sabato 11 luglio 2015

I buffi semi di Strelitzia reginae

Strelitzia reginae è un arbusto che ha nei colori e nella forma stravagante dei fiori tutto l’esotismo che si può desiderare in una specie che proviene dal sud del sud dell’Africa.
“Uccello del Paradiso” la chiamarono gli inglesi alla fine del settecento quando la specie fu portata dalla Provincia del Capo ai Giardini Reali di Kew dove il botanico scozzese Aiton pensò bene di battezzarla con il nome della regina Charlotte di Mecklenburg Strelitz, moglie di re Giorgio III che aveva la passione per la botanica e che aveva contribuito alla fondazione dei Giardini Reali di cui lui era, in quel momento, direttore. La strelitzia è davvero una pianta particolare e molto scenografica che ha trovato il suo habitat ideale anche lungo le coste del Mediterraneo dove può essere coltivata in pien’aria. In Sicilia, ad esempio, era già presente in coltura ai primi dell’800 nel giardino a mare del farmacista acese Giuseppe Riggio, immortalata nell’ erbario picto da lui commissionato al pittore Emanuele Grasso.
Strelitzia reginae della famiglia delle Strelitziaceae è un arbusto senza tronco le cui grandi foglie, allungate ed ovoidali, coriacee e con il margine fogliare rialzato a coppa e nervatura centrale spesso rossa, sono portate da lunghi (anche un metro) piccioli fogliari che partono direttamente dalla base del cespo che ha radici rizomatose molto robuste.
I fiori, riuniti in infiorescenze che spuntano dalla guaina fogliare in numero di 5-8 e che svettano al di sopra delle foglie si aprono in modo scalare e come il piumaggio variopinto degli uccelli canori cui si riferiscono sono formati da una spata carenata simile ad un becco di colore rossastro, ricoperta da uno strato ceroso-pruinoso, da cui si sguainano tre tepali esterni, lungamente appuntiti, di colore giallo arancio e tre tepali interni di forma piuttosto irregolare e colore blu violaceo intenso, due dei quali saldati insieme, con cinque stami nascosti ed uno stilo sottile, sottile.
Con questa forma così strana del fiore, direte voi, dove si formeranno i frutti? E quello che mi sono chiesta anch’io che di fiori di strelitzia ne ho perlustrati diversi alla ricerca del frutto, senza avere mai successo; ma l’estate scorsa, in un giardino pubblico in evidente stato di abbandono, in cespi di strelitzia oramai secchi, alcuni fiori avevano la guaina fogliare, il becco per intenderci, molto ingrossata come se l’immaginario uccello avesse inghiottito dei pesciolini pronti, tuttavia,  a saltare fuori dal becco.
Ed eccole finalmente qui le capsule trilobate che costituiscono i frutti della Strelitzia reginae; ancora verdi ai primi di luglio, ho dovuto aspettare agosto perché le capsule si aprissero spontaneamente mostrando tre file dei semi tra i più buffi che abbia mai avuto modo di vedere.
Piccole palline nere di un colore lucido e omogeneo che portano ad un estremo un ciuffetto arruffato di peli colore arancione. Il buffo ciuffo è un arillo con funzione vessillare, un’esca colorata per attirare gli uccelli che nelle regioni africane si incaricano di effettuare la dispersione. 
 
Semi che sembrano maschere tribali delle popolazioni del continente africano da cui provengono.
Semi che sembrano il fumetto di una salve di pallettoni di lupara a cui è stata disegnata dietro,  la scia di fuoco. 
In floricoltura i semi della strelitzia non sono molto utilizzati per la riproduzione perché essendo la specie polimorfa si verifica una  grande variabilità di portamento, dimensioni e precocità in ogni singola pianta;  la moltiplicazione si effettua invece per semplice divisione del cespo a primavera.
Che farne allora dei semi?  Si può provare a seminarli in autunno o, come ho fatto io, conservarli come un esotico, divertente souvenir che fa bella la mia collezione di germoplasma botanico.

Anche a Marta i semi di Strelitzia sono sembrati  un po' punk.
  

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