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martedì 28 gennaio 2025

Mangave: un po' di Manfreda, qualcosa di Agave

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 Premessa

Quando al giovedì arriva il nuovo volantino della Lidl mio marito lo mette da parte e me lo mostra l’indomani mattina a colazione perché sa che mi piace molto, tra un sorso di latte ed un morso al biscotto, guardare la pagina dedicate al Pollice verde dove ci sono le offerte delle piante da fiore e dei fiori recisi che saranno nei negozi Lidl dalla settimana a venire.
Scruto, considero, pianifico e alla fine decido a quale pianta dedicare soldi e tempo con l’intento dichiarato di salvarla, sottraendola a morte certa. Infatti, mentre le offerte su carta del volantino Lidl sono molto invitanti, nei negozi il reparto dedicato al verde è tutta un’altra storia: lo spazio è minimo, di solito relegato all’ingresso o addirittura fuori dal negozio, in un luogo tutto corrente e spifferi; le piante riportate in volantino spesso non ci sono (“Non sono ancora arrivate” dice immancabilmente l’addetto); quelle presenti, soprattutto, se annuali da fiore o perenni hanno un aspetto sbattuto che si accentua nei giorni a venire per carenza di acqua e disattenzione. Le piante sono trattate come merce deperibile a breve scadenza; il loro tempo è limitato ad una settimana, dopo di che, se invendute, spariscono alla vista dei più. Avendo intuito qual è la loro sorte, ogni volta che posso vado a comprarne qualcuna, con l’intento dichiarato di accompagnarla dolcemente verso una buona morte, portandola in un balcone luminoso e confortevole, con un poco d’acqua a reidratare le foglie, una carezza sul fogliame spento, un rinvaso in extremis per darle l’illusione di avere avuto una vita migliore.
Mangave, l’ultimo acquisto Lidl
Già sul volantino il nome di questa pianta mi suona strano: Mangave, mai sentito; è una pianta succulenta che occhieggia dall’interno di un cartone dai colori accattivanti; è venduta in vaso da 13 cm in tre varietà: "Lavander Lady", "Pineapple Express","Redwing" ; è descritta come pianta da interno/esterno, per ambiente poco luminoso e da innaffiare regolarmente.  Corro in negozio il primo giorno utile per espletare la mia buona azione vegetale e l ’acquisto è fatto non senza avere prima girovagato tra vari negozi per trovare la pianta desiderata. Ne porto a casa una e dopo essermi documentata sulla sua storia, corro di corsa al negozio e ne compro altre due varietà perché forse ho trovato una pianta del volantino Lidl che potrà, a casa mia, avere una buona aspettativa di vita.
Mangave è l’acronimo che è stato dato come nome, da tre vivaisti texani, circa quindici anni fa, ad un ibrido spontaneo ottenuto da un incrocio intergenico tra una pianta di Manfreda maculosa, impollinata casualmente da una pianta del genere Agave, probabilmente Agave mitis, nel territorio del deserto del Messico. In effetti piuttosto che un incrocio tra generi diversi, come ritenuto in passato, visto che Manfreda maculosa è stata recentemente riclassificata come Agave maculata, si può parlare più propriamente di un incrocio tra specie diverse dello stesso genere Agave, appartenente alla famiglia delle Asparagaceae; l’ibrido è stato poi registrato nel 2010, come x Mangave D.Klein. 
La particolarità di questa nuova pianta è la colorazione vivace delle foglie che risultano spesso maculate o puntinate, (carattere tipico della manfreda) associata alla struttura rigida e simmetrica dell’agave che però ha perso le spine appuntite presenti sulle foglie, diventate, invece, nell’ibrido, morbide ed innocue come in manfreda. In ogni caso da entrambi i genitori è derivato il carattere di resistenza alla siccità, alle alte temperature e alla forte insolazione.
L’ibridatore che più ha creduto nelle potenzialità commerciali degli ibridi Mangave è stato Hans Hansen direttore dello sviluppo dei vivai Walters Gardens, in Michigan. E’ lui che è riuscito a produrre altri ibridi riprodotti poi in vitro per una commercializzazione da grandi numeri. I primi sei ibridi inseriti nella collezione originale Art & Sol hanno nomi assai fantasiosi come: Lavender Lady (Signora Lavanda), Thunderbird (L’uccello del tuono), Bad Hair Day (Giornata dai brutti capelli) , Catch a Wave (Prendi un’onda), , Night Owl (Gufo notturno) e Tooth Fairy (Fatina dei denti) e ad essi negli ultimi anni, se ne sono aggiunti altri per un totale di 30 ibridi registrati
Sono piante dall’aspetto morbido e gentile perché i rostri delle foglie non graffiano nè feriscono; sono molto colorate dando un tocco esotico al giardino e possono essere coltivate con successo anche in vaso perché a rapida crescita ma a sviluppo contenuto e assai adattabili alle diverse condizioni idriche; nei confronti dell’acqua hanno, infatti, un comportamento diverso dalle agavi, ad esempio, non temono gli eccessi ed i ristagni, 
manifestando invece, in queste condizioni una crescita molto veloce; se, invece, se ne vuole rallentare la sviluppo , come nella coltivazione in vaso, basta somministrare acqua con parsimonia.
"Lavander Lady" ad esempio, uno degli ibridi che ho acquistato io, ha foglie a rosetta colorate con sfumature viola; le foglie crescendo diventano completamente verdi creando un contrasto di colore che diviene più intenso in pieno sole; massimo sviluppo in larghezza 40 cm.
"Pourple “blazing saddles” (Selle fiammeggianti viola) ha foglie verdi fortemente puntinate di macchie rosse con un portamento relativamente basso e compatto.
"Painted desert" (Deserto dipinto):foglie verde oliva con una fascia centrale più chiara ricoperta da punti rossi se esposta alla luce del sole; nel complesso, le foglie hanno una patina color bordeaux. Il portamento è eretto, perfetto per la coltivazione in contenitore.


Arrivata a casa portando le Mangaves appena acquistate le ho travasate, innaffiate e messe al sole che dicono aumenti ed esalti la loro particolare colorazione ed ora comincia la vera tribolazione; non mi ci devo affezionare perché , come da tradizione Lidl, saranno anch’esse malate terminali  o,  grazie alla resilienza acquisita dagli avi, un futuro migliore  ha per loro già messo le ali?

Per ulteriori approfondimenti guarda qui

lunedì 25 giugno 2018

Euphorbia candelabrum in terra di Sicilia

African cactus tree
In Sicilia, lungo le coste dell’isola, nei villaggi turistici o nei complessi vacanzieri a mare ma anche in case nobiliari di campagna o antiche ville di città, in spazi condominiali o negli spartitraffico stradali si vedono frequentemente grandi esemplari di Euphorbia candelabrum, una pianta succulenta a portamento arboreo, di origine africana, che può raggiungere e superare i dieci metri d’altezza. La specie non è, date le sue dimensioni, una presenza che passa inosservata ma spesso la si trova confinata in angoli angusti, sacrificata, stretta contro ringhiere o oppressa da muri di recinzione, soffocata dalla vegetazione circostante.  
 
La spiegazione che mi sono data è questa: quando si compra in vivaio una giovane pianta di Euphorbia candelabrum questa ha un aspetto gracilino e dimesso; un simil cactus spilungone dal tronco angoloso, troppo alto per le dimensioni del vaso che lo contiene che, se non sostenuto, cade sempre di lato. Al momento di posizionare la pianta in giardino ogni spazio sembra sempre troppo grande per lei e perciò per contrappasso si finisce per sistemarla in uno spazio angusto generalmente contornato da arbusti e rampicanti che dovrebbero migliorarne l’effetto estetico, facendole compagnia. Ma la specie è un’africana tosta, abituata a vivere in condizioni estreme sia di suolo che di clima e dunque in presenza di acqua e terreno anche moderatamente concimato comincia a crescere a ritmi esponenziali raggiungendo in pochi anni le dimensioni di un vero e proprio albero, in genere troppo grande per lo spazio che inizialmente gli era stato assegnato. Ecco perché è raro trovare esemplari che mostrano tutta la loro imponenza avendo sviluppato una forma perfettamente tondeggiante della chioma formata dalla disposizione ordinata e simmetrica dei rami.
Nonostante Euphorbia candelabrum abbia un aspetto molto simile ad un cactus differisce da questo per molti aspetti: per il continente d’origine ad esempio; mentre i cactus sono americani l’Euphorbia è specie succulenta dell’Africa orientale dove però è chiamata, a confondere le idee, “African cactus tree” ed anche la Famiglia botanica è diversa, appartenendo l’Euphorbia alla famiglia delle Euphorbiaceae.
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La specie ha rami persistenti che si dirigono verso l’alto con una lunghezza anche di tre metri, distribuendosi a formare una chioma arrotondata su di un tronco cilindrico, prima di colore verde, poi grigiastro, che può accrescersi sino ad un metro di diametro. 
I rami, tetragoni e costoluti, sono molto ramificati e di colore verde come nei cactus, poiché svolgono funzione fotosintetica; lungo i margini sinuosi sono presenti spine rigide.
Il legno è fragile e non è raro assistere ad un collasso del tronco schiacciato dall’eccessivo peso della chioma.
Nei luoghi d’origine la specie viene utilizzata per realizzare coperture, suppellettili varie ed anche strumenti musicali. Le foglie lanceolate a base ovale sono semplici e persistenti solo nelle piante giovani.
Su piante adulte, in estate compaiono i fiori che sono riuniti in infiorescenze terminali di colore giallo, dette ciazi, tipiche della famiglia delle Euphorbiaceae.
Ogni infiorescenza si presenta come un fiore unico il cui involucro è formato da brattee saldate a coppa, alternate con nettari. I fiori tendono ad essere piccoli ed insignificanti con fiori maschili ridotti ad un singolo stame che circondano un fiore femminile che è ridotto ad un solo pistillo. Dai fiori si sviluppano frutti a tre lobi che scoppiano a maturità lanciando i semi a distanza.
Come in tutte le Euphorbiaceae i diversi organi della pianta, se incisi, trasudano un lattice biancastro molto tossico che può causare cecità se entra in contatto con gli occhi. Anche il fumo derivante dalla combustione dei rami è irritante e dai fiori che, per la presenza di nettari attirano molte api, si ottiene un miele che provoca una sensazione di bruciore in bocca che viene intensificata se si beve acqua. In natura le piante di Euphorbia candelabrum sono protette dalla convenzione internazionale sul commercio delle specie minacciate d’estinzione (CITES).
Nonostante la sua origine africana, la specie cresce benissimo nei giardini che si affacciano sul mare in area Mediterranea, dalla Sicilia alla Costa Ligure. In Sicilia la specie è comune anche se la sua introduzione è tutto sommato recente essendo la specie giunta probabilmente in periodo coloniale. Ancora ai primi del 900 infatti, il giardiniere Vincenzo Ostinelli nel suo libro, che descrive l’inventario dei 792 generi e 2796 specie di piante da lui coltivate nel giardino della Villa Trabia del Principe di Butera, dal 1882 al 1910,  non fa alcun riferimento all’Euphorbia in questione. Alcuni esemplari di particolare interesse sono stati censiti in Sicilia da Mazzola e Raimondo del Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali di Palermo individuando esemplari di grandi dimensioni a Marsala ed a Cefalù; quest'ultimo, piantato nel 1975 , in quarant’anni ha raggiunto l’altezza di dieci metri con un diametro del tronco di oltre un metro che sostiene una chioma così grande da essere ritenuta verosimilmente la più ampia in Sicilia.
Sito Web
  Dove trovarla: Vivai Torre -Milazzo
 

lunedì 11 settembre 2017

Leonardo Giammanco, curatore di Aizoaceae

 
Leonardo lo potete incontrare insieme alle sue piante in alcune delle più importanti manifestazioni del verde che si svolgono in Italia: Milis, Murabilia, Roma, Salerno e soprattutto in quelle che hanno luogo all’interno degli Orti botanici come Palermo, Napoli, Catania perché a Leo piace lavorare nei posti belli che il suo  lavoro gli  offre di frequentare.
Si sobbarca viaggi lunghissimi per spostarsi in tutta Italia dalla contea siciliana di Modica dove ha casa ed azienda facendo, con il suo furgone, il doppio di strada di un qualunque altro suo collega nordico ma lo fa di buon grado perché a lui non dispiace trascorrere i fine settimana in fiera, nell’intorno del suo banchetto ordinato di piccoli vasi di Aizoaceae ma anche di Cactaceae ed altre succulente, disposti in plateau di piante accuratamente cartellinate dai nomi spesso assonanti: Frithia, Fenestraria, Lapidaria, Monilaria ma anche Lithops, Gibbaeum e Conophytum dando consigli e scambiando informazioni con i molti appassionati che lo aspettano avendo avuta notizia del suo arrivo dal passaparola sui social. 
La sua specialità sono le Aizoaeceae una famiglia di succulente, un tempo classificate come Mesembriantemaceae, che provengono prevalentemente dal Sud dell’Africa e dal Madagascar.
Braunsia, Lithops, Conophytum, Frithia, Fenestraria, Tricodiadema Gibbaeum
Leo le ha scelte, tanti  anni fa, tra le  diverse specie succulente che da appassionato coltivava, per la loro capacità di adattarsi a condizioni climatiche estreme come terreni poveri, scarsità d’acqua, sole cocente, resistenza a predatori e così per imparare a coltivarle è andato a conoscerle nei luoghi d’origine viaggiando dal mare agli altipiani del  Sud Africa ed in Namibia per capirne ecologia e comportamento.
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A casa, nella serra di produzione del suo vivaio, ascoltando musica e circondandosi di cose belle e familiari, Leo si prende cura delle sue piante, molte delle quali nate da semine di venticinque, trent’anni fa (e che assolutamente no, non sono in vendita!) preoccupandosi per il troppo freddo di questo inverno o dell’implacabile sole di quest’estate, cercando di trovare la giusta alchimia nell’assemblare substrati di coltivazione poveri, quanto più simili a quelli delle zone di provenienza.
Aloinopsis peersii

Tricodiadema bulbosum

No vendita tutte!
Le sue cure hanno effetto perché dalle semine nascono in tante fiorendo a profusione in un periodo dell’anno, come l’inverno, povero di fioriture. .
Ci facciamo raccontare da Leo come è nato il suo interesse per questa particolare famiglia di succulente africane:
Leonardo, come è iniziata la tua storia di curatore di Aizoaceae
"Ho deciso trent’anni fa di fare coincidere la mia passione per le succulente con la mia professione a seguito di un momento di crisi del mio vecchio lavoro e mia personale. Mi chiedevo: che senso ha vivere una vita che non è quella a cui aspiri solo per le piccole sicurezze di una vita borghese? Nel 1985 quindi il grande passo, rinuncio a un lavoro statale e mi costruisco la prima serra di neanche 100 mq. Semine, taleaggi e grandi entusiasmi. Faccio pratica e coltivo di tutto. Nei primissimi anni '90 esplode il grande amore per le Aizoacee, famiglia nella quale mi sono specializzato, uno dei pochi in Italia. La mia è una azienda piccolissima, minima la definisco, attualmente poco più di mille mq di serra fredda dove l'unico operatore sono io. Io riproduco, io coltivo, io vendo. Azienda minima ma specializzazione massima nella coltivazione delle Aizoaceae.
Come tutti i grandi amori anche il mio verso le piante che coltivo ha una grande componente emotiva, insondabile, forse di arcaica e primitiva comunione, ma molto razionalmente di esse ammiro la capacità di vivere in ambienti quasi impossibili pur non disponendo di sistemi di difesa come spine e veleni, comuni in altre piante succulente. La loro bellezza di forme e colori, la capacità di fioriture straordinarie, la fantasiosa strategia nel sapersi sottrarre ai cocenti raggi solari estivi e ai predatori animali, la camaleontica possibilità mimetica, le rendono esempi insuperabili nel regno vegetale".

In che periodo e con che modalità queste piante svolgono il loro ciclo vitale?
La gran parte delle Aizoaceae vive in assolate pietraie, tra le rocce sferzate dalla sabbia spinta dal vento, luoghi desertici di una bellezza che solo l'Africa sa offrire; in condizioni climatiche così difficili nel periodo asciutto,  le piante si difendono sospendendo l’attività vegetativa; vanno in riposo ma sopravvivono per la presenza delle cosiddette forme di irrigazione indiretta: nebbia, rugiada e condensa: alcune specie, ad esempio, come i Conophytum vivono nelle spaccature delle rocce dove per brevi momenti della giornata si condensa acqua capace di dare in minimo apporto alle radici. Il loro ciclo di vita è pertanto prettamente invernale con una variabilità tra specie che dipende dalla regione geografica di provenienza; alcune riprendono a vegetare presto, da fine agosto, ma diciamo che da ottobre in poi con il massimo in gennaio la fioritura è al top con un ciclo vitale molto lungo che si protrae sino alla primavera; inoltre, a differenza di altre succulente che hanno fioriture assai brevi, tra le Aizoaceae ci sono specie che fioriscono  per oltre venti giorni di seguito in quanto il fiore rimane aperto solo poche ore al giorno in contemporanea con l’orario di visita dei pronubi, con un bel risparmio di energia e di efficienza riproduttiva.

Lo stesso meccanismo si ha per i semi, chiusi all’interno di capsule ermeticamente chiuse se asciutte; solo quando l’umidità è adeguata per durata e consistenza  le capsule si apriranno  distribuendo i semi tutto intorno alla pianta.

E come le ricrei queste condizioni naturali così estreme nella coltivazione in vaso?
"Cerco di usare dei substrati molto poveri, drenanti, molto arieggiati come pomice e quando riesco a trovarlo uso materiale pietroso facendo un mix di quarzo, granito, silice; raccomando sempre di non usare i terricci commerciali perché non rispettano le esigenze così diverse di specie assai eterogenee".

 Che consiglio si può dare a chi per la prima volta si vuole approcciare a queste piante.
"Io dico sempre che ci vogliono quattro cose per avere successo nella loro coltivazione: 1) cultura: sapere ogni essere vivente dove vive, come vive in che condizioni climatiche; 2) esperienza: devi avere osservato per anni come si sono comportate, che esigenze hanno; 3) sensibilità: devi sentire quello che ogni pianta chiede ed i messaggi che ti vengono lanciati; 4) per ultima un pizzico di intelligenza, che non guasta mai. Le Aizoaceae sono piante molto resistenti che non bisogna assillare con troppe attenzioni; io non mi stanco mai di ricordare ai miei clienti il rispetto del riposo estivo intervenendo con rade spruzzature e nulla più; non sono abituate a troppe cure e finirebbero per morirne".

 
Ma queste piante sono adatte esclusivamente alla coltivazione in vaso o possono essere coltivate anche in un giardino. 
 "Le Aizoaceae sono una famiglia formata da migliaia di specie, la maggior parte si prestano esclusivamente alla coltivazione in vaso come le Lithops ma ho un amico, giù in Sicilia che coltiva in un giardino in collina Chenidopsis bellissimi; altre specie come i Conophytum sono più delicate e dunque devi lavorarci molto per poterle inserire in un contesto giardino ma l’impresa non è impossibile".

Come proteggi le tue piante da cocciniglie ed altri agenti patogeni?
 
"Io sono stato in giro per migliaia di chilometri in Sud Africa su e giù, dal mare agli altipiani ad oltre 1600 metri di quota ed ho sempre incontrato in habitat cocciniglie su Aizoaceae tra loro in perfetto equilibrio ed io dunque,  non ho intenzione di intervenire avvelenando sia l'insetto che la pianta che, tra l’altro, se aiutata, riduce la sua capacità di autoregolarsi, quindi,  non solo non uso prodotti chimici ma non faccio neanche lotta biologia; io le cocciniglie non le combatto per niente, ci pensano gli uccellini, ci pensano gli antagonisti, ci pensa la stessa pianta. Chi compra da me corre il rischio di comprarsi pure dei parassiti però compra una pianta sana e capace di combattere".

Nonostante la particolare sensibilità che ti lega alle tue piante hai mai avuto insuccessi?
"Non si può iniziare un mestiere come il mio senza passione e il rispetto per la natura. Fondamentale lo studio,  la sensibilità, la dedizione e la capacità di non guardare solo al successo economico. Io non mi definisco un collezionista non avendone le smanie di possesso e le avidità del volere tutto ad ogni costo. D'altronde come è possibile collezionare e allo stesso tempo amare esseri viventi? Sono solo un amatore e come tale non miro ad avere le piante più grandi ed appariscenti ma che siano quanto più è possibile vicine alle loro condizioni in habitat. La mia carriera vivaistica è costellata di successi tecnici e commerciali ma non sono mancati e non mancano anche adesso piccoli e grandi fallimenti: debbo confessare che alcune specie, come ad esempio Muiria hortense e alcuni Conophytum continuano ad essere irraggiungibili anche per me".
 
Non c'è allora da disperare, se anche Leo, che le conosce bene ha dovuto registrare negli anni qualche insuccesso di coltivazione, anche chi si dovesse accostare per la prima volta a questa famiglia di succulente africane dovrà mettere in conto qualche difficoltà iniziale almeno sino a quando non imparerà, come ci ha insegnato  Leo, a conoscerle, rispettarle ed apprezzarle.

 
 

sabato 26 agosto 2017

Vivai Cuba ed il Giardino delle Piante Madri

Trichocereus terscheckii ibrido
Sono passati più di 2o anni dalla mia prima visita ai Vivai Cuba di Siracusa e del tempo trascorso non mi ero ben resa conto sino a quando, di ritorno da una recente visita al vivaio svolta in questi caldi giorni d’agosto, sono andata a ripescare alcune sbiadite diapositive del 1993, quando l’azienda era ancora gestita dall’Avvocato Palermo, appassionato collezionista e produttore di succulente ma soprattutto  di kentie e di palme che coltivava, sin dagli anni 60, con capacità e passione in una sua proprietà in contrada Cuba, nei pressi della spiaggia siracusana di Fontane Bianche.
Già da allora l’entusiasmo per le succulente aveva contagiato la figlia dell’avvocato, Mariolina, e a suo marito Pieter; entrambi aiutavano in vivaio e spesso, insieme al gruppo dirigente dall’associazione AIAS di Siracusa, organizzavano interessanti giornate di studio e di promozione della coltivazione dei cactus e delle succulente in Sicilia.
In anni più recenti ho poi avuto modo di incontrare Pietro, che dei tre figli di Mariolina è, per il momento, l’ unico che lavora in azienda ed è spesso in giro per mostre e fiere dove le produzioni dei vivai Cuba spiccano per dimensione, rarità e bellezza.
Oggi i Vivai Cuba si estendono su una superficie di 18 ettari tra coltivazioni in serra e pieno campo e gli anni che sono passati dalla mia prima visita si rendono evidenti non solo per i capelli grigi miei e di Mariolina ma soprattutto per la tipologia di piante che oggi è coltivata in vivaio: non più kentie che non hanno attualmente mercato; poche le palme, falcidiate dal punteruolo e bisognevoli di troppe cure colturali; tante, tantissime, invece, oltre 300 tra specie e varietà, le piante grasse e succulente in catalogo, ottenute da seme  e poi vendute, nelle dimensioni più piccole (vaso 12) tramite intermediari in tutta Europa o utilizzate dai garden designer per angoli di giardini di grande atmosfera come è stato fatto per l’angolo delle succulente nel giardino del Marchese di San Giuliano a Villasmundo.
E proprio per dare giusta collocazione ai grandi, annosi esemplari collezionati in tanti anni di attività, è stato realizzato in vivaio, su un’area estesa quasi due ettari, il “Giardino delle piante madri” un luogo che vuole essere memoria storica del lavoro svolto da questa famiglia di collezionisti e campo catalogo utile al lavoro degli architetti paesaggisti per capire potenzialità estetiche e habitus raggiunto dalle diverse specie in coltivazione.
 

Beucarnea recurvata
Trichocereus terscheckii
Pachicereus pringley, frutto
 

I lavori sono ancora in corso perché come racconta Mariolina “la nostra è un’azienda a conduzione familiare e siamo solo in tre a badare al vivaio aiutati da dieci, dodici operai. Il giardino vogliamo renderlo presto visitabile e per questo abbiamo già realizzato una tensostruttura che diventerà luogo di accoglienza al pubblico”. Nel giardino gli esemplari dei generi  Trichicereus, Pachicereus, Ferocactus, Orocereus,  CarnegiaMarshallocereus, Neocardenasia, Myrtillocactus, si integrano con agavi ed euphorbie, con  Adenium e Kalanchoe; molte le essenze arboree ed arbustive che nell’ambiente siciliano si sono adattate come nelle calde terre d’origine (Moringa drouhardi, Nolina, Uncarina grandidieri, Sapindus mukorossi, Ceiba).








“Ogni pianta del giardino, dice Mariolina, ha una sua storia da raccontare come l’ esemplare di Cassia fistula che occupa la parte centrale della pedana in legno dell’area conviviale; la pianta è stata ottenuta anni fa da un seme portato da un nostro lavorante di nazionalità turca che non ne sapeva il nome né la provenienza: mio marito l’ha accudita per anni riuscendo ad identificarla solo alla prima, solare fioritura.
"Le piante di Moringa poi sono diventate un poco il nostro segno distintivo; tredici anni fa ne abbiamo acquistato tre esemplari che si sono così bene adattati da fruttificare, dando semi con i quali abbiamo potuto riprodurre la specie. In vivaio coltiviamo sia Moringa drouhardii di portamento più ornamentale che Moringa oleifera una vera pianta mangiatutto di cui si consumano foglie, baccelli,  semi e anche le radici."  
"Il lavoro da fare è ancora tanto, dobbiamo cartellinare tutte le piante e completare le pertinenze del giardino badando contemporaneamente alle semine, alla coltivazione e alle vendite; il lavoro è senza fine ma alle volte abbiamo anche soddisfazioni che in parte ci ripagano dei sacrifici svolti: Echinocactus grusonii è una cactacea che coltiviamo in vivaio da oltre sessant’anni e ne abbiamo esemplari monumentali; ebbene, ne abbiamo avuto richiesta dal Messico che ne è la patria d’origine ma dove la specie in natura è in via d’estinzione".
Ho detto a mio marito Pieter che se la vendita andrà a buon fine sarà il coronamento di una vita dedicata a questo lavoro e soddisfatti, finalmente,  potremo andare in pensione".
 
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