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giovedì 2 maggio 2024

Il Giardino di Villa Tasca a Palermo

"Quod quaeris intus adest"
 dentro c'è tutto ciò che tu desideri
Chi va a Palermo e non passa da Monreale
parte sceccu e torna maiale
Un tipico nonsense palermitano per dire, a ragione, che è indispensabile andare a visitare Monreale ed il suo Duomo dopo avere esplorato Palermo; in realtà io, ieri, sono stata a Palermo e non sono andata a Monreale ma sono tornata a casa  non del tutto maiale perché mi sono fermata a Mezzo Monreale, oggi Corso Calatafimi, nel luogo dove ha sede il Parco di Villa Tasca, uno dei giardini storici più belli tra i tanti presenti a Palermo.
L’intera proprietà della famiglia Mastrogiovanni Tasca-Lanza estesa, oggi, otto ettari degli ottanta che caratterizzavano il possedimento in origine, pur essendo attualmente sovrastata e circondata da alti condomini rimane un importante polmone verde per questa zona della città che ne è priva e la cui fruizione può avvenire a diversi livelli: uno di interesse storico, culturale e scientifico che riguarda il giardino che attornia la dimora della Famiglia Tasca, un giardino che ha subito variazioni dalle sue origini seicentesche ad oggi ma  nel quale si è riusciti a mantenere  inalterati i canoni stilistici del giardino romantico realizzato dal Conte Lucio Tasca e da sua moglie Beatrice Lanza a partire dal 1855, con l’introduzione di specie esotiche tropicali e sub tropicali rare.
L’altro interesse è di tipo ludico, legato al relax ed al gioco all’aria aperta per le famiglie  palermitane che, a modico prezzo (ingresso giornaliero euro 4,50 ad adulto, con possibilità di abbonamento annuale a 15 euro; bambini gratis), possono usufruire di una grande area verde esterna al giardino storico, ubicata nella zona un tempo adibita a parco agricolo ed in seguito a vivaio, che oggi presenta ampi spazi a prato, giochi per i bambini, suppellettili di vario tipo a disposizione (tavoli, sedie, amache, sdraio , ombrelloni), servizio ristorazione e bar, il tutto tra la frescura di piante ornamentali (ceibe, melie, palme, lecci, platani, frassini) e piante di utilità come mandarini, gelsi bianchi, nespole del Giappone.
In un prossimo futuro, inoltre, secondo i progetti dell’attuale proprietario, Giuseppe Lanza e di sua moglie Luisa Mainardi, il Parco Villa Tasca si arricchirà di un labirinto, esteso 5000mq, di piante eduli molte delle quali proprie della tradizione culinaria siciliana.
Il giardino storico
Il Parco di Villa Tasca ha storicamente un notevole interesse perché presente nelle cronache e nei resoconti d’epoca sin dal 1580, anno della sua acquisizione da parte del Barone di Montefranco; il Parco ha mantenuto nei secoli il caratteri di luogo ameno essendo inizialmente una tenuta di caccia con annessa casina per divenire poi, alla fine del 700, una volta giunta in dote al Principe di Trabia e Duca di Camastra, un luogo agreste di svago e divertimento dove festeggiare, ad esempio, le corse di cavalli che avevano luogo lungo lo stradone di Mezzomonreale. 
La fisionomia che la villa ed il giardino avevano alla fine del 700 ci è stata tramandata da una pittura ad olio custodita all’interno della villa che ritrae la casina, il viale alberato di accesso ed un parterre all’italiana diviso in sei riquadri, con fontane a zampilli.
Di questa versione del giardino però non ne è rimasta traccia per i rimaneggiamenti effettuati a partire dalla prima metà dell’Ottocento da Giuseppe Lanza Branciforte principe di Trabia  che cambia destinazione alla proprietà riconvertendo il bosco in modo produttivo, inserendo piante di interesse agrario quali agrumeti, frutteti, vite con la produzione di ottimo vino e vivai di vite americana per contrastare il flagello della fillossera, sommacco, allevamento dei bachi da seta, api ed altre specie di utilità.
Anche il giardino cambia aspetto quando nel 1855 la villa passa in dote alla figlia Donna Beatrice che sposa Lucio Mastrogiovanni Tasca e Nicolosi che acquisirà alle nozze  dalla moglie, il titolo di conte D’Almerita. 
Si interviene eliminando il giardino formale all’italiana per fare spazio ad un giardino di acclimatazione di specie esotiche essendo Lucio Tasca il primo vice presidente della Società di Acclimatazione e Agricoltura del Consorzio Agrario delle Province Siciliane: araucarie, palme, yucche, dracene, cycas, bambù, strelitzie, euforbie, ed altre succulente vengono disposte, nello spazio antistante la villa, in aiuole ad andamento sinuoso che contornano un piccolo laghetto dando vita ad un giardino irregolare dove l’ interesse è dato dalla rarità delle singole specie acquisite come in un gioco al rialzo in continua competizione con l’Orto Botanico di Palermo. 
Completano il giardino elementi architettonici come collinette artificiali, sedili, vasche, statue e per gli esemplari da acclimatare più delicati viene costruita una serra in legno e vetro.
Nel 1870 il giardino si amplia con l’acquisizione di un terreno attiguo dove viene realizzato, secondo il gusto dell’epoca, un impianto di ispirazione romantica che comprende essenzialmente tre nuove zone: il lago dei cigni contornato da una vegetazione fitta e incombente di bambù nigra (Phyllostachys nigra) e per sottobosco monstera e chamaedoree.
Su una piccola isola vi era una colonna in marmo con una croce in cima circondata da cipressi ed un tempietto,  oggi al loro posto, sulla riva del lago campeggia un grande esemplare di Ficus macrophilla subsp. columnaris le cui radici aeree, riflettendosi sull’acqua, accentuano la drammaticità del luogo.

Francesco Lojacono, Giardino di Villa Tasca 1895-1905, olio su tela
Nel laghetto, dai bordi frastagliati e coperti di acanto,  nuotano ancora oggi dei cigni chiamati Tristano ed Isotta i cui nomi si tramandano di coppia in coppia a ricordare il soggiorno di Wagner in Villa nel periodo della sua permanenza a Palermo (1881-1882). 
Di fronte al lago si estendeva una zona pianeggiante fittamente coltivata alla cui estremità era disposto un tempietto ad ospitare il busto del fondatore del parco, Conte Lucio ed infine fu realizzata la cosiddetta collinetta esotica con in cima un gazebo in ghisa, giochi d’acqua e grottaglie usate nei giorni di grande caldo come stanze dello scirocco.
Oggi il giardino e la villa sono estremamente curati con gruppi scultorei di palme ed araucarie di grande effetto scenografico. Le araucarie in particolare sono esemplari secolari (Araucaria heterophilla; Araucaria columnaris), probabilmente tra i primi esemplari ad essere introdotti in Europa dal nord e dal sud America appena pochi anni dopo che in Inghilterra.
Imponenti i gruppi di Cycas revoluta femmina che si trovano nel giardino informale a cui fa da contraltare un esemplare di cycas maschio, posto solitario al centro di un’aiuola. 
Molto scenografici gli esemplari di Dracaena draco, Yucca, Euphorbia candelabrum sparsi nel parco. 
Rispetto ai ricordi di una mia visita al giardino di oltre trent’anni fa, quando lo spazio esterno alla Villa era occupato da un vivaio, oggi in ossequio al turismo cosmopolita,  visto che la villa viene affittata a danarosi committenti (soprattutto americani dopo la visione della seconda serie della dark comedy The White Lotus, girata in villa ), parte del laghetto presente nel giardino informale è stato trasformato in una scenografica piscina.
L’interno della villa, che è visitabile e presenta arredi originari della fine del Settecento con pitture agresti e pavimenti  maiolicati praticamente intatti, non ha l’aspetto di una villa- museo ma di una casa vissuta, con gradevoli composizioni di fiori e foglie su ogni tavolo delle diverse stanze e molte foto che raccontano il soggiorno in villa di tante personalità del passato.
La casa ha un aspetto vissuto, familiare perché gli attuali proprietari vi abitano ancora, essendosi riservati ad uso esclusivo l’ultimo piano, un tempo abitato dalla servitù.
Parco di Villa Tasca
Di come sia nata l’idea di realizzare un parco urbano nella vasta area che attornia il giardino storico lo raccontano direttamente le parole dell’attuale proprietario Giuseppe Tasca che è agronomo ed ha un progetto di fruizione del Parco che condivide pienamente  con la moglie Luisa.
 “ Mi sono laureato in Agraria pensando di dedicarmi alla produzione del vino nelle tenute vitivinicole di famiglia ma nel 2019 mio padre decide di dividere il patrimonio tra noi figli lasciando la cantina a mio fratello ed attribuendo a me la villa di famiglia. Ho cominciato a pensare insieme a mia moglie Luisa, quale poteva essere il senso attuale di villa Tasca, come farla rimanere antica e fascinosa senza trasformarla in una cosa vecchia, senza nessun legame con il presente; ci venne l’idea di farne un parco urbano utilizzando la parte esterna al giardino storico, con mio padre che ci diceva: "ma voi siete pazzi, qua ci assaliranno, ci sarà immondizia, ci saranno furti ed il costo di un abbonamento a 10 euro l’anno è ancora più da pazzi, noi non abbiamo mai venduto niente per così poco". 
Secondo noi, invece, non era più il momento di essere esclusivi rimanendo chiusi nel nostro mondo, dovevamo aprire il parco alla città mettendo semplici regole di fruizione per dare a tutte le persone che ci sarebbero venute a trovare un ambiente verde, curato, come tanti posti visti in giro per l' Europa ma che mancava a Palermo. Così, nell’estate del 2020, in pieno lockdown è partito il Progetto “Parco Villa Tasca” cercando di proporre un modello di comportamento  uomo -natura che fosse rispettoso dell’ambiente,  bilanciando la presenza umana con un aumento della biodiversità; dall’ultimo censimento faunistico abbiamo rilevato la presenza di 42 specie di uccelli stanziali ed addirittura 5 specie diverse di pipistrelli che indicano uno buono stato di salute dell’ambiente circostante. Abbiamo poi deciso di aprire anche la casa alle visite guidate ed affittare gli ambienti del piano nobile per soggiorni in villa. Non neghiamo di avere propositi ambiziosi: vogliamo diventare il giardino più visitato nel Sud Italia dopo la Reggia di Caserta anche se l’obiettivo appare al momento un poco ambizioso ma, a Palermo, per numero di visitatori  siamo già in competizione con l’Orto Botanico che per il  verde è un'Istituzione. Questo è un anno molto difficile, abbiamo molteplici spese e lavori in progress all’interno del parco legati all’esecuzione di un nostro progetto vincitore presentato al bando del Ministero della Cultura che consentirà di recuperare manufatti e sculture presenti nel parco, ripristinare la serra e creare il labirinto della biodiversità. Siamo di corsa e non possiamo fermarci perché abbiamo ancora molto da fare."
Visitando il parco e la villa non si potrà non condividere quanto scritto  dal Duca Branciforte sulle pietre del portale di ingresso:  Quod quaeris intus adest», dentro c'è tutto ciò che tu desideri, come dargli torto.

Visita guidata del parco e della Villa effettuata in data 27 aprile 2024
Bibliografia: 
  • Convegno internazionale Palermo 14-17 aprile 1984, Il Giardino come labirinto della storia
  • Luisa Mainardi, Un Angolo di Paradiso, Villa Tasca a Palermo, Il Giardino Fiorito n. 3 , 1991
  • L'Isola del sole, Architettura dei giardini in Sicilia, Electa,1994
  • Salvatore Requirez, Le Ville di Palermo Flaccovio editore,1996

martedì 18 giugno 2019

La Jacaranda in fiore di Palazzo Butera

In un attimo e come all’ improvviso cominciano a farsi notare in ogni angolo della città: in cortili nascosti, in alberate stradali, in piazze del centro o ai margini della periferia; in tante, discretamente presenti tutto l’anno, si danno parola al primo caldo di giugno per esplodere all’unisono in una spettacolare fioritura di un ineffabile colore viola-blu.  
 
Sono le Jacarande, alberi provenienti dal meridione d’America ma così adattabili da essere oramai onnipresenti nel meridione del mondo dove hanno conosciuto, a partire dagli inizi dell’Ottocento, onore e gloria: Sudafrica, Australia, Argentina sono luoghi dove le Jacaranda sono alberi di rilevanza nazional-culturale: identificano città, segnano ricordi, eventi, auspici.
Anche nel nostro piccolo qui in Sicilia, a Palermo, Catania, Messina la Jacaranda è un albero che ha conquistato grande visibilità tra le alberature più decorative dal suo arrivo a Palermo, verso la metà dell’Ottocento. 
Una nuvola blu che si vede a distanza, tra ville e palazzi, soprattutto se posta di fronte ad un fondale assai scuro, come quello verde petrolio che solo le chiome compatte dei Ficus benjamina sanno offrire. Non starò qui a dire quello che è possibile leggere in molte descrizioni sul web e cioè che Jacaranda mimosifolia è un albero assai rustico di non elevata altezza non superando in genere i dieci, dodici metri; appartiene alla famiglia delle Bignoniaceae ed è spogliante, perdendo in inverno il fogliame leggero che rimette subito dopo la fioritura; è specie resistenti all’inquinamento delle città ed ha scarse esigenze colturali, adattandosi a terreni di vario tipo che esplora con un apparato radicale anch’esso non molto esteso in superficie.
Voglio invece raccontare di uno dei più interessanti esemplari siciliani di Jacaranda mimosifolia che ho avuto la ventura di incontrare.
A Palermo, all’interno di Palazzo Butera, uno dei più bei palazzi nobiliari di tutta la Sicilia, costruito a più riprese a partire dalla fine del 1600 con affaccio sul Foro Italico, adiacente il mare, c’è una Jacaranda dall’aspetto singolare. Il palazzo, che ha una storia assai blasonata per la nobiltà delle famiglie che lo hanno posseduto nei secoli, è stato acquistato nel 2016 da due collezionisti milanesi, Francesca e Massimo Valsecchi, trasferitisi a Palermo per realizzare il sogno di trasformare il palazzo in una casa museo d’arte moderna e contemporanea aperta alla città.  Il cortile interno ospita un esemplare di Jacaranda che, piantato troppo a ridosso della facciata del palazzo, è cresciuto adattando la chioma all’ostacolo del ballatoio che incombe proprio sulla sua verticale. Il tronco ha perciò assunto una posa plastica per superare l’ ostacolo e riprendere a salire verso la luce diretta del sole.
Ma non è questa l’unica curiosità che riguarda la pianta; durante i lavori di ristrutturazione del piano terra del palazzo ci si è accorti che le radici dell’albero si erano intrufolate all’interno di canalette di scarico dell’acqua piovana poste sotto il pavimento, impermeabilizzate con piastrelle di maiolica di scarto risalenti al XVII e XVIII secolo.
Le canalette sono state portate a vista ricoprendole con uno spesso vetro trasparente che consente di osservare al loro interno il percorso tortuoso fatto dalle radici del grande albero alla ricerca di acqua; la dove l’acqua non scorre più le radici sono sottili, quasi filiformi; dove invece la canaletta raccoglie e convoglia ancora acqua diventano più grosse e dense di ramificazioni secondarie. Ed è uno spettacolo osservare questo andirivieni di radici diafane che come rabdomanti si intrufolano dentro questi spazi angusti, annusando l’odore dell’ acqua. Io ho visitato il palazzo e la sua Jacaranda in autunno ma avevo una grande curiosità di vederla in fioritura; non potendo andare di persona ho chiesto aiuto a Jan Mariscalco, amico FB palermitano, anche lui piantofilo, per avere delle foto della Jacaranda in questa stagione; detto fatto Jan mi ha inviato immagini eccellenti di questo esemplare davvero particolare.
 
Jan è, inoltre, riuscito a sapere dal custode del palazzo l’età presumibile della pianta che, a suo dire, è stata messa a dimora dai Lanza, famiglia che è succeduta ai Branciforte, alla fine dell’800; la Jacaranda di Palazzo Butera non solo ha un aspetto assai originale ma porta anche molto bene i suoi oltre centoventi anni d’età.

 

sabato 3 novembre 2018

'Foreign Farmers' di Leone Contini

Si è svolta a Palermo, a partire dal 16 giugno sino a questi primi giorni di novembre, Manifesta 12, la biennale nomade di arte contemporanea, uno degli eventi di punta di “Palermo capitale italiana della cultura” che ha saputo offrire per tutta l’estate un calendario di appuntamenti assai fitto e variegato con installazioni pubbliche, eventi e performance d’artisti internazionali, progetti ad opera di architetti, architetti del paesaggio ma anche botanici, geografi, scrittori, antropologi con un continuo dialogo tra l’arte e altre discipline, insieme  coinvolte in una serie di eventi che hanno fatto di Palermo una piattaforma europea interdisciplinare di grande richiamo non solo per chi si interessa di arte.
La manifestazione itinerante, che ha l’obiettivo di realizzare esperienze creative nel contesto urbano in cui si svolge, ha posto l’ attenzione, nella sede di Palermo, sui temi della migrazione e delle condizioni climatiche, discutendo e progettando sul tema: Coltivare la Coesistenza nel Giardino Planetario (The Planetary Garden. Cultivating Coexistence), traendo spunto da un’ idea formulata vent’anni fa, da Gilles Clèment, filosofo, etnologo, botanico e paesaggista francese, autore, tra l’altro per Manifesta, di un giardino urbano nel quartiere Zen, che è quella di mettere l’uomo al centro della cura dell’ intero Pianeta, inteso appunto come Giardino planetario dove gli uomini, tuttavia, dovranno imparare a riconoscere la loro dipendenza dalle altre specie gestendo con responsabilità i cambiamenti climatici ma anche sociali che si vanno delineando.
Tra le sedi scelte per ospitare eventi in città, un punto nodale è stato l’Orto Botanico che nel corso dell’estate ha ospitato concerti, eventi ed è stato sede di diverse installazioni artistiche che hanno cercato di esplorare l’idea di Orto-Giardino come possibilità di…" aggregare differenze e generare energie positive dai flussi migratori".
Una di queste installazioni dal titolo 'Foreign Farmers' è stata realizzata dall’antropologo e artista toscano Leone Contini.
Io l’ho vista nei giorni in cui sono stata a Palermo per la Zagara e ne sono stata particolarmente colpita: all’interno dell’Orto , in un’area del Giardino Coloniale vicino al viale delle Chorisie, è stato realizzato un rifugio di canne impiantato a zucchette da pergola.
Cinquantacinque  tra specie e varietà diverse i cui semi provengono da Palermo ma anche da Prato, Biella, Merano o dalle Langhe in Piemonte dove ci sono comunità straniere che insediatesi da tempo per lavoro in Italia hanno cercato di ripristinare un legame con le proprie regioni d’origine, coltivando ortaggi tipici delle aree di provenienza; i cinesi a Prato, i senegalesi in un orto sul Piave; i bengalesi nei dintorni di Palermo sono tutti agricoltori stranieri, 'Foreign Farmers' in cerca della loro identità.  
Leone Contini, che da tempo si interessa di pratiche agricole legate al cibo nell’ambito di movimenti migratori, per realizzare questa installazione ha utilizzato i semi raccolti in oltre dieci anni di lavoro presso comunità straniere. Così a Palermo, la tradizionale cucuzza lunga palermitana è stata seminata per crescere fianco a fianco con altre specie ad essa equivalenti di origine orientale o africana disposte in stretta vicinanza e coabitazione a rappresentare la metafora che “si può essere simili nella diversità e coabitare nella dislocazione”.
Contini, nel corso dell’estate, si è anche calato nel ruolo di artista contadino facendosi aiutare in questo da agricoltori amici di diversa nazionalità (tra gli altri Juan Rumbaoa, filippino, che vive a Palermo da molti anni) , trascorrendo l’estate a Palermo per seguire le varie fasi di crescita delle zucchette e dell’orto ed assicurare le cure colturali necessarie alla loro crescita.
L’installazione, che ha oramai concluso il suo ciclo vitale, ha avuto il suo epilogo in una performance dell’artista dal titolo “Cucuzze in mare”; nella giornata del 2 novembre infatti i frutti raccolti, andati oramai a seme sono stati in parte regalati ai partecipanti ed in parte portati al Porticciolo di Sant’Erasmo per essere lanciati in mare perché, come mi scrive l’autore, “ le cucuzze a mare sono un piccolo gesto simbolico per riflettere sul mediterraneo come "connettore"; galleggiando protetti dentro la cucurbitacea secca i semi potranno arrivare ovunque, teoricamente” .
Dalla mia esperienza, tuttavia, devo purtroppo osservare che l’integrazione da noi, non passa ancora dall’alimentazione: al mercato di Catania il numero di banchetti occupati da commercianti cinesi o indiani che vendono i loro ortaggi, prodotti in loco nelle campagne dei paesi dell’ hinterland, è in continuo aumento e chi, ad esempio, produce papaya in Sicilia ha trovato un sicuro sbocco commerciale con le comunità locali di origine orientale che ne acquistano e consumano i frutti per realizzare piatti della loro cucina tradizionale. Ma se il mondo vegetale non conosce barriere all’incrocio, che anzi ne è metodo di miglioramento della qualità genetica, le popolazioni umane le barriere se le creano anche in cucina. Al mercato gli acquirenti degli ortaggi cinesi sono esclusivamente cinesi mentre tutto attorno i locali acquistano e consumano solo prodotti locali. 
Ho espresso questo pensiero a Leone Contini che così mi ha risposto: “ Ci vuole tempo per creare familiarità con un nuovo alimento; le patate , ad esempio, ci hanno messo secoli per radicarsi in Europa dove, nelle campagna, le chiamavano il pane del diavolo perché crescevano sotto terra! In una situazione mondiale preoccupante, l'unica è continuare a cercare di immaginare possibilità diverse e farle immaginare anche agli altri".


domenica 22 novembre 2015

Il giardino di Villa Malfitano a Palermo

Per riuscire ad immaginare lo splendore ed il fascino che Palermo doveva esercitare alla fine dell’Ottocento sulla blasonata nobiltà europea, che si compiaceva di frequentare le eleganti dimore della borghesia cittadina, attirata dal clima, dalla vegetazione e da quell’irresistibile mix di fascino, originalità e sfarzo che allora caratterizzava l’alta società palermitana, occorre visitare Villa Malfitano ed il suo grande, esotico, giardino.
La villa fu la residenza cittadina di Joseph Isac Spadafora Whitaker (chiamato familiarmente Pip), uno dei pronipoti di Benjamin Ingham  che nel 1812  si era trasferito a Palermo dal West Yorkshire per commerciare  vino marsala;  con l’ istituzione della florida Casa di Commercio Ingham e C. ed una società di navigazione  la famiglia divenne presto ricca ed influente  riuscendo ad intrecciare rapporti di parentela ed affari  con molte famiglie inglesi residenti in Sicilia e  stabilendo rapporti di grande amicizia con la nobiltà palermitana.
Giuseppe, oltre che seguire gli affari di famiglia, amava coltivare molteplici interessi come ad esempio la caccia che lo spingeva a viaggiare e che gli consentì di  fare studi ornitologici e mettere insieme una imponente collezione  formata da oltre 10000 uccelli imbalsamati che teneva in una casina nel parco; l’archeologia che esercitava sull’ isola di Mozia, acquistata ai primi del 900 da diversi possidenti e ricca di tesori fenicio-punici da lui scoperti; la botanica con la ricerca di specie esotiche mai coltivate in Sicilia da acclimatare in ambiente mediterraneo, in continua competizione e scambio con l’Orto Botanico di Palermo diretto, allora, da Vincenzo Tineo .
Yucca australis
Per edificare la sua residenza cittadina, Joseph Whitaker nel 1885 acquisterà una vasta estensione di terreno al piano di Malfitano nel quartiere dell’Olivuzza e vi farà costruire dall’ architetto Ignazio Greco, sul modello della Villa Favard di Firenze, una residenza in stile neo-rinascimentale addolcita nelle linee da verande e orangerie in stile Art Nouveau.

 
La casa che è stata abitata sino agli anni 70 dalla figlia minore Delia mantiene ancora oggi intatto tutto il suo fascino: costruita su tre elevazioni conserva gli arredi originali, dipinti di pregio, arazzi e testimonianze fotografiche delle numerose teste coronate ospiti alla villa.
Le stanze del piano di rappresentanza, arredate ognuna con uno stile diverso mantengono ancora oggi gli echi e le suggestioni dell’intensa vita mondana e culturale che ha caratterizzato la casa grazie al carisma e all’influenza della moglie di Giuseppe Whitaker, Tina Scalia, donna molto affascinante e dal carattere forte, considerata una delle persone più di tendenza nel periodo d’oro della bella époque palermitana di fine Ottocento.
Tra le stanze più belle ed ammirate, la famosa Stanza d’estate che si affaccia sull’ampio giardino, le cui pareti decorate da Ettore De Maria Bengler con la tecnica del trompe-l'oeil rimandano, attraverso le grandi vetrate, alla lussureggiante vegetazione tropicale del parco che circonda la casa.
 
La proprietà, in origine estesa oltre otto ettari, mescolava visuali romantiche con aspetti tipici della paesaggistica inglese ed era un vero parco botanico per varietà e rarità delle specie tropicali e sub tropicali in esso collezionate da Whitaker, sotto la guida del direttore, il botanico Emilio Kunzmann di origini tedesche che aveva già curato l' organizzazione esterna e l' impianto formale di altri grandi giardini della famiglia; a Villa Malfitano, Kunzmann che era a capo di una squadra di 12 giardinieri, farà realizzare una serra per la coltivazione di oltre 150 specie di orchidee esotiche che saranno per lungo tempo il vanto del giardino.
Tra gli esemplari più spettacolari del parco che annovera ancora oggi circa 250 specie in coltivazione, vi sono gli enormi Ficus macrophylla subsp. columnaris  presenti a ridosso della villa; spettacolare l’esemplare più vicino alla casa, piantato da Pip nel 1888  i cui lunghi rami serpeggiano paralleli al suolo; al funerale di Delia il carro funebre sostò, sotto la grande chioma del ficus di casa, come espressamente richiesto nelle sue ultime volontà.
Nel parco si trovano poi, grandi esemplari di Dracena draco, molte araucaria australiane tra cui  un raro esemplare di Araucaria rulei ed una gigantesca Yucca australis che accoglie i visitatori dall’ingresso di via Dante; è stato questo probabilmente il primo esemplare della specie introdotta in Europa in coltivazione insieme ad un secondo esemplare presente in un altro giardino dei Whitaker; si incontrano ancora esemplari monumentali di Nolina recurvata, Cycas revoluta , numerose specie di palme,  molte purtroppo morte a causa del punteruolo ed interi boschetti di Strelitzia alba.
Il parco negli angoli più discosti dalla casa ha un aspetto inselvatichito ed un poco trascurato soprattutto ai confini della proprietà ma ciò è evidentemente conseguenza dei notevoli  costi di manutenzione che un parco così vasto, al giorno d'oggi, comporta. Dal 1975 il parco e la Villa sono gestite della Fondazione Giuseppe Whitaker voluta da Delia  per onorare la memoria del padre con l’intento di promuovere iniziative volte ad incrementare le attività culturali in Sicilia, soprattutto nella valorizzazione dell’inestimabile patrimonio archeologico dell’isola di Mozia e  della casa museo di Villa Malfitano. Solo da un anno sia il giardino che la casa sono aperti al pubblico con un orario adeguato alle esigenze dei visitatori.

 Orari di visita:
 
Bibliografia
G.Pirrone, M. Buffa, E: Mauro. E. Sessa, Palermo, detto paradiso di Sicilia, Centro studi di storia e arte dei giardini, 1989
F.M. Raimondo, Il giardino di Villa Malfitano, Fondazione Giuseppe Whitaker, 1995
S. Requirez, Le ville di Palermo, Flaccovio Editore, 1996
G. Pirrone, Architettura dei giardini di Sicilia, Electa, 1994 

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