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mercoledì 20 aprile 2022

Ochrosia versus Synsepalum

 Un errore potenzialmente fatale

In occasione di una giornata Fai svoltasi a fine marzo ho avuto modo di visitare il Castello di Targia a Siracusa, una bella dimora federiciana la cui struttura attuale risale al XVI secolo, con un giardino di impianto ottocentesco che vale certamente la pena visitare.

In esso sono presenti tutti gli elementi tipici di un giardino di acclimatazione siciliano di quell’epoca: grandi aiuole raccordate da vialetti in terra battuta all’interno delle quali trovano posto specie esotiche come Ficus magnoliodes, diventato oggi un grande albero la cui chioma incombe sull’intero giardino e grandi esemplari di cycas, yucca, Ceiba speciosa, brachychiton, musa,  kentie, Draceana draco, aloe,  Strelitzia reginae;
Tra le specie rampicanti Solandra maxima, Monstera deliciosa e Rosa banksiae poste a contornare i bastioni o le porte di servizio al castello; per le bordure Clivia nobilis e chlorophytum; a completare il giardino semplici elementi d’arredo come vasche con piante acquatiche e panchine in pietra e a lato un grande spazio adibito a orto e agrumeto.
In questo piacevole luogo, gironzolando lungo i vialetti del giardino d’ornamento, mi sono imbattuta in un piccolo alberetto di una specie a me sconosciuta con belle foglie consistenti e grossi frutti di colore rossastro.
Come molte piante presenti nel giardino la specie è identificata da un cartellino su cui è scritto il nome botanico: Synsepalum dulcificum.

Faccio foto, controllo e ricontrollo ma qualcosa non mi quadra. Conosco la pianta del Synsepalum dulcificum, una piccola specie arbustiva di origine africana, per averla vista presso il vivaio di Natale Torre a Milazzo, specializzato in specie esotiche e tropicali molte delle quali dalle proprietà curiose e stravaganti.
Anche il synsepalum ha una particolarità: i suoi frutti infatti, piccoli e rossi, se ingeriti prima di un cibo aspro come il limone lo fanno sembrare dolce, amabile al gusto, a motivo di una sostanza contenuta nella polpa dei frutti che ha il nome esplicativo di “miracolina”. Sono frutti molto intriganti; da Natale Torre la pianta è coltivata in serra fredda ed è coperta da una rete a maglia fitta non tanto per evitare topi o uccelli ma per scoraggiare la raccolta compulsiva di tutti gli umani che visitando il vivaio lo vogliono assaggiare.
I frutti della specie che ho visto in giardino, invece, pur essendo anch’essi rossi, sono più grandi, come due piccole prugne e la pianta ha un habitus che ricorda l’acokanthera un alberetto spesso presente nei giardini siciliani d’antan con foglie inspessite e frutti velenosissimi. 
Per il riconoscimento della specie ho chiesto il parere degli amici esperti del gruppo Fb sulle Piante tropicali e subtropicali che nel giro di pochi minuti hanno risposto al mio post di aiuto dando un nome alla pianta. L’alberetto in questione è Ochrosia ellittica una specie appartenente alla famiglia delle Apocynaceae (questo già dovrebbe dirla lunga sulla sua pericolosità) il cui Genere, descritto per la prima volta nel 1789, proviene dal Sud est asiatico, Australia, Isole dell’India e dell’Oceano Pacifico
Si tratta di un piccolo albero sempreverde con foglie verticillate intere, ellittiche ed un poco incurvate all’estremità. I fiori, di colore bianco crema o giallastro, sono profumati, riuniti in cime ascellari o terminali; i frutti, tossici, abitualmente in coppia sono di colore rosso vivo a maturità; i frutti galleggiano per la presenza di due cavità laterali  favorendone la dispersione via mare tra isole vicine. La corteccia del tronco e dei rami contiene un alcaloide ritenuto efficace nelle cure antitumorali.
Verdetto finale: la pianta individuata in giardino è un' ochrosia e non ha niente a che fare con il synsepalum e se è vero che i giardini ospitano molte specie tossiche e velenose (oleandro, thevetia, plumeria) è altrettanto vero che con l’etichettatura sbagliata il pubblico (come avrei voluto fare io) potrebbe essere spinto a farne un consumo improprio credendo di provare l’effetto “miracolina” da un frutto che può, al contrario riservare, se ingerito, brutte sorprese. Come è ovvio, appena certa del fatto mio, ho avvisato la proprietà per evitare il verificarsi di un errore potenzialmente fatale.

lunedì 25 giugno 2018

Euphorbia candelabrum in terra di Sicilia

African cactus tree
In Sicilia, lungo le coste dell’isola, nei villaggi turistici o nei complessi vacanzieri a mare ma anche in case nobiliari di campagna o antiche ville di città, in spazi condominiali o negli spartitraffico stradali si vedono frequentemente grandi esemplari di Euphorbia candelabrum, una pianta succulenta a portamento arboreo, di origine africana, che può raggiungere e superare i dieci metri d’altezza. La specie non è, date le sue dimensioni, una presenza che passa inosservata ma spesso la si trova confinata in angoli angusti, sacrificata, stretta contro ringhiere o oppressa da muri di recinzione, soffocata dalla vegetazione circostante.  
 
La spiegazione che mi sono data è questa: quando si compra in vivaio una giovane pianta di Euphorbia candelabrum questa ha un aspetto gracilino e dimesso; un simil cactus spilungone dal tronco angoloso, troppo alto per le dimensioni del vaso che lo contiene che, se non sostenuto, cade sempre di lato. Al momento di posizionare la pianta in giardino ogni spazio sembra sempre troppo grande per lei e perciò per contrappasso si finisce per sistemarla in uno spazio angusto generalmente contornato da arbusti e rampicanti che dovrebbero migliorarne l’effetto estetico, facendole compagnia. Ma la specie è un’africana tosta, abituata a vivere in condizioni estreme sia di suolo che di clima e dunque in presenza di acqua e terreno anche moderatamente concimato comincia a crescere a ritmi esponenziali raggiungendo in pochi anni le dimensioni di un vero e proprio albero, in genere troppo grande per lo spazio che inizialmente gli era stato assegnato. Ecco perché è raro trovare esemplari che mostrano tutta la loro imponenza avendo sviluppato una forma perfettamente tondeggiante della chioma formata dalla disposizione ordinata e simmetrica dei rami.
Nonostante Euphorbia candelabrum abbia un aspetto molto simile ad un cactus differisce da questo per molti aspetti: per il continente d’origine ad esempio; mentre i cactus sono americani l’Euphorbia è specie succulenta dell’Africa orientale dove però è chiamata, a confondere le idee, “African cactus tree” ed anche la Famiglia botanica è diversa, appartenendo l’Euphorbia alla famiglia delle Euphorbiaceae.
Sito immagine
 
La specie ha rami persistenti che si dirigono verso l’alto con una lunghezza anche di tre metri, distribuendosi a formare una chioma arrotondata su di un tronco cilindrico, prima di colore verde, poi grigiastro, che può accrescersi sino ad un metro di diametro. 
I rami, tetragoni e costoluti, sono molto ramificati e di colore verde come nei cactus, poiché svolgono funzione fotosintetica; lungo i margini sinuosi sono presenti spine rigide.
Il legno è fragile e non è raro assistere ad un collasso del tronco schiacciato dall’eccessivo peso della chioma.
Nei luoghi d’origine la specie viene utilizzata per realizzare coperture, suppellettili varie ed anche strumenti musicali. Le foglie lanceolate a base ovale sono semplici e persistenti solo nelle piante giovani.
Su piante adulte, in estate compaiono i fiori che sono riuniti in infiorescenze terminali di colore giallo, dette ciazi, tipiche della famiglia delle Euphorbiaceae.
Ogni infiorescenza si presenta come un fiore unico il cui involucro è formato da brattee saldate a coppa, alternate con nettari. I fiori tendono ad essere piccoli ed insignificanti con fiori maschili ridotti ad un singolo stame che circondano un fiore femminile che è ridotto ad un solo pistillo. Dai fiori si sviluppano frutti a tre lobi che scoppiano a maturità lanciando i semi a distanza.
Come in tutte le Euphorbiaceae i diversi organi della pianta, se incisi, trasudano un lattice biancastro molto tossico che può causare cecità se entra in contatto con gli occhi. Anche il fumo derivante dalla combustione dei rami è irritante e dai fiori che, per la presenza di nettari attirano molte api, si ottiene un miele che provoca una sensazione di bruciore in bocca che viene intensificata se si beve acqua. In natura le piante di Euphorbia candelabrum sono protette dalla convenzione internazionale sul commercio delle specie minacciate d’estinzione (CITES).
Nonostante la sua origine africana, la specie cresce benissimo nei giardini che si affacciano sul mare in area Mediterranea, dalla Sicilia alla Costa Ligure. In Sicilia la specie è comune anche se la sua introduzione è tutto sommato recente essendo la specie giunta probabilmente in periodo coloniale. Ancora ai primi del 900 infatti, il giardiniere Vincenzo Ostinelli nel suo libro, che descrive l’inventario dei 792 generi e 2796 specie di piante da lui coltivate nel giardino della Villa Trabia del Principe di Butera, dal 1882 al 1910,  non fa alcun riferimento all’Euphorbia in questione. Alcuni esemplari di particolare interesse sono stati censiti in Sicilia da Mazzola e Raimondo del Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali di Palermo individuando esemplari di grandi dimensioni a Marsala ed a Cefalù; quest'ultimo, piantato nel 1975 , in quarant’anni ha raggiunto l’altezza di dieci metri con un diametro del tronco di oltre un metro che sostiene una chioma così grande da essere ritenuta verosimilmente la più ampia in Sicilia.
Sito Web
  Dove trovarla: Vivai Torre -Milazzo
 

mercoledì 14 agosto 2013

Acokanthera, un arbusto profumato ma assai velenoso

Acokanthera è un arbusto, o più spesso un piccolo alberello, di origine africana presente nei giardini di tradizione in Sicilia e i cui fiori profumati hanno contribuito a definire insieme all’aroma di specie come jasminum, citrus, brugmansia, pittosporum, mandevilla, murraja ed altre specie ancora, l’atmosfera di quei vecchi giardini siciliani di campagna posti a diletto di antiche case padronali circondate da agrumeti o vigneti.  
Erano giardini che i proprietari abitavano in estate e solo dopo il tramonto quando, di ritorno dal lavoro, si andava a prendere il fresco in giardino riposando su panche in pietra che il sole non aveva arroventato perché poste al riparo di arbusti che sapevano convivere con il caldo ed il cui profumo asciutto e pungente aleggiava nell’aria calda della sera mentre l’acqua dalla cisterna scendeva rapida lungo le saie.
Sono i giardini dei tempi in cui il caldo dell’estate siciliana si superava vivendo in case dai muri spessi con le finestre tenute in penombra: persiane accostate, aperture schermate e tende bagnate a rinfrescare le folate d’aria che dal giardino entravano in casa; l’acqua da bere veniva tenuta al fresco nel “bummulu”, orcio di terracotta perennemente avvolto in un panno sempre bagnato e per chi poteva permetterselo, nelle case nobiliari, si passava le giornate torride di luglio in una stanza ad hoc detta “ stanza dello scirocco”; un posto, chiuso, al riparo dal sole, rinfrescato da torri a vento o da intercapedini d’acqua da cui uscire solo con l’arrivo della brezza spazza caldo.
Acokanthera così come altre specie “antiche” ha fatto il suo tempo e nonostante il profumo speciale che si sprigiona dai suoi mazzetti di fiori all’inizio dell’estate, è praticamente scomparsa dai giardini moderni che nessuno ama più frequentare di sera: ci sono le zanzare, i vicini fanno rumore e si sta così freschi in casa se si accende il “clima” e si guarda la TV. Per quei pochi come me, nostalgici, che adorano prendere il fresco in giardino con le gambe spruzzate di Autan, odiano l’aria condizionata e finanche i ventilatori, ma adorano il profumo delle tante specie presenti nei giardini di campagna, riassumo poche notizie utili su Acokanthera spectabilis ( A. oblongifolia nella nuova denominazione GRIN) un bell’arbusto dall’aspetto elegante e delicato ma nelle cui vene scorre un lattice tra i più velenosi del mondo vegetale. 
Acokanthera spectabilis è un arbusto legnoso sempreverde, originario dell’Africa meridionale appartenente alla famiglia delle Apocynaceae; come molte altre specie appartenenti alla stessa famiglia (plumeria, oleandro, allamanda, trachelospermo, strofanto, thevetia) acokanthera ha tessuti vegetali altamente velenosi tanto che la linfa lattiginosa che ne impregna i tessuti veniva utilizzata dalle popolazioni del sud dell’Africa per avvelenare le frecce utilizzate per la caccia all’elefante. Se uno non sa di questa sua intrinseca pericolosità ne apprezza invece particolarmente l’aspetto ornamentale molto attraente per la chioma tondeggiante di un fitto fogliame di colore verde scuro fatto di foglie ovali ed appuntite, coriacee, che in inverno assumono una insolita tonalità violacea.
Nella tarda primavera la parte terminale dei rami, all’ascella delle foglie, si ricopre di grappoli di fiori bianco rosati un poco appiccicosi che emanano un profumo delicato simile al gelsomino. La fioritura si protrae per tre settimane poi ai fiori seguono frutti della dimensione di una grossa oliva di colore cangiante con il progredire della maturazione: prima verdi, poi rosati ed infine nero violacei.
Sembrerebbe che l’unica parte della pianta non tossica sia il frutto maturo ma, nonostante le rassicurazioni di alcuni siti web, mi guarderei dal mangiarne. Sarà per questa sua pericolosità che la specie è divenuta rara nel panorama vegetale ornamentale; vista la velenosità dei suoi frutti molti responsabili di aree pubbliche ne evitano la coltivazione a protezione e tutela dei bambini. La specie abituata al clima africano è naturalmente resistente al caldo, al secco e alla salsedine e si giova di essere coltivata in gruppo.

Oltre alla specie Acokanthera spectabilis ho visto e fotografato all' Orto Botanico di Catania Acokanthera venenata dal fogliame di aspetto più morbido ed aggraziato.
P.S.
La foto senza logo è stata reperita sul web
 
 

sabato 20 aprile 2013

Sophora secundiflora, fiori dal profumo stordente

Sophora secundiflora non è un albero molto usuale nelle città del caldo meridione dove imperano altre specie da fiore come Jacaranda, Grevillea, Chorisia o Bauhinia ed è un vero peccato. Io l’ho incontrato a Palermo, nel Giardino di Piazza Garibaldi, seguendo la scia olfattiva di un profumo intenso e stordente molto simile a quello del glicine; con il naso all’insù mi sono ritrovata al cospetto di un piccolo albero sottile ed eretto dalla fitta chioma tondeggiante carico di grappoli di fiori blu azzurrini attorno ai quali era un gran sciamare di ogni sorta di insetto volatore.
Il profumo di questo piccolo albero di origine americana è considerato uno dei più potenti in natura, simile al glicine ma più intenso e fruttato, molto simile all’aroma della viola doppia di Parma. Lo si percepisce anche a distanza e potrebbe essere un toccasana per le piccole aree a verde delle nostre città circondate dai cassonetti della indifferenziata.
Il colore dei fiori, poi, preannuncia, nella precoce primavera, il blu violetto della più gettonata Jacaranda; grandi grappoli pendenti di fiori papilionati che fioriscono scalarmente per un lungo periodo; la particolarità dei grappoli prodotti da questa specie è quella di non avere forma cilindrica, come ad esempio il glicine, ma di essere disposti tutti verso l’esterno della chioma come una larga, corta cravatta pendente in modo da svolgere funzione vessillare per attirare gli insetti impollinatori.   
La specie un tempo chiamata Sophora secundiflora, oggi meglio classificata come Calia secundiflora, è un arbusto o più spesso un piccolo albero sempreverde appartenente alla famiglia delle Fabaceae, originario delle regioni americane del Texas e del Messico settentrionale caratterizzate da clima asciutto e molto caldo con piovaschi estivi. Ha foglie composte imparipennate dalla forma affusolata verso la base piuttosto che verso l’apice della foglia che conferiscono alla pianta una chioma fitta, piena anche all’interno dell’albero che cresce, tuttavia, molto lentamente. Dai fiori, come in tutte le leguminose, si producono dei corti baccelli legnosi indeiscenti profondamente stretti tra i semi che perdurano a lungo sulla pianta aprendosi anche ad un anno di distanza dalla loro produzione.
Sito immagine
I semi sono fagioli dall’incredibile colore scarlatto, velenosissimi perché contengono un potente alcaloide detto citisina; il consumo di un solo seme può provocare nausea, convulsioni e anche morte per asfissia. La strana storia che ho letto a proposito di questi semi riguarda l’uso che di questi fagioli “mescal bean” facevano le popolazioni indiane d’America sin da epoche preistoriche. I semi, infatti venivano utilizzati per procurare visioni divinatorie durante la cerimonia propiziatoria chiamata “Danza del fagiolo rosso”.

Le popolazioni Apache, Comanche, Iowa , i cui nomi abbiamo imparato in mille film western, durante i riti tribali ballavano tutta la notte per poi bere, stremati dalla fatica, un decotto a base di fagioli rossi della Sophora; prima si avevano allucinazioni, poi si vedeva rosso e quindi si finiva per vomitare ed evacuare, raggiungendo uno stato comatoso ritenuto efficace per la purificazione del corpo e dello spirito. Guardando questo gradevole alberello chi avrebbe mai potuto immaginare un passato così pittoresco? Nel nostro clima Sophora secundiflora può essere coltivata in ambienti dove le temperature minime invernali non scendono oltre lo zero; in altre regioni si può tentare di trovare un posto a ridosso di un muro assolato per ripararla dal freddo invernale.
Dove trovarlo:

 

lunedì 26 novembre 2012

Thevetia peruviana, il seme della fortuna

 
Thevetia peruviana, conosciuta anche con il sinonimo di Thevetia neriifolia, è un arbusto tropicale appartenente alla famiglia delle Apocynaceae molto diffuso sia come specie spontanea che  come ornamentale nelle regioni a clima tropicale e sub-tropicale (USDA zone 9-11);  nei giardini delle regioni a clima temperato caldo la specie trova utilizzazione come arbusto sempreverde molto decorativo per la lunga ed abbondante fioritura estiva di fiori campanulati di colore giallo zafferano, in virtù dei quali la thevetia è nota nel mondo anglosassone  con il nome di “oleandro giallo”.
La thevetia si presenta come un arbusto o piccolo alberello con rami flessibili e divergenti che portano foglie lucide, lineari, ristrette all’apice e con il bordo fogliare rivolto leggermente verso l’alto.
In estate in cima ai rami compaiono gruppi di fiori riuniti a mazzi dalla forma ad imbuto con cinque petali sovrapposti di colore giallo intenso (ma ce ne sono varietà anche di colore bianco e pesca) che si evolvono in drupe globose di colore verde oliva contenenti semi di forma tozza, lenticolare di colore bruno. La thevetia si riproduce facilmente per seme e si presta ad essere coltivata in vaso.


La specie è dedicata al monaco francese André Thevet che nel 1557 effettuò un avventuroso viaggio in Brasile per il quale divenne celebre e che descrisse nel suo libro: Les Singularitez de la France Antarctique, autrement nommee Amerique: (et) de plusieurs Terres (et) isles decouvertes de nostre Temps (Le singolarità della Francia Antartica, altrimenti detta America: e di numerose Terre e isole scoperte ai nostri tempi). Il genere comprende specie velenose come quasi tutti gli altri generi appartenenti alla famiglia delle Apocynaceae (Oleandro, Allamanda, Acokanthera) . Tutti i tessuti della pianta emettono un lattice bianco molto velenoso perchè contengono un glucoside chiamato thevetina, caratterizzato da elevata tossicità, la cui presenza si concentra nei semi. Da un resoconto della BBC di qualche anno fa nello Sri Lanka al consumo di semi di Thevetia si attribuiva un alto numero di casi di suicidio sia per la facilità di reperimento dei semi, visto che la specie cresce spontanea ai bordi delle strade, sia che per la loro elevatissima tossicità; basta, infatti, l’ingestione di un solo seme per causare la morte.
Anche agli indigeni delle regioni tropicali era ben conosciuta questa caratteristica dell’intera pianta che veniva usata per confezionare potenti veleni impiegati sia i per la pesca che per avvelenare le frecce. Nonostante la pericolosità della specie, la thevetina in dosi adeguate veniva utilizzata nella medicina popolare praticata da sciamani come cardiotonico e come rimedio per abbassare la febbre. I semi della thevetia hanno una forma assai particolare tanto da essere considerati, in India, dei talismani portafortuna da utilizzare per realizzare amuleti o da tenere in tasca e rigirare tra le dita.

I semi della thevetia hanno un elevato contenuto in olio ed in Messico, dove la pianta è praticamente in continua fioritura, hanno provato a coltivare la specie in modo estensivo per estrarne l’olio tramite spremitura dei semi, ottenendo glicerolo ed esteri, da cui ricavare biodisel. Da prove di coltivazione effettuate in questo paese da un ettaro coltivato a thevetia si potrebbero ricavare oltre 1000 litri d’olio con un rendimento considerato superiore ad altre specie più tradizionalmente usate come specie oleaginose (colza, girasole e arachide) da cui pure si ottengono biocarburanti.

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mercoledì 23 maggio 2012

Melia azedarach: un albero "fronte mare"

Specie resistente alla salsedine


Domanda: Ho una casa per le vacanze con un piccolo spazio verde che si affaccia sul lungomare di una località balneare siciliana. Vi trascorro essenzialmente l’estate ed è in questa stagione che sento la necessità di avere, nel mio piccolo giardino, un albero di non grandi dimensioni, capace di fare ombra e rendere gradevole il soggiorno all’aperto. Quando ho acquistato la casa, in giardino c’era già un albero d’olivo che, tuttavia, ho dovuto estirpare essendo allergico alla sua fioritura. Volendo trovare una valida soluzione, che specie mi consiglia di utilizzare che sia resistere alla salsedine e  non provochi fenomeni di allergia?

Risposta: Dopo anni di osservazione sul campo ho potuto constatare che il numero di specie arboree, utilizzabili nei giardini dislocati lungo le coste, non sono molte e lo dimostra l’esiguo numero di specie arboree impiegate dalle amministrazioni comunali per la sistemare a verde delle aree pubbliche affacciate sul mare: palme, tamerici, oleandri, e su grandi superfici, ficus, phitolacca, chorisie, erythrine ma anche lecci e olivi. 
Messina: lungomare con ficus e palme
Tra tutte le specie primeggiano comunque le palme che pur avendo, nel corso dell’inverno, le foglie spesso bruciate dal vento e dal sale, con l’emissione di nuove foglie e la potatura delle vecchie riacquistano in estate un aspetto gradevole. A causa del punteruolo rosso, tuttavia, l’utilizzo delle palme è stato fortemente ridimensionato.  Il verde delle zone marine non è, dunque, di facile  progettare sia per il vento che spira costantemente in una direzione, conferendo alla piante un antiestetico effetto “bandiera”, sia per l’elevato contenuto di salsedine delle goccioline d'acqua trasportate dal vento che risulta tossico per le foglie di molte piante; esse vengono letteralmente bruciate  dal sale che determina necrosi dei tessuti   con conseguente morte e caduta precoce delle foglie.

Fra le specie arboree di medio sviluppo, di aspetto gradevole ed ottima resistenza al vento e alla salsedine, mi sentirei, tuttavia,  di consigliarle Melia azedarach una specie proveniente dall’Asia che si è assai bene integrata nel  contesto climatico mediterraneo.
Melia azedarach

E’ una specie che ama gli ambienti caldi e molto luminosi prediligendo esposizioni fortemente soleggiate. Lasciato crescere, è un albero a fronda leggera che raggiunge i dieci metri d’altezza ma che può essere facilmente potato con forme di allevamento a sviluppo più contenuto. E’ specie che perde le foglie in inverno ed è questo uno dei motivi della sua resistenza alla salsedine. Alla ripresa vegetativa compaiono le foglie pennate, composte da numerose foglioline a margine dentato, molto simili a quelle del frassino da cui il nome generico di Melia (frassino, appunto).
I fiori compaiono all’inizio dell’estate e sono di colore lilla pallido, a cinque petali e con la parte centrale del fiore, che contiene gli stami, di colore viola scuro.
Fiori di Melia Azedarach
Ai fiori, riuniti in grandi pannocchie, seguono frutti tondeggianti, di colore giallo pallido che perdurano tutto l'inverno sulla pianta. Sono drupe la cui polpa, dall’odore sgradevole, contiene un seme naturalmente cavo al centro. Questa particolarità fa si che i semi della melia siano stati tradizionalmente utilizzati come grani dei rosari.
Frutti di Melia azedarach
Le foglie manifestano un effetto repellente nei confronti di api ed insetti consentendo un tranquillo soggiorno in giardino le sere d'estate.  Non risultano a carico della Melia particolari notazioni per chi soffre di allergie, tuttavia, essendo la pianta velenosa in ogni sua parte, molti siti ne indicano una potenziale pericolosità per i gatti.

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