lunedì 12 gennaio 2015

I frutti pendenti dell'albero del kapok

Il panorama vegetale invernale, soprattutto i grandi alberi che fanno belle le città del sud, non offrono particolari spunti di interesse in questo periodo dell’anno. Niente fioriture, fogliame spento, colori smorti. Siamo d’inverno, d’altronde, e la natura deve fare il suo corso ma è indubbio che le passeggiate perdono un poco d’interesse per chi si è ritrovato, come me, a girovagare durante le vacanze di Natale per ville e parchi in cerca di curiosità botaniche.

Una sola specie si è fatta notare in questa sonnacchiosa monotonia vegetale: Ceiba insignis o come la chiamano ancora i nostalgici, Chorisia insignis insieme alla sua consorella C. speciosa; in entrambi i casi si tratta di grandi alberi dal tronco a bottiglia irto di aculei, in questa stagione dell’anno completamente privi di foglie, dai quali, in un intreccio contorto di rami, pendono in modo molto caratteristico decine di tozzi frutti, verdi e coriacei, simili a grossi salami, appesi a stagionare. 

I frutti di questi alberi di origine sud americana, molto diffusi nelle città meridionali per la bellissima fioritura tardo estiva, sono capsule pendenti lunghe e rotondeggianti, di consistenza legnosa e di forma ellittico ovoide, contenenti come tutte le specie del Genere Ceiba, una fibra vegetale, una lanugine setosa, detta kapok che ha i semi immersi al suo interno. Quando in primavera arriva il caldo i frutti deiscenti si aprono liberando la lanugine che trasportata dal vento dissemina i semi a distanza.
La particolarità del kapok è quella di essere una fibra vegetale leggera, elastica, lucida, formata da corti peli che la rendono inadatta ad essere filata ma eccellente come imbottitura di materassi e che  presenta, tra l'altro, la caratteristica del tutto particolare di essere impermeabile e molto resistente al calore. 

In un Bollettino del 1905  del Reale Orto Botanico e Giardino Coloniale di Palermo così si legge: ” .. il kapok non aumenta sensibilmente di peso se lo s’immerge per parecchi mesi nell’acqua ed è capace di fare galleggiare un peso da 30 a 35 volte più del suo. Esperienze hanno dimostrato che 200, 300 grammi di kapok bastano per sostenere alla superficie dell’acqua un uomo di corporatura media….”. Un antesignano del moderno salvagente.
Per queste sue qualità all’inizio del 900 si fecero prove di coltivazione di diverse specie del genere Ceiba presso l’Orto Botanico di Palermo, con lo scopo di provarne la fattibilità di coltivazione e favorirne la diffusione nelle colonie d’oltremare.
La specie che in natura produce kapok di migliore qualità è Ceiba pentandra diffusa in Africa, Oriente, America, in zone a clima tropicale. La sua coltivazione in ambiente Mediterraneo risultò tuttavia impossibile in quanto la specie non sopravviveva agli inverni pur miti della Sicilia. Si ripiegò allora sull’introduzione di altre specie come Ceiba insignis e Ceiba speciosa che forniscono un kapok commercialmente più scadente ma che si adattavano maggiormente al clima mediterraneo. Ben presto si tralasciarono le possibilità di sfruttamento economico delle due specie a tutto vantaggio dell’aspetto ornamentale. 
Ceiba insignis

Ceiba speciosa
Le ceiba in fuga dall’Orto Botanico di Palermo trovarono accoglienza nei giardini di acclimatazione delle ville della nobiltà palermitana partendo poi alla conquista dei giardini a mare di tutte le coste mediterranee dove ancora oggi costituiscono, anche d'inverno, un interessante punto di attrazione. 

3 commenti:

  1. Una delle meraviglie ammirate all'orto botanico di Palermo, ma non avevo collegato con il kapok. Grazie delle interessanti informazioni.

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    1. Hai proprio ragione quando parli di "meraviglie all'Orto Botanico di Palermo" almeno per gli appassionati di piante come noi :)

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  2. al nord italia puo' sopra vivere il kapok all'aperto?

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