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lunedì 25 giugno 2018

Euphorbia candelabrum in terra di Sicilia

African cactus tree
In Sicilia, lungo le coste dell’isola, nei villaggi turistici o nei complessi vacanzieri a mare ma anche in case nobiliari di campagna o antiche ville di città, in spazi condominiali o negli spartitraffico stradali si vedono frequentemente grandi esemplari di Euphorbia candelabrum, una pianta succulenta a portamento arboreo, di origine africana, che può raggiungere e superare i dieci metri d’altezza. La specie non è, date le sue dimensioni, una presenza che passa inosservata ma spesso la si trova confinata in angoli angusti, sacrificata, stretta contro ringhiere o oppressa da muri di recinzione, soffocata dalla vegetazione circostante.  
 
La spiegazione che mi sono data è questa: quando si compra in vivaio una giovane pianta di Euphorbia candelabrum questa ha un aspetto gracilino e dimesso; un simil cactus spilungone dal tronco angoloso, troppo alto per le dimensioni del vaso che lo contiene che, se non sostenuto, cade sempre di lato. Al momento di posizionare la pianta in giardino ogni spazio sembra sempre troppo grande per lei e perciò per contrappasso si finisce per sistemarla in uno spazio angusto generalmente contornato da arbusti e rampicanti che dovrebbero migliorarne l’effetto estetico, facendole compagnia. Ma la specie è un’africana tosta, abituata a vivere in condizioni estreme sia di suolo che di clima e dunque in presenza di acqua e terreno anche moderatamente concimato comincia a crescere a ritmi esponenziali raggiungendo in pochi anni le dimensioni di un vero e proprio albero, in genere troppo grande per lo spazio che inizialmente gli era stato assegnato. Ecco perché è raro trovare esemplari che mostrano tutta la loro imponenza avendo sviluppato una forma perfettamente tondeggiante della chioma formata dalla disposizione ordinata e simmetrica dei rami.
Nonostante Euphorbia candelabrum abbia un aspetto molto simile ad un cactus differisce da questo per molti aspetti: per il continente d’origine ad esempio; mentre i cactus sono americani l’Euphorbia è specie succulenta dell’Africa orientale dove però è chiamata, a confondere le idee, “African cactus tree” ed anche la Famiglia botanica è diversa, appartenendo l’Euphorbia alla famiglia delle Euphorbiaceae.
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La specie ha rami persistenti che si dirigono verso l’alto con una lunghezza anche di tre metri, distribuendosi a formare una chioma arrotondata su di un tronco cilindrico, prima di colore verde, poi grigiastro, che può accrescersi sino ad un metro di diametro. 
I rami, tetragoni e costoluti, sono molto ramificati e di colore verde come nei cactus, poiché svolgono funzione fotosintetica; lungo i margini sinuosi sono presenti spine rigide.
Il legno è fragile e non è raro assistere ad un collasso del tronco schiacciato dall’eccessivo peso della chioma.
Nei luoghi d’origine la specie viene utilizzata per realizzare coperture, suppellettili varie ed anche strumenti musicali. Le foglie lanceolate a base ovale sono semplici e persistenti solo nelle piante giovani.
Su piante adulte, in estate compaiono i fiori che sono riuniti in infiorescenze terminali di colore giallo, dette ciazi, tipiche della famiglia delle Euphorbiaceae.
Ogni infiorescenza si presenta come un fiore unico il cui involucro è formato da brattee saldate a coppa, alternate con nettari. I fiori tendono ad essere piccoli ed insignificanti con fiori maschili ridotti ad un singolo stame che circondano un fiore femminile che è ridotto ad un solo pistillo. Dai fiori si sviluppano frutti a tre lobi che scoppiano a maturità lanciando i semi a distanza.
Come in tutte le Euphorbiaceae i diversi organi della pianta, se incisi, trasudano un lattice biancastro molto tossico che può causare cecità se entra in contatto con gli occhi. Anche il fumo derivante dalla combustione dei rami è irritante e dai fiori che, per la presenza di nettari attirano molte api, si ottiene un miele che provoca una sensazione di bruciore in bocca che viene intensificata se si beve acqua. In natura le piante di Euphorbia candelabrum sono protette dalla convenzione internazionale sul commercio delle specie minacciate d’estinzione (CITES).
Nonostante la sua origine africana, la specie cresce benissimo nei giardini che si affacciano sul mare in area Mediterranea, dalla Sicilia alla Costa Ligure. In Sicilia la specie è comune anche se la sua introduzione è tutto sommato recente essendo la specie giunta probabilmente in periodo coloniale. Ancora ai primi del 900 infatti, il giardiniere Vincenzo Ostinelli nel suo libro, che descrive l’inventario dei 792 generi e 2796 specie di piante da lui coltivate nel giardino della Villa Trabia del Principe di Butera, dal 1882 al 1910,  non fa alcun riferimento all’Euphorbia in questione. Alcuni esemplari di particolare interesse sono stati censiti in Sicilia da Mazzola e Raimondo del Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali di Palermo individuando esemplari di grandi dimensioni a Marsala ed a Cefalù; quest'ultimo, piantato nel 1975 , in quarant’anni ha raggiunto l’altezza di dieci metri con un diametro del tronco di oltre un metro che sostiene una chioma così grande da essere ritenuta verosimilmente la più ampia in Sicilia.
Sito Web
  Dove trovarla: Vivai Torre -Milazzo
 

venerdì 15 dicembre 2017

Pungitopo, un arbusto per il Natale

 
 
 
 
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Sono augurio di buona sorte sin dai tempi dei Romani perché assodato che è impossibile una vita rose e fiori non c’è meglio che sperare che i dolori che verranno siano lievi parimenti a quelli inflitti dai miei rami

Con l’arrivo delle festività natalizie ritorna alla ribalta uno degli arbusti protagonisti del periodo di Natale, Ruscus aculeatus o pungitopo, com’è comunemente chiamato, con le sue foglie appuntite e le bacche rosse a lungo persistenti è, infatti, una delle fronde recise, insieme a vischio ed agrifoglio, più richieste per la realizzazione degli addobbi natalizi. E non è questa, una moda legata al consumismo moderno perché il pungitopo che è specie originaria del bacino del Mediterraneo, era considerata un amuleto vegetale così come l’agrifoglio, sin dai tempi dei Romani che lo scambiavano come dono augurale durante le cerimonie; era, infatti, ritenuta una pianta saturnale che con le sue spine teneva distanti gli spiriti maligni permettendo al nuovo sole di emergere e risplendere sano. Il groviglio di vegetazione impenetrabile e la durezza delle foglie spinose evocavano la protezione mentre i frutti rossi, globosi, di colore rosso vivo che maturano in autunno e durano tutto l’inverno, simboleggiavano la rinascita del sole al solstizio, augurio di felicità.
 
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Non appartengo alla befana, né a quell’incapace dell’apprendista stregone ed anche con Henry Potter non ho niente a che spartire perché io ho gusti popolari e preferisco rendermi utile ai macellai
 
Nella tradizione popolare invece, la nomea del pungitopo come pianta di buon augurio è legata all’uso che in passato se ne faceva: mazzetti di pungitopo erano messi a protezione di portavivande o dispense per preservarle dai topi ed altri roditori o disposti intorno ai piedi del letto per tenere lontane le pulci. La rigidità dei rami veniva sfruttata per realizzare robuste scope che in alcuni paesi siciliani sono ancora in uso dagli operatori ecologici ed anche in Inghilterra, il pungitopo veniva chiamato "butcher's broom" = "scopa del macellaio" perché utilizzato per ramazzare il pavimento delle macellerie.

La specie ha caratteristiche botaniche particolari: Ruscus aculeatus L., appartenente alla famiglia delle Asparagaceae, è specie suffruticosa sempreverde tipica del sottobosco ombroso di aree collinari o montane mediterranee dove forma cespuglieti bassi formati da fusti eretti verde scuro, legnosi e striati, portanti false foglie spinose (fillocladi) ovato acuminate, con una acuta spina apicale.
 
I fiori sono dioici (unisessuali su piante separate) e compaiono al centro delle foglie in corrispondenza di una brattea fogliare; la fioritura avviene all’inizio della primavera e porta alla formazione, in autunno, di bacche sferiche un poco schiacciate, di colore rosso vivo contenti uno o due semi che in Sicilia, tostati, venivano utilizzati come surrogato del caffè. Le bacche, a lungo persistenti sulla pianta, sono velenose e se ingerite provocano vomito, diarrea e dolori intestinali.
 
L’apparato radicale della specie è rizomatoso con numerose radici avventizie; in primavera dal rizoma si formano giovani germogli che crescendo diventeranno rami lignificati; in alcune aree sono consumati, raccolti ancora teneri, come gli asparagi dopo essere stati lessati in abbondante acqua per togliere l’eccessivo amaro.
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Insieme a quattro amici faccio parte di una gran bella compagnia in passato ricercata da chi all’ora dell’aperitivo voleva perdere peso facendo tanta pipì

Il rizoma del pungitopo era molto ricercato, in passato,  per produrre un aperitivo con funzione diuretica insieme alle radici di sedano, asparago, prezzemolo e finocchio detto, per questo, delle “cinque erbe”. 
 

 
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Anche se da giovane lascio in bocca l’amaro c’è chi per me fa molta strada cercandomi senza limiti tra le ramaglie, tanto da meritare, a opera di alcuni, un sacrosanto stop

L'estratto dalle radici è ritenuto, inoltre, un potente vasoprotettore utilizzato per prevenire coaguli nel post operatorio rientrando nella composizione di molti farmaci con funzione antiemorroidale e per le vene varicose.  Proprio perché la specie è ritenuta efficace sia a scopo medicinale che come pianta irrinunciabile per gli addobbi di Natale la sua raccolta è divenuta nel tempo eccessiva tanto da comprometterne la stabilità delle popolazioni. Ecco perché in molte regioni si è posto un limite alla raccolta come ad esempio all’interno del Parco delle Madonie in Sicilia dove non è possibile raccoglierne più di mezzo chilo al giorno.

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Io non conosco le fragilità dell’invecchiare e non mi secco se il tempo fugge via che anzi al suo trascorrere tutto diventa in me durevolmente pungente
 
Per i decori di Natale il pungitopo è la specie più richiesta perché, ancorché molto pungenti, i suoi rami e le sue foglie, anche se recisi, si mantengono inalterati a lungo perché non si fragilizzano diventando, anzi con il tempo, più resistenti… e pungenti.
 

giovedì 5 febbraio 2015

Rose d'inverno

Checché se ne voglia dire, quando è inverno, anche se si vive in Sicilia, ci sono giornate che fa un freddo cane, con l’Etna ricoperta di neve ed il vento tagliente che fischiando teso corre di infilata a raggelare anche i paesi affacciati sul mare.
Se sento freddo io che ho tanti modi per potermi riscaldare pensate che cosa devono passare le povere piante dei giardini qui intorno che, attrezzate fisiologicamente a sopportare temperature critiche estive, si devono  invece barcamenare  per riuscire a superare questi inopportuni rigori invernali.  
Verde smorto, colori spenti, rami spogli, foglie al vento, è questo l’andazzo di stagione e nonostante i mandorli in fiore si dovrà aspettare ancora qualche mese per riuscire a vedere nei giardini un poco di colore.
E’ dunque con notevole stupore che in una di queste gelide mattine invernali transitando in macchina alla periferia del paese di Paternò, ho avuto la sorpresa di vedere un cespuglio rosso in fiore nel verde ornamentale che abbellisce una grande rotonda spartitraffico vicino l’Ospedale.
Di che specie sarà mai questo inusuale sfoggio di colore? La prossima volta che ci passo guardo meglio. Ed infatti qualche giorno dopo faccio una sosta ah hoc e mi trovo davanti un cespuglio di rose dal bel fogliame verde scuro e con tantissimi fiori semplici dai petali colore rosso mattone.
Rose, in questa stagione e di una varietà che non conosco? Devo saperne di più e dopo averle fotografate inizio la caccia per conoscerne il nome.
Sono giorni di intense ricerche passati a scocciare tanti amici pazienti, esperti di rose e vivaisti; infine trovo la strada giusta per l’identificazione tramite l’azienda agricola Vittorio Rech di Montebelluna (TV) che produce rose Cityflor su brevetto tedesco dei vivai Tantau. Le Cityflor sono rose cosiddette da paesaggio, bassi cespugli copri suolo utilizzati in genere nelle sistemazioni a verde pubblico perché varietà robuste, resistenti alle malattie, facili da manutenzionare perché autopulenti e sempre in fiore, come ho avuto modo di constatare. Sono rosai prodotti da talea che rispetto alle varietà caratterizzate dal possedere un portainnesto ed una marza sono più resistenti alle avversità o alle drastiche potature perché sono in grado di rinnovare in modo rapido e completo la parte aerea del cespuglio; temono solo la siccità ma, coltivate ai margini di un prato ben innaffiato nel periodo estivo, dopo il periodo più caldo, continuano a fiorire tutto l’anno.


La varietà della rotonda di Paternò sembrerebbe essere "RED HAZE", una rosa dai fiori a coppa, semplici,  dai petali colore rosso intenso e con stami dorati ben evidenti; i fiori non hanno profumo ma sono molto decorativi spiccando sul fogliame verde scuro, brillante; il cespuglio cresce in larghezza ma con vegetazione compatta e si pota generalmente ogni due anni.
La Red Haze ha vinto al Concorso di Monza, nel 1998,  la medaglia d’oro per “La rosa per l’arredo urbano” ma, mi dice Roberta dell’Azienda Vittorio Reich, che la varietà non è più in produzione sopravanzata da altre cultivar della serie Cityflor Tantau come Mirato, AspirinRose e Satina.

Ora che ne so pure il nome  e  sapendo che è una cultivar di rosa fuori produzione la guardo con maggiore simpatia ed ammirazione per come è riuscita a rivitalizzare il mio umore in questi freddi giorni d'inverno.

PS
Dopo la pubblicazione del post ho ricevuto la seguente precisazione dall'Azienda Vittorio Reich:
Carissima Sig.Marcella,
abbiamo avuto molto piacere di avere notizie, perchè ora con le foto che abbiamo visto nel suo bolg possiamo essere sicuri di che rosa  parliamo.
Ho mostrato tutte le foto da lei pubblicate e Vittorio che è il vero esperto ha riconosciuto la "sorella" di Red Haze. La rosa da lei fotografata è Purple Haze, con le stesse caratteristiche di Red Haze  come portamento e resistenza ma di colore rosso cardinale - porpora. Anche questa rosa non è più in coltivazione da diversi anni.
Siamo molto contenti di averla aiutata in questa ricerca, facciamo i nostri complimenti per il suo blog.

Grazie tante a voi

domenica 5 ottobre 2014

Sotto il vulcano si parlerà di rose

Questo fine settimana ha chiuso i battenti Orticolario, mostra del verde che si svolge a Cernobbio sulle rive del Lago di Como e che rappresenta forse la più blasonata ed intellettuale kermesse dedicata al giardinaggio di qualità in Italia; la settimana prossima, dal 10 al 12 ottobre,  sarà la volta della mostra alla Landriana, nel Lazio e così potrà dirsi concluso il lungo periodo dell’anno dedicato alle grandi mostre del verde ornamentale.
  
Calendario mostre di giardinaggio 2014
Dopo la sbornia di acquisti per il giardino o il verde di casa è giunto, dunque, il tempo di affinare la propria tecnica giardiniera apprendendo nozioni adeguate per accudire con successo i nuovi acquisti di stagione. Per noi siciliani, che da isolani viviamo un poco ai margini delle grandi manifestazioni nazionali e delle opportunità di studio e di approfondimento che ad esse, di norma, sono collegate, si prospetta dal 7 al 9 novembre una interessante opportunità sotto forma di un Campus nazionale dal titolo “Rose sotto il vulcano, Creazione e cura di un roseto, fra cespugli, erbe e sciare niure” che si svolgerà presso i  Vivai Valverde (Ct) di Ester Cappadonna e Francesco Borgese in collaborazione con l' Associazione Maestri di Giardino.
L’Associazione Maestri di Giardino, nata nel 2011 su iniziativa di 23 soci fondatori, opera a livello nazionale mettendo a disposizione l’esperienza e la competenza acquisita dai propri aderenti (giardinieri, vivaisti, paesaggisti, architetti, ) al servizio del pubblico di appassionati. l’ Associazione ha, ad esempio,  una propria attività editoriale che pubblica racconti di autori, Maestri di Giardino, che descrivono in modo semplice e colloquiale sia argomenti di interesse botanico e paesaggistico che racconti di esperienze personali legate al proprio lavoro di “giardiniere". Accanto all’attività editoriale vengono, poi, organizzati presso vivai dei soci aderenti, laboratori di formazione, seminari intensivi, campus aperti a tutti coloro che intendono arricchire le proprie conoscenze in campo botanico o nell’arte di fare giardino.
 
Il 7° Campus nazionale organizzato in Sicilia avrà luogo presso i Vivai Valverde  che hanno sede alle pendici dell’Etna in un territorio, la cosiddetta “Vallis viridis”, che è tra i più suggestivi e naturalmente verdi del territorio etneo; si parlerà di rose, una specie,  in Sicilia, non presente in modo abituale nei giardini di tradizione.

Il programma del Campus è articolato dal venerdì alla domenica con visite a giardini privati e conferenze tenute dai seguenti Maestri di Giardino: Maurizio Usai, Rose: varietà, suggestioni, supporti; Ester Cappadonna, Le vecchie rose di Sicilia; Francesco Borgese : La Sicilia nera e la Sicilia bianca, l’impostazione ornamentale del roseto; Maurizio Feletig, Alla scoperta di una pianta:fusti, bacche e foglie (e fiori); Didier Berruyer, Ogni rosa ha il suo posto, ogni posto ha la sua rosa. Nella giornata di domenica si svolgeranno poi, laboratori di realizzazione e di manutenzione di un roseto.
Tutto il programma sembra molto interessante e fa venire voglia di estendere la partecipazione anche all’extra campus che prolunga il divertimento anche nei giorni di giovedì 6 e lunedì 10 per visitare grandi giardini presenti nel territorio catanese.

Una splendida iniziativa ad un costo tutto sommato abbordabile andando da un massimo di 390 euro del programma lungo (6-10 novembre, comprensiva di pranzi, cene e coffee break più passeggiata botanica), al pacchetto ridotto di 320 euro (7-9 novembre con due pranzi e cene e coffee break). Sconti vengono praticati agli aderenti l’Associazione.
Se c’è un appunto da fare è il periodo scelto  per l'iniziativa che prevede lo svolgimento del Campus in novembre in giornate  normalmente destinate allo svolgimento di attività lavorative.  Mi sarebbe piaciuto potere scegliere anche un programma minimo svolto esclusivamente nei pomeriggi e nella intera giornata di domenica. Per chi fosse interessato, e sono sicura che molti lo saranno, c’è tempo sino al 15 ottobre per sottoscrivere l’iscrizione.

giovedì 29 agosto 2013

Margherita e le opunzie color magenta

Il racconto di una passione per Opuntia dillenii
Pensavi mai di poterti innamorare di una sensazione aspra, forte, pungente? di un paesaggio mediterraneo così diverso da quello che ti ha visto nascere e lavorare e ancor più diverso dai luoghi esotici che sei andata a guardare in tanti viaggi fatti da giovane percorrendo paesi lontani alla ricerca di un luogo chiamato casa?
E quando la tua voglia di esplorare e conoscere ti ha portato a puntare anche sul Salento, sei arrivata a Tricase, in un estremo lembo di terra rossa che sporge arido verso il mare che lo lambisce e abbraccia da due lati; garighe assetate, brulle e profumate, abbarbicate su di una falesia bianca erano casa di una piccola opunzia dai frutti color magenta, Opuntia dillenii, una specie arrivata come le altre dalle americhe ma naturalizzata da secoli nella macchia mediterranea del Salento in luoghi aridi, in zone soleggiate e asciutte anche in assenza di un vero e proprio substrato di coltivazione.
I suoi frutti color magenta coperti di spine, il suo essere specie reietta tra le opunzie perché priva di una qualsivoglia forma di utilizzazione agricola ti hanno d’improvviso fatto capire che era in quel posto che volevi abitare per potere recuperare, salvaguardare e promuovere le peculiarità organolettiche di questo particolare tipo di fico d'india dal quale ricavare, con rispetto, sacrificio e dedizione qualcosa di veramente speciale. 
E’ questa in sintesi la storia di Margherita Diviccaro, per gli amici Titty, una creativa, stravagante, originale (sono sue definizioni), produttrice di frutti di Opuntia dillenii che giunta da Trieste, cinque anni fa, a Tricase, nella penisola salentina, decide di mollare il suo lavoro creativo nel campo della moda per buttarsi a corpo morto in una vera e propria missione: sensibilizzare la collettività alla bellezza e utilità di questo tipo di frutto.
 
Margherita cosa hai trovato di speciale nel frutto di Opuntia dillenii che ti ha convinto a cambiare vita e rimanere a Tricase?
Opuntia dillenii è una pianta che ho conosciuto durante i miei viaggi per il mondo, fatti molti anni fa, in Messico, ma anche nel Kerala nel sud dell'India, come una specie reietta presente lungo litorali calcarenitici ma anche in zone lontane dal mare. Già allora rimasi folgorata dal colore magenta dei suoi frutti e dalla particolarità di questa specie di fico d’india così insolita, frugale e spinosissima. Lì come in tutte le regioni che dal sud della California scendono sino al Paraguay, di Opuntia dillenii viene utilizzato il fiore per il tè, la pala ed i frutti come medicamento naturale e il frutto, in campo gastronomico, per realizzare confetture, gelatine, liquori.
Da sempre appassionata di botanica ho scoperto, con molta meraviglia, al mio arrivo in Puglia la presenza dell'opunzia conosciuta in Messico come specie spontanea presente sulle falesie marine o anche nell'entroterra a ridosso di muretti a secco. Volevo da subito condividere l'emozione del ritrovamento e l’idea di riuscire a valorizzare la specie con gli amici o gli abitanti del luogo ma, mi sono invece accorta che, la maggior parte dei salentini non attribuisce alcun valore a questa opunzia pur avendola in un vaso davanti casa o abbandonata nelle loro campagne. La mia idea di valorizzare e riscoprire questa specie temibile per la pericolosità delle sue spine, inutile perché non commerciabile e da alcuni ritenuta anche velenosa mi ha creato la fama di una persona folle, marziana, svitata. Ed è stata questa la molla, il "quid", che mi ha spinto ad andare contro corrente e fare qualcosa di utile e bellissimo per l'opunzia e per il mio ambiente. 
Raccontaci cosa hai fatto in concreto per dare vita al tuo progetto?
Da quando sono arrivata nel Salento spostandomi di continuo in bici o con la mia APE 50 tento di recuperare quel che resta di piante di Opuntia dillenii maltrattate dai contadini locali che considerandola una pianta pericolosa e non commestibile, dunque che "non serve", cercano in tutti i modi di eliminarla usando le fiamme per bruciarne i cladodi o passandoci sopra con il decespugliatore.
Io cerco di recuperare le pale per tentare di ridar loro nuova vita e dignità ricoverandole all'ombra di lentischi e terebinti,tra ciuffi di asfodelo e orchidèe spontanee, mirto ed alloro sperando che emettano nuove radichette, riportando così a nuova vita gli stessi esemplari di cui l'uomo si disfa. 
Parallelamente, sempre nella macchia incontaminata prospiciente il mare e senza violentare o forzare il terreno, colleziono esemplari sani dai quali ottengo un piccolo raccolto di piccoli frutti dal colore magenta, dal gusto un poco acìdulo, profumati a volte di erba con note di rosa o di amarena e ribes rosso, dal quale ricavare, in modo naturale, intriganti prodotti di nicchia.
In che modo riesci a mettere insieme un quantitativo adeguato di frutti?
Io non voglio in alcun modo sfruttare quello che la natura ci porge; agisco con il massimo rispetto perché anche altri oltre me possano apprezzarne i doni. Per questo ho iniziato lavorando una piccola quantità di frutti che raccoglievo in natura, poi ho acquisito vecchi terreni del tutto abbandonati, nella macchia vicino al mare; incontaminati, non coltivabili dagli altri perché costituiti da scogli scoscesi, movimentati con giochi di vuoti e di pieni o fazzolettini di terra rossa che la gente preferisce tenere incolti e abbandonati.  
 
Riesco a fare un raccolto l’anno ed è questo il momento più elettrizzante e..doloroso del mio lavoro, perché nonostante i doppi guanti, la tuta cerata e il berretto mi riempio completamente di spine.
Ancor più grave è il momento della pulizia dei frutti dalle spine (glòchidi); fico per fico con pochi movimenti delicati e precisi (per non determinare la formazione di macchie ed ematomi) pulisco i frutti con juta, erba fresca e sabbia. Il fico d'opunzia magenta è infatti molto difficile da lavorare sia perché la pulizia deve essere fatta a mano, sia per l'alta presenza di gel naturale che non rilascia facilmente i semi oltre i fori della setacciatrice. I frutti sono piccoli, aciduli e composti per la maggior parte da semi coriacei avvolti in una densa mucillagine, motivo per cui ci vogliono tantissimi fichi per ottenere una confettura-extra con più del 74% di solo frutta.
Come procedi per realizzare le tue produzioni?
Sono molto esigente ed il mio carattere mi ha portato a sperimentare il più possibile per avvicinarmi al miglior risultato possibile; la mia sete di conoscenza mi ha portato a far ricerche di giorno e di notte in altri paesi (Canarie, Mexico, Arizona) e di confrontare i risultati. Ho dovuto superare tante difficoltà locali per trovare chi mi lavorasse il prodotto secondo le mie precise indicazioni guardata sempre come un tipo “alieno” forse perché sono donna e forestiera. Ho sacrificato 5 anni per l'opunzia di Dillenius ma finalmente ho cominciato a creare "energia" ed "attenzione" intorno al mio prodotto. L' ultima entusiasmante produzione prevede delle conserve dolci :
- composta di cactus OPUNTIA d e fiori di lavanda (80%) con zucchero 120gr.
- composta di cactus OPUNTIA d. con scorze di arancia((80%) e zucchero ed ancora, confetture extra, mostarde e cuori di opunzia sciroppata.

 
Quale è in sintesi, Margherita,  il  senso della tua esperienza?
Un frutto d'opunzia caduto e frantumatosi ai miei piedi su una falesia bianca:fui inondata,così, da uno schizzo coi rossi più belli del mondo!

Grazie Margherita per il tuo rispettoso lavoro di valorizzazione di una specie da molti ritenuta “reietta” che tu hai saputo salvare dall’oblio e valorizzare come una “specialità” del territorio salentino.

cactus-opuntia-fichi-rossi-un-gradito regalo

giovedì 22 novembre 2012

Fichi d’India : come pulire e gustare i “bastardoni”

Ci sono alcuni alimenti che sono talmente tipici di una regione o di un paese che ne diventano quasi l’emblema; basta dire mortadella e si pensa a Bologna, pastiera vuole dire Campania, la cotoletta è certamente alla milanese e non c’è altro alimento come la soppressata che sia per me sinonimo di Calabria. Quando si dice fichi d’india sfido chiunque a non pensare alla Sicilia e non solo come componente vegetale spontanea onnipresente in tutti i paesaggi di campagna o di mare dell’isola ma anche come frutta da tavola che in estate e in autunno rappresenta il gustoso completamento del pasto di una tipica famiglia siciliana.
Il fico d’india (Opuntia ficus indica) è specie che oltre a realizzare una produzione estiva di frutti dolci e carnosi, se forzata, produce in autunno frutti chiamati commercialmente “bastardoni” . Sono frutti più grossi del normale ottenuti attraverso una tecnica colturale chiamata “scozzolatura”. All’inizio dell’estate, subito dopo la fioritura si procede alla eliminazione di tutti i fiori e delle pale di un anno; l’ opunzia, stressata, provvederà ad effettuare una seconda fioritura con un minor numero di fiori dai quali matureranno frutti tardivi, maturati in un periodo più piovoso, più radi e dunque più grossi, pronti per il consumo in novembre, dicembre.
Il frutto del fico d’india è una bacca con buccia e polpa di colore verde, gialla o rossa a seconda della varietà; la buccia è ricoperta da alveoli di spine gialline, sottili, che si staccano facilmente svolazzando di qua e di la in attesa di conficcarsi su qualche parte esposta del tuo corpo; per accedere alla polpa croccante e succosa del frutto è necessario affrontare la cosa sapendo che di sicuro qualche spina arriverà a destinazione.

  Istruzioni per l’uso
1: Munirsi di guanti (meglio se di gomma) per maneggiare i frutti con relativa sicurezza
  2:Lavare abbondantemente i frutti sotto un potente getto d’acqua corrente
 
3: Procedere al taglio trasversale delle buccia cominciando dalle estremità del frutto
 

4:Praticare un taglio longitudinale incidendo la buccia senza intaccare la polpa 
 5:Sollevate i lembi dell’incisione e tirandoli verso il basso scollare la polpa del frutto dalla buccia
 6:Afferrare il frutto e tirare per separarlo completamente dalla buccia
7:Evitare di maneggiare i frutti con le mani che indossano i guanti utilizzati per togliere la buccia perché le spine passeranno rapidamente dal guanto al frutto e con la stessa velocità vi si conficcheranno sulle labbra o peggio, come  mi è successo una volta, sul palato.
Guardate anche quest'altro piatto di fichi d'india
Ulteriori avvertenze
Se non siete stati abituati a mangiare fichi d’india sin da bambini, al primo morso della polpa croccante, quando vi sentirete riempire la bocca di piccoli semi legnosi, avrete l’impulso di sputarli fuori uno ad uno; fatevi forza e dopo una sommaria masticazione ingoiate il tutto, senza distinzione. Se poi il frutto vi piace (e vi piacerà di sicuro) non fate come con le ciliegie, un frutto tira l’altro: i fichi d’india sono molto costipanti e non è certo il caso di esagerare. Dopo avere mangiato fichi d’india che contengono elevate quantità di tannino chiudete il pasto senza consumare altro cibo perché ogni altro alimento o bevanda avrà gusto metallico assai poco gradevole
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 Guarda anche quest post dal titolo: opuntia-ficus-indica-il-pane-dei-poveri
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