lunedì 17 luglio 2017

Antonio Perazzi, architetto giardiniere

Intervista differita
In questi giorni di luglio tra i diversi eventi dedicati al garden design e all’architettura del paesaggio mediterraneo, nell’ambito delle iniziative promosse da Radicepura garden festival, si è svolto a Giarre un incontro dal titolo “Lezione di stile e di ecologia sulle piante del giardino mediterraneo” tenuto dall’architetto paesaggista Antonio Perazzi.
Chi legge Gardenia conosce Perazzi per la rubrica “Bustine di Paesaggio” e per i numerosi articoli ospiti della rivista che raccontano i suoi giardini (il prossimo sarà pubblicato sul numero di agosto). Chi legge di giardini conosce Perazzi per i suoi libri, uno dei quali, “Contro il giardino”, scritto a quattro mani con Pia Pera. Chi invece ne ha sentito parlare come paesaggista sa che il suo lavoro è ispirato alla cosiddetta “Botanica temporanea”, una filosofia progettuale finalizzata alla realizzazione di giardini integrati ecologicamente nell’ambiente circostante e concepiti per essere gestiti con un ridotto consumo di risorse e con interventi a bassa manutenzione.
Cresciuto in una famiglia culturalmente stimolante (il padre critico d’arte per il Corriere della Sera; la madre, sorella di Oriana Fallaci, giornalista) sin da giovane Antonio Perazzi, viaggia molto (America, Cina, Giappone, Asia) appassionandosi alla vegetazione dei luoghi visitati che studia da un punto di vista botanico, artistico, storico, provando poi a coltivarne le piante a Piuca nel suo giardino-laboratorio ubicato in Toscana. Il pubblico presente, me compresa, nutriva notevoli aspettative dall’incontro con Antonio Perazzi, curiosi di sapere come il noto Paesaggista con studio a Milano, avrebbe sviluppato per noi siciliani il tema del giardino mediterraneo.
Così comincia a raccontare:
Ho studiato casualmente architettura ma non mi piace e non vorrei essere additato come architetto; ho fatto il liceo classico ed ho riportato anche una insufficienza in matematica; l’architettura c' entra poco con la mia passione, ci entra come strumento per arrivare a fare il progettista del verde. Ed anche conoscere la botanica o imparare a fare il giardiniere (sono stato due anni a lavorare ai Kew gardens) sono stati tutti strumenti necessari per fare il progettista di giardini ed in particolare di giardini mediterranei. Quando mi dicono come si fa a diventare progettisti di giardini dico che lo si diventa per passione; è un lavoro bellissimo ma come tutti i lavori fatti per passione si passa spesso dall’euforia alla depressione. Abito a Milano ma come si dice “vivo da un’altra parte”, io vivo nel mio giardino in Toscana e sicuramente in tutti i luoghi ed nei paesaggi che frequento e che sento miei.
Come interpreta la professione di architetto del paesaggio?
E’ importante che il progettista di giardini crei sinergia tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e le piante che è quello che fa la differenza tra fare gli architetti e fare i progettisti di giardini. Io lascio parlare molto i miei committenti e tengo molto in conto quello che mi dicono perché sono convinto che un giardino non è il capriccio di un paesaggista ma dovrebbe essere proprio un  modo per aiutare una persona che desidera avere un giardino a capire quale tipo di giardino sia più adatto per lui.
Quale è il tipo di giardino che sente suo?
Noi non dobbiamo immaginare di fare giardini che guardano al nord; questi giardini rappresentano il sogno di ogni giardiniere ma diciamoci la verità, anche se io ho vissuto un anno in Alaska e sono cresciuto in montagna, in Valsesia, dove avevamo una casa e considero un privilegio avere conosciuto quel tipo di vegetazione, preferisco un altro tipo di giardino, il giardino fatto dalle persone che mettono le mani nella terra e le annusano quelli che vanno in giardino la mattina presto e la sera tardi, quelli che cercano l’ombra nel giardino, cercano l’aria profumata oppure un giardino che ha pochissimi fiori ma allo stesso tempo riesce ad essere coinvolgente, con le foglie grigie, le ombre, le tessiture.  

Quali sono gli elementi che caratterizzano il giardino mediterraneo?
Il giardino mediterraneo ha origini antiche, il giardino sumero, persiano era un piccolo gioiello, raffinato, colto, chiuso perché prezioso e perchè doveva difendersi dal resto della natura che era pericolosa, era cattiva; giardino che viveva per l’acqua; l’acqua che rendeva possibile vivere all’aperto, acqua che veniva raccolta, centellinata, gestita e utilizzata al meglio. In questo giardino gli alberi facevano ombra che, come diceva Pizzetti,  è quasi più importante del colore in un giardino mediterraneo; i cespugli portavano frutti e profumi. Per noi il giardino mediterraneo oltre a questo è anche la relazione che si stabilisce tra il giardino e il paesaggio che gli sta intorno. Il paesaggio è segnato dal lavoro del contadino dove le parti selvatiche sono quelle che non si possono coltivare e tutto il resto è accuratamente accudito e lavorato come fosse un giardino dove una pianta come il cipresso, che neanche lui è propriamente mediterraneo, segna, disegna e segnala il limite tra il giardino e tutto il resto.

Esistono diverse tipologie di giardino mediterraneo?
Per gli stranieri, ad esempio l’icona del giardino mediterraneo è Villa Hanbury in Liguria, un giardino fatto dagli inglesi in un clima meraviglioso dove c’è acqua e un terreno ricco, con una giusta quantità di humus, con piante esotiche  portate alla fine dell’ottocento dalle zone himalayne della Cina, piante tropicali d’alta quota tipiche di un terreno acido come le camelie.
Quello che per tutto il mondo è per antonomasia il giardino mediterraneo, di fatto, per noi che siamo mediterranei certamente non lo è. A me piacerebbe che non fosse travisata la nostra idea di giardino mediterraneo in nome di quei giardini che vediamo in Provenza, o in Nord Africa, i giardini molto pubblicizzati su riviste di settore come i “giardini di Marrachesh” ; questi non sono giardini mediterranei, sono giardini fatti con un gusto francese, con un criterio diverso. A noi importa più un’ombra, una pianta che, anche se sofferente, abbia un che di scultoreo.
Cosa deve avere un giardino mediterraneo per essere considerato tale?

Il clima mediterraneo è presente in varie parti del globo comprese tra il 30° e il 40° parallelo e dunque oltre al Mediterraneo vero e proprio questo clima lo si ritrova in California, Cile, Sud Africa e in alcune regioni dell’Australia. Con questa identificazione climatica fallace noi ci incasiniamo un poco perché parliamo di specie autoctone, di conservazione di territori nostrali però allo stesso tempo riconosciamo che potenzialmente le piante mediterranee arrivano da tutti questi territori lontani e allora chi ha diritto di soggiorno nei nostri giardini e può fregiarsi del titolo di autoctono? Ha senso fare la guerra alla natura? Ha senso musealizzare la natura e dire tu mediterranea ci puoi stare perché sei mediterranea, ma da quando? Vi ho portato tanti esempi di specie che crescono nel mediterraneo, come le agavi ma queste arrivano dall’America, l’ olivo è arrivato con i greci, la chamaerops è l’unica che avrebbe diritto di soggiorno. Quindi la domanda è: mediterraneo-esotico o mediterraneo-mediterraneo?
Guardando i paesaggi dell’Aspromonte dove le fiumare sono costellate da oleandri spontanei mi chiedo perché non sia possibile ricreare un giardino prendendo spunto da questo paesaggio che è talmente emozionante, bello e naturale. Quando intervistandomi mi chiedono quale è il mio giardino preferito io tutte le volte do la stessa risposta: il mio giardino preferito sarebbe quello realizzato a costo zero perché molte piante mediterranee sono facilissime da riprodurre per talea come teucrium, santolina, limonium, tamerice; o per bacche o disseminando piante spontanee; un bellissimo esperimento da fare sarebbe quello di creare un giardino incolto, fare crescere quello che viene su da solo. In questo modo potremmo fare un giardino mediterraneo senza irrigazione dovendo tuttavia tollerare il fatto che in un giardino mediterraneo in estate le piante vanno in letargo ma poi dopo con l’ arrivo dell’ autunno e delle piogge tutto rinasce. C’è una fortissima componente anamorfica nella natura che secondo me non è un fattore da sottovalutare nel giardino mediterraneo. 
Quali piante utilizzare nel giardino mediterraneo?
Piante per eccellenza nel giardino mediterraneo sono le piante grigie che riescono a proteggersi dal sole, si adattano ad ambienti dove non c’è acqua, c’è poca terra e scarsi nutrienti; sono molto spesso piante aromatiche molto scenografiche, che ci consentono di fare giardini senza fiori. Ad esempio io uso molto Sarcopoterium spinosum   che con un colpo di forbice diventa drammatica, diventando molto più attraente di una pianta esotica. Piante come Euphorbia characias e Centranthus ruber sono piante estremamente invasive con cui si può fare un giardino a costo zero; i corbezzoli, soprattutto ora che anche in Italia sono state prodotte tante specie diverse dal solito Arbutus unedo come Arbutus marina, Arbutus texana, Arbutus arachnoides; di cisti ce ne sono tantissimi tipi che si possono ibridare tra loro, alcuni sono compatti, alcuni si defogliano completamente d’estate  altri viceversa rimangono pieni di foglie oleose che fanno un profumo attraente. Molte piante spontanee dell’ambiente mediterraneo possono essere utilizzate nel giardino mediterraneo come lentisco, atriplex; se non vengono potati sono cespugli a forma libera, meravigliosi, che non vogliono acqua, che prendono la forma compatta scolpita dal vento oppure possono diventare qualcos’altro con il lavoro del giardiniere.
Per i tappeti erbosi poi, una delle piante che viene più utilizzata in ambiente mediterraneo è la Phila nodiflorum, una verbenacea rizomatosa che fiorisce tutta l’estate e tende ad allargarsi; ha dei momenti di stanca in cui può sparire ma poi ricompare; si può ingentilire con Convolvulus mauritanicus ma ha un grosso problema, come tutti i prati fioriti attira molto le api. Da qualche tempo sto provando la zoysia, una graminacea sudafricana molto compatta che non si taglia mai o quasi mai; io la faccio tagliare un volta al mese se si vuole avere un prato a moquette, altrimenti diventa come una specie di muschio; la specie si ricorda di venire dal Sud Africa e dunque d’inverno è gialla e d’estate è verde e praticamente non viene irrigata.
Come saranno i giardini mediterranei di un prossimo futuro?
Noi continuiamo a fare giardini noncuranti del fatto che ci hanno detto che il clima sarebbe cambiato, che eravamo in procinto di cambiare in un prossimo futuro, ma di fatto noi abbiamo già imboccato la china del cambiamento climatico, il futuro è questo e questo è già adesso, dunque nel fare i giardini noi non possiamo assolutamente rinunciare al punto di partenza cioè che dobbiamo fare giardini con meno acqua possibile che non vuol dire inventarsi giardini particolari ma vuol dire semplicemente essere consapevoli che le piante devono fare il loro ciclo e quindi dobbiamo scegliere le piante giuste, dobbiamo imparare a dare spazio alle piante adatte.
Antonio Perazzi, descrive quindi alcuni dei suoi progetti e per un’ora abbondante la conversazione scorre veloce. E’ evidente che il giardiniere prevale sull’architetto, che l’appassionato di paesaggi di vegetazione spontanea, prevale su tutto;  che l’ordine ed il caos si alternano nella composizione dei suoi giardini. 
Al termine della conversazione è opinione comune che Antonio Perazzi sia un  professionista veramente appassionato del suo lavoro di architetto giardiniere (basta guardare i suoi taccuini di annotazioni botaniche che riportano appunti, schizzi e campioni vegetali essiccati da utilizzare per i suoi progetti ) ma io nonostante le  buone ragioni espresse rimango ancora del parere che il suo archetipo di giardino mediterraneo fatto a somiglianza di un ambiente naturale mediterraneo non sia il mio ideale di giardino, pur vivando in pieno Mediterraneo; considero il giardino un luogo d'artificio nel quale esercitare la fantasia e la passione botanica, il gusto e la voglia di sperimentare, dove ci siano fiori di forme, colori e profumi di casa mia ma anche di luoghi lontani; passare l'estate in un giardino progettato, in nome di una gestione politicamente corretta delle risorse, a somiglianza della desolante vegetazione spontanea che vedo nelle campagne intorno, mi lascerebbe  delusa e scarsamente appagata.
PS
L'intervista è stata ricavata dalla registrazione di un'ora e mezza di lezione che è stata condensata e riassunta;
Le foto sono tratte dal sito: http://www.antonioperazzi.com/

domenica 2 luglio 2017

Plant Revolution di Stefano Mancuso

Ho letto un libro
 
E’ arrivato il sospirato tempo dell’estate e delle conseguenti vacanze scolastiche e mi ritrovo a non potere fare niente o comunque poco di tutto quello che in tempo di lavoro avevo programmato di fare: leggerò, scriverò, visiterò luoghi botanici, andrò a trovare amici i cui giardini o le cui collezioni botaniche mi aspettano da tempo, visiterò mostre e mi divertirò da matti. Non avevo fatto i conti con il caldo estivo che in questi primi giorni d’estate è paralizzante. Sudaticcia come sono non mi va di fare niente e sprofondata in poltrona con il computer bollente sulle gambe penso che ha ragione mio marito quando dice che l'estate è: “una stagione di sofferenza”.
Tra le cose che avevo in programma di fare, ad esempio, c’era di scrivere di un libro che in primavera mi aveva particolarmente interessato; il libro in questione è Plant Revolution. Le piante hanno già inventato il nostro futuro di Stefano Mancuso un autore del quale avevo già letto con interesse “Uomini che amano le piante” e “Verde brillante” scritto con Alessandra Viola.
Sito immagine
Stefano Mancuso è un autore che mi piace molto per il suo modo di argomentare tematiche scientificamente complesse in un modo discorsivo, di facile approccio, senza tuttavia mai banalizzare. Un divulgatore alla Piero Angela che, negli ultimi anni, da professore associato alla Facoltà di Agraria dell’Università di Firenze e direttore di un importante laboratorio (LINV :Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale con sedi a Firenze e Kitakyushu in Giappone) è diventato uno dei più accreditati narratori del comportamento vegetale e per questo ospite molto richiesto sia di incontri scientifici che divulgativi.
Nel suo ultimo libro Plant Revolution l’argomento trattato è di quelli che avvince ogni appassionato di piante che leggendo trova via via conferma di quanto da sempre pensato: le piante sono organismi superiori, con strutture sociali, percezione delle spazio e delle risorse tali da avere surclassato gli organismi animali per capacità di adattamento, evoluzione, intelligenza. Dopo secoli di spocchiosa, egocentrica,  supremazia animale è alle piante che dobbiamo guardare per capire come adattarci al futuro, come preservarlo sul nostro pianeta e come costruirlo in mondi lontani.
Uno degli obiettivi del futuro sarà infatti, a  detta di Mancuso,  affiancare all’ organizzazione centralizzata tipica di tutte le attività create dall’uomo, esempi di organizzazione modulare che è propria delle piante e che ha consentito loro di conquistare il mondo:  “un’architettura cooperativa”, dice Mancuso “distribuita, senza centri di comando, capace di resistere a ripetuti eventi catastrofici senza perdere funzionalità e in grado di adattarsi con grande rapidità a enormi cambiamenti ambientali”.
Comincia così nel libro un viaggio affascinante alla scoperta delle più inaspettate facoltà vegetali in organismi tradizionalmente considerati inanimati e dunque inferiori in quanto privi della possibilità di spostamento tipica del mondo animale.  Ogni capitolo una facoltà: Memoria senza cervello; Dalle piante ai plantoidi, La sublime arte della mimesi; Muoversi senza muscoliDemocrazie verdi; Archipiante; Cosmo piante; Vivere senza acqua dolce.
Una per tutte: le piante hanno memoria? Essendo la memoria una funzione del cervello verrebbe di pensare che no, non ne hanno; ma le piante imparano in fretta a riconoscere gli stimoli esterni come hanno dimostrato studi condotti a partire dalla metà del Settecento e riproposti in versione moderna nel laboratorio LINV da Mancuso; protagoniste dell’esperimento sono piantine in vaso di Mimosa pudica una specie capace di chiudere le foglioline se sottoposta ad uno stimolo esterno. L’esperimento ha dimostrato che le piantine di mimosa se sottoposte a stimoli ripetuti dello stesso tipo ad un certo punto si abituano e non chiudono più le foglie ma se esse vengono sottoposte ad uno stimolo diverso la reazione torna a diventare immediata; inoltre, le piccole piante di mimosa mantengono il ricordo della non pericolosità dello stimolo anche a distanza di quaranta giorni dall’evento. Se non è memoria questa?
Nel delineare l'apporto che le piante daranno al nostro futuro Mancuso, ad esempio, parla dei plantoidi, robot progettati a somiglianza dell’apparato radicale delle piante inviati ad esplorare in modo minuzioso il suolo di pianeti sconosciuti o degli studi che sono stati fatti per la coltivazione delle piante in assenza di gravità. C'è tanto di buono da imparare nel libro di Mancuso sui talenti nascosti delle piante e  dunque, anche se l'estate rimane una stagione di sofferenza,  vi consiglio di consolarvi  leggendo  questo interessante libro magari al riparo di un climatizzatore o alla brezza sotto l'ombrellone .

sabato 1 luglio 2017

Soluzione Cruciverba botanico giugno 017

Orizzontale: 2: nelle Fanerogame contiene gli organi riproduttori; 7: grave anemia causata dall’ingestione di una fabacea; 9: giglio.. spagnolo; 10: genere di erbacee da fiore note come avens; 11: prefisso che indica branca della botanica che studia comunità di specie vegetali in comunità partendo dalla loro distribuzione geografica; 13: adenosintrifosfato; 14: Ichnocarpus fulvus; 16: il genere della visnaga; 17: il nome varietale di numerose specie (Dianthus, Phlox, Sempervivum) che indica colore brillante, vivace; 20: nome specifico che indica il colore grigio; Verticali: 1: lo tollerano le specie alofite; 2: “albero parasole” della famiglia delle Malvaceae; 3: Institute for Scientific Information; 4: maturazione contemporanea di polline e stigma nei fiori monoclini; 5: giardini di rose; 8: comune piemontese premiato con due fiori edizione 2012 “comune fiorito”; 10: fondò a Pisa nel 1543 il primo Orto Botanico dei tempi moderni; 12:abbreviazione genere di orchidee Opsisanthe; 15: Orchid… di palude; 18: Olearia ciliata; 19: Adamus Lonicerus, botanico tedesco

domenica 25 giugno 2017

Giardino Italia a Radicepura Garden Festival

A circa due mesi di distanza dalla sua inaugurazione (21 aprile-21 ottobre) sono ritornata a Giarre, vicino Taormina, per visitare i giardini mediterranei del Radicepura garden festival approfittando di uno dei tanti eventi che periodicamente hanno luogo all’interno del parco: conversazioni con gli esperti, lezioni di giardinaggio, workshop, esibizioni di orchestre giovanili in giardino ed ogni domenica dal 28 maggio sino a tutto luglio, al tramonto, DROP aperitivi in musica con dj set siciliani.
 
Io sono andata ai primi di giugno per sentire la conversazione dal titolo “Alimenti, territorio e biodiversità” tenuta da Daniela Romano che è professore associato di Orticoltura e floricoltura presso il Di3A (la vecchia Facoltà di Agraria) di Catania nonché mia cara amica dai tempi dell’università.
La conversazione ha preso spunto dal Giardino Italia, una delle installazioni presenti a Radicepura che, con il nome di Vaso Italia, è stata ospite dell’Expo di Milano al Padiglione Italia.
Si tratta di un grande vaso a forma di stivale, isole comprese, nato dalla collaborazione tra lo studio di design ed eventi Giò Forma e il Dipartimento di Agronomia della Facoltà di Agraria di Padova che a Milano ha voluto rappresentare, regione per regione, la grande varietà dei paesaggi vegetali della penisola utilizzando le piante spontanee più rappresentative del territorio regionale.  
Il vaso italico smontato a Milano arriva nel 2016, con collocazione temporanea, al Flormat di Padova ed infine quest’anno approda in Sicilia, al Mediterranean Garden Festival dove cambia nome diventando Giardino Italia.
 Anche la filosofia del progetto in Sicilia cambia, con adattamenti dei contenuti svolti ad opera dello studio Coloco e di Daniela Romano. Nell’installazione siciliana, infatti, si è puntato a rappresentare soprattutto la biodiversità vegetale di interesse alimentare inserendo, nello spazio dedicato alle diverse regioni, piante capaci di esemplificare il grande valore della biodiversità italiana in cucina.
La conversazione è per pochi intimi, dato il sole che picchia già alle 11 di mattina ed il costo di ingresso alla manifestazione non proprio popolare, ma i presenti siamo tutti interessati al racconto di Daniela che proverò a riassumere per voi.
Sito immagine
Quando abbiamo portato il Vaso Italia, racconta Daniela, all’interno del Mediterranean garden festival abbiamo pensato di realizzare con Franco Livoti, che è il tecnico dei Vivai Faro che ha il compito di curare le diverse installazioni, un abbinamento tematico con un’altra istallazione realizzata a Radice pura dallo studio Coloco, chiamata Giardino della Dieta Mediterranea; un modo per dare il giusto risalto, tra i tanti giardini mediterranei presenti al Festival, anche alle collezioni vegetali di tipo alimentare.
Per il Giardino Italia abbiamo scelto piante capaci di rappresentare il grande valore della biodiversità italiana coniugata con gli alimenti; se consideriamo ad esempio, la biodiversità della flora spontanea in Italia, si stima che siano presenti 6700 specie distribuite sul territorio nazionale; questo potrebbe sembrare un numero piccolo ma bisogna tenere conto che esso rappresenta il 50% delle circa 11000 specie presenti in Europa, concentrate però su una superficie che è pari soltanto al 30% di quella europea. L’Italia, infatti, proprio per la sua posizione, una lingua di terra che si incunea nel Mediterraneo, insieme alla Sicilia che, come diceva Bufalino, fa da cerniera tra occidente ed oriente, sono entrambi luoghi estremamente ricchi di biodiversità.
Sito immagine
Quando parliamo di piante alimentari la biodiversità viene intesa come agro biodiversità, collegata non solo alle diverse specie coltivate ma anche alle tante varietà che nel tempo sono state selezionate e che fanno oramai parte della tradizione culinaria italiana che ha una sua lunga storia.
Nel Giardino Italia, abbiamo cercato di condensare questa grande biodiversità dovendo purtroppo fare scelte dolorose e gravi omissioni imposte dal periodo stagionale in cui la manifestazione si svolge; pensiamo al frumento o al mais o ancora a tutti gli ortaggi invernali che non si sono potuti qui rappresentare. 
Cominciando dalla Valle d’Aosta, la prima specie che abbiamo voluto ricordare è l’ artemisia una pianta utilizzata per fare il genepì, un liquore, così come l’assenzio, che si ottiene per infusione e distillazione di piante di questo genere, il cui nome botanico deriva da Artemes che significa: sano; l’artemisia è infatti una pianta medicamentosa.
In Piemonte abbiamo inserito il nocciolo (Corylus avellana) per via di Ferrero, anche se già nel nome botanico si riecheggia un’origine campana da Avella, un paese vicino Avellino. Ma è stato il signor Ferrero a rendere famose le nocciole piemontesi producendo un alimento molto calorico che potesse essere utilizzato, spalmato sul pane, come merenda per suoi operai; creò una pasta gianduiotto che poi chiamò nutella dal termine nut che è il termine piemontese per indicare le nocciole. 
Per la Lombardia la scelta è stata particolare: avremmo dovuto pensare ad esempio al riso ma sarebbe stato impossibile coltivarlo in Sicilia in vaso, in estate, allora abbiamo messo la lavanda perché a
Saronno si fa una festa ogni anno per la lavanda e soprattutto si fa il gelato alla lavanda.
 
Daniela racconta storie ed aneddoti percorrendo di vaso in vaso tutta la penisola: dal melo Trentino al giuggiolo Veneto, dal basilico ligure al melograno dell’Emilia messo a rappresentare la regione della frutticoltura specializzata.
Arriviamo fin giù nelle isole dove in Sicilia campeggia, in modo un poco stereotipo un immancabile fico d’india insieme a pistacchio ed agrumi e in Sardegna dove la fa da padrone il mirto le cui bacche sono utilizzate per aromatizzare un tradizionale liquore.
 
I fortunati presenti, come una scolaresca interessata pendono dalle labbra dell’insegnante esperta che sa blandire la curiosità degli astanti nonostante la calura del mezzogiorno. Una visita didatticamente istruttiva ed interessante che vi consiglio di fare, nel pomeriggio, magari, anche se non c’è Daniela che ve la sta a raccontare.
 
 

venerdì 23 giugno 2017

Rhodochiton atrosanguineum: una novità da provare

Cosa c’è di più bello che trovare, girellando tra i vialetti di un vivaio, tra le tante fioriture di stagione, una pianta sconosciuta e niente male; lunghi tralci alla caccia di un appiglio, fiori viola a corolla tubolare  con in testa un calicetto ad ombrellino  che permane anche quando la corolla non c’è più.
C’è un cartello con su scritto "Rhodochiton",  non mi basta  ed allora estorco informazioni al laconico addetto del vivaio  che mi dice che la pianta è un nuovo arrivo, gli hanno detto si comporta da ipomea, pare venga da un clima tropicale, forse è solo un’annuale.
Non mi resta che comprarne un vaso in fiore e portarla tra le piante del balcone per studiarla da vicino ben sperando che il gran caldo dell’estate non la metta irrimediabilmente k.o.

Rhodochiton atrosanguineum
La specie è una perenne erbacea appartenente alla famiglia delle Plantaginaceae; alcuni siti riportano la specie come Rhodochiton atrosanguineum altri con l’attributo specifico di “atrosanguineus”; la specie, conosciuta anche con il sinonimo di Lophospermum atrosanguineum,  proviene dal Messico meridionale ed in particolare dalla regione Oaxaca dove cresce in valli fresche e profonde tra i 1500 e i 2500 metri di quota arrampicandosi sui rami bassi degli alberi sino ai tre metri d’altezza.

Sito immagine
In Europa è conosciuta da tempo, nel 1828, infatti,  il botanico tedesco, barone Karwinski , dal Messico che stava esplorando, ne inviò alcuni semi  a Monaco di Baviera da dove poi la specie si diffuse nei giardini botanici d'Europa.
Sebbene sia perenne, nei climi più freschi viene coltivata da annuale, spesso come pianta in vaso.

La pianta si presenta di aspetto molto gradevole con i tralci leggeri che portano foglie persistenti, alterne, cordate o penta lobate, di colore verde pallido sulla pagina inferiore; le foglie sono portate da  lunghi piccioli fogliari, molto sensibili da giovani al contatto; quando incontrano un ostacolo vi compiono uno o due giri intorno e così quando si induriscono sono in grado di dare sostegno alla pianta.
I fiori sono appesi a lunghi peduncoli ed hanno un calice campanulato, molto svasato, di   colore porpora che persiste dopo l’impollinazione e che fa un gradevole contrasto con la corolla tubolare, a cinque lobi arrotondati, di colore viola nerastra (da cui il nome specifico atrosanguineum:  rosso sangue, scuro).
 
I semi sono formati in una capsula a quattro lobi, nascosta all'interno del calice persistente.
Sito immagine
La specie vuole esposizione soleggiata e mediamente ombrosa;  si propaga per seme all’inizio della primavera  utilizzando un terriccio ricco e ben concimato, la fioritura avviene in estate e dura sino all’autunno.
Io in balcone ho messo il rhodochiton vicino ad un vaso di Thunbergia alata sperando  si facciano buona compagnia.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...