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venerdì 11 dicembre 2020

Plectranthus, in balcone mai senza

 

Questi mesi di inizio inverno sono mesi tristi per il giardiniere da balcone che ha puntato tutte le sue carte sulle fioriture; non appena plumerie, brugmansie, ibischi, mandeville e thevetie hanno visto appassire gli ultimi fiori autunnali e quando anche le bulbose tardive sono andate a riposo, il balcone appare smorto, svuotato, melanconico; non ci sono fiori da annusare, boccioli da sbirciare, crescita vegetativa da controllare. Meno male che in questo mortorio ci sono loro, i plectranthus, un genere di piante sempreverdi con foglie e fusti molto aromatici che si adattano molto bene alla coltivazione in vaso.
Il genere, che appartiene alla famiglia delle Lamiaceae, comprende circa 350 specie di piante vivaci, semi succulente, originarie di vari ambienti dell’Australia e delle Indie anche se la maggior parte delle specie proviene dalle regioni sub tropicali dell’Africa australe. I plectranthus sono utilizzati generalmente nei giardini dei climi caldi come piante tappezzanti; nei luoghi climaticamente meno fortunati vengono coltivati in vaso come piante da appartamento o come annuali; nel clima isolano stanno bene all’aperto e nel mio balcone trovano un utile impiego come efficaci piante tappabuchi; ne stacchi un pezzetto di ramo lo metti in un vaso e da questo, pian pianino si sviluppa una nuova pianta che tende con la crescita ad acquisire un portamento ricadente.
Io in balcone ne ho diverse specie acquistate nei mercatini o propagate da piante di amici; tutte hanno fusti quadrangolari e foglie carnose e pelosette di colore verde più o meno intenso anche marginato o variegato di bianco; le foglie se strofinate o anche solo strusciate emanano un aroma particolare che qualcun associa all’incenso (Plectranthus glabratus) ed altri, come nel caso della specie Plectranthus amboinicus , all’origano, da cui l’appellativo comune di origano cubano o messicano.
La fioritura che è tipica della Lamiaceae, è estiva ma alcune piante nel mio balcone siciliano stanno preparando i fiori anche in questi giorni di Avvento;  i fiori sono in genere di colore rosa, bianchi o blu lavanda.

Leggo sul web che le specie maggiormente diffuse in coltivazione sono: Plectranthus amboinicus, Plectranthus ornatusPlectranthus verticillatus, Plectranthus fruticosus, Plectranthus caninus, chiamato anche "terrore dei gatti" poiché la pianta funge da repellente contro cani e gatti. Numerose sono le varietà che sono state selezionate sia per le fioriture dai colori più intensi sia per il fogliame che in alcuni casi presenta la pagina inferiore di un colore rossiccio che vira verso il nero. Dei plectranthus, piante così facili da coltivare, versatili e di aspetto piacevole non potrei più fare a meno e ne ho iniziato una collezione; se in estate fanno con discrezione da sfondo e da bordura verde alle specie in fiore, alla vigilia di Natale sono piante protagoniste avendo conquistato con merito un posto di prima fila nel mio balcone.

In passato ho parlato di pectranthus anche qui e qui


lunedì 21 gennaio 2019

Jasminum kedahense, un gelsomino chiamato Mario

Non ci volevano certo gli americani per farmi sapere che oggi, terzo lunedì del mese di gennaio, è Blue Monday , il giorno più triste dell’anno.
Lo so da tempo e non vale solo per questo lunedì, ma anche per tutti gli altri tristi giorni del mese di gennaio e per più di un motivo che di seguito vi starò ad elencare: Clima: io odio il freddo e anche se l’inverno siciliano, qui a Catania, non fa registrare temperature polari, a me, ugualmente, si spaccano le dita; piccole fessure ai bordi delle unghie che mi provocano fastidio e dolore soprattutto quando devo premere sul bottone della cassetta del bagno. Soldi: dalla tredicesima di metà dicembre molte spese sono passate sotto i ponti e il nuovo stipendio di gennaio, necessario a reintegrare il conto in banca, tarda, tarda troppo, ad arrivare. Dieta: i sensi di colpa conseguenti gli stravizi di Natale sono difficili da superare visto che non riesco a scalare neanche un grammo dal mio peso limite stagionale. Verde: tutto è in sospeso in attesa della stagione dei fiori; nei malinconici bancali dei discount o dei bricò  solo bulbi e ciclamini che non sono proprio la mia passione con l’aggravante dei vivai chiusi la domenica per assenza di piante fiorite da commercializzare.
Ma ad illuminare questo buio esistenziale una notizia bellissima mi è giunta in questi giorni via FB
Sito immagine
Filippo Figuera del vivaio Malvarosa, specializzato qui in Sicilia, nella produzione di pelargoni e gelsomini ha presentato in questi giorni una novità capace di controbattere ogni melanconia da Blue Monday: Jasminum kedahense, una specie di gelsomino presente in una regione della penisola malese (Kedah Peak), riprodotta con pazienza e fatica da diversi anni ed ora pronta per la commercializzazione sia in vivaio che online.
La particolarità di questo gelsomino è la fioritura invernale che avviene in dicembre -gennaio con fiori che emanano un profumo delicato che, a detta di Filippo, ricorda vagamente quello delle violette.  
Appresa la notizia non ho resistito e sono andata di persona in vivaio per vedere ed annusare dal vivo questo gelsomino novità e farmi raccontare a due voci da Filippo e sua moglie Agata la storia di questa pianta.
Jasminum kedahense è originario della penisola malese. Si tratta di una splendida specie a foglia intera, a fiore grande, bianco e profumato, con i boccioli pennellati di rosso. I gelsomini a foglia intera sono forse il gruppo di gelsomini più interessante e meno conosciuto. Di questi è molto amato e diffuso Jasminum Sambac, con alcune sue varietà, ma in maggioranza i gelsomini di questa sezione sono ancora poco diffusi. Possiedo la pianta madre di Jasminum kedahense credo da 7 anni. Mi fu donata da Mario Mariani, collega vivaista giardiniere del vivaio Central Park. Un giorno a Milano, durante Orticola, facendosi largo nel fiume di visitatori, venne al mio stand e al volo: "Questo è interessante per te. Un gelsomino. Non so come si chiama, ma è bello". Il massimo delle conversazioni che possiamo permetterci durante Orticola. Da allora quell'esemplare è stato in una serra, come pianta madre. Ogni anno è stato potato drasticamente per riprodurlo, prendendo tutto il "materiale" possibile per fare talee. Sembra facile, ma ci sono voluti anni per arrivare ad avere una produzione e metterla in vendita. In questi anni lo abbiamo chiamato Mario, per comodità. Ma nel frattempo ho iniziato a osservarne le caratteristiche per risalire al suo vero nome. Forma, posizione e dimensioni delle foglie, della corolla. Struttura dell'infiorescenza. Dimensioni e forma del calice, lunghezza dei lobi."
"Le specie simili sono molte. Ma il periodo di fioritura è stato un indizio forte. La fioritura invernale è anche la caratteristica "vincente" di questa pianta. Perché tra i gelsomini da noi coltivati è l'unico tipico di questa stagione ed è anche un bel cespuglio sarmentoso, che tende ad arrampicarsi".
"La specie proviene dalle foreste tropicali, dove vive a quote superiori agli 800 metri; ma l'origine non deve trarre in inganno, le nostre piante hanno conosciuto anche qualche grado sotto lo zero.”
Ma avete provato la coltivazione solo in serra o anche all’aperto?
La pianta madre è sotto copertura ma in una serra fredda ed ancora non ne abbiamo provato la coltivazione nel nostro Giardino dei Gelsomini; nutriamo però buone speranze che non debba soffrire eccessivamente per il freddo perché molto simile per portamento e periodo di fioritura a Jasminum multiflorum che noi coltiviamo anche all’aperto con piante che in inverno continuano a produrre fiori".
Jasminum multiflorum
Avete avuto già prenotazioni per questa specie novità?
"Si, subito dopo avere pubblicato sul nostro blog il post di presentazione di Jasminum kedahense abbiamo avuto diverse ordinazioni che dimostrano l’interesse per molti di disporre di un gelsomino profumato a fioritura invernale".
Boccioli fiorali di Jasminum kedahense
L’impressione che ho avuto di Jasminum kedahense come pianta in vaso è stata molto positiva per tipologia, forma e colore dei fiori che hanno, da boccioli, una particolare colorazione rosso, rosata. Un poco meno aggraziata mi è sembrata la forma che è quella di un arbustone che presenta lunghi sarmenti un poco disordinati anche se i caratteri li ho rilevati sull’esemplare originale che è stato ogni anno drasticamente potato per reperire il materiale di propagazione. Ma quel che più conta è il profumo dei fiori che è delicato ma persistente, capace di fare passare in secondo piano le malinconie del Blue Monday.
Per una rapida descrizione botanica riporto il testo  tratto dal libro The Genus Jasminum in cultivation, P. Green e D. Miller, A Botanical Magazine Monograp,  fornitami da Filippo.


P.S.
A proposito del "Gelsomino chiamato Mario", ho avuto modo di contattare Mario Mariani che è vivaista e cultore di piante un po’ speciali come graminacee, muschi, felci  ed altre specie per zone d'ombra che coltiva nel suo Vivaio, che ha nome Central Park, a Galliate in provincia di Novara e gli ho chiesto come fosse venuto in possesso della pianta di Jasminum kedahense regalata anni fa a Filippo Figuera. Mario mi ha raccontato a proposito una storia interessante: ”La pianta originaria era stata raccolta in Malesia da Peter Smithers che la coltivava in serra nella sua casa di Vico Morcote (Sir Peter Smithers è stato uomo politico e diplomatico britannico a cavallo della seconda guerra mondiale ricoprendo anche il ruolo di Segretario d’Europa a Strasburgo; appassionato da sempre di botanica divenne giardiniere in terza età nella sua residenza sulle rive del lago di Lugano dove creò un ecosistema- giardino a misura delle sue forze di giardiniere anziano in grado di autoregolarsi come ecosistema autonomo. Autore del libro L’avventura di un giardiniere). "Nel 2003/2004", continua Mario, " sono stato da lui e me ne ha regalato un pezzetto .... insieme a un sacco di altre piantine e semi. Ci teneva molto a questa pianta e ne ho avuto una talea solo perché ho ….rotto talmente ed era rimasto un po’ affascinato dal mio occhio lungo. Anni dopo ne ho regalata una delle mie a Filippo ... “ favorendo questo inusuale gemellaggio, aggiungo io, tra il Canton Ticino, la Lombardia e la Sicilia. 
 
 

venerdì 17 agosto 2018

Gli oleandri in vaso dei Vivai del Mela

In Sicilia, il tratto pianeggiante di costa tirrenica che si affaccia sulle isole Eolie, tra Capo Milazzo e Capo Tindari, presenta un’alchimia pedoclimatica così particolarmente favorevole alla crescita delle piante da essere considerato da sempre luogo vocato alla coltivazione produttiva tanto che già per i greci Mylas (Milazzo) era il luogo in cui pascolavano i buoi sacri al sole e anche Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia ne decantava la particolare ricchezza delle acque. 
Questa pianura è stata da sempre luogo di un’intensa attività agricola che nel tempo ha subito una progressiva evoluzione: le colture tradizionali sono sempre state la vite ed olivo ma  dall’inizio del Novecento cominciò a diffondersi un' agricoltura irrigua intensiva con la coltivazione di ortive (soprattutto pomodoro), gelsomino ed agrumi; infine, a partire dagli anni Settanta, come conseguenza della crisi della viticoltura e dell’orticoltura, si è registrato un lento ma costante incremento della superficie destinata alla coltivazione di specie ornamentali in vaso ottenute in pien’aria ed in serra: primi fra tutti gli agrumi e gli olivi ornamentali prodotti, secondo le statistiche ufficiali, per oltre 2 milioni di vasi l’anno, seguiti da specie diverse da fiore (grevillea, bouganvillea, oleandro, callistemon, mimosa, leptospermum, mirto) e da un’ampia offerta di palme. Non manca, inoltre, nell’ultimo decennio, la coltivazione di eccellenti produzioni vivaistiche di fruttiferi subtropicali come avocado, annona e mango.
Mango Osteen Vivai Torre
Nel cuore di questo comprensorio agricolo, attraversato dal torrente Mela, hanno sede i Vivai del Mela di Giovanni Maimone, un’azienda a carattere familiare che in quasi quarant’anni di attività è riuscita a diventare leader in Europa nella produzione di oleandro in vaso.
Il vivaio esteso complessivamente circa 20 ettari è formato da un corpo centrale di dodici ettari e da numerosi appezzamenti satelliti molto frazionati dove si effettuata la radicazione delle talee su una superficie coperta di tre ettari e dove vengono prodotte le diverse tipologie di vaso che vanno dal più piccolo che ha diametro di undici centimetri ed una sola talea, al vaso da sessanta centimetri che contiene esemplari da esposizione alti fino a due metri; in mezzo, l’assortimento prevede oltre dieci tipologie di cespuglio e cinque- sei tipi di oleandro ad alberello.
 
Quando nel 1980 l’azienda è stata costituita, si coltivavano soprattutto piante mediterranee in vaso ma in seguito, per differenziarsi dagli altri produttori e concentrare gli sforzi su una sola tipologia di prodotto, si decise di puntare sull’oleandro, una specie autoctona mediterranea che cresce spontanea sulle rive sassose delle fiumare siciliane e che rimane fiorita a lungo in estate con fiori che, nelle oltre duecento varietà oggi selezionate, possono essere semplici o doppi ed avere colori che vanno dal bianco, al rosa, al salmone, al rosso.
Il prodotto realizzato dai Vivai del Mela, che può contare per la relativa lavorazione su uno staff di oltre cinquanta persone, ha una sua connotazione ben precisa sul mercato, differenziandosi nettamente dall’oleandro prodotto da altre aziende ed utilizzato per lavori di landscape in spazi a verde pubblici o privati; la famiglia Maimone ha scelto, infatti, di realizzare un vaso fiorito di oleandro a sviluppo molto contenuto e vegetazione compatta che, venduto nei garden center o tramite la grande distribuzione, è molto richiesto nei paesi del nord Europa che lo utilizzano prevalentemente come pianta estiva da balcone, per patii o verande. In Germania per esempio l’oleandro è considerato una pianta di buon augurio e per questo è tenuta in bella vista alle finestre delle cucine.
Quella dell’oleandro non è una produzione difficile da effettuare ma per essere eseguita nei tempi richiesti tutto deve essere accuratamente preparato e scadenzato: un qualunque errore ad esempio, nella composizione del terriccio di radicazione o una anomalia nell’andamento climatico o nella distribuzione dell'acqua irrigua, si traducono in un minor numero di talee radicate con conseguente riduzione della produzione dell’anno. Una produzione eseguita con tempistica industriale e criteri di eco sostenibilità che prevedono, ad esempio, la messa in atto di una serie di accorgimenti certificati da un ente esterno per ridurre l’impatto ambientale, attraverso l’ottimizzazione dei consumi idrici ed energetici e riciclando in maniera idonea tutti i materiali di scarto dell’azienda.
Vaschette anti abbattimento e a risparmio d'acqua
Il ciclo di produzione comincia dalla radicazione delle talee che vengono prelevate su piante madri le cui varietà sono state selezionate in funzione della resistenza ad alcune malattie, al freddo, alla buona robustezza della chioma o alla precocità di fioritura primaverile. Sono preferite in genere le varietà a fiore semplice per i mercati del nord perché le doppie hanno fiori che per aprirsi necessitano di elevate temperature.
A partire dai primi giorni di maggio e per tutto il mese, oltre tre milioni di talee semilegnose vengono messe a radicare effettuando il taglio della gemma apicale in modo da favorire la naturale tendenza della specie di emettere tre gemme laterali. Le talee che emettono solo uno o due getti vengono scartate e con un nuovo taglio avviate ad una successiva produzione. Un vaso predisposto con tre talee avrà nove rami fioriti con portamento pieno e compatto.

Le piante così trattate devono raggiungere lo sviluppo quasi definitivo entro la fine dell’estate perché, coltivate in pien’aria, già ad ottobre la crescita tenderà a rallentare. L’ inverno mite siciliano consente poi una buona induzione fiorale ed il raggiungimento di un adeguato accrescimento per un prodotto che potrà essere commercializzato con bottoni fiorali già pronti nella primavera successiva. Per vasi di maggiore dimensione si dovrà prevedere un trapianto ogni anno per ogni nuovo travaso.
La famiglia Maimone è una presenza costante alla grande fiera di Essen forte di una produzione che va oltre il milione di vasi fioriti l’anno, commercializzati tramite grossisti in tutta Europa. Novità di questi ultimi anni i vasi multicolor ottenuti con talee di tre varietà diverse per una fioritura estiva di grande effetto ornamentale.
Ma io domando e dico perché piante così belle non vengono commercializzate pure da noi?
 
Chi volesse vedere il filmato ufficiale di presentazione dei Vivai del Mela
 

sabato 13 gennaio 2018

Hoffmannia, la pianta dalle foglie taffetà

Che pianta è questa?
Domanda: Mi hanno regalato per Natale una pianta in vaso, da tenere in appartamento, dalle foglie molto decorative di colore verde intenso e con la pagina inferiore colore rosa con riflessi metallici; non ne conosco il nome e non so quali siano le sue esigenze colturali. Può aiutarmi ad identificarla?

Per dare una risposta alla sua domanda ho interpellato qualcuno che penso sia molto esperto nel settore commerciale delle piante in vaso, sia fiorite che da fogliame, in quanto da oltre quarant’anni a Catania, prima in un vecchio capannone, poi un poco più giù, in un grande negozio-vivaio attaccato all’abitazione di famiglia, rappresenta un punto di riferimento in città per chi deve acquistare piante stagionali siano esse popolari ma anche non usuali , da regalare in occasione di inviti e festività.
Il negozio è sempre aperto e la signora Grasso che ne è titolare, coadiuvata da un entourage familiare tutto al femminile, fornisce su richiesta consigli di coltivazione che si sono sempre rivelati efficaci alla prova dei fatti.
La pianta in questione, mi dice la signora, si chiama Hoffmannia ed è una specie da appartamento, di sviluppo contenuto, dal fogliame molto decorativo.
Io,  per contribuire, ho fatto qualche ricerca per saperne di più.
Le specie del genere Hoffmannia (oltre 100 ) sono originarie della fascia a clima tropicale dell’America centrale e del sud. Sono generalmente specie a crescita bassa, dal fogliame molto ornamentale sia per la dimensione delle foglie che per il colore che, in alcune specie, ha tinte e consistenza così variegate da essere indicata dagli inglesi  come “taffeta plant”; le foglie, infatti come se fossero  taffetà, un tessuto elegante utilizzato per abiti da cerimonia, hanno una superficie fogliare corrugata e consistente, con venature  prominenti, il cui colore varia dal verde scuro su bronzo, con spruzzi di luce argento e rosa, al colore rosso bruno con tonalità rosate anche sulla pagina inferiore delle foglie; i fiori sono poco appariscenti.
Nei paesi d’origine sono piante utilizzate per realizzare macchie di colore nei giardini; in climi meno favorevoli è preferita la sua utilizzazione come pianta in vaso da tenere in appartamento.
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Il Genere Hoffmannia, che è stato attribuito alla famiglia delle Rubiaceae, deve il suo nome al professore Greg Franz Hoffmann, nato nel 1740 e morto nel 1825, che fu docente di botanica e micologo tedesco specializzato in licheni e muschi al quale nel 1787, il botanico svedese Olof Peter Swartz (1760-1818) dedicò il genere Hoffmannia che comprende alcune specie come Hoffmannia ghiesbreghtii e Hoffmannia refulgens che sono quelle maggiormente coltivate come piante in vaso da fogliame. Sono piante che rifuggono il sole diretto visto che nei luoghi d’origine vivono sotto copertura vegetale, amano l’umidità atmosferica e le alte temperature ed è a questi parametri che dobbiamo fare riferimento per mantenere la pianta in salute.  A livello commerciale sono stati creati  ibridi di Hoffmannia dal fogliame ancora più appariscente come “Fantasia” un incrocio tra Hoffmannia ghiesbreghtii x Hoffmannia roezlii le cui foglie sono trapuntate di colore verde oliva, ramato scuro, con venature più chiare sotto la superficie bronzata o Hoffmannia ghiesbreghtii “Variegata” che ha foglie chiazzate di bianco- crema, giallo e rosso.
POST SCRIPTUM
Se vi dovesse capitare di ritrovare un giorno la pianta collassata come quella in foto, non vi allarmate ...
è mancanza d'acqua; lasciatela in immersione per una notte nel sottovaso pieno d'acqua e la mattina dopo la vedrete risuscitata. 
 
 

venerdì 23 giugno 2017

Rhodochiton atrosanguineum: una novità da provare

Cosa c’è di più bello che trovare, girellando tra i vialetti di un vivaio, tra le tante fioriture di stagione, una pianta sconosciuta e niente male; lunghi tralci alla caccia di un appiglio, fiori viola a corolla tubolare  con in testa un calicetto ad ombrellino  che permane anche quando la corolla non c’è più.
C’è un cartello con su scritto "Rhodochiton",  non mi basta  ed allora estorco informazioni al laconico addetto del vivaio  che mi dice che la pianta è un nuovo arrivo, gli hanno detto si comporta da ipomea, pare venga da un clima tropicale, forse è solo un’annuale.
Non mi resta che comprarne un vaso in fiore e portarla tra le piante del balcone per studiarla da vicino ben sperando che il gran caldo dell’estate non la metta irrimediabilmente k.o.

Rhodochiton atrosanguineum
La specie è una perenne erbacea appartenente alla famiglia delle Plantaginaceae; alcuni siti riportano la specie come Rhodochiton atrosanguineum altri con l’attributo specifico di “atrosanguineus”; la specie, conosciuta anche con il sinonimo di Lophospermum atrosanguineum,  proviene dal Messico meridionale ed in particolare dalla regione Oaxaca dove cresce in valli fresche e profonde tra i 1500 e i 2500 metri di quota arrampicandosi sui rami bassi degli alberi sino ai tre metri d’altezza.

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In Europa è conosciuta da tempo, nel 1828, infatti,  il botanico tedesco, barone Karwinski , dal Messico che stava esplorando, ne inviò alcuni semi  a Monaco di Baviera da dove poi la specie si diffuse nei giardini botanici d'Europa.
Sebbene sia perenne, nei climi più freschi viene coltivata da annuale, spesso come pianta in vaso.

La pianta si presenta di aspetto molto gradevole con i tralci leggeri che portano foglie persistenti, alterne, cordate o penta lobate, di colore verde pallido sulla pagina inferiore; le foglie sono portate da  lunghi piccioli fogliari, molto sensibili da giovani al contatto; quando incontrano un ostacolo vi compiono uno o due giri intorno e così quando si induriscono sono in grado di dare sostegno alla pianta.
I fiori sono appesi a lunghi peduncoli ed hanno un calice campanulato, molto svasato, di   colore porpora che persiste dopo l’impollinazione e che fa un gradevole contrasto con la corolla tubolare, a cinque lobi arrotondati, di colore viola nerastra (da cui il nome specifico atrosanguineum:  rosso sangue, scuro).
 
I semi sono formati in una capsula a quattro lobi, nascosta all'interno del calice persistente.
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La specie vuole esposizione soleggiata e mediamente ombrosa;  si propaga per seme all’inizio della primavera  utilizzando un terriccio ricco e ben concimato, la fioritura avviene in estate e dura sino all’autunno.
Io in balcone ho messo il rhodochiton vicino ad un vaso di Thunbergia alata sperando  si facciano buona compagnia.

mercoledì 15 febbraio 2017

Momordica charantia: stop ai pregiudizi

I frutti di momordica li ho comprati, qualche anno fa per la prima e unica volta in vita mia, al mercato di città sulle bancarelle degli ortaggi cinesi; volevo capire cosa ci trovassero di buono in questi frutti, simili a cetrioli bitorzoluti come la pelle di un iguana adiposo, i tanti avventori asiatici che li sceglievano tastandoli uno ad uno.
A casa, alla prova d’assaggio di qualche frutto ancora verde, decisi che il loro gusto amarissimo (non per niente la momordica è chiamata “ bitter melon” o melone amaro), non faceva al caso mio, io che non gradisco neanche la cicoria;  ed anche i frutti maturi non avevano per me un loro perché con quella polpa di colore rosso fuoco dalla consistenza di un gelo di melone ma dal sapore insulso, oltretutto inzeppato da molti semi.
Giunsi a conclusione che i cinesi avrebbero potuto portare da casa qualcosa di più buono della momordica per onorare degnamente il ricordo della madre patria.
I semi tuttavia, li avevo conservati ed in seguito, documentandomi sulla specie, ho letto che è alla forma dei semi che è dovuta l’attribuzione generica effettuata da Linneo nel suo Species Plantarum del 1753: il termine Momordica deriva, infatti, dal latino e significa mordere, addentare e fa riferimento ai semi che, appiattiti, presentano una superficie rigata e sbocconcellata ai margini come se qualcosa o qualcuno avessero provato a rosicchiarne la superficie.
Sono passati oltre quattro anni da quell’acquisto incauto ma questo Natale, rivoltando dentro la scatola che funge da mia banca personale del germoplasma, ho ritrovato la busta con i semi di momordica; senza stare troppo a pensare, trovato un vaso di buona profondità, ne ho affidato i semi alla terra non nutrendo particolari aspettative su ciò che sarebbe potuto spuntare.
Il vaso è stato sistemato in casa dietro i vetri di un balcone molto luminoso e dopo tre settimane sono spuntati esili steli volubili che brancolando nello spazio intorno, in esplorazione con lunghi viticci, si sono messi alla ricerca di un appiglio che hanno trovato in una canna che ho messo apposta dentro al vaso. 
Momordica charantia è, infatti, una cucurbitacea a portamento lianoso e rampicante di origine tropicale e subtropicale tipica delle regioni calde ed asciutte di Asia ed Africa dove viene coltivata in piena terra come annuale, raggiungendo l’altezza di un paio di metri e riuscendo a ricoprire ampie superfici con una vegetazione di grandi foglie palmate e profondamente lobate, portate su tralci esili e snelli.
A differenza di altre cucurbitacee che si coltivano a terra, nei paesi che la producono, la momordica viene fatta arrampicare su trespoli che rendono più agevole la raccolta dei frutti.
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La crescita della pianta nel mio vaso è stata fino ad oggi velocissima: in due settimane la canna è avvolta da un buon numero di grandi foglie semplici ed alterne; lo sviluppo è tanto veloce che a me pare di vederli lentamente volteggiare, i lunghi viticci,  la sera,  quando in poltrona me li trovo vicini.
 
E di fronte a tanto vigore ho posizionato il vaso sopra un altro vaso più grande per dare maggiore profondità alle radici. 
Da circa una settimana sono poi comparsi i primi fiori ed è stata una vera sorpresa. Momodica charantia è specie monoica cioè porta fiori maschili e femminili sulla stessa pianta. I fiori solitari portati da lunghi peduncoli hanno cinque petali colore giallo canarino e si riconoscono tra loro perché il fiore femminile ha un ingrossamento alla base simile al frutto bitorzoluto che in seguito si svilupperà.
Fiore maschile
Hanno breve durata ma la vera sorpresa è il profumo che nelle ore più calde del giorno si sprigiona dai fiori; niente a che fare con l’amarezza del frutto, il profumo è dolce e suadente e ad ondate, trasportato dalle correnti di casa, raggiunge il mio posto di lettura dove lo aspetto arrivare per godermi un momento di vero benessere.
Ora sono in trepidante attesa della formazione dei primi frutti che accoglierò con minori pregiudizi rispetto a quelli avuti per i frutti comprati. Ho letto infatti che i popoli che consumano abitualmente la momordica lo sanno bene che la zucca amara è troppo amara per essere consumata cruda; va dunque sbollentata o cotta a vapore e cucinata a contorno di uno stufato di carne di maiale.
Sito immagine
E’ proprio vero che per vincere i pregiudizi verso gli stranieri il miglior sistema è quello di accoglierli e farli crescere in casa propria.
 
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