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mercoledì 13 novembre 2019

Zafferano siciliano

In Sicilia e più esattamente a Caltagirone, comune del catanese famoso soprattutto per le ceramiche e per avere dato i natali a Luigi Sturzo, due giovani imprenditori, Paolo e Giulio Rigido, hanno da pochi anni avviato nella loro azienda agricola Terra Rossa, la produzione di zafferano, una delle spezie più care e ricercate del mercato alimentare.
Lo zafferano è  una sostanza aromatica ottenuta macinando gli stigmi opportunamente essiccati dei fiori di Crocus sativus, una pianta erbacea perenne alta dai 10 ai 20 centimetri che possiede un caratteristico bulbo sferico, schiacciato alla base, dal quale in primavera si sviluppano foglie strette ed allungate.
Dopo la pausa estiva, durante la quale la vegetazione scompare completamente, in autunno con le prime piogge compaiono poche foglie e la pianta entra in fioritura producendo fiori violacei che presentano uno stilo che termina con uno stimma rosso arancio diviso in tre parti dal quale si ottiene lo zafferano. Crocus sativus è una specie sterile che non è presente allo stato spontaneo e che si propaga esclusivamente attraverso i bulbi; la sua caratteristica è la fioritura autunnale ed il gigantismo degli stigmi che oltrepassano i tepali del fiore.
In natura esistono circa 15 specie diverse di Crocus;  in Sicilia ad esempio è molto comune Crocus longiflorus che cresce nei boschi cedui di collina e montagna ed è chiamato zafferano autunnale  (https://bit.ly/39Qs03V)
 
Lo zafferano è una spezia usata sin dall’ epoca greco-romana per aromatizzare prodotti gastronomici, colorare ed insaporire alimenti, preparare unguenti con oli emollienti; la polvere ricavata dagli stigmi è ricca di un carotenoide chiamato crocina a cui si attribuiscono proprietà antiossidanti, antidolorifiche, sedative, digestive ed antidepressive.
In Italia la coltivazione del croco avviene soprattutto in alcune aree vocate che hanno ottenuto il riconoscimento DOP come in provincia dell’Aquila (altopiano di Navelli); in Toscana a San Gimignano ed in alcuni comuni della Sardegna. Anche in Sicilia, tuttavia, nelle aree collinari interne comprese tra le province di Enna e Catania la coltivazione dello zafferano ha una sua tradizione che si evidenzia nell’uso dello zafferano in alcune pietanze e prodotti alimentari tipici come gli arancini, le ganeffe o nel formaggio di antiche origini chiamato “Piacentinu Dop “.


Ma a dispetto della tradizione, guardando le statistiche di produzione di questa spezia negli ultimi anni in ambito mediterraneo, la superficie di coltivazione ha avuto una forte contrazione divenendo per lo più una coltura integrativa a quella di altre produzioni. La sua coltivazione, infatti, richiede molta manodopera, sia nella fase di manutenzione degli impianti, che sono per lo più biologici, sia nella fase di raccolta e di lavorazione dei fiori, operazioni eseguite esclusivamente a mano.

Come sia venuto in mente a dei giovani coltivatori siciliani di cimentarsi in questa difficile ed onerosa coltivazione è una cosa che mi ha dapprima incuriosito e poi, visitando la loro azienda, molto interessato, ed è dunque a Paolo e Giulio che lascio la parola per un racconto a più voci.
La nostra è un’azienda a conduzione familiare realizzata da mio padre che proviene da una famiglia di tradizione contadina;  abbiamo terreni coltivati a mandorle ed olive, ma è tutta terra non irrigua; non abbiamo un pozzo ma abbiamo cisterne. Io, mi dice Giulio, ho fatto varie esperienze di lavoro e mi sono visto chiudere tante porte in faccia  e ad un certo punto  ho pensato  è il momento di farmi venire un'idea e di realizzarla da solo. Tra le tante possibili produzioni da fare senza disporre di acqua irrigua (pomodori per conserve, mandorle) abbiamo valutato la possibilità di coltivare zafferano, un prodotto di nicchia per un pubblico selezionato cui fare presa con un packaging accurato.  




Con mio fratello abbiamo visitato un’azienda nell’ennese che già ne produce e ci siamo convinti di avviare anche da noi una piccola produzione di zafferano. Abbiamo deciso di realizzare un impianto poliennale mettendo a dimora bulbi di grossezza mista in modo da arrivare al picco di produzione in modo graduale ed infatti il primo anno abbiamo prodotto solo 15 grammi di prodotto; l’anno successivo 120 gr. poi 250. L’anno scorso, per un problema di fusariosi ho dovuto espiantare tutti i bulbi spostandoli su un nuovo terreno e dunque abbiamo registrato un calo di produzione.
Quest’anno speriamo, dopo tutta la fatica che abbiamo fatto, di arrivare a produrre 500, 600 grammi di prodotto finito. Sembra poco ma vogliamo progredire con criterio ed infatti l’anno scorso, impegnando tutta la famiglia e gli amici nella fase di raccolta e lavorazione e cercando sempre nuovi canali di vendita siamo riusciti a vendere tutto quello che avevamo prodotto.
Come si svolge la coltivazione dello zafferano?
Crocus sativus è specie che fiorisce una volta all’anno ed in Sicilia generalmente la fioritura inizia ai primi di novembre. La raccolta comincia la mattina presto ripulendo le piante da tutti i fiori che sono spuntati. Sono da preferire i fiori chiusi perché gli stigmi sono protetti  dai tepali e non si rovinano ma facciamo a lotta con api e bombi che aprono i fiori perché sono ghiottissimi del polline del croco e bisogna stare attenti con le dita a non raccogliere anche loro.
La raccolta è giornaliera e dura all’incirca tre settimane; al termine della mattinata di lavoro, con i cesti pieni di fiori, si va subito a casa dove ci si mette tutti intorno d un tavolo per eseguire la pulitura dei petali per estrarre gli stigmi che rappresentano il vero e proprio zafferano.
Per fare un grammo di prodotto ci vogliono da 150 a 200 fiori e se in una giornata abbiamo raccolto  100 grammi di prodotto si può ben capire quanti fiori sono stati lavorati. Gli stigmi ripuliti vanno messi ad asciugare in essiccatoio e quindi confezionati in vasetti dove rimangono a maturare per alcuni mesi prima di essere commercializzati.
A quanto vendete il prodotto finito?
Una nostra confezione che contiene un grammo  di zafferano puro in stigmi  viene venduta a 25 euro ma ne abbiamo anche confezioni meno costose. Di fronte a questi prezzi molti acquirenti storcono il naso non sapendo l’enorme lavoro manuale che sta dietro a questo tipo di produzione. Si rivolgono allora al mercato dello zafferano in polvere proveniente da paesi poveri come Turchia o altri paesi del Medio Oriente dove la manodopera costa poco e dove si è meno attenti al problema ambientale, mentre noi lavoriamo in regime biologico.
Visti i buoni risultati pensate di incrementare le superfici coltivate?
La coltivazione dello zafferano non è un lavoro facile perché oltre alla lavoro della raccolta,   occorre seguire l’impianto con cure colturali continue volte al controllo delle infestanti, dei predatori naturali quali conigli, arvicole, limacce e dei temibili attacchi fungini. Per aumentare la nostra offerta di prodotto per il mercato degli appassionati gourmet abbiamo cominciato a produrre, con parte della nostra produzione, un miele allo zafferano particolarmente aromatico ed indicato per accompagnare carni e formaggi stagionati.
Da qualche anno inoltre abbiamo cominciato a produrre peperoncini delle varietà a più alto tasso di piccantezza con l’ambizione di produrre oli aromatizzati o dei patè al peperoncino partendo dalla nostra produzione di olive aziendali. Di peperoncino, in questi giorni, abbiamo ancora piante  in produzione ed ho ricevuto ordini per il prodotto fresco in vaschetta che spedisco verde per durare più di 4,5 giorni.
Sentirli raccontare mentre indaffarati raccolgono fiori di zafferano fa piacere; sono giovani fiduciosi nelle loro capacità, caparbi nel cercare l’idea che li faccia lavorare a casa, in Sicilia, senza la necessità di girare il mondo: mi dice Paolo: Se vogliamo restare in Sicilia dobbiamo inventarci il lavoro, io sono stato già in Australia e volendo potevo anche rimanerci ma a lungo termine non è quello il mio posto perché non mi ci vedo fuori da questa isola.
Ed allora ben vengano lo zafferano o i paté piccanti o il miele aromatizzato alle spezie se  questi giovani imprenditori potranno realizzare il sogno  di lavorare vicino casa.

P:S: Alcune foto sono tratte dalla pagina FB: Agricola Terra Rossa

mercoledì 4 aprile 2018

Blufi, il paese dei tulipani

Blufi è un piccolo paese siciliano dell’Alta valle del Salso posto a 600 metri d’altezza, ai margini del Parco delle Madonie. E’ diventato comune autonomo soltanto a partire dal 1972 staccandosi da quello di Petralia Soprana e vi abitano poco più di mille persone suddivise in numerose frazioni sparse su una superficie territoriale di non oltre 22 kmq. Il nome, un poco buffo, del paese, è un toponimo che compare a partire dal XIII secolo, probabilmente di origine araba, derivato dall’etimo be luf che indica il nome in arabo di una cucurbitacea, la Luffa cylindrica che evidentemente doveva essere coltivata in zona.
Il paese non ha turisticamente molto da offrire se non qualche Sagra ed il Santuario della Madonna dell’ Olio, posto a pochi chilometri dal paese, la cui costruzione ha origini medievali con rimaneggiamenti successivi anche recenti, in un luogo rinomato sin dall’antichità per una sorgente di olio minerale usato per la sua funzione medicinale contro le malattie dermatologiche.
Pur essendo siciliana non ero mai stata a Blufi e non ne conoscevo l’esistenza sino a qualche giorno fa, quando  un amico , Michele, mi spedisce una foto di un campo di tulipani spontanei, un mare rosso ondeggiante che riempie la vista e l’orizzonte stagliandosi contro il cielo blu e la neve che in questi giorni di inizio primavera ricopre ancora le Madonie.
Il luogo dello scatto? Il santuario della Madonna dell’Olio a Blufi: un paesaggio di una bellezza folgorante ed inaspettata e per me, in particolare, sorprendente se si considera che l’anno scorso per vedere un prato di tulipani (coltivati) sono salita fino a Vescovana, nel Veneto, per assistere a Giardinity una manifestazione che ha luogo nella villa della Contessa Pisani e che ha il suo punto di forza negli oltre 70000 tulipani olandesi messi a dimora in modo apparentemente spontaneo nel grande prato prospiciente la Villa.
A Vescovana la vista di tanti tulipani di ogni foggia e colore che punteggiavano il prato, creando un colpo d'occhio fantastico, mi aveva emozionato ma ora so che non può esserci confronto con la  bellezza di questa enorme macchia rossa di tulipani selvatici di Blufi,  che ondeggia nel vento.
Il tulipano che cresce a Blufi è classificato botanicamente come Tulipa raddii o Tulipa praecox, una specie che pur essendo di origine medio orientale si è naturalizzata in diverse regioni italiane probabilmente sfuggendo da qualche giardino e che ha uno dei massimi popolamenti proprio in questo campo che guarda il Santuario. 
In realtà secondo The Plant List la specie avrebbe un altro sinonimo in Tulipa agenensis ma molti post degli esperti del gruppo Forum Acta Plantarum trovano differenze evidenti tra le due specie: nella lunghezza delle foglie in rapporto a quella del fusto, nella forma dei fiori,   nella forma della macchia nera e dell'apice del margine giallastro presente nei tepali interni, la presenza o meno di una banda interna longitudinale gialla; insomma tutti gli indizi porterebbero ad indicare  per i tulipani di Blufi le caratteristiche specifiche di Tulipa raddii.

Qualche giorno dopo avere ricevuto la foto, sono andata anche io a vedere di persona questo paesaggio che ha del miracoloso ed in verità non ci sono foto che ne riescano a catturare   per intero la bellezza. 
Insieme a me, probabilmente avvisati da un passaparola social, c’erano molti appassionati di fotografia, attrezzati di macchina e treppiede ma purtroppo, fa male dirlo, erano anche tante le persone che raccoglievano tulipani a piene mani in fasci grandi o cassette o ne scavavano i bulbi, probabilmente per realizzare. come ho avuto modo di vedere, ordinate bordure nei giardini di campagna delle villette  intorno al Santuario.
Per un paese come Blufi,  che ha poco da offrire ai visitatori, questo paesaggio naturale che in tanti siamo venuti ad ammirare potrebbe essere una opportunità per uscire dall'anonimato, un modo per essere ricordato  come il paese che sa preservare  i suoi  tulipani selvatici; a Vescovana  ho pagato un ingresso e sono stata contenta di farlo  perché  dunque non pensare qualche cosa di simile anche per il campo di Blufi? Non c'è molto da tergiversare, se si vuole conservare un paesaggio così effimero; è d'obbligo intervenire perché la bellezza dei tulipani del campo di Blufi,  lasciata al saccheggio incontrollato, potrebbe rapidamente del tutto scomparire .

 

lunedì 8 febbraio 2016

La clivia in giardino

La clivia è una specie rizomatosa sempreverde, di origine sud africana, conosciuta ed apprezzata come pianta da interno per le bellissime infiorescenze di fiori campanulati di un colore rosso aranciato  che spuntano al centro di foglie nastriformi, di colore verde scuro,  carnose, disposte  a ventaglio in modo simmetrico le une opposte alle altre. 
Le infiorescenze  ad ombrella sono portate da steli rigidi e sono composte da una decina di fiori di forma tubolare o ad imbuto che cominciano a spuntare all’inizio della primavera, dopo il riposo invernale. 

La clivia è specie abitualmente coltivata nei climi temperati come piante in vaso per luoghi poco luminosi; il suo apparato radicale, formato da moltissime radici carnose, intrecciate a formare dei cordoni, preferisce avere un vaso molto stretto rispetto alle dimensioni della parte vegetativa della pianta; la moltiplicazione avviene  per divisione dei cespi in inverno. Dopo la fioritura si producono delle bacche rosse, carnose che contengono semi di forma tondeggiante  che germinano in primavera se posti in ambiente caldo. Se la specie dovesse fare capricci e non  fiorire, come capita talvolta, vuol dire che non si è rispettato il bisogno di riposo autunnale che consente alla pianta di ben prepararsi alla successiva fioritura; bisogna infatti ritirarla a fine estate in luogo riparato e dare pochissima acqua sino ad inizio d'anno. Tutti i tessuti vegetali di questo genere di piante sono fortemente tossici per la presenza di numerosi alcaloidi capaci di indurre per contatto dermatiti allergiche e per ingestione gravi forme di intossicazione intestinale.

Detto questo, non tutti sanno che, la clivia è una pianta che nei giardini meridionali è coltivata  spesso in piena terra: in Sicilia ad esempio,  era frequente nei giardini di un tempo soprattutto per le zone di mezz’ombra dove formava grandi cespi tra le pietre di contenimento delle aiuole, al riparo della chioma rada di qualche mandarino o limone.


 
 
La specie coltivata nei nostri giardini è Clivia nobilis che ha un fiore più stretto, tubulare e ricadente rispetto a Clivia miniata, che è invece, la specie più utilizzata come popolare pianta da appartamento, per i  fiori più grandi, rivolti verso l'alto e per le innumerevole varietà orticole selezionate.   Clivia nobilis, presente sin dalla fine dell'ottocento nei giardini dell'isola, a cominciare dall'Orto Botanico di Palermo,  con i suoi grandi cespi compatti di foglie verde lucido e i fiori aranciati, prodotti per di più in un periodo dell'anno povero di fioriture, insieme ad agrumi, gelsomino, palme, cycas, chlorophytum,  murraya, plumeria e cestrum costituisce la cifra distintiva dei tipici giardini siciliani posti a ridosso delle case padronali dove trascorrere momenti conviviali. 

 
In  giardino la fioritura della  clivia comincia a fine inverno, e quest'anno, ad esempio,  è già cominciata,  continuando sino all’arrivo della primo caldo. Dal tardo autunno sino all’inizio dell’anno nuovo le piante devono osservare un periodo in stasi vegetativa con apporti idrici ridotti al minimo; in primavera invece le annaffiature devono essere abbondanti senza però esagerare per evitare ristagni idrici forieri di marciumi radicali.
 
Curiosità
 
Leggendo l’interessante sito della Clivia Society  sudafricana si apprende che fu il botanico inglese John Lindley  a descrivere,  nel 1828 presso i Kew gardens, i primi esemplari di clivia giunti in Europa dalla Regione del Capo; egli attribuì la specie alla famiglia delle Amaryllidaceae e descrivendone i caratteri  la denominò Clivia nobilis  in onore di Lady Charlotte Florentine Clive, duchessa di Northumberland che per prima ne aveva visto fiorire alcuni esemplari nel suo giardino d’inverno a Syon House. La specie Clivia miniata, più frequentemente coltivata in vaso per le  vistose infiorescenze a tromba, fu scoperta invece,  sempre in Sudafrica, nel 1850 diventando una delle specie da interno più popolari in Inghilterra durante l’epoca vittoriana. 

martedì 13 ottobre 2015

Amaryllis belladonna, il giglio africano

Soluzione Quiz botanico ottobre 015
  
 
Con l’ arrivo delle prime piogge autunnali, nelle campagne delle regioni meridionali mentre ci si appresta a preparare la vendemmia, macchie di amarillidi dai grandi fiori colorano di rosa  i giardini ed i coltivi intorno.
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Amaryllis belladonna è una specie rustica e frugale originaria della regione del Capo in Sudafrica; molto resistente al caldo e alla siccità si è diffusa in tutti i climi di tipo mediterraneo dove prospera facilmente in piena terra, creando gradevoli macchie di colore sparse in modo spontaneo negli angoli più disparati del giardino. Viene chiamata giglio delle vigne ma anche, come in Sicilia, Femmina nuda o all’inglese Naked Lady perché con le prime precipitazioni di fine estate la pianta, che trascorre il periodo caldo in quiescenza come bulbo dormiente e senza vegetazione aerea, fiorisce prima di emettere nuova vegetazione.
Lunghi steli rossicci emergono “nudi” dal terreno portando in cima le infiorescenze a 5,6 fiori imbutiformi di un colore rosa intenso che tuttavia nei fiori esposti a pieno sole tende un poco a sbiadire. I fiori sono molto durevoli e profumati soprattutto di sera e si dispongono in modo da rivolgere le corolle verso la massima insolazione.
Non sono per niente freddolosa visto che in autunno con l’arrivo delle prime piogge mi vedi in giro praticamente nuda
Subito dopo la fioritura compaiono le foglie nastriformi , di colore verde brillante che si manterranno in vegetazione sino alla primavera successiva consentendo al bulbo di immagazzinare sostanze nutritive di riserva.
All’inizio del periodo caldo la parte aerea della pianta dissecca scomparendo sino alla fioritura successiva mentre i grossi bulbi tondeggianti che si mantengono in superficie trascorreranno l’estate in dormienza. I semi che si producono dopo la fioritura maturano velocemente; sono sferici, di colore perlaceo e di grandi dimensioni; questo fa si che in giornate di forte vento cadano al suolo vicino alle piante madri germinando rapidamente e creando gruppi affastellati di fiori, molto decorativi.
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 Per lungo tempo ho dovuto sopportare di venire confusa con le “stelle del cavaliere” ma finalmente hanno dovuto riconoscere che sono l’unica del mio genere

 

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Amaryllis è un piccolo genere di bulbi della famiglia delle Amaryllidaceae. La specie è arrivata in Europa nel XVII secolo attraverso scambi commerciali con l'Italia. E’ certo, infatti, che Andrea Matteo Acquaviva, principe di Caserta (1594- 1634) ne ebbe per primo una pianta fiorita nel suo giardino che fu descritta e ritratta da Giovan Battista Ferrari con il nome di Narciso gigliato indiano Donna Bella.
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Data la facilità di propagazione e la notevole rusticità, l’amarillide si diffuse rapidamente in Italia e in altre località del Mediterraneo. Il nome Amaryllis venne usato per la prima volta da Linneo nel 1738 per descrivere, nel Sistema Naturae e nelle sue diverse revisioni,  piante stranamente molto diverse tra loro utilizzando l’attributo Bella donna per la specie proveniente dall’Italia e Amaryllis equestris per specie di origine sudamericana. Tale attribuzione creò in seguito molta confusione, fu, infatti, solo a partire dall’inizio del 1800 che William Dean Herbert, un botanico studioso della famiglia delle Amaryllidaceae, analizzando meglio le differenze tra le specie sudafricane e quelle sudamericane si rese conto che le piante classificate da Linneo come Amaryllis in realtà avevano tra loro pochi aspetti comuni; decise così di separare i generi, mantenendo unicamente la specie sudafricana Amaryllis belladonna nel genere Amaryllis ed assegnando le altre piante a generi diversi per i quali dovette inventare nomi completamente nuovi; per mantenere il nome dato da Linneo (Amaryllis equestris) chiamò il nuovo genere Hippeastrum, «stella del cavaliere» cui attribuì molte delle grandi Amaryllidaceae sudamericane. Dopo lunghe dispute tassonomiche continuate per oltre un secolo, i due generi risultano definitivamente separati dal 1954, ma ancora oggi, alcune cultivar di Hippeastrum sono comunemente chiamate amarilli.
 
Amarillide è un nome di origine greca che significa splendente, scintillante, brillante, usato come nome femminile da numerosi autori dell’antichità come Teocrito e Virgilio che nella prima ecloga delle Bucoliche da il nome di Amaryllis ad una bella pastorella di cui il pastore Titiro si era invaghito.

Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi
silvestrem tenui Musam meditaris avena;
nos patriae finis et dulcia linquimus arva;
nos patriam fugimus; tu, Tityre, lentus in umbra
formosam resonare doces Amaryllida silvas
 Sito reperimento

La Ballerina Letterata mi ha scelto come nome arcadico 
Teresa Bandettini fu poetessa e ballerina italiana alla fine del settecento; ancora bambina fu avviata dalla madre alla danza perché si distogliesse dalla innata passione per la lettura e la composizione in versi; di nascosto, tuttavia,  Teresa cominciò a studiare gli scritti di Metastasio, Goldoni, Petrarca ed Ariosto e grazie all’intercessione di un padre agostiniano ottenne protezione da una famiglia nobile che le consentì di dedicarsi liberamente alla scrittura. A sedici anni era già capace di tradurre in terzine le Metamorfosi di Ovidio e mentre girava l’Italia con spettacoli di danza cominciò ad esibirsi in pubblico nella composizione di versi. Fu per questo definita La Ballerina Letterata. Si esibì come poetessa nei principali teatri italiani dove ebbe un successo travolgente per essere capace di commuovere nel corso dei suoi spettacoli non solo il pubblico ma anche se stessa tanto da essere definita L’improvvisatrice Commossa. Entrò a far parte dell’Accademia dell’Arcadia con il nome arcadico di Amarilli Etrusca. Morì ultrasettantenne in un’epoca che non la apprezzava più e con un pubblico che, nelle rare occasioni conviviali cui partecipava, provava pietà ed imbarazzo nel sentirla declamare commossa i suoi versi  ritenuti, oramai, fuori moda.
 
Il 20 settembre se vai a Ventotene, per la festa di Santa Candida non dimenticare di fargliene un omaggio 
 
Ventotene è una piccola isola che fa parte dell’arcipelago pontino, situata al largo della costa tirrenica tra il Lazio e la Campania. Amaryllis belladonna è il fiore che tradizionalmente si porta il 20 settembre in omaggio a Santa Candida, patrona dell’isola, in occasione della sua festività.

 
Nonostante portiamo lo stesso nome non sono una droga mortale anche se non ti consiglio di mangiarmi perché potresti stare molto male

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La specie più conosciuta  denominata con  il termine specifico di “belladonna” è una solanacea ritenuta sin dall’antichità specie pericolosissima; Atropa belladonna è infatti una pianta tra le più velenose del mondo vegetale; le foglie contengono atropina e iosciamina, le radici sono ricche di scopolamina e 3-4 bacche possono essere mortali anche per un adulto.  Per quanto riguarda invece la denominazione specifica “belladonna” , il termine fa riferimento ad una pratica in uso nel Rinascimento quando le donne usavano l’atropina, estratta dalla pianta di atropa, come collirio per dilatare le pupille; si riteneva infatti che avere uno sguardo lucente e vacuo fosse un irrinunciabile canone di bellezza. 
 
Amaryllis belladonna non è specie mortale come la precedente ma è considerata tossica per la presenza dell’alcaloide licorina che causa nausea, diarrea, ipotensione, depressione e danni epatici. Tutte le parti della pianta sono tossiche ma particolarmente i bulbi. Non si conoscono per l’amarillide effetti della pianta legati alla bellezza delle donne, si ritiene che l’appellativo Donna bella facesse riferimento alla bellezza dei suoi fiori. 
 
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