mercoledì 13 novembre 2019

Zafferano siciliano

In Sicilia e più esattamente a Caltagirone, comune del catanese famoso soprattutto per le ceramiche e per avere dato i natali a Luigi Sturzo, due giovani imprenditori, Paolo e Giulio Rigido, hanno da pochi anni avviato nella loro azienda agricola Terra Rossa, la produzione di zafferano, una delle spezie più care e ricercate del mercato alimentare.
Lo zafferano è  una sostanza aromatica ottenuta macinando gli stigmi opportunamente essiccati dei fiori di Crocus sativus, una pianta erbacea perenne alta dai 10 ai 20 centimetri che possiede un caratteristico bulbo sferico, schiacciato alla base, dal quale in primavera si sviluppano foglie strette ed allungate.
Dopo la pausa estiva, durante la quale la vegetazione scompare completamente, in autunno con le prime piogge compaiono poche foglie e la pianta entra in fioritura producendo fiori violacei che presentano uno stilo che termina con uno stimma rosso arancio diviso in tre parti dal quale si ottiene lo zafferano. Crocus sativus è una specie sterile che non è presente allo stato spontaneo e che si propaga esclusivamente attraverso i bulbi; la sua caratteristica è la fioritura autunnale ed il gigantismo degli stigmi che oltrepassano i tepali del fiore.
In natura esistono circa 15 specie diverse di Crocus;  in Sicilia ad esempio è molto comune Crocus longiflorus che cresce nei boschi cedui di collina e montagna ed è chiamato zafferano autunnale.
 
Lo zafferano è una spezia usata sin dall’ epoca greco-romana per aromatizzare prodotti gastronomici, colorare ed insaporire alimenti, preparare unguenti con oli emollienti; la polvere ricavata dagli stigmi è ricca di un carotenoide chiamato crocina a cui si attribuiscono proprietà antiossidanti, antidolorifiche, sedative, digestive ed antidepressive.
In Italia la coltivazione del croco avviene soprattutto in alcune aree vocate che hanno ottenuto il riconoscimento DOP come in provincia dell’Aquila (altopiano di Navelli); in Toscana a San Gimignano ed in alcuni comuni della Sardegna. Anche in Sicilia, tuttavia, nelle aree collinari interne comprese tra le province di Enna e Catania la coltivazione dello zafferano ha una sua tradizione che si evidenzia nell’uso dello zafferano in alcune pietanze e prodotti alimentari tipici come gli arancini, le ganeffe o nel formaggio di antiche origini chiamato “Piacentinu Dop “.


Ma a dispetto della tradizione, guardando le statistiche di produzione di questa spezia negli ultimi anni in ambito mediterraneo, la superficie di coltivazione ha avuto una forte contrazione divenendo per lo più una coltura integrativa a quella di altre produzioni. La sua coltivazione, infatti, richiede molta manodopera, sia nella fase di manutenzione degli impianti, che sono per lo più biologici, sia nella fase di raccolta e di lavorazione dei fiori, operazioni eseguite esclusivamente a mano.

Come sia venuto in mente a dei giovani coltivatori siciliani di cimentarsi in questa difficile ed onerosa coltivazione è una cosa che mi ha dapprima incuriosito e poi, visitando la loro azienda, molto interessato, ed è dunque a Paolo e Giulio che lascio la parola per un racconto a più voci.
La nostra è un’azienda a conduzione familiare realizzata da mio padre che proviene da una famiglia di tradizione contadina;  abbiamo terreni coltivati a mandorle ed olive, ma è tutta terra non irrigua; non abbiamo un pozzo ma abbiamo cisterne. Io, mi dice Giulio, ho fatto varie esperienze di lavoro e mi sono visto chiudere tante porte in faccia  e ad un certo punto  ho pensato  è il momento di farmi venire un'idea e di realizzarla da solo. Tra le tante possibili produzioni da fare senza disporre di acqua irrigua (pomodori per conserve, mandorle) abbiamo valutato la possibilità di coltivare zafferano, un prodotto di nicchia per un pubblico selezionato cui fare presa con un packaging accurato.  




Con mio fratello abbiamo visitato un’azienda nell’ennese che già ne produce e ci siamo convinti di avviare anche da noi una piccola produzione di zafferano. Abbiamo deciso di realizzare un impianto poliennale mettendo a dimora bulbi di grossezza mista in modo da arrivare al picco di produzione in modo graduale ed infatti il primo anno abbiamo prodotto solo 15 grammi di prodotto; l’anno successivo 120 gr. poi 250. L’anno scorso, per un problema di fusariosi ho dovuto espiantare tutti i bulbi spostandoli su un nuovo terreno e dunque abbiamo registrato un calo di produzione.
Quest’anno speriamo, dopo tutta la fatica che abbiamo fatto, di arrivare a produrre 500, 600 grammi di prodotto finito. Sembra poco ma vogliamo progredire con criterio ed infatti l’anno scorso, impegnando tutta la famiglia e gli amici nella fase di raccolta e lavorazione e cercando sempre nuovi canali di vendita siamo riusciti a vendere tutto quello che avevamo prodotto.
Come si svolge la coltivazione dello zafferano?
Crocus sativus è specie che fiorisce una volta all’anno ed in Sicilia generalmente la fioritura inizia ai primi di novembre. La raccolta comincia la mattina presto ripulendo le piante da tutti i fiori che sono spuntati. Sono da preferire i fiori chiusi perché gli stigmi sono protetti  dai tepali e non si rovinano ma facciamo a lotta con api e bombi che aprono i fiori perché sono ghiottissimi del polline del croco e bisogna stare attenti con le dita a non raccogliere anche loro.
La raccolta è giornaliera e dura all’incirca tre settimane; al termine della mattinata di lavoro, con i cesti pieni di fiori, si va subito a casa dove ci si mette tutti intorno d un tavolo per eseguire la pulitura dei petali per estrarre gli stigmi che rappresentano il vero e proprio zafferano.
Per fare un grammo di prodotto ci vogliono da 150 a 200 fiori e se in una giornata abbiamo raccolto  100 grammi di prodotto si può ben capire quanti fiori sono stati lavorati. Gli stigmi ripuliti vanno messi ad asciugare in essiccatoio e quindi confezionati in vasetti dove rimangono a maturare per alcuni mesi prima di essere commercializzati.
A quanto vendete il prodotto finito?
Una nostra confezione che contiene un grammo  di zafferano puro in stigmi  viene venduta a 25 euro ma ne abbiamo anche confezioni meno costose. Di fronte a questi prezzi molti acquirenti storcono il naso non sapendo l’enorme lavoro manuale che sta dietro a questo tipo di produzione. Si rivolgono allora al mercato dello zafferano in polvere proveniente da paesi poveri come Turchia o altri paesi del Medio Oriente dove la manodopera costa poco e dove si è meno attenti al problema ambientale, mentre noi lavoriamo in regime biologico.
Visti i buoni risultati pensate di incrementare le superfici coltivate?
La coltivazione dello zafferano non è un lavoro facile perché oltre alla lavoro della raccolta,   occorre seguire l’impianto con cure colturali continue volte al controllo delle infestanti, dei predatori naturali quali conigli, arvicole, limacce e dei temibili attacchi fungini. Per aumentare la nostra offerta di prodotto per il mercato degli appassionati gourmet abbiamo cominciato a produrre, con parte della nostra produzione, un miele allo zafferano particolarmente aromatico ed indicato per accompagnare carni e formaggi stagionati.
Da qualche anno inoltre abbiamo cominciato a produrre peperoncini delle varietà a più alto tasso di piccantezza con l’ambizione di produrre oli aromatizzati o dei patè al peperoncino partendo dalla nostra produzione di olive aziendali. Di peperoncino, in questi giorni, abbiamo ancora piante  in produzione ed ho ricevuto ordini per il prodotto fresco in vaschetta che spedisco verde per durare più di 4,5 giorni.
Sentirli raccontare mentre indaffarati raccolgono fiori di zafferano fa piacere; sono giovani fiduciosi nelle loro capacità, caparbi nel cercare l’idea che li faccia lavorare a casa, in Sicilia, senza la necessità di girare il mondo: mi dice Paolo: Se vogliamo restare in Sicilia dobbiamo inventarci il lavoro, io sono stato già in Australia e volendo potevo anche rimanerci ma a lungo termine non è quello il mio posto perché non mi ci vedo fuori da questa isola.
Ed allora ben vengano lo zafferano o i paté piccanti o il miele aromatizzato alle spezie se  questi giovani imprenditori potranno realizzare il sogno  di lavorare vicino casa.

P:S: Alcune foto sono tratte dalla pagina FB: Agricola Terra Rossa

domenica 3 novembre 2019

Puzzle botanico illustrato

Cerca nello schema tutti i nomi (Generi) delle dodici specie raffigurate in foto; le parole potranno trovarsi in orizzontale, verticale, diagonale, per diritto ed al contrario; certe lettere possono essere in comune;  quelle rimaste, lette di seguito, daranno la chiave indicata.
Chiave 8: il nome di una importante manifestazione del verde


Link

 

mercoledì 23 ottobre 2019

La villa ed il parco della Signorina Reimann

A Siracusa, lungo la via Necropoli Grotticelle che fa da confine al grande Parco archeologico della Neapolis, ha sede la Villa Reimann di proprietà, a partire dagli anni Trenta del Novecento, di Christiane Elisabeth Reimann, facoltosa figlia di un banchiere danese arrivata in Sicilia, così come tanti altri viaggiatori stranieri, insieme al compagno, il dottore Wilhelm Alter, per curare problemi di salute nel clima mite dell’isola e per visitare le sue aree archeologiche; le rovine del teatro greco di Siracusa, le latomie, gli ipogei, il mare di Ortigia colpiranno a tal punto la Reimann da farle decidere, nel 1934, l’acquisto di villa Fegotto costruita da un imprenditore siracusano alla fine dell’Ottocento in una posizione sopraelevata rispetto al nucleo centrale della città; una delle prime espressioni di espansione extraurbana avutasi a Siracusa subito dopo l’Unità d’Italia.
La villa, inizialmente composta da un solo piano, venne dalla Reimann rimodernata con l’aggiunta di un piano superiore e con la creazione di un grande parco. 
La Reimann che aveva immaginato la villa come nido d’amore da dividere con il suo compagno, dopo pochi anni burrascosi passati insieme, a seguito dei ripetuti tradimenti del dottor Alter che arrivò addirittura a vendere la villa a sua insaputa, lo lascia e nel 1938 riacquista la casa dove vivrà da sola sino alla sua morte avvenuta a Siracusa nel 1979. Per tutti i siracusani che l’hanno conosciuta la Reimann rimase sino alla fine “la Signorina Reimann” , la Crocerossina dai grandi interessi culturali, frequentemente in viaggio per l’Europa, capace di affrontare da sola la requisizione della villa da parte degli inglesi durante la seconda guerra mondiale ed il suo trasferimento forzato a Floridia, un paese vicino, dal quale, frequentemente a piedi, tornava in villa per controllare la situazione.
Alla sua morte la Reimann scelse di donare l'intera proprietà, per lascito testamentario, al Comune di Siracusa con l’obbligo di destinarla a ..sede perenne di iniziative formative ed educative di rango universitario ed elevato interesse culturale ed infine, dopo anni di abbandono,  oggi,  Villa Reimann, è sede del Consorzio Universitario Archimede e dell’Associazione Save Villa Reimann che in passato si è battuta perché incuria e disinteresse non calpestassero le ultime volontà della benefattrice.
Molto interessante la visita della villa e del giardino: la residenza, recentemente restaurata, è arredata con parte dei mobili in stile rococò originariamente presenti (altri negli anni sono stati trafugati); una magnifica scala autoportante in marmo di Carrara segna l’accesso alle camere del piano superiore; la biblioteca, il soggiorno, quadri e suppellettili di gusto nordico, la stanza al piano terra dove negli ultimi anni la Reimann, che aveva problemi di deambulazione, dormiva.
Tutto, in villa, ci parla del carattere risoluto della Signorina, che, ad esempio da tutti i libri presenti in biblioteca, in astio al compagno che l’aveva tradita, taglia con una forbicina e fa sparire il nome di lui apposto sulla prime pagine di copertina.  
Dalla balconata del primo piano con una scala si accede al giardino inglese che guarda a sud; un giardino di acclimatazione dove la Reimann collezionava esemplari acquisiti dagli Orti Botanici di Palermo, Napoli, Catania o fatti arrivare da lontano: palme sopra tutto, molte delle quali sfuggite al punteruolo ( Erithea armata, Jubaea chilensis, Livistona chinensis, Sabal palmetto, Cycas, Washingtonie) ; arbusti esotici come thevetia, acokanthera, meryta, juanulloa, cotynus, Strelitzia alba e Strelitzia reginae; alberi di feijoa, plumeria, jacaranda,schinus, Ficus pandurata. 
Nella parte bassa del giardino c’è una collinetta artificiale che raccoglie una collezione di piante succulente e che culmina con un torrino in legno dove la Reimann amava leggere e spingere lo sguardo verso il mare di Ortigia e del Golfo. 

Molti i luoghi di relax nel giardino con tavoli, sedute, fontane e vasi tutti realizzati a mano, scolpiti nella pietra siracusana.

Sul fronte della casa invece con esposizione a nord viene impiantato il Giardino delle Esperidi (erano delle Ninfe ed Aretusa era una di loro) in omaggio alla classicità del luogo; un agrumeto a sesto regolare che raccoglie tutte le possibili tipologie di agrumi coltivate in terra di Sicilia: il limone Femminello Siracusano, oggi IGP; arance rosse, arance a polpa bionda, cedri, pompelmi, mandarini; nel viale centrale una collezione di rose antiche, alcune delle quali portate dalla Danimarca. 
Ad accrescere l’interesse per la Villa ed il suo Parco è di grande rilevanza la connotazione archeologica del sito. Quando la Reimann acquistò la villa, infatti, era ben consapevole che la proprietà costituiva una naturale continuazione dell’area archeologica Neapolis, in un luogo destinato a necropoli in uso dal periodo greco a quello romano paleocristiano. Si innamorò del luogo perché amava l’archeologia e scriveva in una sua lettera che nel suo giardino “amava dialogare in solitudine con le antichità..” Avviò dunque sistematici scavi individuando diversi ipogei (uno dei quali fu utilizzato come cantina ed altri come rifugi antiaerei durante la guerra) ma anche latomie, luoghi dove gli antichi greci estraevano la pietra da costruzione. 
Una di queste, la cosiddetta Latomia del Carratore era attigua alla proprietà e sarebbe stato desiderio della Reitmann acquistarla se non ci fosse stata l’indisponibilità alla vendita della famiglia dei proprietari. La Reimann tuttavia si fece scavare un affaccio sulla latomia dal suo giardino, per godere del fascino delle pietre antiche.
E di antico in questa proprietà oltre che la roccia c’è anche l’acqua, portata da una parte del tracciato del Canale Galermi, un’importante opera di ingegneria idraulica realizzata dai greci nel 480 a.C per ordine del Tiranno Gelone come trionfo dei siracusani sui cartaginesi nella battaglia di Imera. L’acquedotto attinge le acque nell’alta valle dell’Anapo nei territori di Sortino e Pantalica e le trasporta attraverso trincee scavate nella roccia fino al parco Neapolis proprio sopra la Cavea del Teatro greco. Un tratto interrato di questo acquedotto attraversa per circa 400 metri la proprietà Reimann ed in un angolo del giardino dove c’è il pozzo, se ne sente ancora scorrere l’acqua.
Villa Reimann è un appuntamento da non mancare per chi, appassionato del verde, volesse visitare Siracusa; una visita bella e interessante in un luogo ritornato presentabile dopo anni di incuria e dove, con un fitto calendario di appuntamenti  culturali  (conversazioni, conferenze, dibattiti, tè letterari) si rende finalmente giustizia all’amore che la Signorina Christiane Elisabeth Reimann ebbe per questi luoghi antichi.
 
P.S.
Ho visitato la Villa in occasione della manifestazione Le vie dei Tesori; ho visitato il giardino e le emergenze archeologiche nelle Giornate del Fai; mi sono documentata sulla flora del parco leggendo l'introvabile pubblicazione: I giardini di Villa Reimann A. Attardo, E. Farinella, 1996, Istituto di Studi Siracusani

 



giovedì 10 ottobre 2019

Antonio Perazzi: Home Ground a Radicepura

Voglio dire una cosa che forse non sarà molto popolare: l’autunno non mi piace: quell’illanguidire delle giornate che a poco a poco si incupiscono; il ritorno dell’ora solare; la scuola; i giardini che perdono gli smaglianti colori della bella stagione, nei vivai solo ciclamini e crisantemi, la luce che diventa mogia e ti porta a meditare su quanti tramonti hai già visto e quanti ancora ne riuscirai a vedere…
L’autunno è una stagione di melanconia che non ho proprio voglia di fare mia.
 
A peggiorare la situazione manca oramai solo una manciata di giorni alla chiusura della seconda edizione del Radicepura Garden Festival che a Giarre, in Sicilia, da questa primavera e per tutta l’estate, ha catalizzato l’attenzione degli appassionati del verde.
Un grande Parco Botanico ancora in itinere realizzato dalla Fondazione Radicepura, più quattordici giardini e quattro installazioni, opera di paesaggisti famosi ed emergenti ispirati, quest’anno, al tema del giardino produttivo, hanno reso di grande interesse questa edizione del Festival.
E non solo i giardini sono stati motivo di visita perché tante iniziative di richiamo si sono susseguite nel corso dell’estate come il Cinema in giardino, le domeniche dedicate alle famiglie con l’iniziatica Kids Trip Family friendly-Professione piccoli paesaggisti ed ancora Garden e Grill; Yoga in giardino;  Incontri con gli autori (Giuseppe Barbera, Arturo Croci, Michele Serra e Carlo Pagani),) e workshop con architetti del paesaggio di importanza internazionale come Andy Sturgeon, James Basson e Antonio Perazzi. Quest’ultimo, ad esempio, ha curato, il workshop Nuove piante, agricoltura, paesaggio spontaneo: tre alleati per il giardino siciliano che si è svolto lo scorso fine settimana. A detta di chi vi ha partecipato si è trattato di un evento di grande interesse non solo per le visite ai vivai Faro e al Parco di Radicepura ma anche per la generosità con cui l’architetto-giardiniere, come ama definirsi, ha parlato di se, del suo giardino e del suo lavoro.
Tutto questo ha da finire; siamo in autunno e la manifestazione si avvia a chiudere i battenti il 27 di ottobre. Proprio ora che i giardini hanno finalmente raggiunto il loro aspetto compiuto e l’idea progettuale si è resa più facilmente leggibile anche ai profani, le installazioni non saranno più visitabili al grande pubblico e nel tempo verranno smantellate per lasciare posto a quelle che fra due anni parteciperanno alla nuova edizione del Garden Festival.
Come Requiem per il Festival che ha fatto belle, quest’anno, le mie stagioni del cuore, primavera ed estate, racconterò dell’installazione Home Ground di Antonio Perazzi che è quella, fra tutte, che mi è piaciuta di più, meta di ogni visita che ho fatto al Festival per seguirne lo stato dell’arte e che mi auguro potrà rimanere installata anche per le edizioni a venire. 
 
Home Ground o 'Terra di casa' è una grande scacchiera che alterna riquadri che ospitano  piante tropicali da frutto a lastre di pietra lavica levigata  su cui sono incisi pensieri sul giardino;  nel parco di Radicepura questo giardino è stato posizionato proprio sotto  la grande Tour d’y voir di Michael Péna perché è dall’alto che se ne ha una visione molto suggestiva.
 
Di questa installazione ho trovato assai originale l’approccio con il tema del Festival che è quello del giardino produttivo. Secondo Perazzi, il giardino ha l’encomiabile merito di produrre un enorme miglioramento nel giardiniere che lo ha ideato e che lo cura e che può considerarsi a buon diritto il prodotto finale del giardino.
 
Come già sostiene nel suo ultimo libro Il Paradiso è un giardino selvatico: “ Il lavoro del progettista di giardini non è solo la composizione della forma o dello spazio abitativo all’aperto, è anche la capacità di lavorare insieme alle piante assecondando il loro carattere per raggiungere uno scopo comune di armonia ed equilibrio” ed ancora: “ ..il giardino non può esistere senza il giardiniere che, da creatore, diventa prodotto stesso della natura”.
Perazzi si è molto inspirato alla Sicilia nella progettazione nel suo giardino riprendendo ad esempio l’antica tradizione delle saie, di origine araba, utilizzate per irrigare gli orti e gli agrumeti. Un corso d’acqua, infatti, alimenta il giardino aumentando progressivamente la sua portata fino ad inondare, straripando i riquadri in pietra lavica che portano incisi degli aforismi; poi l’acqua defluisce per tornare a tracimare con cadenza ripetuta. 
La Sicilia ritorna anche nell’uso dei materiali: è stata realizzata, ad esempio una lunga seduta in pietra lavica utilizzando scarti di lavorazione forniti dalla famosa cava etnea dei fratelli Lizzio; questi sono stati, poi,  lavorati direttamene sul posto, allineando e modellando ogni singola lastra a formare il manufatto forse più costoso presente in tutto il Festival, ottenuto tuttavia partendo da un’idea di riciclo e recupero di scarti di lavorazione.  
Alle spalle della seduta una moltitudine di essenze da fiore che hanno profumato l’estate con le fragranze di gardenia, plumeria, hedychium, jasminum, aromatiche. Al centro della scacchiera sono presenti alberi da frutto tropicale provenienti in gran parte dai vivai di Natale Torre di Milazzo (annona, asimina, syzygium, mango, litchi); nella loro scelta si sviluppata un’altra tematica  progettuale che punta l’accento ai cambiamenti climatici per cui non sono tanto le specie tropicali da frutto che si sono dovute adattare a vivere sull’isola ma è la Sicilia che si sta adattando alla loro coltivazione diventando sempre più una regione a clima tropicale.
La vegetazione che contorna il giardino è in questi ultimi giorni lussureggiante: cycas, zamia, erythrina, alocasia,  aspidistra, thevetia.

È un giardino che, come dice Gaetano Zoccali, giornalista-giardiniere, autore dei quindici pensieri sul giardino incisi sulle lastre di basalto etneo: “gioca sul filo del rasoio, tra il naturale e l’addomesticato”.
 
Approfittando del momento di reflusso dell’acqua è stato divertente zampettare dentro la scacchiera per trascrive uno per uno i pensieri incisi, il più condivisibile dei quali è al centro: Il giardiniere conosce il Paradiso.
Come dargli torto?
 

venerdì 6 settembre 2019

Capperi di culo

Vogliate scusare se vi sembro scurrile ma la mia non è una botta di volgarità e neanche una nuova formula per descrivere un avvenuto colpo di fortuna. E’ invece il modo pragmatico con cui ho sentito definire da un uomo di campagna le piante di cappero ma anche di fico d’india che hanno la ventura di crescere nei posti più esposti ed arroccati: sui muri delle chiese del barocco catanese,  sui tetti dei caselli ferroviari abbandonati, tra le crepe di un muretto a secco.


Piante bellissime, rigogliose ed in salute mentre invece quando a casa si prova ad ottenere nuove piante di cappero partendo dai semi, pur disponendo di tutte le comodità del caso: buon terriccio di coltivazione, acqua e adeguata esposizione, la possibilità di avere nuove piantine rimane spesso una chimera. Ma come è possibile dunque che i semi di cappero spontaneo germinino con tanta facilità anche in luoghi così inospitali mentre a casa in vaso e con tutte le comodità manco a parlarne? Ecco che entra in gioco la capacità di osservazione contadina: il ' culo' di riferimento è quello degli uccelli che si alimentano dei cucunci, i frutti carnosi del cappero ma questo avviene anche con le bacche del fico d’india; mangiandone la polpa ne ingeriscono anche i semi che passano però inalterati  attraverso lo stomaco ed insieme alle feci vengono depositati nei luoghi di posa.
l segreto per una buona germinazione è dunque legato alla necessità che ha il seme di essere scarificato, ammorbidito in ambiente acido come avviene nello stomaco degli uccelli vettori. Essendo difficile trovare un merlo disposto a fare in un vaso il lavoro per noi, ho interpellato Francesco Bufalino che ha sperimentato una buona tecnica per ottenere percentuali elevate di germinazione da semine di cappero. Dice Francesco: “I semi li raccolgo quando i cucunci cambiano colore, cioè tendono al giallo e cominciano ad essere evidenti le striature longitudinali.
A questo punto schiaccio i frutti che devono avere un elevata percentuale di semi di colore marrone o neri; i frutti così schiacciati vengono messi a mollo nell’acqua a marcire poi, a fine settembre,  i semi vengono tirati fuori dall’acqua, lavati e seminati; le piantine nasceranno durante l'inverno e a giugno possono anche arrivare a fiorire".
E' proprio vero che a dispetto delle parole la saggezza popolare ha spesso  solide basi scientifiche.

Notizie sul cappero qui
 
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