fiori di ginestra raccolti arrivano nel ns. stabilimento si effettua una cernita per eliminare tutti i ramoscelli e materiali var i(tante volte anche pietre), dopo questa operazione il fiore viene immerso in solvente organico mediante il quale si estrae l'olio essenziale. Superata la fase di estrazione e dopo diverse concentrazione, volte ad eliminare e a recuperare il solvente organico, si ottiene la preziosissima concreta di ginestra. Il processo produttivo, per sommi capi, è questo anche se la vera difficoltà sta nei tempi e modi di operare, con convinzioni differenti da esperto a esperto del settore. Sperando di essere stato abbastanza chiaro, nei limiti del possibile, le porgo cordiali saluti.
Saluti
Dott. Salvatore Recupero


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