martedì 19 giugno 2018

Cruciverba delle rose e poco altro ancora

Orizzontale; 1: la progenitrice persiana delle rose gialle; 8: ibrido di Wichurana dai petali crema con sfumature gialle, ad una sola fioritura, dal profumo di mela, creata  nel 1900 dai Barbier; 9: ibrido di  Rugosa secondo la classificazione ARS; 11:German Federal Biological Research Centre for Agriculture and Forestry; 14: iniziali autore di Plantarum Guianæ rariorum icones et descriptiones hactenus ineditæ 15: lo è prevalentemente la fecondazione della rosa; 18: rosa tappezzante dell’ibridatore Kordes Rosen  dal colore sfumato albicocca-giallo-rosa; 19:il nome di una rosa moderna a cespuglio, Ibrido di Tea, commercializzata da Nirp nel 1999 e dedicata ad una velista francese; 21: nel 1851 fu professore di botanica presso l'Università di Zurigo; 22: selezionò nel 1888, Marie Pavie,  una delle più affidabili e celebri rose polyantha;  Verticale; 1: storico, etnologo e botanico italiano  autore “Della flora trentina. Note e considerazioni” (1821-1897); 2: Rosa chinensis dai fiori rosa argentato, profumati e molto rifiorenti, presente in Europa dal 1798; 3: quello che c’è…. a monte di Stone, storica azienda inglese produttrice di concime organico per rose; 4: rosa introdotta in Europa ai primi dell’ottocento dall’Oriente;  deve il suo nome al particolare odore delle sue foglie; 5: botanico e farmacista inglese tra i venti fondatori del giardino di Chelsea; in suo onore Linneo mantenne il nome attribuito da  William Houston a un genere di Rubiacee; 6: Dactylorhiza incarnata haematodes; 7: Cum aqua digesta dat liquorem amarum ………; 10: una rosa inglese rifiorente prodotta da Austin  nel 2001 dai fiori color albicocca; 11: rosa Barni del 2006, rifiorente dai fiori rosa sfumati, a ricordo del “Primo………”; 12: gruppo di rose appartenenti alla sezione delle Rose canine,  dal fiore bianco lievemente rosato e molto profumato; 16: Ontario Agri Business Association; 17: Altertossina; 20: l’ibridatore di Superba, una HT del 1940;

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giovedì 24 maggio 2018

Baobab dal Senegal

Mi è arrivato imbustato dentro uno spesso cellophane un piccolo baobab, regalo dal Senegal, portato di una mia cara amica che ha trascorso le vacanze pasquali in questo paese africano, per un viaggio fuori dalle classiche rotte vacanziere.
Ascoltando i suoi racconti di viaggio ho appreso che il Senegal è un paese caldo anche in aprile; ha cibi dai gusti antichi e genuini; belle donne restie a farsi fotografare nei loro vestiti super colorati; c’è deserto, mare e laghi di sale e ci sono montagne di noccioline americane perché, vai a sapere, il Senegal è il più grande paese produttore al mondo di arachidi.
Foto di Letizia Mancuso
 
Foto di Ela Di Stefano
Ma il Senegal è anche il paese dei baobab che ne sono diventati il simbolo nazionale; alberi secolari dal tronco ingrossato e tozzo, di consistenza tenera e spugnosa per imbibirsi d’acqua e fare riserva per i lunghi periodi di siccità.
Il tronco, che negli esemplari più antichi può raggiungere un diametro di trenta metri, avendo il legno morbido ed umidiccio, viene frequentemente attaccato da funghi patogeni ed è perciò spesso cavo internamente tanto da potere contenere, in base alle dimensioni, luoghi di culto ed anche dei pub.
A fronte di un tronco così imponente l’albero ha, in genere, una chioma striminzita fatta di rami moncherini, molto fragili e per buona parte dell’anno privi di foglie visto che queste, compaiono nella stagione delle piogge che in Senegal va da giugno ad ottobre.
La forma un po’ buffa dei baobab ha fatto nascere  la  leggenda che racconta come, per punire l’albero della sua eccessiva superbia, il baobab fu piantato a testa in giù perciò quella che sembra essere la chioma sono in realtà le radici della pianta mentre le radici sono lunghi rami che perlustrano in lungo e largo il terreno intorno. La specie è denominata botanicamente Adansonia digitata in onore del botanico francese Michel Adanson che, alla prima metà del Settecento, esplorò per cinque anni (dal 1749 al 1753) il Senegal, descrivendone l’ambiente naturale ed i suoi baobab. 
I fiori compaiono nel periodo delle piogge insieme alle foglie e da essi si sviluppano frutti dal gusto aspro simile al limone che sono un concentrato di vitamine ed altri componenti alimentari salutari; anche le foglie giovani sono utilizzate cotte come gli spinaci e servite con il riso.
Secondo voi, conoscendo la mia passione per le piante, cosa pensate mi avrà portato la mia amica di ritorno dal Senegal? In una busta, che promette un bel regalo, ci trovo un fusticino raggrinzito e come imbalsamato rispondente al nome commerciale  di “Le Petit Prince e son Baobab Chacal”
Un Baobab tutto per me direttamente dall’Africa! Un dono graditissimo, un pensiero affettuoso che presto, al contrario del Piccolo Principe del Logo commerciale, che nel racconto di Antoine de Saint-Exupéry i baobab li voleva estirpare, mi affretto ad invasare, bagnando il terreno come indicato sulla confezione, per farlo rinvenire. 
Ma ora che la pianta è in vegetazione,  mi è venuto qualche dubbio sull'averne  veramente un esemplare;  questo baobab ha un aspetto familiare anzi direi è proprio uguale ad una pianta che da tempo ho in balcone.
 
Ed infatti, dopo una più attenta lettura della confezione e focalizzando l'attenzione sull'indiscussa abilità  commerciale degli ambulanti del Senegal che in tutti i mercati di città ed al mare vendono borse ed occhiali taroccati perfetti più di quelli originali, ho capito cos'é veramente il mio esemplare:  non di Adansonia si tratta ma di Adenium obesum, una specie succulenta, perenne, appartenente alla famiglia delle Apocynaceae, anch’essa originaria delle regioni aride dell'Africa dov'è chiamata,  appunto,  "Baobab Chacal". Ho anche potuto appurare che a livello commerciale come " Baobab del Senegal" vengono venduti anche esemplari di Plumeria,  Crassula ovata e  Beaucarnea.
Ora, sinceramente posso dire che, a parte un disappunto iniziale, mi sono già affezionata al mio Baobab-Adenium ma questa estate, al primo senegalese che passa sotto al mio ombrellone gli faccio una tale recriminazione che gli passerà la voglia di taroccare anche i baobab.
Le foto degli autentici baobab del Senegal sono di Letizia Mancuso


lunedì 30 aprile 2018

Finocchietto selvatico, un aroma antico

 
Nessuno mi sta più antipatico di chi usa parole difficili per mettere in evidenza cultura e posizione sociale. Avevo un Professore alla Facoltà di Agraria che infarciva le sue lezioni di frasi astruse, impreziosendo l’eloquio con latinismi che rendevano la sua materia una palla incredibile. Una frase gli era particolarmente cara e la ripeteva ad ogni lezione: “……mutatis mutandis” …… e se all’esame ne riuscivi a snocciolare almeno uno di “mutatis…..” la materia era assicurata. Io, invece, da insegnante, ho fatto della semplificazione la mia etica professionale e riuscire a rendere facile e di immediata comprensione ciò che, se mal posto, può diventare astruso e complesso, è la mia missione. Perciò, quando recentemente ho sentito discutere di quanto sia piacevole “erborinare alimurgiche” per dire di come sia gradevole andare a raccogliere verdure selvatiche, mi è preso il nervoso ed ho deciso  di  parlare  a mio modo di piante spontanee e in special modo di finocchietto selvatico che è  il "marchio di fabbrica" di alcune ricette tipiche della cucina siciliana.
Sinapis nigra
Foeniculum vulgare
Il termine alimurgia fu utilizzato per la prima volta alla fine del settecento da un medico fiorentino in una sua pubblicazione dove dava consigli su quale piante spontanee raccogliere per cercare di alleviare la fame che si registrava in quel tempo a causa di una terribile carestia. Nel suo lavoro utilizzò il termine fiton (pianta) e alimos (che sfama) per indicare piante spontanee da utilizzare come nutrimento in caso di calamità. 
Oggi le erbe spontanee non si raccolgono e consumano più per fame ma per sfizio, per svolgere un’attività ricreativa all’aperto finalizzata all’esercizio fisico abbinato al mangiare sano. Ci sono in commercio molte guide alla raccolta delle erbe spontanee rivolte ai cittadini inurbati che con la campagna hanno poca dimestichezza e se proprio non si trova il tempo per andare a raccoglierle, le erbe spontanee si comprano molto più comodamente nei mercati rionali o all’angolo delle strade vendute dagli erbaioli. 
Tra le tante specie di campagna che è possibile consumare, molte possono essere utilizzate tal quali come la cicoria, la bieta selvatica o la senape canuta ed altre, invece, vengono raccolte ed utilizzate per aromatizzare una ben determinata e specifica pietanza: il finocchio selvatico è una di queste e si utilizza con il precipuo intento di preparare, in Sicilia, la pasta con le sarde o il macco.
Condimento per la pasta con le sarde (chef :mio marito)
In alcuni paesi siciliani, è vero, il finocchio selvatico in foglia o utilizzandone i semi, viene anche impiegato per insaporire la salsiccia, le frittelle o le misticanze di verdure ma in tutte queste pietanze il sapore inconfondibile di questa aromatica è un di più che si aggiunge ad un sapore già ben definito mentre è incontrovertibile che la pasta con le sarde o il macco non si può fare se non si ha del finocchietto selvatico a disposizione. Un poco di storia ed alcune curiosità, allora, su un aroma così particolare ed antico.
 
Foeniculum vulgare
Il finocchio selvatico, è una erbacea perenne della famiglia delle Apiaceae (in passato Ombrellifere) che cresce spontanea nei coltivi abbandonati e lungo i bordi delle strade di campagna di una vasta area dell’Europa mediterranea; non in tutte le condizioni però: nell’arco di una settimana ho fatto un’escursione sui monti Sicani e il finocchietto spuntava per ogni dove; qualche giorno a seguire sono stata a visitare una sughereta famosa su un altopiano dei monti Erei e di finocchietto neppure l’ombra. La pianta ha un apparato radicale legnoso e fusto cespuglioso che può raggiungere il metro d’altezza; i rami sono cilindrici e di colore verde brillante con ramificazioni sottili; le foglie sottili, sono molto frastagliate ed hanno alla base una guaina carnosa.
Il fogliame del foeniculum può essere confuso con quello della ferula in fase giovanile (finocchiaccio) o ancor più con il finocchio porcino (Peucedanum officinale) ma le loro foglie non fanno particolare odore mentre tutta la pianta del finocchietto ha un aroma penetrante ed inconfondibile perché contiene anetolo ed altri terpeni. 

Ferula
I fiori sono di colore giallo intenso, riuniti in ombrelle solitarie e terminali e producono frutti formati da minuscole capsule contenenti piccoli semi ovali che, raccolti in settembre, trovano utilizzazione per insaporire la salsiccia o per condire le olive in salamoia.
E’ dal finocchio selvatico, per selezione ed incroci, che è stato ottenuto il finocchio da orto che ha fatto la sua comparsa in tavola a partire del XVI secolo.
Le virtù del finocchio erano ben note ai Romani che lo chiamavano Foeniculum da foenum, fieno, per le foglie sottili; ci racconta il compianto Gugliemo Betto nel suo libro Erbe: Storie e ricette di cucina della Edagricole che,  nel Manuale Gastronomico di Apicio, i semi di finocchio entravano in una grande quantità di vivande, di salse aromatizzanti o digestive , utilizzato nella preparazione di tisane, cacciagione o nelle farinate.

Da un punto di vista erboristico il finocchietto ha funzione digestive e carminative soprattutto attraverso i semi ed i suoi oli essenziali; stimola la funzione diuretica, aumenta la montata lattea e calma la pertosse e l’asma.
Oggi il finocchio selvatico è stato in parte domesticato e lo si può trovare coltivato in vaso, ottenuto da semi raccolti in estate su piante spontanee che, seminati in autunno, vengono poi commercializzati in primavera come piantine  a 5 o 6 foglie.
Se ne volete comprare una di queste pianta in vaso, mi raccomando a non farvi infinocchiare:  strofinate le foglie ed annusate per bene, solo se vi pizzica il naso sarete certi di portare a casa finocchietto selvatico doc.
 

mercoledì 4 aprile 2018

Blufi, il paese dei tulipani

Blufi è un piccolo paese siciliano dell’Alta valle del Salso posto a 600 metri d’altezza, ai margini del Parco delle Madonie. E’ diventato comune autonomo soltanto a partire dal 1972 staccandosi da quello di Petralia Soprana e vi abitano poco più di mille persone suddivise in numerose frazioni sparse su una superficie territoriale di non oltre 22 kmq. Il nome, un poco buffo, del paese, è un toponimo che compare a partire dal XIII secolo, probabilmente di origine araba, derivato dall’etimo be luf che indica il nome in arabo di una cucurbitacea, la Luffa cylindrica che evidentemente doveva essere coltivata in zona.
Il paese non ha turisticamente molto da offrire se non qualche Sagra ed il Santuario della Madonna dell’ Olio, posto a pochi chilometri dal paese, la cui costruzione ha origini medievali con rimaneggiamenti successivi anche recenti, in un luogo rinomato sin dall’antichità per una sorgente di olio minerale usato per la sua funzione medicinale contro le malattie dermatologiche.
Pur essendo siciliana non ero mai stata a Blufi e non ne conoscevo l’esistenza sino a qualche giorno fa, quando  un amico , Michele, mi spedisce una foto di un campo di tulipani spontanei, un mare rosso ondeggiante che riempie la vista e l’orizzonte stagliandosi contro il cielo blu e la neve che in questi giorni di inizio primavera ricopre ancora le Madonie.
Il luogo dello scatto? Il santuario della Madonna dell’Olio a Blufi: un paesaggio di una bellezza folgorante ed inaspettata e per me, in particolare, sorprendente se si considera che l’anno scorso per vedere un prato di tulipani (coltivati) sono salita fino a Vescovana, nel Veneto, per assistere a Giardinity una manifestazione che ha luogo nella villa della Contessa Pisani e che ha il suo punto di forza negli oltre 70000 tulipani olandesi messi a dimora in modo apparentemente spontaneo nel grande prato prospiciente la Villa.
A Vescovana la vista di tanti tulipani di ogni foggia e colore che punteggiavano il prato, creando un colpo d'occhio fantastico, mi aveva emozionato ma ora so che non può esserci confronto con la  bellezza di questa enorme macchia rossa di tulipani selvatici di Blufi,  che ondeggia nel vento.
Il tulipano che cresce a Blufi è classificato botanicamente come Tulipa raddii o Tulipa praecox, una specie che pur essendo di origine medio orientale si è naturalizzata in diverse regioni italiane probabilmente sfuggendo da qualche giardino e che ha uno dei massimi popolamenti proprio in questo campo che guarda il Santuario. 
In realtà secondo The Plant List la specie avrebbe un altro sinonimo in Tulipa agenensis ma molti post degli esperti del gruppo Forum Acta Plantarum trovano differenze evidenti tra le due specie: nella lunghezza delle foglie in rapporto a quella del fusto, nella forma dei fiori,   nella forma della macchia nera e dell'apice del margine giallastro presente nei tepali interni, la presenza o meno di una banda interna longitudinale gialla; insomma tutti gli indizi porterebbero ad indicare  per i tulipani di Blufi le caratteristiche specifiche di Tulipa raddii.

Qualche giorno dopo avere ricevuto la foto, sono andata anche io a vedere di persona questo paesaggio che ha del miracoloso ed in verità non ci sono foto che ne riescano a catturare   per intero la bellezza. 
Insieme a me, probabilmente avvisati da un passaparola social, c’erano molti appassionati di fotografia, attrezzati di macchina e treppiede ma purtroppo, fa male dirlo, erano anche tante le persone che raccoglievano tulipani a piene mani in fasci grandi o cassette o ne scavavano i bulbi, probabilmente per realizzare. come ho avuto modo di vedere, ordinate bordure nei giardini di campagna delle villette  intorno al Santuario.
Per un paese come Blufi,  che ha poco da offrire ai visitatori, questo paesaggio naturale che in tanti siamo venuti ad ammirare potrebbe essere una opportunità per uscire dall'anonimato, un modo per essere ricordato  come il paese che sa preservare  i suoi  tulipani selvatici; a Vescovana  ho pagato un ingresso e sono stata contenta di farlo  perché  dunque non pensare qualche cosa di simile anche per il campo di Blufi? Non c'è molto da tergiversare, se si vuole conservare un paesaggio così effimero; è d'obbligo intervenire perché la bellezza dei tulipani del campo di Blufi,  lasciata al saccheggio incontrollato, potrebbe rapidamente del tutto scomparire .

 

martedì 27 marzo 2018

Furbo come un geranio, mistico come un gelsomino

Incontro con Carmelo Di Bartolo ed Antonio Perazzi  al vivaio Malvarosa 
Finalmente con il mese di marzo è arrivato il momento di dire addio alle brume invernali che equivalgono, per gli appassionati dei fiori, al letargo dei sensi; l’inverno è, infatti,  un vero mortorio per chi nei giardini, nelle piante e nei fiori trova il suo passatempo.
I vivai sono tutti in disarmo e molti vivaisti vanno in vacanza a godersi il meritato riposo; nei mercati o nelle fiere non si trovano piante da comprare ad eccezione delle onnipresenti piante grasse e succulente; pochi anche gli incontri, le conferenze ed i convegni degni di nota cui ho avuto voglia di partecipare, insomma, una tragedia che mi ha fatto disamorare anche del blog tanto da decidere di non scrivere più una riga fino a quando non avrei provato interesse per una nuova iniziativa.
Ma dopo mesi di annoiata attesa finalmente lo scorso fine settimana, pregustando l’evento, mi sono precipitata al vivaio Malvarosa a Carruba di Giarre dove si è svolta la Quinta Festa dei Gerani, organizzata da Filippo Figuera e da sua moglie Agata nel loro vivaio- abitazione.
Il programma è sempre fitto di iniziative ma scansando le proposte rivolte ai bambini che riempiono il vivaio di una moltitudine di famiglie festanti mi sono concentrata sull’incontro in programma per il sabato pomeriggio dal titolo “Furbo come un geranio, mistico come un gelsomino”: una chiacchierata con il designer Carmelo Di Bartolo e il paesaggista giardiniere Antonio Perazzi che già, anche solo per il titolo, mi incuriosiva per dove la discussione sarebbe potuta andare a parare.  Gli incontri a Malvarosa sono sempre molto conviviali, gli invitati sono amici tra loro, amici dei Figuera e anche tra il pubblico ci sono amici; c’è dunque un’atmosfera familiare che porta spesso i relatori a esporre in maniera informale, interloquendo tra loro, scherzando con il padrone di casa e con il pubblico amico, creando un’evento all'insegna del relax. I due relatori si sono equamente suddivisi l’argomento da trattare e così del "furbo geranio" si è occupato Carmelo Di Bartolo mentre il "mistico gelsomino" è stato lasciato al talento romantico di Antonio Perazzi.
Perché il geranio viene definito furbo?
 
Tutto parte dal lavoro svolto da Carmelo Di Bartolo che, acese d’origine, da 44 anni si è trasferito a Milano dove è diventato un design affermato svolgendo attività professionale per grandi imprese ed enti governativi e dove pratica attività didattica essendo stato docente e successivamente direttore dello Istituto Europeo di Design (IED) di Milano e Madrid.
Il suo lavoro consiste nell’osservare aspetti particolari del mondo vegetale ed animale traducendo queste osservazioni in meccanismi geometrici, applicabili a progetti utili alla realizzazione di materiali super tecnologici richiesti da grandi aziende pubbliche e private. Per esempio partendo dall’osservazione di oltre 120 superfici naturali come quella delle fragole o di diverse conchiglie si è riusciti a tradurre queste osservazioni in modelli analogici applicati poi alla realizzazione di pavimentazioni per non vedenti alla Metropolitana di Milano.
Considerando poi che per realizzare prodotti innovativi le geometrie ed i materiali sono importanti, Di Bartolo ed il suo studio, lavorando per Samsung, si è molto interessato alla flessibilità studiando tutta una serie di forme naturali come ad esempio, le foglie di alcune palme che si piegano come un ventaglio ottenendo una forma resistente non per quantità di materiale ma per qualità geometrica, riuscendo al contempo a trasportare la linfa e dunque energia. Da questi studi è nato il progetto per produrre  tablet o  telefoni in grado di piegarsi come una specie di origami. 
Ma, come c’ entra il geranio con il lavoro di Di Bartolo? I pelargoni, che è il vero nome dei gerani, sono un genere di piante in grado di resistere eroicamente alle situazioni climatiche limite come quando le abbandoniamo su un balcone e non ce ne curiamo più ma loro continuano a vegetare e fiorire.
Hanno una grande variabilità di superficie fogliare per adattarsi a varie situazioni di luce e scarsità d’acqua: Pelargonium tomentosum ad esempio ha una peluria che ricopre la foglia dove l’acqua in qualche modo riesce a mantenersi nella configurazione sferica. Ed ogni specie presenta diverse tipologie di peli di diversa natura, con diverse funzioni in grado di applicare una quantità incredibile di strategie: di tipo difensivo, di tipo d’attacco e funzionali per la coibentazione ad esempio; se si riuscisse a capire anche in minima parte tutti i processi chimici presenti in una foglia di pelargonio si avrebbe un reddito di conoscenza importante.
Molto interessante ad esempio è la strategia utilizzata dai pelargoni per disseminarsi: i semi dei pelargoni hanno un peduncolo a forma di spirale che si presenta attorcigliato e che al variare dell'umidità atmosferica   si contrae e si arrotola in un forma più o meno logaritmica. Ogni specie presenta delle varianti rispetto allo schema generale che permette al seme di volare e cadere puntando al suolo in modo elegante. Quando è presente sufficiente umidità, il peduncolo si idrata e si srotola dando la spinta necessaria al seme per penetrare, avvitandosi nel terreno. Dall’osservazione di questo scaltro comportamento vegetale si sono tratte utili informazioni per progettare trivelle da utilizzare nelle perforazioni petrolifere.
Ed il gelsomino?
Per arrivare nel corso dell’incontro, al perché il gelsomino sia da considerarsi mistico, Antonio Perazzi racconta di se e del suo rapporto con la natura ed i giardini. Il giardino è definito luogo di serenità dove tutto ha un suo ritmo ed è un continuo susseguirsi di eventi: piante che sbocciano, altre che muoiono in un continuo mutare e divenire, dove ogni componente è bisognosa di cure ed attenzioni perché non esistono giardini che non abbiano la necessità di avere un giardiniere che li accudisce.
E chi fa giardini non deve inventare nulla ma solo ricalcare quello che un luogo, un ambiente ti offre assecondandone le potenzialità e operando con le diverse componenti e non contro le stesse, cercando di fare tutto con il minore dispendio di energia e di risorse. In natura ci sono luoghi dove i paesaggi e le piante ed i fiori che vi crescono sono talmente belli che si è letteralmente ubriacati dalla bellezza di un paesaggio spontaneo da cui trarre ispirazione. Chi si occupa di giardini dovrebbe propendere più per una visione etologica della natura invece che puntare sulla creatività ad ogni costo traendo ispirazione più da  un paesaggio naturale che da un giardino costruito. Ed è qui che entra in gioco il gelsomino, partendo dall’assunto che avere un giardino fa stare bene non c’è niente di meglio del gelsomino per stare bene in giardino. Un fiore che è purezza divina perché ha una forma meravigliosa, complessa, suadente ed anche sensuale; un fiore che affascina e consente connessioni intellettuali. Ma a Perazzi piace spiazzare i suoi ascoltatori che sono oramai convinti di avere afferrato la sua filosofia progettuale  che è quella di fare giardini naturali. Ed invece viene mostrata al pubblico una foto del giardino di Villa Gamberaia dove le abili mani di esperti giardinieri realizzano architetture vegetali complicatissime su piante che non sanno più di essere piante, perché sono diventate muri, sfere, pilastri e tanto altro.
E’ questo un giardino fatto di architetture vegetali complicatissime realizzate dall’uomo ma ciò nonostante è un giardino meraviglioso, come ci dice Perazzi. Il giardino nella natura allora non può esistere mentre invece esiste la bellezza della natura in se. Non si può fare un giardino perciò se non c'è un giardiniere, a condizione che il giardiniere faccia scelte  intelligenti cercando di assecondare la natura.  Bisogna avere un progetto, occorre fare un ragionamento,  declinare un tema ed ottenere un risultato; se il risultato sarà buono o no dipenderà dall'aver fatto scelte giuste o sbagliate ma è proprio questo che fa la differenza tra le persone ed anche tra i giardini.
***
Il mio primo appuntamento di primavera è stato di buona  soddisfazione anche se ho dovuto riascoltare  più volte la registrazione dell'intera chiacchierata per venire a capo di una conversazione ricca di divagazioni e scambi di opinioni personali;  ne vorrei ascoltare una a settimana al vivaio Malvarosa per riacciuffare la voglia di scrivere di piante.
 
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