lunedì 17 luglio 2017

Antonio Perazzi, architetto giardiniere

Intervista differita
In questi giorni di luglio tra i diversi eventi dedicati al garden design e all’architettura del paesaggio mediterraneo, nell’ambito delle iniziative promosse da Radicepura garden festival, si è svolto a Giarre un incontro dal titolo “Lezione di stile e di ecologia sulle piante del giardino mediterraneo” tenuto dall’architetto paesaggista Antonio Perazzi.
Chi legge Gardenia conosce Perazzi per la rubrica “Bustine di Paesaggio” e per i numerosi articoli ospiti della rivista che raccontano i suoi giardini (il prossimo sarà pubblicato sul numero di agosto). Chi legge di giardini conosce Perazzi per i suoi libri, uno dei quali, “Contro il giardino”, scritto a quattro mani con Pia Pera. Chi invece ne ha sentito parlare come paesaggista sa che il suo lavoro è ispirato alla cosiddetta “Botanica temporanea”, una filosofia progettuale finalizzata alla realizzazione di giardini integrati ecologicamente nell’ambiente circostante e concepiti per essere gestiti con un ridotto consumo di risorse e con interventi a bassa manutenzione.
Cresciuto in una famiglia culturalmente stimolante (il padre critico d’arte per il Corriere della Sera; la madre, sorella di Oriana Fallaci, giornalista) sin da giovane Antonio Perazzi, viaggia molto (America, Cina, Giappone, Asia) appassionandosi alla vegetazione dei luoghi visitati che studia da un punto di vista botanico, artistico, storico, provando poi a coltivarne le piante a Piuca nel suo giardino-laboratorio ubicato in Toscana. Il pubblico presente, me compresa, nutriva notevoli aspettative dall’incontro con Antonio Perazzi, curiosi di sapere come il noto Paesaggista con studio a Milano, avrebbe sviluppato per noi siciliani il tema del giardino mediterraneo.
Così comincia a raccontare:
Ho studiato casualmente architettura ma non mi piace e non vorrei essere additato come architetto; ho fatto il liceo classico ed ho riportato anche una insufficienza in matematica; l’architettura c' entra poco con la mia passione, ci entra come strumento per arrivare a fare il progettista del verde. Ed anche conoscere la botanica o imparare a fare il giardiniere (sono stato due anni a lavorare ai Kew gardens) sono stati tutti strumenti necessari per fare il progettista di giardini ed in particolare di giardini mediterranei. Quando mi dicono come si fa a diventare progettisti di giardini dico che lo si diventa per passione; è un lavoro bellissimo ma come tutti i lavori fatti per passione si passa spesso dall’euforia alla depressione. Abito a Milano ma come si dice “vivo da un’altra parte”, io vivo nel mio giardino in Toscana e sicuramente in tutti i luoghi ed nei paesaggi che frequento e che sento miei.
Come interpreta la professione di architetto del paesaggio?
E’ importante che il progettista di giardini crei sinergia tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e le piante che è quello che fa la differenza tra fare gli architetti e fare i progettisti di giardini. Io lascio parlare molto i miei committenti e tengo molto in conto quello che mi dicono perché sono convinto che un giardino non è il capriccio di un paesaggista ma dovrebbe essere proprio un  modo per aiutare una persona che desidera avere un giardino a capire quale tipo di giardino sia più adatto per lui.
Quale è il tipo di giardino che sente suo?
Noi non dobbiamo immaginare di fare giardini che guardano al nord; questi giardini rappresentano il sogno di ogni giardiniere ma diciamoci la verità, anche se io ho vissuto un anno in Alaska e sono cresciuto in montagna, in Valsesia, dove avevamo una casa e considero un privilegio avere conosciuto quel tipo di vegetazione, preferisco un altro tipo di giardino, il giardino fatto dalle persone che mettono le mani nella terra e le annusano quelli che vanno in giardino la mattina presto e la sera tardi, quelli che cercano l’ombra nel giardino, cercano l’aria profumata oppure un giardino che ha pochissimi fiori ma allo stesso tempo riesce ad essere coinvolgente, con le foglie grigie, le ombre, le tessiture.  

Quali sono gli elementi che caratterizzano il giardino mediterraneo?
Il giardino mediterraneo ha origini antiche, il giardino sumero, persiano era un piccolo gioiello, raffinato, colto, chiuso perché prezioso e perchè doveva difendersi dal resto della natura che era pericolosa, era cattiva; giardino che viveva per l’acqua; l’acqua che rendeva possibile vivere all’aperto, acqua che veniva raccolta, centellinata, gestita e utilizzata al meglio. In questo giardino gli alberi facevano ombra che, come diceva Pizzetti,  è quasi più importante del colore in un giardino mediterraneo; i cespugli portavano frutti e profumi. Per noi il giardino mediterraneo oltre a questo è anche la relazione che si stabilisce tra il giardino e il paesaggio che gli sta intorno. Il paesaggio è segnato dal lavoro del contadino dove le parti selvatiche sono quelle che non si possono coltivare e tutto il resto è accuratamente accudito e lavorato come fosse un giardino dove una pianta come il cipresso, che neanche lui è propriamente mediterraneo, segna, disegna e segnala il limite tra il giardino e tutto il resto.

Esistono diverse tipologie di giardino mediterraneo?
Per gli stranieri, ad esempio l’icona del giardino mediterraneo è Villa Hanbury in Liguria, un giardino fatto dagli inglesi in un clima meraviglioso dove c’è acqua e un terreno ricco, con una giusta quantità di humus, con piante esotiche  portate alla fine dell’ottocento dalle zone himalayne della Cina, piante tropicali d’alta quota tipiche di un terreno acido come le camelie.
Quello che per tutto il mondo è per antonomasia il giardino mediterraneo, di fatto, per noi che siamo mediterranei certamente non lo è. A me piacerebbe che non fosse travisata la nostra idea di giardino mediterraneo in nome di quei giardini che vediamo in Provenza, o in Nord Africa, i giardini molto pubblicizzati su riviste di settore come i “giardini di Marrachesh” ; questi non sono giardini mediterranei, sono giardini fatti con un gusto francese, con un criterio diverso. A noi importa più un’ombra, una pianta che, anche se sofferente, abbia un che di scultoreo.
Cosa deve avere un giardino mediterraneo per essere considerato tale?

Il clima mediterraneo è presente in varie parti del globo comprese tra il 30° e il 40° parallelo e dunque oltre al Mediterraneo vero e proprio questo clima lo si ritrova in California, Cile, Sud Africa e in alcune regioni dell’Australia. Con questa identificazione climatica fallace noi ci incasiniamo un poco perché parliamo di specie autoctone, di conservazione di territori nostrali però allo stesso tempo riconosciamo che potenzialmente le piante mediterranee arrivano da tutti questi territori lontani e allora chi ha diritto di soggiorno nei nostri giardini e può fregiarsi del titolo di autoctono? Ha senso fare la guerra alla natura? Ha senso musealizzare la natura e dire tu mediterranea ci puoi stare perché sei mediterranea, ma da quando? Vi ho portato tanti esempi di specie che crescono nel mediterraneo, come le agavi ma queste arrivano dall’America, l’ olivo è arrivato con i greci, la chamaerops è l’unica che avrebbe diritto di soggiorno. Quindi la domanda è: mediterraneo-esotico o mediterraneo-mediterraneo?
Guardando i paesaggi dell’Aspromonte dove le fiumare sono costellate da oleandri spontanei mi chiedo perché non sia possibile ricreare un giardino prendendo spunto da questo paesaggio che è talmente emozionante, bello e naturale. Quando intervistandomi mi chiedono quale è il mio giardino preferito io tutte le volte do la stessa risposta: il mio giardino preferito sarebbe quello realizzato a costo zero perché molte piante mediterranee sono facilissime da riprodurre per talea come teucrium, santolina, limonium, tamerice; o per bacche o disseminando piante spontanee; un bellissimo esperimento da fare sarebbe quello di creare un giardino incolto, fare crescere quello che viene su da solo. In questo modo potremmo fare un giardino mediterraneo senza irrigazione dovendo tuttavia tollerare il fatto che in un giardino mediterraneo in estate le piante vanno in letargo ma poi dopo con l’ arrivo dell’ autunno e delle piogge tutto rinasce. C’è una fortissima componente anamorfica nella natura che secondo me non è un fattore da sottovalutare nel giardino mediterraneo. 
Quali piante utilizzare nel giardino mediterraneo?
Piante per eccellenza nel giardino mediterraneo sono le piante grigie che riescono a proteggersi dal sole, si adattano ad ambienti dove non c’è acqua, c’è poca terra e scarsi nutrienti; sono molto spesso piante aromatiche molto scenografiche, che ci consentono di fare giardini senza fiori. Ad esempio io uso molto Sarcopoterium spinosum   che con un colpo di forbice diventa drammatica, diventando molto più attraente di una pianta esotica. Piante come Euphorbia characias e Centranthus ruber sono piante estremamente invasive con cui si può fare un giardino a costo zero; i corbezzoli, soprattutto ora che anche in Italia sono state prodotte tante specie diverse dal solito Arbutus unedo come Arbutus marina, Arbutus texana, Arbutus arachnoides; di cisti ce ne sono tantissimi tipi che si possono ibridare tra loro, alcuni sono compatti, alcuni si defogliano completamente d’estate  altri viceversa rimangono pieni di foglie oleose che fanno un profumo attraente. Molte piante spontanee dell’ambiente mediterraneo possono essere utilizzate nel giardino mediterraneo come lentisco, atriplex; se non vengono potati sono cespugli a forma libera, meravigliosi, che non vogliono acqua, che prendono la forma compatta scolpita dal vento oppure possono diventare qualcos’altro con il lavoro del giardiniere.
Per i tappeti erbosi poi, una delle piante che viene più utilizzata in ambiente mediterraneo è la Phila nodiflorum, una verbenacea rizomatosa che fiorisce tutta l’estate e tende ad allargarsi; ha dei momenti di stanca in cui può sparire ma poi ricompare; si può ingentilire con Convolvulus mauritanicus ma ha un grosso problema, come tutti i prati fioriti attira molto le api. Da qualche tempo sto provando la zoysia, una graminacea sudafricana molto compatta che non si taglia mai o quasi mai; io la faccio tagliare un volta al mese se si vuole avere un prato a moquette, altrimenti diventa come una specie di muschio; la specie si ricorda di venire dal Sud Africa e dunque d’inverno è gialla e d’estate è verde e praticamente non viene irrigata.
Come saranno i giardini mediterranei di un prossimo futuro?
Noi continuiamo a fare giardini noncuranti del fatto che ci hanno detto che il clima sarebbe cambiato, che eravamo in procinto di cambiare in un prossimo futuro, ma di fatto noi abbiamo già imboccato la china del cambiamento climatico, il futuro è questo e questo è già adesso, dunque nel fare i giardini noi non possiamo assolutamente rinunciare al punto di partenza cioè che dobbiamo fare giardini con meno acqua possibile che non vuol dire inventarsi giardini particolari ma vuol dire semplicemente essere consapevoli che le piante devono fare il loro ciclo e quindi dobbiamo scegliere le piante giuste, dobbiamo imparare a dare spazio alle piante adatte.
Antonio Perazzi, descrive quindi alcuni dei suoi progetti e per un’ora abbondante la conversazione scorre veloce. E’ evidente che il giardiniere prevale sull’architetto, che l’appassionato di paesaggi di vegetazione spontanea, prevale su tutto;  che l’ordine ed il caos si alternano nella composizione dei suoi giardini. 
Al termine della conversazione è opinione comune che Antonio Perazzi sia un  professionista veramente appassionato del suo lavoro di architetto giardiniere (basta guardare i suoi taccuini di annotazioni botaniche che riportano appunti, schizzi e campioni vegetali essiccati da utilizzare per i suoi progetti ) ma io nonostante le  buone ragioni espresse rimango ancora del parere che il suo archetipo di giardino mediterraneo fatto a somiglianza di un ambiente naturale mediterraneo non sia il mio ideale di giardino, pur vivando in pieno Mediterraneo; considero il giardino un luogo d'artificio nel quale esercitare la fantasia e la passione botanica, il gusto e la voglia di sperimentare, dove ci siano fiori di forme, colori e profumi di casa mia ma anche di luoghi lontani; passare l'estate in un giardino progettato, in nome di una gestione politicamente corretta delle risorse, a somiglianza della desolante vegetazione spontanea che vedo nelle campagne intorno, mi lascerebbe  delusa e scarsamente appagata.
PS
L'intervista è stata ricavata dalla registrazione di un'ora e mezza di lezione che è stata condensata e riassunta;
Le foto sono tratte dal sito: http://www.antonioperazzi.com/

domenica 2 luglio 2017

Plant Revolution di Stefano Mancuso

Ho letto un libro
 
E’ arrivato il sospirato tempo dell’estate e delle conseguenti vacanze scolastiche e mi ritrovo a non potere fare niente o comunque poco di tutto quello che in tempo di lavoro avevo programmato di fare: leggerò, scriverò, visiterò luoghi botanici, andrò a trovare amici i cui giardini o le cui collezioni botaniche mi aspettano da tempo, visiterò mostre e mi divertirò da matti. Non avevo fatto i conti con il caldo estivo che in questi primi giorni d’estate è paralizzante. Sudaticcia come sono non mi va di fare niente e sprofondata in poltrona con il computer bollente sulle gambe penso che ha ragione mio marito quando dice che l'estate è: “una stagione di sofferenza”.
Tra le cose che avevo in programma di fare, ad esempio, c’era di scrivere di un libro che in primavera mi aveva particolarmente interessato; il libro in questione è Plant Revolution. Le piante hanno già inventato il nostro futuro di Stefano Mancuso un autore del quale avevo già letto con interesse “Uomini che amano le piante” e “Verde brillante” scritto con Alessandra Viola.
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Stefano Mancuso è un autore che mi piace molto per il suo modo di argomentare tematiche scientificamente complesse in un modo discorsivo, di facile approccio, senza tuttavia mai banalizzare. Un divulgatore alla Piero Angela che, negli ultimi anni, da professore associato alla Facoltà di Agraria dell’Università di Firenze e direttore di un importante laboratorio (LINV :Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale con sedi a Firenze e Kitakyushu in Giappone) è diventato uno dei più accreditati narratori del comportamento vegetale e per questo ospite molto richiesto sia di incontri scientifici che divulgativi.
Nel suo ultimo libro Plant Revolution l’argomento trattato è di quelli che avvince ogni appassionato di piante che leggendo trova via via conferma di quanto da sempre pensato: le piante sono organismi superiori, con strutture sociali, percezione delle spazio e delle risorse tali da avere surclassato gli organismi animali per capacità di adattamento, evoluzione, intelligenza. Dopo secoli di spocchiosa, egocentrica,  supremazia animale è alle piante che dobbiamo guardare per capire come adattarci al futuro, come preservarlo sul nostro pianeta e come costruirlo in mondi lontani.
Uno degli obiettivi del futuro sarà infatti, a  detta di Mancuso,  affiancare all’ organizzazione centralizzata tipica di tutte le attività create dall’uomo, esempi di organizzazione modulare che è propria delle piante e che ha consentito loro di conquistare il mondo:  “un’architettura cooperativa”, dice Mancuso “distribuita, senza centri di comando, capace di resistere a ripetuti eventi catastrofici senza perdere funzionalità e in grado di adattarsi con grande rapidità a enormi cambiamenti ambientali”.
Comincia così nel libro un viaggio affascinante alla scoperta delle più inaspettate facoltà vegetali in organismi tradizionalmente considerati inanimati e dunque inferiori in quanto privi della possibilità di spostamento tipica del mondo animale.  Ogni capitolo una facoltà: Memoria senza cervello; Dalle piante ai plantoidi, La sublime arte della mimesi; Muoversi senza muscoliDemocrazie verdi; Archipiante; Cosmo piante; Vivere senza acqua dolce.
Una per tutte: le piante hanno memoria? Essendo la memoria una funzione del cervello verrebbe di pensare che no, non ne hanno; ma le piante imparano in fretta a riconoscere gli stimoli esterni come hanno dimostrato studi condotti a partire dalla metà del Settecento e riproposti in versione moderna nel laboratorio LINV da Mancuso; protagoniste dell’esperimento sono piantine in vaso di Mimosa pudica una specie capace di chiudere le foglioline se sottoposta ad uno stimolo esterno. L’esperimento ha dimostrato che le piantine di mimosa se sottoposte a stimoli ripetuti dello stesso tipo ad un certo punto si abituano e non chiudono più le foglie ma se esse vengono sottoposte ad uno stimolo diverso la reazione torna a diventare immediata; inoltre, le piccole piante di mimosa mantengono il ricordo della non pericolosità dello stimolo anche a distanza di quaranta giorni dall’evento. Se non è memoria questa?
Nel delineare l'apporto che le piante daranno al nostro futuro Mancuso, ad esempio, parla dei plantoidi, robot progettati a somiglianza dell’apparato radicale delle piante inviati ad esplorare in modo minuzioso il suolo di pianeti sconosciuti o degli studi che sono stati fatti per la coltivazione delle piante in assenza di gravità. C'è tanto di buono da imparare nel libro di Mancuso sui talenti nascosti delle piante e  dunque, anche se l'estate rimane una stagione di sofferenza,  vi consiglio di consolarvi  leggendo  questo interessante libro magari al riparo di un climatizzatore o alla brezza sotto l'ombrellone .

sabato 1 luglio 2017

Soluzione Cruciverba botanico giugno 017

Orizzontale: 2: nelle Fanerogame contiene gli organi riproduttori; 7: grave anemia causata dall’ingestione di una fabacea; 9: giglio.. spagnolo; 10: genere di erbacee da fiore note come avens; 11: prefisso che indica branca della botanica che studia comunità di specie vegetali in comunità partendo dalla loro distribuzione geografica; 13: adenosintrifosfato; 14: Ichnocarpus fulvus; 16: il genere della visnaga; 17: il nome varietale di numerose specie (Dianthus, Phlox, Sempervivum) che indica colore brillante, vivace; 20: nome specifico che indica il colore grigio; Verticali: 1: lo tollerano le specie alofite; 2: “albero parasole” della famiglia delle Malvaceae; 3: Institute for Scientific Information; 4: maturazione contemporanea di polline e stigma nei fiori monoclini; 5: giardini di rose; 8: comune piemontese premiato con due fiori edizione 2012 “comune fiorito”; 10: fondò a Pisa nel 1543 il primo Orto Botanico dei tempi moderni; 12:abbreviazione genere di orchidee Opsisanthe; 15: Orchid… di palude; 18: Olearia ciliata; 19: Adamus Lonicerus, botanico tedesco

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