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giovedì 24 giugno 2021

Zanthoxylum beecheyanum, una siepe aromatica

Le siepi sono, in giardino, come i complementi d’arredo in un bagno: dettagli di stile che in base a resistenza, bellezza del fogliame e profumi possono fare la differenza tra un giardino di routine ed un giardino di charme dove anche gli angoli di utilità hanno una loro bellezza. 
La siepe che vi propongo è adatta a situazioni climatiche calde, in giardini localizzati in prossimità del mare, ma trova impiego anche in ambienti che registrano punte minime invernali inferiori allo zero e la specie che la compone, Zanthoxyllum beecheyanum, è davvero speciale per aroma e bellezza del fogliame che appare denso, sempreverde, lucido.  

La specie è di origine giapponese ma si è diffusa in tutto il continente asiatico ed in particolare in Cina, dove è molto utilizzata come pianta da giardino ed in vaso per l’aroma di foglie e semi che rendono questa pianta, particolarmente, apprezzata in cucina, avendo note piccanti ma al contempo fresche e al sapore di agrume.
Da un punto di vista sistematico Zanthoxyllum beecheyanum appartiene alla famiglia delle Rutaceae e al genere Zanthoxylum che è composto da 67 specie secondo la classificazione GRIN; l’attribuzione specifica tuttavia non è ancora ben definita proponendo in alternativa come sinonimo quello di Fagara alata var. beecheyana.

E' un arbusto di media dimensioni dal fogliame verde lucido che, se stropicciato emana un’intensa fragranza di agrume, per questo le foglie che sono composte con i singoli inserti di piccole dimensioni, sono usate come condimento aromatico avendo anche la particolarità che, se masticate fresche, intorpidiscono la lingua agendo da anestetico locale tanto da essere usata tradizionalmente  come pianta contro il mal di denti;  ha, comunque, anche effetti antimicotici e antibatterici, antiossidanti e antitumorali, proprietà queste comuni ad altre specie appartenenti al Genere Zanthoxyllum.
Dal punto di vista della fioritura la specie è dioica (i singoli fiori sono maschili o femminili, ma portati su piante diverse) e pertanto i frutti non compaiono se non in presenza di piante di sesso diverso poste vicine;  i frutti  sono delle drupe sferiche di colore inizialmente nero e poi bruno rossastro che contengono uno o due semi. La specie si presta molto bene alle potature ed per questo che è particolarmente ricercata per realizzare bonsai; gli esemplari hanno  da subito un aspetto vissuto per forma, portamento e colore della corteccia anche in individui molto giovani.
Come siepe io ho incontrato  questa specie di  Zanthoxyllum presso il vivaio Chersoneso di Milazzo;  una bordura alta a crescita rapida,  fitta, molto ramificata e facilmente modellabile, posta a ridosso del casotto che funge da ufficio; non potete sapere che piacere è stropicciarne le foglie ad ogni  uscita o entrata dall' ufficio!

La specie si trova abbastanza facilmente nei vivai dell’isola perché sono molte le aziende florovivaistiche del messinese che la producono come pianta aromatica in vaso per il circuito dei garden center d’Europa. 

Potete comunque trovarla qua,  qui e li




martedì 21 luglio 2020

Coltivare lavanda in Sicilia

Chi viene in Sicilia come turista ha, in genere, mete ben precise da raggiungere in quanto località turistiche rinomate come Taormina, Cefalù o Erice o siti archeologici imperdibili come Siracusa, Valle dei Templi, Segesta e Selinunte. Ma un buon conoscitore della Sicilia non può prescindere dal visitare anche la sua vasta area centrale che ospita paesi e paesaggi che, tagliati fuori dai flussi economici e turistici delle zone di mare, hanno mantenuto un carattere antico, autentico, legato allo svolgimento di attività economiche dedite alla pastorizia e all’agricoltura ed in passato alla estrazione e lavorazione dello zolfo. 
Lo sfruttamento delle miniere durò sino alla prima metà del Novecento poi, con la diffusione di un metodo industriale per produrre acido solforico, si ebbe una progressiva perdita di quote di mercato con la chiusura progressiva di tutte le miniere presenti sul territorio dell’Isola. Non rimaneva altro da fare, a chi viveva e ancora oggi vive quei luoghi, di emigrare cercando miglior fortuna altrove o restare dedicando forze ed impegno all’unica attività economica possibile in questo territorio: l’agricoltura.
Negli ultimi giorni di giugno ho avuto modo di visitare l’azienda agricola “Le antiche tradizioni” di Gaetano D’Anca e di sua moglie Luisa Moltalto che con le due figlie vivono a Santa Caterina Villarmosa, un piccolo paese del nisseno nel territorio della valle dell’Imera Meridionale.
Gaetano da giovane ha lavorato per un’azienda di manutenzione del verde che operava in tutta la Sicilia; lavoro faticoso ma in allegria, sempre al sole e tra amici; poi, avuta l’occasione di un lavoro fuori a stipendio fisso è partito passando cinque anni a Verona come guardia carceraria e poi venti anni a Catania al Super Carcere di Bicocca. Gaetano racconta come erano tristi quegli anni: “ La cravatta della divisa mi veniva stretta, non vedevo l’ora di ritornarmene al paese ed appena ho potuto ho lasciato il posto fisso per dedicarmi all’azienda di famiglia dove lavoro anche 12 ore filate ma ogni giorno è diverso dall’altro con continue decisioni da prender e rischi da correre ma anche con tante soddisfazioni da condividere con la mia famiglia”. Un ritorno alla terra che era dei suoi nonni nel solco della tradizione, l’azienda infatti produce su una superficie di 31 ettari frumento delle varietà autoctone dell’isola come Russello, Timilia e Maiorca i cui prodotti (farine, pasta, piadine, biscotti ma anche pane infornato ogni settimana) sono venduti insieme alle altre produzioni aziendali (olive, mandorle, miele, coltivazioni biologiche) nei mercatini bio o presso punti vendita gourmet dell’isola direttamente dal produttore al consumatore.
Ma insieme alla coltivazioni tradizionali a Gaetano quindici anni fa è venuta l'idea di coltivare lavanda;  non è questa un’idea improvvisata, in realtà, perché la Sicilia è la prima regione italiana per numero di aziende che producono piante aromatiche (essenzialmente origano, salvia, lavanda, finocchio selvatico, timo, maggiorana) e la seconda per superficie coltivata con una maggiore concentrazione nelle aree collinari interne della Sicilia, in piccole superfici aziendali come produzioni secondarie e collaterali a quelle cerealicole ed arboricole.
Come vi è venuta l’idea di produrre lavanda in terra di Sicilia?
“Nel tentativo di diversificare ho voluto provare a coltivare lavanda e oggi siamo gli unici ad avere un lavandeto nel Sud dell’Italia; ho cominciato nel 2005 con un ettaro di terreno che ho incrementato l’anno dopo con altri due ettari. Il nostro primo campo di lavanda in fioritura era uno spettacolo, le persone ci vedevano dall’autostrada e ci venivano a cercare per fare fotografie. Abbiamo avuto anche sposi alla ricerca di una location fotografica particolare. Sono andato in Francia per procurarmi le piantine micro propagate di Lavandino un ibrido interspecifico rustico e di elevata capacità produttiva e per cercare di carpire dai francesi i segreti della coltivazione che è comunque semplice: un impianto pluriennale che ad ogni taglio si rinnova e che entra in produzione dopo tre anni; irrigazione di soccorso, poche concimazioni, inerbimento dell’interfila per evitare l’ erosione del terreno da ruscellamento dell’acqua piovana che sempre più spesso , nel nostro comprensorio, ha carattere torrenziale; nessun trattamento chimico contro parassiti che fortunatamente in Sicilia, al contrario della Francia, ancora non sono arrivati”. 
Una volta prodotta come utilizzate la lavanda?
“I primi anni di raccolto abbiamo lavorato esclusivamente per produrre olio essenziale portando il prodotto sino a Calatabiano dove c’è un impianto di distillazione; siamo arrivati a produrre 100, 120 quintali di olio essenziale ma abbiamo incontrato notevoli difficoltà di commercializzazione. Dopo tre anni di duro lavoro alla nostra prima produzione un grossista di Hong Kong mi ha offerto 40 euro al kg di essenza contro gli 80 euro che erano il prezzo di mercato; ho detto piuttosto che farmi prendere per la gola con il mio olio essenziale mi ci lavo le mani. Ed allora abbiamo cercato nuovi canali di vendita cominciando a produrre mazzi di lavanda da vendere alle erboristerie e calici di lavanda ottenuti con i fiori sfusi da utilizzare per profumare non solo indumenti ed ambienti ma da impiegare anche in cucina”.
A chi è venuta l’idea di utilizzare la lavanda per aromatizzare gli alimenti?
Ed è ora Luisa che racconta: “Inizialmente ai mercatini consigliavo ai clienti di utilizzare la lavanda per aromatizzare crostate, biscotti ma anche l’agnello e gli arrosti a cui, in piccole quantità, la lavanda conferisce un gusto speciale ma i clienti mi dicevano: “ no, non credo che sia buono, saprà di sapone”. Ed allora ho cominciato a preparare dolci aromatizzati con la mia lavanda; una crostata, qualche biscotto, del torrone e dicevo ai clienti: “assaggiate e se non vi piace non comprate”. Ma ai clienti i biscotti piacevano ed oltre ad assaggiarli hanno cominciato a ordinarli. Arrivare a dosare la giusta quantità ha richiesto prove e pazienza perché la lavanda ha un gusto molto forte ma ero sicura di essere sulla giusta strada; una volta la settimana facevo di più 100 chilometri per raggiungere un forno che mi consentiva di impastare e cuocere i miei biscotti. Tanti sacrifici e inizialmente insuccessi ma a distanza di qualche anno ci siamo fatti conoscere ed ora abbiamo un nostro laboratorio e riforniamo negozi in Sicilia, ma anche in Veneto , Austria, Germania ed in Francia dove vendiamo i nostri prodotti anche in Provenza”.
Quando e come si esegue la raccolta della lavanda?
"La raccolta si svolge in genere verso l’ultima settimana di giugno; tutto si esegue a mano ed in tempi brevi per evitare che l’eccessivo caldo sciupi le spighe fiorite e quindi tutta la famiglia è in campo a lavorare dalle cinque del mattino alle nove di sera facendoci aiutare da parenti ed amici; dopo il taglio della spighe si formano mazzetti che legati insieme, a fine raccolta, vengono appesi ad asciugare sotto una tettoia ombreggiata (i fiori di lavanda non devono essere esposti alla luce né diretta ne soffusa per mantenere il colore intenso) e molto ventilata e se c’è vento di scirocco o di libeccio che arriva dall’Africa i mazzi in quattro giorni sono essiccati e pronti per essere confezionati in grandi scatole da 80, 100 kg di prodotto che spediamo a grossisti. Quella parte del raccolto che non è adatta per i mazzi viene sgranata e venduta come prodotto sfuso mentre gli steli e lo scarto, raccolti in balle, vengono inviati alla distillazione.
Anche quest’anno avete avuto molti visitatori che come noi hanno provato il piacere di fotografare i vostri campi e sentire il racconto della vostra esperienza?
“Abbiamo ricevuto tantissimi visitatori da tutta la Sicilia, anche da province lontane come Trapani e Palermo ma anche stranieri forse informati dagli organi di stampa e dai media che hanno raccontato della nostra esperienza
”.

In effetti i filari di lavanda ancora da raccogliere sono uno spettacolo sia da fotografare che da annusare in un ronzare continuo di api, farfalle ed insetti felici di svolazzare di fiore in fiore. Il profumo è stordente e la voglia di portarne a casa ci spinge in paese dove la famiglia ha laboratorio e bottega; olio essenziale, sapone, fiori sfusi ma anche biscotti, torrone, farine sono acquistati per noi e da regalare.
Fotografare, annusare, gustare la lavanda di Sicilia è un appuntamento di inizio estate da segnare per visitare un angolo di isola poco conosciuto ma assolutamente da non perdere. 

Informazioni: Le Antiche Tradizioni  Tel. 0934672427

lunedì 24 febbraio 2020

Hatriplex halimus, sapore di sale

Le giornate cominciano a diventare tiepide in questo inverno a finire; sbircio tra i vasi in balcone e scopro il nasturzio in fiore e vedo che sono sul punto di aprirsi i rossi boccioli del gelsomino polyanthum, scambiato in autunno con un vaso di tabacco ornamentale agli incontri tra appassionati del verde che si tengono periodicamente al Vivaio Malvarosa.  Tutto procede speditamente verso il momento clou dell’anno (non è ancora tanto vicino ma già lo percepisco e pregusto) in cui fare il primo rapido bagno di mare per poi crogiolarmi al sole e una volta asciutta, assaporare sulle labbra il sapore di sale: momento perfetto da pregustare.
 
A me piace molto il sapore del sale, lo preferisco di gran lunga al dolce che è un gusto moderno tipico dell’uomo civilizzato mentre il sale ci viene da lontano; moneta di scambio di popoli isolani che dal mare estraevano il conservante naturale per cibi ed alimenti primitivi. Per questo motivo quando ho avuto modo di incontrare, tra le tante offerte di piante officinali prodotte dal vivaio Clagia di Mimmo Terlizzese, Atriplex halimus non me la sono lasciata scappare.
Chiamata anche  porcellana di mare, alimo o più comunemente, e qui siamo in tema, erba sale, Atriplex halimus è una specie arbustiva spontanea di non grandi dimensioni, molto ramificata e con rami frequentemente sarmentosi, che cresce spontanea nel Bacino del Mediterraneo lungo le aree costiere sia di sabbia che rocciose ma anche nei terreni salati dell’entroterra, resistendo bene agli spruzzi di acqua salata e agli elevati contenuti salini del suolo. 
Sito Immagine
La specie, che appartiene alla famiglia delle Chenopodiaceae, ha foglie grassocce, persistenti, picciolate e di colore verde grigio con fiori molto piccoli , insignificanti da un punto di vista ornamentale, ma questo è un dettaglio poco importate perché il suo pregio peculiare è nelle sue foglie che sanno di sale e non soltanto, come sembrerebbe naturale, quando la pianta cresce in prossimità del mare, ma anche in vaso, a casa, dove da oltre un anno è sul mio balcone e le cui foglie giovani mantengono il gusto salato in grado di insaporire anche la più sdolcinata delle verdure.  
Le foglie vecchie invece non hanno un sapore da ricordare perché contengono saponine e per questo la pianta era utilizzata per ottenere cenere per la produzione del sapone. La specie viene inoltre considerata un dissalatore naturale dei terreni tanto da essere utilizzata in progetti di recupero ambientale. I testi dicono che si moltiplica per divisione in autunno o primavera prelevando gruppi di germogli basali muniti di radici e piantandoli direttamente a dimora. Si possono fare anche talee nella tarda primavera prelevando la parte apicale dei germogli messi a radicare nella sabbia. Può essere potata drasticamente e sempre ributterà costituendo ottime siepi frangivento vista mare.

Il bello delle piante alofite che cioè, come l’Atriplex , sono amanti del sale, è che non sono poche e spesso sono anche esteticamente gradevoli tanto che è possibile con esse creare angoli suggestivi nei giardini in riva al mare. 
Ho avuto modo di vedere e fotografare nel corso della prima edizione del Festival del Giardinaggio Mediterraneo a Radicepura in Sicilia un giardino denominato Hortus salis di Alejandro O’Neill , un paesaggista nato in Uruguay che utilizza molte piante autoctone nella realizzazione dei suoi giardini.
 
L’elenco delle specie utilizzate per la realizzazione di questo spazio a verde era vario e numeroso annoverando: Tamarix gallica, Teucrium marum, Teucrium fruticans, Pistacia lentiscus, Stipa tenacissima, Artemisia arborescens, Rosmarinus officinalis, Santolina chamaecyparissus, Thymus x citriodorus , Vitex agnus castus, Genista aetnensis, Glaucium flavum, Jacobea maritima, Malva arborea, Matthiola sinuata, Myrtus communis, Phlomis fruticosa, Gaura lindheimeri White, Centaurea sphaerocephala, Euphorbia characias, Euphorbia rigida, Cytisus scoparsi, Cistus x pulverulentus, Helichrysum italicum sub sp. siculum , Thymbra capitata, Achillea maritima. 
  
 
Nel complesso una composizione gradevole e facile da copiare se si ha la possibilità di trovare il materiale vegetale necessario presso vivai specializzati (in Sicilia, tra gli altri, Piante Faro, Clagia e Iberis ).
Buon sale a tutti! 

lunedì 30 aprile 2018

Finocchietto selvatico, un aroma antico

 
Nessuno mi sta più antipatico di chi usa parole difficili per mettere in evidenza cultura e posizione sociale. Avevo un Professore alla Facoltà di Agraria che infarciva le sue lezioni di frasi astruse, impreziosendo l’eloquio con latinismi che rendevano la sua materia una palla incredibile. Una frase gli era particolarmente cara e la ripeteva ad ogni lezione: “……mutatis mutandis” …… e se all’esame ne riuscivi a snocciolare almeno uno di “mutatis…..” la materia era assicurata. Io, invece, da insegnante, ho fatto della semplificazione la mia etica professionale e riuscire a rendere facile e di immediata comprensione ciò che, se mal posto, può diventare astruso e complesso, è la mia missione. Perciò, quando recentemente ho sentito discutere di quanto sia piacevole “erborinare alimurgiche” per dire di come sia gradevole andare a raccogliere verdure selvatiche, mi è preso il nervoso ed ho deciso  di  parlare  a mio modo di piante spontanee e in special modo di finocchietto selvatico che è  il "marchio di fabbrica" di alcune ricette tipiche della cucina siciliana.
Sinapis nigra
Foeniculum vulgare
Il termine alimurgia fu utilizzato per la prima volta alla fine del settecento da un medico fiorentino in una sua pubblicazione dove dava consigli su quale piante spontanee raccogliere per cercare di alleviare la fame che si registrava in quel tempo a causa di una terribile carestia. Nel suo lavoro utilizzò il termine fiton (pianta) e alimos (che sfama) per indicare piante spontanee da utilizzare come nutrimento in caso di calamità. 
Oggi le erbe spontanee non si raccolgono e consumano più per fame ma per sfizio, per svolgere un’attività ricreativa all’aperto finalizzata all’esercizio fisico abbinato al mangiare sano. Ci sono in commercio molte guide alla raccolta delle erbe spontanee rivolte ai cittadini inurbati che con la campagna hanno poca dimestichezza e se proprio non si trova il tempo per andare a raccoglierle, le erbe spontanee si comprano molto più comodamente nei mercati rionali o all’angolo delle strade vendute dagli erbaioli. 
Tra le tante specie di campagna che è possibile consumare, molte possono essere utilizzate tal quali come la cicoria, la bieta selvatica o la senape canuta ed altre, invece, vengono raccolte ed utilizzate per aromatizzare una ben determinata e specifica pietanza: il finocchio selvatico è una di queste e si utilizza con il precipuo intento di preparare, in Sicilia, la pasta con le sarde o il macco.
Condimento per la pasta con le sarde (chef :mio marito)
In alcuni paesi siciliani, è vero, il finocchio selvatico in foglia o utilizzandone i semi, viene anche impiegato per insaporire la salsiccia, le frittelle o le misticanze di verdure ma in tutte queste pietanze il sapore inconfondibile di questa aromatica è un di più che si aggiunge ad un sapore già ben definito mentre è incontrovertibile che la pasta con le sarde o il macco non si può fare se non si ha del finocchietto selvatico a disposizione. Un poco di storia ed alcune curiosità, allora, su un aroma così particolare ed antico.
 
Foeniculum vulgare
Il finocchio selvatico, è una erbacea perenne della famiglia delle Apiaceae (in passato Ombrellifere) che cresce spontanea nei coltivi abbandonati e lungo i bordi delle strade di campagna di una vasta area dell’Europa mediterranea; non in tutte le condizioni però: nell’arco di una settimana ho fatto un’escursione sui monti Sicani e il finocchietto spuntava per ogni dove; qualche giorno a seguire sono stata a visitare una sughereta famosa su un altopiano dei monti Erei e di finocchietto neppure l’ombra. La pianta ha un apparato radicale legnoso e fusto cespuglioso che può raggiungere il metro d’altezza; i rami sono cilindrici e di colore verde brillante con ramificazioni sottili; le foglie sottili, sono molto frastagliate ed hanno alla base una guaina carnosa.
Il fogliame del foeniculum può essere confuso con quello della ferula in fase giovanile (finocchiaccio) o ancor più con il finocchio porcino (Peucedanum officinale) ma le loro foglie non fanno particolare odore mentre tutta la pianta del finocchietto ha un aroma penetrante ed inconfondibile perché contiene anetolo ed altri terpeni. 

Ferula
I fiori sono di colore giallo intenso, riuniti in ombrelle solitarie e terminali e producono frutti formati da minuscole capsule contenenti piccoli semi ovali che, raccolti in settembre, trovano utilizzazione per insaporire la salsiccia o per condire le olive in salamoia.
E’ dal finocchio selvatico, per selezione ed incroci, che è stato ottenuto il finocchio da orto che ha fatto la sua comparsa in tavola a partire del XVI secolo.
Le virtù del finocchio erano ben note ai Romani che lo chiamavano Foeniculum da foenum, fieno, per le foglie sottili; ci racconta il compianto Gugliemo Betto nel suo libro Erbe: Storie e ricette di cucina della Edagricole che,  nel Manuale Gastronomico di Apicio, i semi di finocchio entravano in una grande quantità di vivande, di salse aromatizzanti o digestive , utilizzato nella preparazione di tisane, cacciagione o nelle farinate.

Da un punto di vista erboristico il finocchietto ha funzione digestive e carminative soprattutto attraverso i semi ed i suoi oli essenziali; stimola la funzione diuretica, aumenta la montata lattea e calma la pertosse e l’asma.
Oggi il finocchio selvatico è stato in parte domesticato e lo si può trovare coltivato in vaso, ottenuto da semi raccolti in estate su piante spontanee che, seminati in autunno, vengono poi commercializzati in primavera come piantine  a 5 o 6 foglie.
Se ne volete comprare una di queste pianta in vaso, mi raccomando a non farvi infinocchiare:  strofinate le foglie ed annusate per bene, solo se vi pizzica il naso sarete certi di portare a casa finocchietto selvatico doc.
 

lunedì 12 settembre 2016

Nella vita voglio fare come il finocchio di mare

Quando finisce l’estate e devo tornare a scuola a lavorare mi prende sempre un blocco intestinale al solo pensiero di dovere insegnare a ragazzini che spesso non mi stanno neanche a sentire e che non posso non dico sgridare ma anche solo sfiorare con uno sguardo di severa riprovazione. Stasera pensando a come sarà domani a scuola vorrei essere un finocchio di mare come quello che ho visto ieri crogiolarsi al sole di fronte all'acqua verde blu del Golfo di Aci. Spensierato, deresponsabilizzato, il finocchio di mare se ne stava adagiato sulle rocce incoerenti di lava nera, con il solo scopo di godersi il sole ed aspettare l’arrivo degli spruzzi di sale tra le foglie. E’ passata l’estate e domani me ne andrò a lavorare ma non c'è dubbio che, in un'altra vita, voglio fare come il finocchio di mare.
Il finocchio marittimo, botanicamente  Crithmum maritimum,  è una specie pioniera tipica delle coste rocciose  del bacino del Mediterraneo dove forma una vegetazione bassa, pulviniforme, localizzata nelle aree più esposte, fronte mare, soggette a condizioni estreme, sia per l’aerosol salmastro che per il suolo che è incoerente ed arroventato dal sole.

La specie è una perenne erbacea, con la sola base legnosa, facilmente riconoscibile per i fiori ad  ombrelle,  con raggi robusti  e petali poco appariscenti  di colore giallo verde. I frutti sono ovali con costole marcate colore giallo o rossiccio.
Le foglie sono carnose, lanceolate, aromatiche e sono eduli anche se il sapore non è gradito a tutti perché molto forte e dal gusto salato; si utilizzano le cime fogliari  quando sono ancora tenere, prima della fioritura, preparandole generalmente sott’aceto; alle isole Eolie  un ciuffetto di foglie di  finocchio marittimo entra  nella composizione del famoso pesto all'eoliana.
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