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martedì 22 aprile 2025

Chamelaucium uncinatum aka Geraldton wax

Sul finire dell’inverno, tra le prime specie arbustive fiorite che, sino a qualche anno fa, era possibile reperibile in vaso presso garden o reparti green dei centri per il bricolage, c’era un piccolo arbusto di origine australiana, Chamelaucium uncinatum, che si presentava di aspetto globoso con una moltitudine di fiori dai petali bianchi cerosi che ricoprivano come tante stelline luminose un cuscino compatto di foglie aghiformi di un verde scuro particolarmente intenso. La specie coltivata in diverse varietà orticole sia come pianta in vaso che come fronda da fiore recisa per la notevole resistenza dei suoi fiori, era prodotta, sin dagli anni '70 soprattutto in Israele e California ed era coltivata anche presso aziende produttrici in Sicilia, nella zona del messinese, che la vendevano come vaso a fioritura precoce sui mercati del nord Europa.
Anche allora la coltivazione a scopo ornamentale non era una assoluta novità perché in Italia, la specie era già stata coltivata presso la Stazione di Acclimatazione di Sanremo dai coniugi Calvino per testarla come pianta da fronda fiorita. La specie, chiamata in lingua inglese “Geraldton wax flowers” dal nome del paese di origine posto sulla costa occidentale australiana e per i suoi “fiori di cera”, oggi è praticamente scomparsa dall’ assortimento varietale vivaistico e solo grazie alla Lidl (ancora lei) sono riuscita a procuramene un vaso. 
Non è specie facile da coltivare perché nel tempo tende progressivamente a perdere compattezza e lucidità del fogliame e vivacchia svogliata sino a tracollare, nell’arco di poche stagioni, nonostante le indicazioni colturali la descrivano come specie facile da coltivare in pieno sole o mezz’ombra su terreno sabbioso e con scarse esigenze idriche.
Sarà la difficoltà a mantenere la pianta in salute il motivo della progressiva disaffezione del mercato o solo perché anche per i fiori si insegue la ricerca continua di nuove novità vegetali da usare e poi dopo poco dimenticare?
Generalità sulla specie
Chamelaucium uncinatum è specie che cresce spontanea nelle aree a boschi e  lungo le brughiere sabbiose delle zone costiere della Australia sud occidentale caratterizzate da un clima di tipo mediterraneo, su terreno tendenzialmente acido, dilavato, povero di sostanza organica. Del genere Chamelaucium, che appartiene alla famiglia delle Myrtaceae, fanno parte una trentina di specie ma poche di esse sono coltivate a scopo orticolo come  Chamelaucium uncinatum: si tratta di un piccolo arbusto (se coltivato in vaso) di forma arrotondata, con fusti sottili ben ramificati e fittamente ricoperti da un fogliame aghiforme leggermente carnoso e coriaceo, ricco di oli essenziali dal sentore di spezie e limone che lo rendono molto profumato se schiacciato o strofinato.
Tra la fine dell'inverno e l'inizio della primavera produce innumerevoli piccoli fiori di colore generalmente bianco o rosa e in alcune varietà anche porpora, formati da cinque minuscoli sepali, cinque grandi petali cerosi e 10 stami, prodotti su rami fioriferi che possono portare da 50 ai 500 boccioli.
Il fattore principale che influenza l'inizio della fioritura di Chamelaucium uncinatum è il fotoperiodo; la specie infatti è a fotoperiodo breve ed in genere sono necessarie quattro settimane di giorni corti per ottenere la piena fioritura; questa condizione accompagnata da adeguate temperature si verifica nella nostra area di coltivazione in autunno ed infatti è alla fine dell’inverno che la pianta precocemente, rispetto ad altre specie, fiorisce. Più sono numerosi i giorni a luce breve, cui la pianta è sottoposta, e più è elevato il numero di fiori prodotti per pianta perciò nella produzione in serra regolando artificialmente il ciclo di illuminazione è possibile programmare il momento della fioritura e la sua quantità . Detto questo, quale potrebbe essere il motivo principale della ineludibile morte delle piante in vaso che ho avuto  in passato? Propendo principalmente per il pH del terreno: Chamelaucium gradisce in natura terreno acido o neutro e sicuramente lo sarà stato il substrato utilizzato nei vivai di produzione per la sua propagazione, che, per inciso, avviene da talea di ramo non fiorifero ancora non lignificato,  ma l’acqua che esce dal mio rubinetto è molto calcarea e alla lunga la sua somministrazione alla pianta  potrebbe avere alterato il ph acido del terriccio iniziale facendolo aumentare.  Leggo inoltre su articoli scientifici  che Chamelaucium è specie  particolarmente sensibile ad una malattia fungina tipo ruggine indotta dal parassita Puccinia psidii che determina un rapido deterioramento delle piante; si sono rilevati in serra anche attacchi di muffa grigia (Botrytis cinearea) che ne hanno probabilmente scoraggiato la produzione. Che fare? Non resta che approfittare di una comparsa occasionale  di Chamaelaucium sul mercato, come è stato per me con l’offerta della Lidl, per  fare un nuovo tentativo di coltivazione questa volta cercando di acidificare con succo di limone l'acqua utilizzata per innaffiare; sarà una buona soluzione? Vedremo.

martedì 7 maggio 2024

Feijoa sellowiana: che bei fior carnosi...

 

E’ questo il momento dell’anno in cui è in fioritura Feijoa sellowiana che, in realtà, fino a poco tempo fa avrei dovuto chiamare Acca sellowiana , avendone inopinatamente cambiato il nome in una recente revisione sistematica per tornare però, oggi, in questo tourbillon di nomenclatura botanica in continuo divenire, alla tradizionale denominazione adottata nel 1859; ed è di feijoa quindi che oggi parlerò in questo post.

I fiori della feijoa sono nel mio immaginario quelli dell’incipit della canzone ”Creola”, un tango del 1926 di Luigi Miaglia, ripresa da Nilla Pizzi ed altri negli anni 50-60 e che mio padre cantava nelle lunghe traversate in macchina che da piccola ci sobbarcavamo per andare a trovare i nonni i fine settimana.
Che bei fior carnosi
Son le donne dell'Havana
Hanno il sangue torrido
Come l'Ecuador
Fiori voluttuosi
Come coca boliviana
Chi di voi s'inebria
Ci ripete ognor
Creola
Dalla bruna aureola
Per pietà sorridimi
Che l'amor m'assal
Straziami ma di baci saziami
Mi tormenta l'anima
Uno strano mal
Quali tra i fiori tropicali sono infatti così elegantemente carnosi, magnificamente colorati e per di più edibili come i fiori della feijoa? La domanda è retorica per dire che si, per me non ce ne sono di più belli e non sono solo i fiori ad essere commestibili perché la feijoa è comunemente coltivata per i frutti che in alcune aree vocate hanno anche importanza commerciale. Vediamo un poco più nel dettaglio le caratteristiche della specie.
Il primo a studiare questa pianta è stato nell’anno 1819 il naturalista tedesco Friedrich Sellow, che la scoprì nel corso di una spedizione in Brasile nella regione del Rio Grande do Sul e dunque la specie al momento della sua denominazione ufficiale avvenuta nel 1859 da Ernest Von Berg fu a lui attribuita.
Feijoa sellowiana è un arbusto o un piccolo albero, sempreverde a crescita lenta della famiglia delle Myrtaceae, originario delle aree sub-tropicali dell’America del Sud da cui si è diffusa poi anche in altre aree a clima sub-tropicale e temperato come Florida, California, Nuova Zelanda e in tutti i paesi del Bacino del Mediterraneo. In Italia è presente in molte regioni che si affacciano sul mare in quanto la specie è climaticamente meno esigente degli agrumi, tollera lunghi periodi di siccità e può resistere a temperature sotto lo zero. In Sicilia come pianta ornamentale la si ritrova con annosi esemplari in molti giardini storici risalenti alla fine dell’80o,  coltivata, sia per la fioritura particolarmente bella, sia per i frutti fortemente aromatici e profumati, simili a quelli della guava ( Psidium guajava L.) che è specie affine. 
La fioritura avviene in primavera e si protrae per circa due mesi con fiori, riuniti talvolta  in gruppi di 4-5 , formati da quattro petali grassocci  ripiegati su se stessi con la parte a vista di colore bianco rosata e l'interno rosso carminio; gli stami rossi sono numerosi e culminano in antere giallo-dorate ed attirano numerosi insetti impollinatori.
I petali dei fiori della feijoa sono commestibili,  con consistenza croccante e sapore leggermente dolce con sentori di cannella ed il cui uso più comune è a crudo in aggiunta alle insalate o per preparare tisane. I frutti, autunnali, sono bacche ovali grandi come delle prugne ma leggermente allungati, con la buccia verdognola, rugosetta e coriacea con sfumature vagamente violacee, la polpa del frutto, biancastra ha semi minuti al suo interno ed è profumatissima, granulare, cremosa con un aroma che ricorda fragole ed ananas.
I frutti si mangiano a cucchiaio dopo averli tagliati trasversalmente; hanno virtù antiossidanti essendo una buona fonte di vitamina C, di minerali e fibre e vengono mangiati tal quale o utilizzati per preparare frullati, vino, yogurt, bevande, marmellate e gelati. La piena maturazione  si verifica nei mesi di settembre ed ottobre e solitamente  i frutti si raccolgono quando ormai iniziano a cadere spontaneamente dall’albero continuando a maturare anche dopo essere stati raccolti; possono essere conservati in frigo. La specie è auto sterile perciò perché avvenga una buona produzione è necessario che siano messe vicine due piante di varietà differenti  perché l’impollinazione è incrociata.
Le foglie sono piccole e coriacee di colore verde lucido sulla pagina superiore mentre sono argentate sulla pagina inferiore. Con le foglie essiccate si prepara un infuso dolce e profumato dalle proprietà antibiotiche ed immunostimolanti.
La pianta ha radice a fittone e molte radici laterali che corrono superficiali rispetto la superficie del terreno. Per ben posizionare una pianta di feijoa in giardino occorrerà, pertanto, privilegiare le posizioni di mezz’ombra piuttosto che il sole diretto. Non tollera ristagni idrici perciò il terreno più indicato sarà un terreno sciolto.
A Catania, in autunno i frutti vengono venduti ai mercatini bio ma più per curiosità che vero e proprio consumo. Avendoli gustati non mi viene proprio voglia di cantare, parafrasando  Creola : "Straziami ma di feijoa saziami!" Molto meglio utilizzare a  mio parere Feijoa sellowiana come esemplare o  come siepe fiorita per un giardino  mediterraneo, tropicale al  punto giusto.
Dove trovare i fruttihttps://www.ilcontadinobio.it/

lunedì 6 settembre 2021

Melianthus major: Hulk in giardino

Inutile pensare diversamente: se non avete tanto, tanto spazio da dedicare in giardino a questa superdotata pianta da fogliame che ci arriva dalla Provincia del Capo, giù in Sud Africa, avrete certamente brutte sorprese cimentandovi nella sua coltivazione. Un poco come decidere di acquistare un alano che vivrà con voi in un monolocale di città soltanto perché vi siete innamorati dei suoi dolci occhioni da cucciolo.

Quando lo si incontra in un vivaio, infatti, Melianthus major sembra un piccolo, tenero arbusto a foglia persistente dal bel fogliame colore verde argentato, con tonalità blu. Le foglie composte, di forma pennata, sono lunghe, in esemplari adulti anche 50-60 cm e sono formate da piccole foglioline dai bordi seghettati che hanno un aspetto increspato.

Gli inglesi chiamano  la specie: Honey bush dal nome del Genere Melianthus che appartiene alla famiglia delle Melianthaceae e il cui nome in latino vuol dire “miele-fiore” perché le lunghe spighe prodotte in primavera sono molto nettarifere attirando api ed altri insetti e nelle zone di origine anche uccelli.

Nel suo aspetto baby, nulla fa presagire cosa sarà in grado di fare una volta che il melianto viene messo a dimora in piena terra ma, l’appellativo specifico major dovrà pur dire qualcosa. Volendo riportare informazioni meno ripetitive di quelle trovate online, ho cercato la descrizione della specie nel libro “Botanica Orticola” di Onorato Traverso di Edizioni Agricole, un testo del 1926, e ne riporto a seguire la descrizione:”.. fusto arbustivo-cespuglioso alto m. 2 con ramificazioni grossette ma deboli, allungate, numerose sin dalla base. Foglie persistenti, opposte, imparipennate, con 9-15 foglioline sessili, ovali, dentato-seghettate acutamente e profondamente lunghe di colore glauco cenerognolo, esalanti odore sgradevole; fiori bizzarri arancione rossastro con petali allungati; da una ghiandola posta alla loro base stilla un liquido vinoso nerastro, fiorisce nell’estate in pannocchie terminali piramidali. Frutti vescicolosi”.

Io ne ho visto l’incredibile sviluppo nel giardino-vivaio di Natale Torre a Milazzo, in Sicilia; nell’arco di soli due anni una singola pianta si è super moltiplicata ed ingrandita, emettendo fusti multipli che si sono estesi in modo tentacolare sia in larghezza che in altezza ricoprendo suolo e piante che le stavano accanto. Un vero e proprio Hulk vegetale.


In Sicilia l’esemplare che ho visto è fiorito in primavera  (le spighe secche andrebbero tagliate per migliorare l'effetto estetico) ma non è riuscito a produrre semi; poco male perché la riproduzione avviene non solo per seme ma anche da talea e da divisione del cespo; inoltre durante la mia visita al vivaio mi è rimasto il rammarico di non avere stropicciato ed annusato le foglie: non so così se emanano un odore di “stramonio” come scrive Traverso o se l’odore ricorda l’olio di burro di arachidi e cacao come ho letto sul web. La specie ha bisogno di caldo perché non regge le minime termiche ma se voleste provarne la coltivazione in luoghi temperati è consigliabile tagliare la vegetazione a fine inverno per stimolare la produzione di nuova vegetazione primaverile.

Se avete molto spazio da colonizzare è una specie assolutamente da provare per il suo effetto scenografico ed il suo accrescersi in modo quasi animalesco, se invece di spazio ne avete meno c’è in alternativa la specie sorella Melianthus minor che è la gemella del fratello più grande ma in miniatura.
Il fogliame è identico e la differenza principale, a parte le dimensioni, sta nei fiori che non sono prodotti in spighe molto alte. Potrete trovare entrambe le specie per l'acquisto sia in vivaio che online qui e qua

sabato 14 agosto 2021

Chilopsis linearis, a dispetto di Lucifero

 

“ In Sicilia,  questa settimana, saremo protetti dall’alta pressione”: così tenta di confortarci il bollettino dell’Aeronautica Militare in questi torridi giorni di agosto. La verità è che di questa protezione vorrei farne veramente a meno visto che comporta il raggiungimento di temperature venusiane con il termometro stabilmente sopra i 40°,  con punte cittadine di 47°. 

Se gli umani in queste situazioni si tengono serrati in casa al chiuso di finestre e persiane,  come insegnavano le “stanze dello scirocco” delle dimore nobiliari siciliane o in modo più contemporaneo, in città,  i climatizzatori sono a a palla o a al mare si sta a mollo per un bagno non stop, le piante dei nostri giardini, che non se ne possono scappare, sono affidate in tutto e per tutto alle nostre cure, ma penuria d’acqua ed incendi hanno reso anche per loro, questa bolla di calore agostana, indimenticabile. 


Giardino di amici a Pergusa (En)
Non c’è niente da fare; ci dobbiamo convertire ad un giardinaggio diverso: basta prato, non più fioriture estive, basta suggestioni tropicali. Sarà necessario attuare nei giardini meridionali tecniche di coltivazione già sperimentate altrove come lo xeriscaping, uno stile paesaggistico progettato per ridurre il consumo di acqua, fatto non necessariamente solo di crassule e spine ma che utilizzi piante del luogo (mediterranee per noi) e specie adattate alle regioni più asciutte, spesso con largo utilizzo di massi, lastricati e ghiaia al posto di prati assetati. 

Facile a dirsi ed anche a farsi ma di difficile digestione per ogni appassionato del verde: ho visto aree di suolo pubblico sistemate utilizzando per un  95%  pietrame e per la restante parte vegetali di assai scarso appeal ornamentale.
Non c’è da farsi illusioni: senza acqua non solo non ci sarà più prato ma dovremo fare a meno di ibischi, banani ed agrumi dovendo trarre spunto per i nostri giardini dai paesaggi desertici. Ed è così che, alla ricerca di ispirazione, girando tra i “Giardini per il futuro” realizzati nell’edizione in corso del Radicepura Garden Festival, che ha luogo a Giarre in Sicilia, mi sono imbattuta in una specie desertica da fiore che farà sicuramente parlare di se nel giardinaggio meridionale del futuro: Chilopsis linearis.
Chilopsis linearis è specie che di aridità se ne intende provenendo dalle aree desertiche di alcuni Stati americani come Texas, California, Utah, Nevada meridionale e al di fuori degli Stati Uniti, Messico settentrionale; vive nelle zone sassose lungo torrenti, ruscelli e canali effimeri, che si prosciugano tra le piogge,  sviluppandosi in natura come un piccolo alberello spogliante il cui aspetto, per fogliame ed habitus,  lo fa generalmente indicare come “desert willow o salice del deserto”
La specie tuttavia appartiene alla famiglia delle Bignoniaceae il cui Genere Chilopsis è  più affine a  Generi come Kigelia, Jacaranda, Catalpa che non a quello del salice. Chilopsis è caratterizzato da foglie lunghe e sottili con margini lisci e superficie fogliare cerosa; il tronco ha corteccia molto sottile ed è spesso inclinato con rami sottili e pendenti; il suo legno nei luoghi d’origine viene utilizzato per fare archi, ceste e palizzate.
E’ però la fioritura che ha reso la specie popolare ovunque il clima sia caldo, soleggiato e secco; a partire dalla primavera e per tutta l’estate, infatti, la pianta produce grandi fiori, portati in grappoli terminali, simili a quelli di altre bignoniacee,  di forma campanulata, leggermente profumati e con colori che partendo dal bianco, sfumano al rosa e al viola chiaro con guide verso i nettari di colore giallo; i fiori sono molto visitati da insetti bottinatori e, nelle regioni d’origine, dai colibrì. 
Finita la fioritura si formano frutti lunghi e sottili che rimangono sulla pianta, che è spogliante,  fino a primavera, conferendole un aspetto un poco disordinato . Ho letto che sono state selezionate numerose varietà alcune delle quali non producono baccelli ( Art's Seedless®). Nelle Americhe la specie è molto utilizzata per la stabilizzazione di suoli franosi e nei giardini ama posizioni soleggiate (in mezz’ombra tenderà a filare) e pochissima acqua perché va soggetta a marciume radicale. Il suo fogliame leggero è l’ ideale per fornire ombra velata a piante grasse e succulente piantate sotto la chioma ma offre il meglio di se in posizione isolata in prossimità di patii e portici. 
 A dispetto di Lucifero e delle sue perturbazioni.

Dove trovarlo: Vivai Faro

lunedì 21 gennaio 2019

Jasminum kedahense, un gelsomino chiamato Mario

Non ci volevano certo gli americani per farmi sapere che oggi, terzo lunedì del mese di gennaio, è Blue Monday , il giorno più triste dell’anno.
Lo so da tempo e non vale solo per questo lunedì, ma anche per tutti gli altri tristi giorni del mese di gennaio e per più di un motivo che di seguito vi starò ad elencare: Clima: io odio il freddo e anche se l’inverno siciliano, qui a Catania, non fa registrare temperature polari, a me, ugualmente, si spaccano le dita; piccole fessure ai bordi delle unghie che mi provocano fastidio e dolore soprattutto quando devo premere sul bottone della cassetta del bagno. Soldi: dalla tredicesima di metà dicembre molte spese sono passate sotto i ponti e il nuovo stipendio di gennaio, necessario a reintegrare il conto in banca, tarda, tarda troppo, ad arrivare. Dieta: i sensi di colpa conseguenti gli stravizi di Natale sono difficili da superare visto che non riesco a scalare neanche un grammo dal mio peso limite stagionale. Verde: tutto è in sospeso in attesa della stagione dei fiori; nei malinconici bancali dei discount o dei bricò  solo bulbi e ciclamini che non sono proprio la mia passione con l’aggravante dei vivai chiusi la domenica per assenza di piante fiorite da commercializzare.
Ma ad illuminare questo buio esistenziale una notizia bellissima mi è giunta in questi giorni via FB
Sito immagine
Filippo Figuera del vivaio Malvarosa, specializzato qui in Sicilia, nella produzione di pelargoni e gelsomini ha presentato in questi giorni una novità capace di controbattere ogni melanconia da Blue Monday: Jasminum kedahense, una specie di gelsomino presente in una regione della penisola malese (Kedah Peak), riprodotta con pazienza e fatica da diversi anni ed ora pronta per la commercializzazione sia in vivaio che online.
La particolarità di questo gelsomino è la fioritura invernale che avviene in dicembre -gennaio con fiori che emanano un profumo delicato che, a detta di Filippo, ricorda vagamente quello delle violette.  
Appresa la notizia non ho resistito e sono andata di persona in vivaio per vedere ed annusare dal vivo questo gelsomino novità e farmi raccontare a due voci da Filippo e sua moglie Agata la storia di questa pianta.
Jasminum kedahense è originario della penisola malese. Si tratta di una splendida specie a foglia intera, a fiore grande, bianco e profumato, con i boccioli pennellati di rosso. I gelsomini a foglia intera sono forse il gruppo di gelsomini più interessante e meno conosciuto. Di questi è molto amato e diffuso Jasminum Sambac, con alcune sue varietà, ma in maggioranza i gelsomini di questa sezione sono ancora poco diffusi. Possiedo la pianta madre di Jasminum kedahense credo da 7 anni. Mi fu donata da Mario Mariani, collega vivaista giardiniere del vivaio Central Park. Un giorno a Milano, durante Orticola, facendosi largo nel fiume di visitatori, venne al mio stand e al volo: "Questo è interessante per te. Un gelsomino. Non so come si chiama, ma è bello". Il massimo delle conversazioni che possiamo permetterci durante Orticola. Da allora quell'esemplare è stato in una serra, come pianta madre. Ogni anno è stato potato drasticamente per riprodurlo, prendendo tutto il "materiale" possibile per fare talee. Sembra facile, ma ci sono voluti anni per arrivare ad avere una produzione e metterla in vendita. In questi anni lo abbiamo chiamato Mario, per comodità. Ma nel frattempo ho iniziato a osservarne le caratteristiche per risalire al suo vero nome. Forma, posizione e dimensioni delle foglie, della corolla. Struttura dell'infiorescenza. Dimensioni e forma del calice, lunghezza dei lobi."
"Le specie simili sono molte. Ma il periodo di fioritura è stato un indizio forte. La fioritura invernale è anche la caratteristica "vincente" di questa pianta. Perché tra i gelsomini da noi coltivati è l'unico tipico di questa stagione ed è anche un bel cespuglio sarmentoso, che tende ad arrampicarsi".
"La specie proviene dalle foreste tropicali, dove vive a quote superiori agli 800 metri; ma l'origine non deve trarre in inganno, le nostre piante hanno conosciuto anche qualche grado sotto lo zero.”
Ma avete provato la coltivazione solo in serra o anche all’aperto?
La pianta madre è sotto copertura ma in una serra fredda ed ancora non ne abbiamo provato la coltivazione nel nostro Giardino dei Gelsomini; nutriamo però buone speranze che non debba soffrire eccessivamente per il freddo perché molto simile per portamento e periodo di fioritura a Jasminum multiflorum che noi coltiviamo anche all’aperto con piante che in inverno continuano a produrre fiori".
Jasminum multiflorum
Avete avuto già prenotazioni per questa specie novità?
"Si, subito dopo avere pubblicato sul nostro blog il post di presentazione di Jasminum kedahense abbiamo avuto diverse ordinazioni che dimostrano l’interesse per molti di disporre di un gelsomino profumato a fioritura invernale".
Boccioli fiorali di Jasminum kedahense
L’impressione che ho avuto di Jasminum kedahense come pianta in vaso è stata molto positiva per tipologia, forma e colore dei fiori che hanno, da boccioli, una particolare colorazione rosso, rosata. Un poco meno aggraziata mi è sembrata la forma che è quella di un arbustone che presenta lunghi sarmenti un poco disordinati anche se i caratteri li ho rilevati sull’esemplare originale che è stato ogni anno drasticamente potato per reperire il materiale di propagazione. Ma quel che più conta è il profumo dei fiori che è delicato ma persistente, capace di fare passare in secondo piano le malinconie del Blue Monday.
Per una rapida descrizione botanica riporto il testo  tratto dal libro The Genus Jasminum in cultivation, P. Green e D. Miller, A Botanical Magazine Monograp,  fornitami da Filippo.


P.S.
A proposito del "Gelsomino chiamato Mario", ho avuto modo di contattare Mario Mariani che è vivaista e cultore di piante un po’ speciali come graminacee, muschi, felci  ed altre specie per zone d'ombra che coltiva nel suo Vivaio, che ha nome Central Park, a Galliate in provincia di Novara e gli ho chiesto come fosse venuto in possesso della pianta di Jasminum kedahense regalata anni fa a Filippo Figuera. Mario mi ha raccontato a proposito una storia interessante: ”La pianta originaria era stata raccolta in Malesia da Peter Smithers che la coltivava in serra nella sua casa di Vico Morcote (Sir Peter Smithers è stato uomo politico e diplomatico britannico a cavallo della seconda guerra mondiale ricoprendo anche il ruolo di Segretario d’Europa a Strasburgo; appassionato da sempre di botanica divenne giardiniere in terza età nella sua residenza sulle rive del lago di Lugano dove creò un ecosistema- giardino a misura delle sue forze di giardiniere anziano in grado di autoregolarsi come ecosistema autonomo. Autore del libro L’avventura di un giardiniere). "Nel 2003/2004", continua Mario, " sono stato da lui e me ne ha regalato un pezzetto .... insieme a un sacco di altre piantine e semi. Ci teneva molto a questa pianta e ne ho avuto una talea solo perché ho ….rotto talmente ed era rimasto un po’ affascinato dal mio occhio lungo. Anni dopo ne ho regalata una delle mie a Filippo ... “ favorendo questo inusuale gemellaggio, aggiungo io, tra il Canton Ticino, la Lombardia e la Sicilia. 
 
 

mercoledì 8 agosto 2018

Ochna serrulata... e la chiamano Mickey Mouse

Ochna serrulata è un arbusto buffo, una di quelle curiosità botaniche capaci di rendere interessante un angolo anonimo di giardino non solo per gli adulti appassionati di piante ma anche per i bambini che in genere per queste cose non hanno grande interesse. In estate, infatti, quando la pianta dopo la fioritura è in fruttificazione, produce una grande quantità di frutti, in parte maturi ed altri in via di maturazione, che si presentano come un guazzabuglio di colori dal rosso, al verde, al nero.
In Ochna serrulata la fioritura, pur gradevole, non è, infatti,  la fase più appariscente di questa specie ma lo sono i frutti carnosi, sferici o leggermente piriformi , grandi come un pisello, di colore prima verde poi neri, attaccati su un asse fiorale carnoso di colore rosso vivo, protetto da sepali rigonfi dello stesso colore. I frutti in numero di 5-6 per ricettacolo fiorale non maturano tutti contemporaneamente e così nell’insieme ricordano le orecchie ed il naso dei primi disegni del fumetto Topolino tanto da essere chiamato: arbusto Mickey Mouse.

La fruttificazione abbondante e l’effetto d’insieme di grande allegria lo fa conoscere pure come Carnival Bush.
Ochna serrulata è specie arbustiva proveniente dal sud dell’Africa dove vive ai margini delle foreste sempreverdi, nelle foreste arbustive, sui pendii rocciosi, nella savana e nelle praterie; la sua taglia, in natura, può superare i due metri d’altezza con ramificazioni divergenti che partono in tutte le direzioni, conferendo alla pianta un aspetto arruffato ed un poco disordinato.
I rami sono di colore rossastro e portano lenticelle prominenti e la loro corteccia contiene elevate quantità di tannino. Le foglie sempreverdi sono alterne, semplici, ellittiche con il margine fogliare leggermente seghettato ed ondulato; il colore del giovane fogliame è rossastro per diventare di un colore verde brillante a maturità.
I fiori singoli a cinque petali, con numerosi stami, sono di colore giallo ed emanano un lieve profumo mieloso. I petali cadono rapidamente, dopo di che il ricettacolo fiorale e i cinque sepali si inspessiscono diventando di un colore rosso brillante.
La specie viene coltivata negli Orti botanici o nei giardini delle aree calde (zona climatica USDA 9-11) come curiosità botanica ma in alcune regioni del mondo come l’Australia, la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti, arrivata come pianta da giardino, è sfuggita al controllo divenendo specie invasiva essendo facilmente disseminata dagli uccelli e da altri animali.
Io l’ho incontrata più volte nel mio girovagare verde: nelle serre dell’Orto di Padova dove  la specie è classificata come Ochna kirkii con un termine specifico non riconosciuto da The Plant List. In Sicilia l’ho fotografata nella serra dell’Orto botanico di Catania e a Milazzo da Natale Torre; certamente però il più bell’esemplare l’ho visto coltivato a Messina, in pien’aria, nel lussureggiante giardino del dottore Guglielmo Labruto.
 
 
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