mercoledì 4 aprile 2018

Blufi, il paese dei tulipani

Blufi è un piccolo paese siciliano dell’Alta valle del Salso posto a 600 metri d’altezza, ai margini del Parco delle Madonie. E’ diventato comune autonomo soltanto a partire dal 1972 staccandosi da quello di Petralia Soprana e vi abitano poco più di mille persone suddivise in numerose frazioni sparse su una superficie territoriale di non oltre 22 kmq. Il nome, un poco buffo, del paese, è un toponimo che compare a partire dal XIII secolo, probabilmente di origine araba, derivato dall’etimo be luf che indica il nome in arabo di una cucurbitacea, la Luffa cylindrica che evidentemente doveva essere coltivata in zona.
Il paese non ha turisticamente molto da offrire se non qualche Sagra ed il Santuario della Madonna dell’ Olio, posto a pochi chilometri dal paese, la cui costruzione ha origini medievali con rimaneggiamenti successivi anche recenti, in un luogo rinomato sin dall’antichità per una sorgente di olio minerale usato per la sua funzione medicinale contro le malattie dermatologiche.
Pur essendo siciliana non ero mai stata a Blufi e non ne conoscevo l’esistenza sino a qualche giorno fa, quando  un amico , Michele, mi spedisce una foto di un campo di tulipani spontanei, un mare rosso ondeggiante che riempie la vista e l’orizzonte stagliandosi contro il cielo blu e la neve che in questi giorni di inizio primavera ricopre ancora le Madonie.
Il luogo dello scatto? Il santuario della Madonna dell’Olio a Blufi: un paesaggio di una bellezza folgorante ed inaspettata e per me, in particolare, sorprendente se si considera che l’anno scorso per vedere un prato di tulipani (coltivati) sono salita fino a Vescovana, nel Veneto, per assistere a Giardinity una manifestazione che ha luogo nella villa della Contessa Pisani e che ha il suo punto di forza negli oltre 70000 tulipani olandesi messi a dimora in modo apparentemente spontaneo nel grande prato prospiciente la Villa.
A Vescovana la vista di tanti tulipani di ogni foggia e colore che punteggiavano il prato, creando un colpo d'occhio fantastico, mi aveva emozionato ma ora so che non può esserci confronto con la  bellezza di questa enorme macchia rossa di tulipani selvatici di Blufi,  che ondeggia nel vento.
Il tulipano che cresce a Blufi è classificato botanicamente come Tulipa raddii o Tulipa praecox, una specie che pur essendo di origine medio orientale si è naturalizzata in diverse regioni italiane probabilmente sfuggendo da qualche giardino e che ha uno dei massimi popolamenti proprio in questo campo che guarda il Santuario. 
In realtà secondo The Plant List la specie avrebbe un altro sinonimo in Tulipa agenensis ma molti post degli esperti del gruppo Forum Acta Plantarum trovano differenze evidenti tra le due specie: nella lunghezza delle foglie in rapporto a quella del fusto, nella forma dei fiori,   nella forma della macchia nera e dell'apice del margine giallastro presente nei tepali interni, la presenza o meno di una banda interna longitudinale gialla; insomma tutti gli indizi porterebbero ad indicare  per i tulipani di Blufi le caratteristiche specifiche di Tulipa raddii.

Qualche giorno dopo avere ricevuto la foto, sono andata anche io a vedere di persona questo paesaggio che ha del miracoloso ed in verità non ci sono foto che ne riescano a catturare   per intero la bellezza. 
Insieme a me, probabilmente avvisati da un passaparola social, c’erano molti appassionati di fotografia, attrezzati di macchina e treppiede ma purtroppo, fa male dirlo, erano anche tante le persone che raccoglievano tulipani a piene mani in fasci grandi o cassette o ne scavavano i bulbi, probabilmente per realizzare. come ho avuto modo di vedere, ordinate bordure nei giardini di campagna delle villette  intorno al Santuario.
Per un paese come Blufi,  che ha poco da offrire ai visitatori, questo paesaggio naturale che in tanti siamo venuti ad ammirare potrebbe essere una opportunità per uscire dall'anonimato, un modo per essere ricordato  come il paese che sa preservare  i suoi  tulipani selvatici; a Vescovana  ho pagato un ingresso e sono stata contenta di farlo  perché  dunque non pensare qualche cosa di simile anche per il campo di Blufi? Non c'è molto da tergiversare, se si vuole conservare un paesaggio così effimero; è d'obbligo intervenire perché la bellezza dei tulipani del campo di Blufi,  lasciata al saccheggio incontrollato, potrebbe rapidamente del tutto scomparire .

 

martedì 27 marzo 2018

Furbo come un geranio, mistico come un gelsomino

Incontro con Carmelo Di Bartolo ed Antonio Perazzi  al vivaio Malvarosa 
Finalmente con il mese di marzo è arrivato il momento di dire addio alle brume invernali che equivalgono, per gli appassionati dei fiori, al letargo dei sensi; l’inverno è, infatti,  un vero mortorio per chi nei giardini, nelle piante e nei fiori trova il suo passatempo.
I vivai sono tutti in disarmo e molti vivaisti vanno in vacanza a godersi il meritato riposo; nei mercati o nelle fiere non si trovano piante da comprare ad eccezione delle onnipresenti piante grasse e succulente; pochi anche gli incontri, le conferenze ed i convegni degni di nota cui ho avuto voglia di partecipare, insomma, una tragedia che mi ha fatto disamorare anche del blog tanto da decidere di non scrivere più una riga fino a quando non avrei provato interesse per una nuova iniziativa.
Ma dopo mesi di annoiata attesa finalmente lo scorso fine settimana, pregustando l’evento, mi sono precipitata al vivaio Malvarosa a Carruba di Giarre dove si è svolta la Quinta Festa dei Gerani, organizzata da Filippo Figuera e da sua moglie Agata nel loro vivaio- abitazione.
Il programma è sempre fitto di iniziative ma scansando le proposte rivolte ai bambini che riempiono il vivaio di una moltitudine di famiglie festanti mi sono concentrata sull’incontro in programma per il sabato pomeriggio dal titolo “Furbo come un geranio, mistico come un gelsomino”: una chiacchierata con il designer Carmelo Di Bartolo e il paesaggista giardiniere Antonio Perazzi che già, anche solo per il titolo, mi incuriosiva per dove la discussione sarebbe potuta andare a parare.  Gli incontri a Malvarosa sono sempre molto conviviali, gli invitati sono amici tra loro, amici dei Figuera e anche tra il pubblico ci sono amici; c’è dunque un’atmosfera familiare che porta spesso i relatori a esporre in maniera informale, interloquendo tra loro, scherzando con il padrone di casa e con il pubblico amico, creando un’evento all'insegna del relax. I due relatori si sono equamente suddivisi l’argomento da trattare e così del "furbo geranio" si è occupato Carmelo Di Bartolo mentre il "mistico gelsomino" è stato lasciato al talento romantico di Antonio Perazzi.
Perché il geranio viene definito furbo?
 
Tutto parte dal lavoro svolto da Carmelo Di Bartolo che, acese d’origine, da 44 anni si è trasferito a Milano dove è diventato un design affermato svolgendo attività professionale per grandi imprese ed enti governativi e dove pratica attività didattica essendo stato docente e successivamente direttore dello Istituto Europeo di Design (IED) di Milano e Madrid.
Il suo lavoro consiste nell’osservare aspetti particolari del mondo vegetale ed animale traducendo queste osservazioni in meccanismi geometrici, applicabili a progetti utili alla realizzazione di materiali super tecnologici richiesti da grandi aziende pubbliche e private. Per esempio partendo dall’osservazione di oltre 120 superfici naturali come quella delle fragole o di diverse conchiglie si è riusciti a tradurre queste osservazioni in modelli analogici applicati poi alla realizzazione di pavimentazioni per non vedenti alla Metropolitana di Milano.
Considerando poi che per realizzare prodotti innovativi le geometrie ed i materiali sono importanti, Di Bartolo ed il suo studio, lavorando per Samsung, si è molto interessato alla flessibilità studiando tutta una serie di forme naturali come ad esempio, le foglie di alcune palme che si piegano come un ventaglio ottenendo una forma resistente non per quantità di materiale ma per qualità geometrica, riuscendo al contempo a trasportare la linfa e dunque energia. Da questi studi è nato il progetto per produrre  tablet o  telefoni in grado di piegarsi come una specie di origami. 
Ma, come c’ entra il geranio con il lavoro di Di Bartolo? I pelargoni, che è il vero nome dei gerani, sono un genere di piante in grado di resistere eroicamente alle situazioni climatiche limite come quando le abbandoniamo su un balcone e non ce ne curiamo più ma loro continuano a vegetare e fiorire.
Hanno una grande variabilità di superficie fogliare per adattarsi a varie situazioni di luce e scarsità d’acqua: Pelargonium tomentosum ad esempio ha una peluria che ricopre la foglia dove l’acqua in qualche modo riesce a mantenersi nella configurazione sferica. Ed ogni specie presenta diverse tipologie di peli di diversa natura, con diverse funzioni in grado di applicare una quantità incredibile di strategie: di tipo difensivo, di tipo d’attacco e funzionali per la coibentazione ad esempio; se si riuscisse a capire anche in minima parte tutti i processi chimici presenti in una foglia di pelargonio si avrebbe un reddito di conoscenza importante.
Molto interessante ad esempio è la strategia utilizzata dai pelargoni per disseminarsi: i semi dei pelargoni hanno un peduncolo a forma di spirale che si presenta attorcigliato e che al variare dell'umidità atmosferica   si contrae e si arrotola in un forma più o meno logaritmica. Ogni specie presenta delle varianti rispetto allo schema generale che permette al seme di volare e cadere puntando al suolo in modo elegante. Quando è presente sufficiente umidità, il peduncolo si idrata e si srotola dando la spinta necessaria al seme per penetrare, avvitandosi nel terreno. Dall’osservazione di questo scaltro comportamento vegetale si sono tratte utili informazioni per progettare trivelle da utilizzare nelle perforazioni petrolifere.
Ed il gelsomino?
Per arrivare nel corso dell’incontro, al perché il gelsomino sia da considerarsi mistico, Antonio Perazzi racconta di se e del suo rapporto con la natura ed i giardini. Il giardino è definito luogo di serenità dove tutto ha un suo ritmo ed è un continuo susseguirsi di eventi: piante che sbocciano, altre che muoiono in un continuo mutare e divenire, dove ogni componente è bisognosa di cure ed attenzioni perché non esistono giardini che non abbiano la necessità di avere un giardiniere che li accudisce.
E chi fa giardini non deve inventare nulla ma solo ricalcare quello che un luogo, un ambiente ti offre assecondandone le potenzialità e operando con le diverse componenti e non contro le stesse, cercando di fare tutto con il minore dispendio di energia e di risorse. In natura ci sono luoghi dove i paesaggi e le piante ed i fiori che vi crescono sono talmente belli che si è letteralmente ubriacati dalla bellezza di un paesaggio spontaneo da cui trarre ispirazione. Chi si occupa di giardini dovrebbe propendere più per una visione etologica della natura invece che puntare sulla creatività ad ogni costo traendo ispirazione più da  un paesaggio naturale che da un giardino costruito. Ed è qui che entra in gioco il gelsomino, partendo dall’assunto che avere un giardino fa stare bene non c’è niente di meglio del gelsomino per stare bene in giardino. Un fiore che è purezza divina perché ha una forma meravigliosa, complessa, suadente ed anche sensuale; un fiore che affascina e consente connessioni intellettuali. Ma a Perazzi piace spiazzare i suoi ascoltatori che sono oramai convinti di avere afferrato la sua filosofia progettuale  che è quella di fare giardini naturali. Ed invece viene mostrata al pubblico una foto del giardino di Villa Gamberaia dove le abili mani di esperti giardinieri realizzano architetture vegetali complicatissime su piante che non sanno più di essere piante, perché sono diventate muri, sfere, pilastri e tanto altro.
E’ questo un giardino fatto di architetture vegetali complicatissime realizzate dall’uomo ma ciò nonostante è un giardino meraviglioso, come ci dice Perazzi. Il giardino nella natura allora non può esistere mentre invece esiste la bellezza della natura in se. Non si può fare un giardino perciò se non c'è un giardiniere, a condizione che il giardiniere faccia scelte  intelligenti cercando di assecondare la natura.  Bisogna avere un progetto, occorre fare un ragionamento,  declinare un tema ed ottenere un risultato; se il risultato sarà buono o no dipenderà dall'aver fatto scelte giuste o sbagliate ma è proprio questo che fa la differenza tra le persone ed anche tra i giardini.
***
Il mio primo appuntamento di primavera è stato di buona  soddisfazione anche se ho dovuto riascoltare  più volte la registrazione dell'intera chiacchierata per venire a capo di una conversazione ricca di divagazioni e scambi di opinioni personali;  ne vorrei ascoltare una a settimana al vivaio Malvarosa per riacciuffare la voglia di scrivere di piante.
 

sabato 13 gennaio 2018

Hoffmannia, la pianta dalle foglie taffetà

Che pianta è questa?
Domanda: Mi hanno regalato per Natale una pianta in vaso, da tenere in appartamento, dalle foglie molto decorative di colore verde intenso e con la pagina inferiore colore rosa con riflessi metallici; non ne conosco il nome e non so quali siano le sue esigenze colturali. Può aiutarmi ad identificarla?

Per dare una risposta alla sua domanda ho interpellato qualcuno che penso sia molto esperto nel settore commerciale delle piante in vaso, sia fiorite che da fogliame, in quanto da oltre quarant’anni a Catania, prima in un vecchio capannone, poi un poco più giù, in un grande negozio-vivaio attaccato all’abitazione di famiglia, rappresenta un punto di riferimento in città per chi deve acquistare piante stagionali siano esse popolari ma anche non usuali , da regalare in occasione di inviti e festività.
Il negozio è sempre aperto e la signora Grasso che ne è titolare, coadiuvata da un entourage familiare tutto al femminile, fornisce su richiesta consigli di coltivazione che si sono sempre rivelati efficaci alla prova dei fatti.
La pianta in questione, mi dice la signora, si chiama Hoffmannia ed è una specie da appartamento, di sviluppo contenuto, dal fogliame molto decorativo.
Io,  per contribuire, ho fatto qualche ricerca per saperne di più.
Le specie del genere Hoffmannia (oltre 100 ) sono originarie della fascia a clima tropicale dell’America centrale e del sud. Sono generalmente specie a crescita bassa, dal fogliame molto ornamentale sia per la dimensione delle foglie che per il colore che, in alcune specie, ha tinte e consistenza così variegate da essere indicata dagli inglesi  come “taffeta plant”; le foglie, infatti come se fossero  taffetà, un tessuto elegante utilizzato per abiti da cerimonia, hanno una superficie fogliare corrugata e consistente, con venature  prominenti, il cui colore varia dal verde scuro su bronzo, con spruzzi di luce argento e rosa, al colore rosso bruno con tonalità rosate anche sulla pagina inferiore delle foglie; i fiori sono poco appariscenti.
Nei paesi d’origine sono piante utilizzate per realizzare macchie di colore nei giardini; in climi meno favorevoli è preferita la sua utilizzazione come pianta in vaso da tenere in appartamento.
Sito immagine
Il Genere Hoffmannia, che è stato attribuito alla famiglia delle Rubiaceae, deve il suo nome al professore Greg Franz Hoffmann, nato nel 1740 e morto nel 1825, che fu docente di botanica e micologo tedesco specializzato in licheni e muschi al quale nel 1787, il botanico svedese Olof Peter Swartz (1760-1818) dedicò il genere Hoffmannia che comprende alcune specie come Hoffmannia ghiesbreghtii e Hoffmannia refulgens che sono quelle maggiormente coltivate come piante in vaso da fogliame. Sono piante che rifuggono il sole diretto visto che nei luoghi d’origine vivono sotto copertura vegetale, amano l’umidità atmosferica e le alte temperature ed è a questi parametri che dobbiamo fare riferimento per mantenere la pianta in salute.  A livello commerciale sono stati creati  ibridi di Hoffmannia dal fogliame ancora più appariscente come “Fantasia” un incrocio tra Hoffmannia ghiesbreghtii x Hoffmannia roezlii le cui foglie sono trapuntate di colore verde oliva, ramato scuro, con venature più chiare sotto la superficie bronzata o Hoffmannia ghiesbreghtii “Variegata” che ha foglie chiazzate di bianco- crema, giallo e rosso.
POST SCRIPTUM
Se vi dovesse capitare di ritrovare un giorno la pianta collassata come quella in foto, non vi allarmate ...
è mancanza d'acqua; lasciatela in immersione per una notte nel sottovaso pieno d'acqua e la mattina dopo la vedrete risuscitata. 
 
 
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