lunedì 5 novembre 2018

Torvum o Chrysotrichum questo è il problema

Post di correzione di quanto scritto in: Solanum-torvum-dallorto-al-giardino-
Sono passati quattro anni dalla stesura di un mio post dal titolo: "Solanum torvum dall’orto al giardino" e dopo numerose richieste di approfondimento, commenti e ricerca di nuovo materiale è successo che nel tempo, come con le tessere di un puzzle, si è venuto a delineare un quadro più chiaro in merito alla corretta identificazione della specie. La strada del dubbio ha preso avvio lo scorso anno quando un lettore mi ha chiesto di procurargli notizie su Solanum chrysotrichum, un altro portainnesto per ortive, soprattutto melanzane ma anche pomodori e melone pepino, che è molto ricercato tra gli hobbisti con il pallino degli innesti.
Nel tentativo di trovare per lui un esperto che gli potesse procurare semi o piante mi sono imbattuta sul web in Marcello Randazzo, un coltivatore-vivaista, siciliano come me, ma di Palermo, che per passione e lavoro ha cominciato dal 2000 a coltivare diverse specie di solanum da portainnesto (Solanum chrysotrichum, Solanum torvum, Solanum mauritianum) con cui produrre  piante  ad alberello innestate, a ciclo pluriennale, da vendere agli hobbisti;  la germinabilità dei semi di queste specie di solanum è, infatti, generalmente molto bassa, se i frutti non arrivano a completa maturazione e dunque è preferibile vendere direttamente le piantine pronte per l'innesto o già innestate piuttosto che i semi.

semina a spaglio
Marcello ha cominciato la sua attività partendo da alcune piante di Solanum torvum avute in regalo ma osservando e poi studiando le caratteristiche di queste piante man mano che crescevano (habitus, foglie, resistenza al freddo) si è reso conto che la specie, chiamata da quasi tutti gli hobbisti Solanum torvum, era in realtà una specie diversa: si trattava infatti di Solanum chrysotrichum una solanacea messicana dallo sviluppo vigoroso con foglie molto settate ed il tronco spinoso.
Sito immagine
Che anche io avessi toppato l'attribuzione botanica nel post di qualche anno fa, ne ho avuto però certezza il mese scorso al vivaio Malvarosa, dove si è svolta la tradizionale Festa dei Gelsomini;  alla manifestazione era ospite, infatti,  come espositore, Massimo Sallemi un vivaista di Vittoria che tra le tante specie tropicali portate in esposizione aveva una pianta di Solanum torvum le cui foglie, a margine ondulato ma non fittamente inciso come il chrysotrichum, avevano, con tutta evidenza un aspetto diverso da quelle della specie che ritenevo essere Solanum torvum
Ho allora ripreso i contatti con Marcello Randazzo ed è a lui che ho chiesto, da coltivatore esperto, come aiutarci a riconosce le due specie:
"Per uno che non le ha mai coltivate, nella fase iniziale di crescita non è facile riconoscere le differenze tra Solanum torvum e Solanum chrysotrychum perché le specie sono molto simili; in seguito tuttavia, si può osservare una differenza nella crescita, nel colore e nella forma delle foglie: Solanum chrysotrichum ha un colore delle foglie verde intenso e presenta numerose spine persistenti lungo il fusto mentre Solanum torvum ha un colore  più chiaro che ricorda quello delle melanzane ed il fusto è di un verde grigiastro con un numero di spine molto basso; le foglie del Solanum chrysotrichum sono poi fortemente settate mentre quelle del Solanum torvum hanno margine ondulato intero e solo parzialmente settato anche se ci può essere una certa varietà di forme sulla stessa pianta".
Delle diverse specie che coltivi quale è più adatta come portainnesto per ortive?
"Tutte e due le specie danno ottimi risultati; il Solanum torvum è meglio  innestarlo quando è di piccola taglia mentre Solanum chrysotrichum  si può innestare sia con piante piccole, che raggiungono però in breve un buono sviluppo, che su alberelli. Ma in ogni caso dipende da cosa si desidera ottenere: se si punta all'aspetto ornamentale io uso Solanum macranthum; se si vuole ottenere una buona e prolungata produzione di melanzane non ho dubbi e scelgo Solanum chrysotrichum.
Per ritornare al titolo del mio vecchio post ...dall'orto al giardino, tra le Solanaceae che coltivi come portainnesto ce n'è qualcuna particolarmente ornamentale?
"Penso che Solanum macranthum sia una specie molto indicata anche a scopo ornamentale; assomiglia molto a Solanum chrysotrichum ma ha una fioritura spettacolare: i fiori quando sbocciano hanno un colore blu intenso che sbiadisce poi nel corso della giornata diventando prima celeste e poi bianco."
Per una descrizione dettagliata delle due specie, è possibile consultare, come consiglia Marcello, un sito australiano, autorevole in materia:
Solanum torvum è un arbusto eretto o un piccolo albero che può raggiungere i due metri d’altezza ma che in genere nel nostro ambiente ha uno sviluppo in piena terra più contenuto; i suoi steli più giovani sono verdi o violacei e densamente coperti di peli stellati. Quando invecchiano diventano di colore marroni o bruno-verdastri e si presentano senza peli. Il carattere distintivo sta nelle foglie che sono relativamente grandi con i margini interi e lobi poco accentuati tuttavia, le foglie su piante più giovani possono essere più profondamente lobate. Le foglie delle piante adulte non hanno in genere spine. I fiori bianchi a forma di stella sono disposti in gruppi ramificati molto numerosi; i frutti arrotondati hanno colore che può variare dal verde al giallo o al verde giallastro quando maturano.
 
Solanum chrysotrichum: si presenta come un arbusto eretto o piccolo albero con fusti e foglie pungenti. i suoi steli e le foglie più giovani sono densamente ricoperti di peli a forma di stella. che sono spesso rossastri su nuova crescita. I fusti più vecchi sono di colore grigiastro e ricoperti di spine più grandi.  Le foglie molto grandi sono disposte alternativamente lungo gli steli portate da picciolo molto lunghi ed hanno lembo profondamene lobato. Le spine sono assenti dalle superfici superiori delle foglie adulte, ma possono essere presenti sulle foglie delle piante più giovani. I fiori bianchi sono portati in grandi gruppi ramificati ed il frutto globulare diventa giallo mentre matura.
C'’è voluto del tempo ma alla fine, grazie a Marcello, mi sono chiarita le idee sulla giusta attribuzione delle due specie e ho deciso che non cancellerò il vecchio post con la sbagliata attribuzione in modo che con i dovuti corretti riferimenti, rimarrà memoria di quanto man mano imparato.
Alcune foto sono di Marcello Randazzo

sabato 3 novembre 2018

'Foreign Farmers' di Leone Contini

Si è svolta a Palermo, a partire dal 16 giugno sino a questi primi giorni di novembre, Manifesta 12, la biennale nomade di arte contemporanea, uno degli eventi di punta di “Palermo capitale italiana della cultura” che ha saputo offrire per tutta l’estate un calendario di appuntamenti assai fitto e variegato con installazioni pubbliche, eventi e performance d’artisti internazionali, progetti ad opera di architetti, architetti del paesaggio ma anche botanici, geografi, scrittori, antropologi con un continuo dialogo tra l’arte e altre discipline, insieme  coinvolte in una serie di eventi che hanno fatto di Palermo una piattaforma europea interdisciplinare di grande richiamo non solo per chi si interessa di arte.
La manifestazione itinerante, che ha l’obiettivo di realizzare esperienze creative nel contesto urbano in cui si svolge, ha posto l’ attenzione, nella sede di Palermo, sui temi della migrazione e delle condizioni climatiche, discutendo e progettando sul tema: Coltivare la Coesistenza nel Giardino Planetario (The Planetary Garden. Cultivating Coexistence), traendo spunto da un’ idea formulata vent’anni fa, da Gilles Clèment, filosofo, etnologo, botanico e paesaggista francese, autore, tra l’altro per Manifesta, di un giardino urbano nel quartiere Zen, che è quella di mettere l’uomo al centro della cura dell’ intero Pianeta, inteso appunto come Giardino planetario dove gli uomini, tuttavia, dovranno imparare a riconoscere la loro dipendenza dalle altre specie gestendo con responsabilità i cambiamenti climatici ma anche sociali che si vanno delineando.
Tra le sedi scelte per ospitare eventi in città, un punto nodale è stato l’Orto Botanico che nel corso dell’estate ha ospitato concerti, eventi ed è stato sede di diverse installazioni artistiche che hanno cercato di esplorare l’idea di Orto-Giardino come possibilità di…" aggregare differenze e generare energie positive dai flussi migratori".
Una di queste installazioni dal titolo 'Foreign Farmers' è stata realizzata dall’antropologo e artista toscano Leone Contini.
Io l’ho vista nei giorni in cui sono stata a Palermo per la Zagara e ne sono stata particolarmente colpita: all’interno dell’Orto , in un’area del Giardino Coloniale vicino al viale delle Chorisie, è stato realizzato un rifugio di canne impiantato a zucchette da pergola.
Cinquantacinque  tra specie e varietà diverse i cui semi provengono da Palermo ma anche da Prato, Biella, Merano o dalle Langhe in Piemonte dove ci sono comunità straniere che insediatesi da tempo per lavoro in Italia hanno cercato di ripristinare un legame con le proprie regioni d’origine, coltivando ortaggi tipici delle aree di provenienza; i cinesi a Prato, i senegalesi in un orto sul Piave; i bengalesi nei dintorni di Palermo sono tutti agricoltori stranieri, 'Foreign Farmers' in cerca della loro identità.  
Leone Contini, che da tempo si interessa di pratiche agricole legate al cibo nell’ambito di movimenti migratori, per realizzare questa installazione ha utilizzato i semi raccolti in oltre dieci anni di lavoro presso comunità straniere. Così a Palermo, la tradizionale cucuzza lunga palermitana è stata seminata per crescere fianco a fianco con altre specie ad essa equivalenti di origine orientale o africana disposte in stretta vicinanza e coabitazione a rappresentare la metafora che “si può essere simili nella diversità e coabitare nella dislocazione”.
Contini, nel corso dell’estate, si è anche calato nel ruolo di artista contadino facendosi aiutare in questo da agricoltori amici di diversa nazionalità (tra gli altri Juan Rumbaoa, filippino, che vive a Palermo da molti anni) , trascorrendo l’estate a Palermo per seguire le varie fasi di crescita delle zucchette e dell’orto ed assicurare le cure colturali necessarie alla loro crescita.
L’installazione, che ha oramai concluso il suo ciclo vitale, ha avuto il suo epilogo in una performance dell’artista dal titolo “Cucuzze in mare”; nella giornata del 2 novembre infatti i frutti raccolti, andati oramai a seme sono stati in parte regalati ai partecipanti ed in parte portati al Porticciolo di Sant’Erasmo per essere lanciati in mare perché, come mi scrive l’autore, “ le cucuzze a mare sono un piccolo gesto simbolico per riflettere sul mediterraneo come "connettore"; galleggiando protetti dentro la cucurbitacea secca i semi potranno arrivare ovunque, teoricamente” .
Dalla mia esperienza, tuttavia, devo purtroppo osservare che l’integrazione da noi, non passa ancora dall’alimentazione: al mercato di Catania il numero di banchetti occupati da commercianti cinesi o indiani che vendono i loro ortaggi, prodotti in loco nelle campagne dei paesi dell’ hinterland, è in continuo aumento e chi, ad esempio, produce papaya in Sicilia ha trovato un sicuro sbocco commerciale con le comunità locali di origine orientale che ne acquistano e consumano i frutti per realizzare piatti della loro cucina tradizionale. Ma se il mondo vegetale non conosce barriere all’incrocio, che anzi ne è metodo di miglioramento della qualità genetica, le popolazioni umane le barriere se le creano anche in cucina. Al mercato gli acquirenti degli ortaggi cinesi sono esclusivamente cinesi mentre tutto attorno i locali acquistano e consumano solo prodotti locali. 
Ho espresso questo pensiero a Leone Contini che così mi ha risposto: “ Ci vuole tempo per creare familiarità con un nuovo alimento; le patate , ad esempio, ci hanno messo secoli per radicarsi in Europa dove, nelle campagna, le chiamavano il pane del diavolo perché crescevano sotto terra! In una situazione mondiale preoccupante, l'unica è continuare a cercare di immaginare possibilità diverse e farle immaginare anche agli altri".


giovedì 1 novembre 2018

Alessandra ed i vasi del buonumore

Conversazione con Alessandra Intelisano decoratrice di vasi
Ci sono giorni che la malinconia mi prende come quando si avvicina la fine dell’estate o al calare della sera nel primo giorno di ora solare, o ancora, mentre sono intenta a preparare i bagagli di mio figlio in partenza per il nord. Ma non è questo il mio umore abituale ed allora per superare questo stato di disagio esistenziale o mi metto ad annusare gli aromi ed i profumi che ho in balcone (menta, citronella, plumeria, cestrum, murraja e gelsomino) o mi siedo a contemplare alcuni vasi dai decori solari che ho strategicamente dislocato tutto intorno alla mia postazione di relax; sono vasi che ho comprato da un’artista che incontro di frequente nelle fiere di settore e che per il loro effetto,  su di me salutare, io chiamo i vasi del buonumore.
L’artista che li decora, siciliana come me, si chiama Alessandra Intelisano e si ispira nei disegni e nei colori a geometrie ipnotiche di impronta africana o comunque mediterranea che su di me hanno un effetto anti stress: io li guardo e mi rilasso pensando positivo. Più che da vasi io li tratto da contenitori tuttofare dove metto dentro ciò che più mi piace: l’Uncarina regalatami da Leo; Nematanthus dai rami penduli 0 il mazzo di penne e matite che accompagnano da sempre il mio lavoro di insegnante.
Per sapere se il segreto del buonumore è dovuto a qualche particolare alchimia del colore chiedo ad Alessandra come è cominciata la sua storia di artista o per meglio dire di artigiana,  come lei stessa ama definirsi.
"Io non ho avuto una formazione artistica, anche se avrei voluto studiare da architetto, ma  vari motivi, tra cui sostanzialmente una mia incapacità giovanile di prendere decisioni, mi hanno portato verso un percorso formativo diverso; mi piace però molto disegnare e lo faccio da quando ero ragazzina vivendo in una famiglia dove mia madre dipingeva e mio padre era un amante della natura e dell'arte. Ho cominciato dipingendo su tela utilizzando spesso le mani per avere un contatto quasi fisico con il colore; poi, per contrasto, essendo una persona irrequieta, mi sono invaghita del disegno a china che è un lavoro di estrema pulizia e precisione. Fino a pochi anni fa la pittura, il disegno, mi facevano compagnia la sera ma non rappresentavano un lavoro,  mi occupavo invece di  marketing ma anche per tanti  anni di cavalli, che come me sono animali pazzi,  lavorando come alimentarista di puledri e cavalli da corsa. 
Poi, come succede talvolta nella vita, dopo un periodo nero, buio, di quelli da dimenticare, mi sono detta che potevo ricominciare partendo dalla mia passione per i colori, per il caldo, per sole siciliano che ho cercato di trasferire nelle mie creazioni."
"E' stato così che sette anni fa, spinta di un mio vicino di casa, ho preso parte alla prima edizione della mostra del verde “Viscalori in fiore”: avevo solo due smalti per le unghie ed un colore a tempera per realizzare a tempo di  record le mie creazioni ma il mio allestimento ebbe molto successo tanto da spingermi a continuare, grazie anche all'incoraggiamento di amici come  Francesco Borgese del vivaio Valverde , che mi ha chiamata  a partecipare alla mostra del verde "Ciuri ciuri  " e Filippo Figuera, del vivaio Malvarosa  con i suoi "Festival dei gelsomini e dei gerani" o ancora  Sabrina Delfino, produttrice di saponi con la quale ho diviso uno spazio espositivo  a "Dove fiorisce la Jacaranda" e Marella Ferrera che mi ha invitata a due suoi eventi; ed è proprio nel corso di questa mostra che ho avuto la fortuna di incontrare Francesca Caotorta Marzotto organizzatrice di Orticola che dopo avermi conosciuta mi ha gentilmente invitata ad esporre a Milano; da quel momento non mi sono più fermata. Da pochi giorni sono rientrata  da Milano dove ho partecipato ad Orticolario; un'esperienza bellissima per  l'interesse che il mio lavoro ha suscitato tra il pubblico, con alcuni contatti anche in Francia e Svizzera . "
 Quale tecnica adotti per realizzare i tuoi lavori e da cosa trai ispirazione?
"La tecnica che adotto è un misto di policolor, cere e resine; sono prevalentemente la cera ed il finissaggio finale che rendono il vaso setoso e brillante ma non troppo. Di primo acchito non saprei dire da dove traggo ispirazione  ma certamente adoro la luce del sole e l'energia positiva che ne deriva;  quando dipingo i miei vasi non penso alle piante che potrebbero contenere ma ai colori da dare ai miei oggetti per fare provare a chi li guarda la stessa felicità che io provo guardando i colori della mia terra.  Tutto dipende dal mio umore, dal mio stato d'animo ed infatti la mia produzione è cambiata tantissimo durante questi anni: prima l'intreccio era molto fitto, attorcigliato, contorto; oggi nelle mie creazioni cerco di togliere, di alleggerire lasciando più spazio al colore di fondo. E mi sono dedicata anche ad altri contenitori come le cassette in legno o i piatti; ultimamente poi mi piacciono tantissimo i vasi artigianali di provenienza araba, uno diverso dall'altro e con un proprio carattere che provo a mettere in risalto con il colore" 
Dove è possibile trovare le tue creazioni?
"Vendo i miei prodotti prevalentemente all’interno delle fiere del verde perché è un mondo molto bello ed interessante e naturalmente preparo anche oggetti su commissione. Svolgo la mia attività in quella che un tempo era la mia casa e che oggi è il luogo-laboratorio dove trascorro anche dodici ore di fila seduta davanti al mio lavoro con la sola compagnia dei programmi di Rai Radio 2 a scandire il ritmo della mia giornata. Chiunque volesse venire a trovarmi è il benvenuto".

Ecco dunque  il segreto del buonumore evocato dai vasi di Alessandra: la capacità artistica  di trasmettere attraverso i disegni ed il  colore la voglia di superare con grinta e passione le tante malinconie e contrarietà che la vita ci riserva.  A me uno sguardo sui suoi vasi mi fa pensare positivo non resta che verificare  se l'energia sprigionata dalle sue creazioni  avrà lo stesso effetto positivo anche su di voi.  

 

domenica 26 agosto 2018

Orti, mare ed integrazione

Mi affaccio in balcone e guardo il porto lontano. Tra un traghetto che parte per Malta in orario ed una nave da crociera che attracca in banchina portando turisti invasati di selfie, c’è gente che, invece, non potrà sbarcare, come sarebbe naturale fare dopo un salvataggio in mare, arrivando in un porto italiano su di una nave, per di più militare, della stessa nazionalità.
Solo in ventisette, nei giorni successivi all'attracco, sono stati autorizzati a scendere* essendo tutti minori non accompagnati ed una volta sbarcati sono stati affidati a diverse organizzazioni umanitarie che da anni operano sul territorio prendendosi cura di ogni ragazzo arrivato da solo via mare, seguendone l’inserimento sino alla maggiore età.
Una di queste organizzazioni, l’Associazione Don Bosco 2000, che ha partecipato alle operazioni di sbarco è,  per altri versi,  molto familiare, a Catania, agli amanti del mare perché gestisce da qualche anno uno dei lidi più grandi del litorale catanese: il Lido Don Bosco di proprietà dei Salesiani che per tutta l’estate svolge il ruolo di Colonia marina accogliendo grest, gruppi giovanili, boyscout ma anche tante famiglie attratte non solo dal grande e spazioso arenile ma pure dall’atmosfera cordiale e multietnica che vi si respira.
Litorale deserto a seguito di una giornata di pioggia
L’Associazione  Don Bosco 2000 che opera a Catania ma ha sede anche in altre località della Sicilia centrale, ospita all’interno delle strutture ricettive della colonia, un gruppo di 26 migranti minori provenienti da diversi paesi africani ma anche da Egitto e Pakistan.
Il programma di recupero ed integrazione per ognuno di essi ne prevede la scolarizzazione, la formazione al lavoro e lo sport, praticato dai componenti di una loro squadra di calcio. D’estate i ragazzi ospiti svolgono all’interno del Lido tutte le attività e mansioni richieste da un’attività turistica: biglietteria all’ingresso, parcheggio, manutenzione degli spazi verdi e delle aree comuni; pulizia della spiaggia; gestione di un piccolo bazar etnico e del bar: visi cordiali, sorrisi distesi, giovialità.
Foto tratta da: link
Tra le recenti iniziative messe in campo dagli animatori dell’Associazione vi è la realizzazione di Orti Sociali gestiti dai ragazzi ospiti dell' Organizzazione. Molto interessata all’iniziativa ne ho chiesto informazioni a Daniele Gulinello che con la moglie lavora e vive stabilmente tutto l’anno all’interno della struttura.
"Lo scopo della nostra iniziativa," mi dice Daniele,  "è sempre finalizzata all’integrazione dei nostri ospiti. Per molti di loro che provengono da paesi africani la pratica dell’orto familiare è un’attività che conoscono e hanno da sempre praticato. Abbiamo pensato perciò di destinare una grande superficie irrigua che abbiamo all’interno della Colonia alla realizzazione di Orti familiari da destinare a chiunque fosse interessato alla nostra iniziativa. Ogni orto ha una superficie di circa 60 metri quadrati già predisposta con dieci ali piovane per l’irrigazione localizzata. La quota annua di iscrizione è pari a 350 euro e il titolare del lotto ha diritto di acquisire i prodotti ottenuti nel suo orto che sarà accudito in tutte le operazioni colturali dai ragazzi incaricati."  
Ma chi aderisce all’iniziativa è solo un finanziatore o può partecipare attivamente alla gestione dello spazio a lui assegnato.
La scelta delle diverse specie da coltivare, tutte ottenute in modo biologico, è affidata ad un agronomo che ci segue e ci prepara un calendario di coltivazione. Questa estate abbiamo prodotto ottimi zucchini, melanzane pomodori, peperoni ma seguiamo anche le richieste degli utenti.
Molti ci hanno chiesto per esempio di coltivare asparagi e fragole ed allora, invece di coltivare queste specie all’interno di ogni lotto assegnato ne abbiamo predisposto uno spazio comune in modo che ogni richiedente ne potrà disporre di un filare. Quando poi ci sono delle attività colturali conviviali come la messa a dimora di nuove piantine o la preparazione delle canne per i fagiolini o quando sono pronti gli ortaggi da raccogliere invitiamo gli assegnatari a partecipare proprio perché è attraverso la reciproca partecipazione che si raggiunge il fine dell’integrazione.
In questo primo anno di attività quante persone hanno aderito all'iniziativa?
I ragazzi hanno coltivato 15 orti familiari e ne abbiamo altri cinque ancora disponibili ma per questa nuova annata che prende avvio a settembre pensiamo di aumentare il numero degli orti da assegnare.
Avete in programma altre iniziative legate agli Orti?
Si, da quest’anno vogliamo coinvolgere le scuole catanesi  nella realizzazione di orti didattici e per gli alunni più piccoli pensiamo di allestire una piccola fattoria curata dai nostri ragazzi ospiti.   
Jerome, Joseph e Iqbal
Il successo delle iniziative messe in campo dell’Associazione Don Bosco 2000 dimostrano come l’integrazione tra mondi  lontani può avvenire attraverso  l'organizzazione e la buona volontà, mettendo in evidenza come sia facile e naturale, all’interno di un Lido al mare o tramite un Orto Sociale integrarsi ed integrare. 
 
Per informazioni sugli Orti familiari potete chiamare il seguente numero dell'Associazione: 3498232275
 
* Dopo lo sbarco dei ragazzi minori, nei giorni a seguire è stato consentito di scendere anche a donne e malati; oggi che scrivo è stato concesso lo sbarco a tutti i rifugiati imbarcati sulla nave Diciotti.

lunedì 20 agosto 2018

Brachychiton rupestris, l'ultimo arrivato

 L'albero bottiglia del Queensland
Al gruppo di alberi che appartengono al Genere Brachychiton (Brachychiton discolor, Brachychiton acerifolius, Brachychiton populneus), che sono diventati da tempo presenze abituali nei giardini rivieraschi mediterranei, si è aggiunta in tempi recenti una nuova specie che ho avuto modo di incontrare per la prima volta dai  vivai Piante Faro in Sicilia, e che da un poco di tempo, con sempre maggiore frequenza, viene utilizzata nelle sistemazioni a verde di nuovo impianto.
Brachychiton discolor, B. acerifolius, B populneus


L’albero in questione si chiama Brachychiton rupestris,  denominato anche “Albero bottiglia del Queensland"  ad indicare la particolare conformazione del tronco e la regione australiana d’origine, dal clima caldo ed arido, dove la specie è endemica e cresce spontanea.
Brachychiton rupestris è un albero a lenta crescita che non supera in genere i dieci, quindici metri d’altezza nelle regioni al di fuori dell’area d’origine; si presenta con un fusto tozzo, affusolato in cima e rigonfio al centro per i tessuti che si imbibiscono d’acqua come scorta per i periodi di siccità, meritando per questo, a pieno titolo, il nome di “albero bottiglia”.
Sito Web
Questa caratteristica forma del tronco, che può arrivare nei luoghi d’origine anche ai sei metri di circonferenza, viene raggiunta soltanto in esemplari adulti, in genere non prima dei 7,8 anni di età, con un diametro che può anche diminuire in larghezza durante i periodi di prolungata siccità; nella fase giovanile, invece il tronco è dritto e stretto.

Il rigonfiamento del tronco è dovuto alla presenza di un tessuto parenchimatico spugnoso che si imbibisce d’acqua; è per questo che nei periodi di siccità, i nativi australiani abbattevano gli alberi bottiglia staccandone la corteccia e facendone mangiare al bestiame la fibra carnosa.
Sito web
Le foglie sono alterne e presentano una diversa forma tra la fase giovanile e quella adulta: da giovani le foglie sono palmate a 7-9 lobi lineari-lanceolati mentre con l’aumentare dell’età le foglie diventano semplici, lunghe 7-12 cm, lineari-oblunghe; entrambe le forme possono essere presenti contemporaneamente sulla stessa pianta; la specie è considerata spogliante perché all’inizio dell’estate tende a perdere le foglie per ridurre le perdite d’acqua per traspirazione ma questo in realtà avviene solo in natura, nei giardini se la pianta è irrigata la perdita delle foglie è molto poco accentuata ed avviene in contemporanea con la fioritura.
I fiori , leggermente campanulati e più piccoli rispetto a quelli di altri brachychiton, sono di colore biancastro, con sfumature rosa sulla faccia interna dei petali e vengono portati all’estremità dei rami in infiorescenze a pannocchia; i fiori sono apetali e la loro forma è data da quattro, cinque tepali saldati tra loro.  
I frutti sono baccelli legnosi a forma di barchetta, quando aperti, che contengono molti semi, circondati all’interno del frutto da peli irritanti.
L’albero ha un apparato radicale superficiale e poco espanso che lo rende adatto ad essere coltivato in prossimità di fabbricati ed abitazioni o a ridosso delle piscine; per questo la specie si adatta alla crescita in vaso, fatto che ne ha consentito l' esportazione di esemplari adulti dall’Australia in tutte le nuove aree di acclimatazione.
Tra le curiosità lette sul web a proposito di Brachychiton rupestris, nel 1919 in Australia nella città di Roma, furono piantati 93 alberi di questa specie per ricordare i concittadini morti in conflitto durante la Prima Guerra Mondiale.
Grazie alle meraviglie tecnologiche di Google Maps sono riuscita ad esplorare Heroes Avenue che si estende di fronte alla stazione ferroviaria della cittadina di Roma e lungo Wyndham Street, riuscendo ad ammirare, come se fossi li presente, ogni singolo Brachychiton rupestris di questa commovente, lontana, commemorazione.
 

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...