lunedì 22 luglio 2019

Cruciverba botanico luglio 019

di scrittori botanici e di giardini ed altro ancora
Orizzontale: 1 : Autore di ‘Foraverde’; 8:Il nome del Giardiniere di Calvino; 9: Iniziali del nome dell’autrice del libro: ‘Giardiniere per diletto’; 10: Iniziali di religioso, medico e botanico spagnolo, vissuto alla metà del settecento, autore di Relatio plantarum javanesium; 11: Abbreviazione standard del Genere Cattleya;  12:  seconda parte del nome di Malus ‘Courtabrì’;  16: Nome di una importante artista, scrittrice e progettista di giardini inglese della fine dell’Ottocento, autrice del libro ‘Il giardino dei colori’ ; 18: Si produce durante la fase luminosa della fotosintesi; 19: Pirry pirry …. di   Acaena novae-zelandiae;  20:  Ha scritto il libro  Un giardino mediterraneo;  22: Nome della poetessa e articolista dell’Observer ,  autrice del libro “Un giardino per tutte le stagioni”; 23:Iniziali di avvocato e botanico austriaco, autore del libro ‘Flora von Wien , ecc. 1846; Verticale:  1: Paesaggista italiano autore dell’Enciclopedia ‘Fiori e Giardino’ della Garzanti; 2: Iniziali di botanico francese autore del libro: Florule bryologique de la Nouvelle-Calédonie, 1873; 3: Repertorio Fitoterapico; 4: Abbreviazione standard  di uno dei due autori del libro:  The botany of Captain Beechey's voyage, 1830–1841; 5: …..in capo alla Zelkova; 6: Zona speciale di conservazione;  7: Abbreviazione standard Generi di Orchidea  Ioncidium e  Odontiodonia; 8: Iniziali dell’autore di: A Monograph of the Genus Myrceugenia (Myrtaceae) (Flora Neotropica Monograph No. 29); 13: Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana; 14: Il nome specifico di Quercus a foglia rossa; 15: Scrisse a quattro mani il libro: ‘Contro il giardino’; 16: Sigla dei nomi di uno dei due autori del testo: ‘Il coltivatore giornale d'agricoltura pratica. Rivista a unico numero – 31 dic 1868’; 17: Botanico britannico che ha descritto per la prima volta Bauhinia blakeana;  21: Abbreviazione standard Genera Orchid  Vandachnanthe.

 

 

lunedì 15 luglio 2019

Kigelia africana, l'albero delle salsicce

A questa specie caldo e siccità mediterranei le fanno un baffo
Giorni torridi d’estate; vento di scirocco che asciuga e riarde la pelle. Se mi sento bruciare dopo dieci minuti passati in balcone figuriamoci come si devono sentire le mie piante sferzare da un vento africano che soffia a temperature che hanno superato, in questi giorni, i quaranta gradi; per limitare i danni ho dato acqua due volte al giorno e ombreggiato ma, ciò nonostante, alcune piante che mi incaponisco a comprare per rendere fiorita l’estate come impatiens, lobelia e begonie tuberose mi hanno dato ugualmente forfait. La devo smettere di fare acquisti in modo compulsivo tenendo, invece, bene a mente che è sempre più necessario optare per un giardinaggio che usi le risorse in maniera sostenibile, facendo acquisti in modo oculato in funzione della resistenza termica e soprattutto idrica delle piante acquistate. Se questa è la futura linea guida per la coltivazione dei miei vasi dove il turnover di specie defunte è oramai continuo ed inarrestabile, a maggior ragione se ne dovrebbe avere grande considerazione nei giardini dove le piante prescelte soprattutto le pluriennali devono essere in grado di sopravvivere al caldo dell’estate meridionale in modo autonomo, autosufficiente. 
Facile a dirsi ma difficile da mettere in pratica perché con la tropicalizzazione delle coste siciliane anche l’utilizzo delle specie per noi più abituali come ibischi ed agrumi, che dell’acqua hanno bisogno, diventa sempre meno sostenibile.
E allora che fare? Guardare all’Africa ed ai luoghi dove le piante da sempre fanno i conti con le scarse precipitazioni e con la disomogenea distribuzione idrica stagionale. Ed è per questo che. per un angolo di giardino originale ed indifferente ai disagi dell’estate, tra le specie arboree, mi sento di consigliare Kigelia africana il cui attributo specifico la dice lunga sulle  esigenze climatiche della specie.
Kigelia africana appartiene alla famiglia delle Bignoniaceae ed è originaria dell’Africa tropicale,  dal Senegal al Camerun, al Congo e all’Angola ma è coltivata a scopo ornamentale in molti paesi a clima rovente, dal Madagascar all’Australia, dall’India alla Cina, ai paesi dell’America del Sud.


Sito immagine

E’ un albero semi  deciduo, con un grosso tronco che ramifica sin dalla base non raggiungendo mai altezze superiori ai dieci , dodici metri, con una crescita molto lenta al di fuori delle zone di origine. 
 
I rami hanno portamento allargato e pendente con la vegetazione concentrata alle estremità; le foglie sono composte, formate da foglioline oblunghe, intere, lisce sulla pagina superiore, leggermente pubescenti sulla inferiore, riunite a formare una chioma rotondeggiante. Il portamento delle piante è comunque molto variabile con radici molto invasive che perlustrano il terreno in lungo e largo alla ricerca di acqua e nutrienti (è ovvio evitare la piantumazione dell'albero vicino ad un fabbricato).
A circa sei anni dalla nascita, partendo generalmente da seme, alla fine della stagione asciutta comincia la fioritura  della kigelia che avviene su infiorescenze a grappolo dal rachide molto lungo che porta fiori tubulari vistosi, gialli alla base e rossastri o violacei nei lobi espansi e plissettati; i fiori si aprono di sera e durano una sola notte emanando un afrore non particolarmente gradevole.
 
Mi direte voi: "a parte la resistenza al caldo ed alla siccità, quale è la particolarità di questa pianta se l’albero non ha un aspetto svettante ed i fiori sono puzzolenti?" La particolarità della kigelia sono i frutti legnosi, pendenti, simili a grosse salsicce tedesche, di colore grigio brunasto e di forma cilindrica che rimangono appesi sulla pianta per diversi mesi potendo raggiungere dimensioni ragguardevoli,  con un peso anche di diversi chili.
 
Con la marcescenza del frutto si possono estrarre i semi, immersi in una polpa fibrosa, che mantengono la germinabilità a lungo. Dato il peso dei frutti che a maturità cadono al suolo è opportuno non posizionare l'albero in prossimità di luoghi di relax o di sosta per le auto.
In Africa dove tutto viene visto in chiave funzionale diverse parti della pianta sono impiegate per preparare impacchi ed infusi capaci di risolvere una vasta gamma di problemi della pelle.
Io ho visto Kigelia africana in due vivai siciliani che la producono: dai
Vivai Torre a Milazzo dove l’albero è coltivato in serra fredda e presso i Vivai Cuba a Siracusa dove, invece, la pianta è coltivata in pien’aria. 

domenica 30 giugno 2019

I restanti giardini del Radicepura Garden Festival

Planta sapiens, The long path , The Garden of Essences
 
E’ già cominciata quella che in famiglia è considerata sempre di più una "stagione di sofferenza". L’estate di noi persone mature, attempate, anta insomma, non è più meravigliosa come quando avevamo sedici anni. Con l’età si diventa insofferenti: "troppo caldo; non c’è riscontro, l’aria condizionata mi fa venire mal di testa, tieni chiuso che ci sono le zanzare e così non sentiamo neanche i rumori dei vicini che cantano fino a notte fonda; no dai, teniamo aperto che circola aria ma così già alle sei del mattino sono sveglia per la luce del giorno che mi spara sugli occhi". E meno male che sono in vacanza perché se no sarebbe una vera tragedia: che disdetta, però,  avere tempo libero e non avere la voglia di uscire per andare a visitare giardini o vivai dove le serre sono dei forni crematori e le zanzare dei vampironi.

Farà caldo d'estate nelle serre dei Vivai Cuba a Siracusa?
Posso dire, allora, di essere proprio contenta di avere già visitato più volte il parco del Radicepura Garden Festival in primavera e di poterne parlare oggi senza doverlo rivisitare con la canicola del giorno; di sera è un’altra cosa, i giardini al crepuscolo hanno un fascino particolare che vi invito a provare in uno dei tanti eventi in notturna organizzati in questa edizione della Biennale del Giardino Mediterraneo.
Vi racconto qui alcune delle installazioni della passeggiata che vi consiglio di fare tra i giardini del Radicepura Garden Festival 2019 e che non ho avuto modo di descrivere nelle precedenti puntate:
Planta Sapiens
Designer:
D. Dipinto, M. Succi, E. Turini, E. Varini
Questo giardino è stato realizzato da un team di architetti italiani che nel loro progetto hanno voluto, in modo provocatorio, mettere in contrapposizione la tipica instabilità del mondo antropico, evidenziata da grandi vasconi di terra posizionati in modo inclinato, da una pavimentazione fatta da pietre in frantumi e da lastre di pietra pensate in equilibrio precario, con il mondo delle piante, capaci queste ultime, anche in questo ambiente fragile, di adattarsi e di superare ogni difficoltà.
La sapienza delle piante è dimostrata dal fatto che nonostante siano state interrate con il pane di terra inclinato, seguendo la pendenza del cassone, con il passare del tempo, chi più velocemente, chi meno, hanno cominciato a crescere diritte, riacquistando verticalità.
Il progetto è evidentemente una provocazione all’intelligenza dell’uomo che continua a distruggere gli ecosistemi anche a discapito della propria incolumità. Non facile da intuire per il visitatore il nesso tra Il progetto Planta sapiens ed il tema del Festival “Il giardino produttivo” ma dalla lettura del catalogo si deduce che l’installazione vuole produrre la consapevolezza che l’uomo deve mettere sempre di più in discussione il proprio ruolo all’interno dell’ecosistema e ad imparare ad essere più sapiente proprio come fanno le piante.
The long path
Progettisti: R. Nuevo Mayán, A. Oubiña Esperón
Questa installazione, pur essendo progettata da due architetti spagnoli richiama molto le tradizioni agricole siciliane rifacendosi alla rasula, un tipico camminamento che veniva realizzato nei vigneti, con muretti di pietra a secco, per trasportare con facilità l’uva del luogo della raccolta a quello della pigiatura.
Questo giardino produttivo è perciò la riproduzione di un angolo di un vecchio vigneto etneo, tipicamente coltivato a Nerello Mascalese, ottenuto partendo sia da barbatelle appena innestate che da piante annose dal tronco contorto per dare al visitatore la percezione del lungo tempo che intercorre dall’inizio dell’ età produttiva di un vigneto, alla piena produzione.
Alla fine di questo breve percorso è stata posizionata una seduta all’ombra di un olivo per permettere al visitatore di meditare. Per ricordare ancora di più la tradizione siciliana lungo la rasula sono state inserite alcune specie immancabili nei vecchi vigneti come il fico,  i cui rami contorti sbucavano tra le pietre della rasula e il cavolo vecchio o perennante, una crucifera tradizionalmente utilizzata in Sicilia per accompagnare le minestre di legumi.
Tra le notazioni è da dire che mentre oggi il percorso viene svolto guardando in direzione del mare, nel progetto originale la rasula puntava verso l’Etna; problemi tecnici al momento della realizzazione hanno fatto cambiare il verso all’installazione rendendo il punto di meditazione un poco meno poetico di quanto in realtà progettato.
 
The Garden of Essences
Progettista: Giulia Baldin
Il giardino delle essenze è un’ installazione realizzata da una garden designer di Padova che vive e lavora a Londra. Per declinare il tema del Produttività Giulia Baldin ha progettato un giardino in grado di produrre benessere. Viviamo infatti in una società che produce di tutto ma molto di quanto viene realizzato non ci fa stare bene così come quando viviamo in natura. L’autrice, ritiene ci sia uno stretto rapporto tra natura e salute fisica e mentale dell’uomo ed ha perciò realizzato uno spazio rilassante e meditativo attraverso l’utilizzo di molte piante in uso nella medicina, nella cosmesi ed in aromaterapia.
L’essenza del giardino è qui intesa sia come consapevolezza di se da raggiungere attraverso la meditazione, sia come essenza da estrarre dalle diverse piante che si incontrano lungo il cammino. Il giardino è un percorso meditativo che gira a spirale e che è necessario percorrere con lentezza utilizzando dei massi come sedute dove sedersi a contemplare,  in contrapposizione alla velocità della società cui siamo abituati.
 
Il cammino si conclude in una forma d’acqua il cui scorrere induce relax. Un giardino semplice nella composizione floristica ma assai interessante e come da progetto, rilassante.
 
Rimane un ultimo giardino da raccontare: Home Ground di Antonio Perazzi insieme ai cosiddetti Giardini Didattici: il tempo di un altro post. 

NOTA BENE
Dal 2 Luglio cambieranno gli orari di apertura del Radicepura Garden Festival che sarà aperto solo di pomeriggio dalle 15.00 alle 22.00; inoltre dal 7 Luglio ogni domenica ci saranno degli eventi serali speciali da tenere sott'occhio qui.

 

 

martedì 18 giugno 2019

La Jacaranda in fiore di Palazzo Butera

In un attimo e come all’ improvviso cominciano a farsi notare in ogni angolo della città: in cortili nascosti, in alberate stradali, in piazze del centro o ai margini della periferia; in tante, discretamente presenti tutto l’anno, si danno parola al primo caldo di giugno per esplodere all’unisono in una spettacolare fioritura di un ineffabile colore viola-blu.  
 
Sono le Jacarande, alberi provenienti dal meridione d’America ma così adattabili da essere oramai onnipresenti nel meridione del mondo dove hanno conosciuto, a partire dagli inizi dell’Ottocento, onore e gloria: Sudafrica, Australia, Argentina sono luoghi dove le Jacaranda sono alberi di rilevanza nazional-culturale: identificano città, segnano ricordi, eventi, auspici.
Anche nel nostro piccolo qui in Sicilia, a Palermo, Catania, Messina la Jacaranda è un albero che ha conquistato grande visibilità tra le alberature più decorative dal suo arrivo a Palermo, verso la metà dell’Ottocento. 
Una nuvola blu che si vede a distanza, tra ville e palazzi, soprattutto se posta di fronte ad un fondale assai scuro, come quello verde petrolio che solo le chiome compatte dei Ficus benjamina sanno offrire. Non starò qui a dire quello che è possibile leggere in molte descrizioni sul web e cioè che Jacaranda mimosifolia è un albero assai rustico di non elevata altezza non superando in genere i dieci, dodici metri; appartiene alla famiglia delle Bignoniaceae ed è spogliante, perdendo in inverno il fogliame leggero che rimette subito dopo la fioritura; è specie resistenti all’inquinamento delle città ed ha scarse esigenze colturali, adattandosi a terreni di vario tipo che esplora con un apparato radicale anch’esso non molto esteso in superficie.
Voglio invece raccontare di uno dei più interessanti esemplari siciliani di Jacaranda mimosifolia che ho avuto la ventura di incontrare.
A Palermo, all’interno di Palazzo Butera, uno dei più bei palazzi nobiliari di tutta la Sicilia, costruito a più riprese a partire dalla fine del 1600 con affaccio sul Foro Italico, adiacente il mare, c’è una Jacaranda dall’aspetto singolare. Il palazzo, che ha una storia assai blasonata per la nobiltà delle famiglie che lo hanno posseduto nei secoli, è stato acquistato nel 2016 da due collezionisti milanesi, Francesca e Massimo Valsecchi, trasferitisi a Palermo per realizzare il sogno di trasformare il palazzo in una casa museo d’arte moderna e contemporanea aperta alla città.  Il cortile interno ospita un esemplare di Jacaranda che, piantato troppo a ridosso della facciata del palazzo, è cresciuto adattando la chioma all’ostacolo del ballatoio che incombe proprio sulla sua verticale. Il tronco ha perciò assunto una posa plastica per superare l’ ostacolo e riprendere a salire verso la luce diretta del sole.
Ma non è questa l’unica curiosità che riguarda la pianta; durante i lavori di ristrutturazione del piano terra del palazzo ci si è accorti che le radici dell’albero si erano intrufolate all’interno di canalette di scarico dell’acqua piovana poste sotto il pavimento, impermeabilizzate con piastrelle di maiolica di scarto risalenti al XVII e XVIII secolo.
Le canalette sono state portate a vista ricoprendole con uno spesso vetro trasparente che consente di osservare al loro interno il percorso tortuoso fatto dalle radici del grande albero alla ricerca di acqua; la dove l’acqua non scorre più le radici sono sottili, quasi filiformi; dove invece la canaletta raccoglie e convoglia ancora acqua diventano più grosse e dense di ramificazioni secondarie. Ed è uno spettacolo osservare questo andirivieni di radici diafane che come rabdomanti si intrufolano dentro questi spazi angusti, annusando l’odore dell’ acqua. Io ho visitato il palazzo e la sua Jacaranda in autunno ma avevo una grande curiosità di vederla in fioritura; non potendo andare di persona ho chiesto aiuto a Jan Mariscalco, amico FB palermitano, anche lui piantofilo, per avere delle foto della Jacaranda in questa stagione; detto fatto Jan mi ha inviato immagini eccellenti di questo esemplare davvero particolare.
 
Jan è inoltre riuscito,  a sapere dal custode del palazzo l’età presumibile della pianta che, a suo dire, è stata messa a dimora dai Lanza, famiglia che è succeduta ai Branciforte, alla fine dell’800; la Jacaranda di Palazzo Butera non solo ha un aspetto assai originale ma porta anche molto bene i suoi oltre centoventi anni d’età.

 

lunedì 10 giugno 2019

I giardini del Radicepura Garden Festival, proseguo

Può un giardino produrre acqua?
 Polifilo incontra Candido
E'' arrivato all’improvviso, in questi primi giorni di giugno, il caldo dell’estate siciliana, una vampa che toglie la voglia di fare e rallenta ogni attività, figurarsi mettersi in macchina per andare a visitare giardini. Ecco perché una gita al Radicepura Garden Festival, che è un appuntamento che merita e che si svolge praticamente d’estate, sarà da programmare di prima mattina o nel tardo pomeriggio per riuscire ad apprezzare le diverse installazioni come conviene. Avendo già parlato di alcuni dei giardini (prima puntata, seconda puntata) che quest’anno rendono interessante questa edizione della Biennale del Giardino Mediterraneo, proseguiamo il nostro giro con la descrizione di altre due installazioni realizzate sulla base dei progetti vincitori di questa edizione del Festival.
Può un giardino produrre acqua? 
 Progettisti; Decembrini L., Tabarani I.,
Questa installazione, realizzata dagli architetti paesaggisti Lorenzo Decembrini ed Ilaria Tabarani, lui calabrese trapiantato in Sicilia, lei romana, offre spunti di riflessione sulla necessità, in un ambiente caldo arido, non solo di non sprecare acqua nella coltivazione di verde produttivo o ornamentale ma addirittura di arrivare a produrla,  l'acqua, seguendo tecniche antiche e moderne messe in atto nei luoghi dove questo elemento è un bene prezioso. Ecco perciò stilizzati nel progetto tre micro giardini: il giardino pantesco; il turat pugliese e il Warka Water africano.
 
Il giardino pantesco è qui rappresentato da uno spesso muro di pietra che racchiude, avvolge e protegge dai venti poche piante come si fa con gli agrumi a Pantelleria; sull'isola queste costruzioni vengono posizionate in direzione dei venti umidi che arrivano dal mare  in modo che le pietre del muro a secco possano captare l’umidità dell’aria che viene intrappolata all’interno del muro, percolando fino al terreno; all’interno  della costruzione, poi, la traspirazione delle piante contribuisce a mantenere l’ ambiente umido. Il turat pugliese agisce praticamente secondo lo stesso principio anche se ha forma diversa, a mezza luna avvolgente ed è utilizzato soprattutto per la protezione e cura delle ortive.
L’ultimo esempio di giardino produttore d’acqua è di ispirazione contemporanea e rende omaggio all’idea di un ingegnere italiano, Arturo Vittori che, per cercare di migliorare le condizioni di vita di comunità rurali in Etiopia, dove l’assenza di acqua è un fattore che limita le prospettive di vita e sviluppo, ha progettato “Warka Water", una torre a forma di bottiglia capace di produrre acqua condensandola dall’umidità atmosferica notturna.
La reinterpretazione della torre, fatta nell’installazione, destruttura la forma originaria utilizzando delle reti su cui vengono fatte arrampicare delle piante. Per la vegetazione da inserire nei tre micro giardini gli autori hanno posto l’accento sul fenomeno della migrazione vegetale utilizzando tutte specie provenienti da luoghi lontani che, tuttavia, nel Mediterraneo si sono assai bene e da tempo stabilite: si è perciò ricreato all’interno del muro pantesco un giardino orientale (glicine, limone, susino, kumquat, alocasia); un giardino mediterraneo (olivo, mirto, alloro, iris) è protetto dal turat  e nel Warka africano sono state introdotte ortive americane (pomodori, melanzane ed altre Solanaceae)
 
 
Tre figure di suonatori realizzate a specchio (un fauno nel giardino mediterraneo, un inca che suona il tamburo nel giardino delle Americhe e una geisha che suona uno shamisen per l'Oriente), stanno a indicare che sviluppo colturale e sviluppo delle culture devono per forza andare di pari passo, specchiandosi uno con l'altro.


Polifilo incontra Candido di Marco Vomiero
Questo giardino, opera di Marco Vomiero, paesaggista padovano che vive e lavora a Parigi, ha sviluppato il tema del Festival di quest’anno (Il giardino produttivo) in senso letterario; il filo conduttore del giardino è, infatti, l’incontro immaginario tra Polifilo, eroe di un libro edito nel 1500 che vive l’esperienza di un giardino formale ed estetico, contrapposto a Candido, personaggio che nasce dalla penna di Voltaire nel 1759, che intraprende un viaggio insieme al suo mentore incontrando tanti stravaganti personaggi alla ricerca del migliore dei mondi possibili. Dopo una serie infinita di disavventure, Candide conclude il viaggio dicendo che nella propria vita, per stare bene, basta coltivare il proprio giardino ed il proprio orto.
Nell’installazione di Vomiero l’esperienza estetica di Polifilo è rappresentata da un muretto in mattoni rossi che delinea e delimita una grande circonferenza su cui sono posti a distanza regolare dei vasi di agrumi; la circonferenza è infatti, la forma perfetta, che non ha inizio né fine, la forma più adatta a rappresentare la spiritualità di Polifilo.
 
L’orto, caro a Candido, invece, è riprodotto al centro del giardino in quattro quadrati di forma ben precisa, secondo le misure previste dalla tecnica americana del piede quadrato, (square foot,  cioè un’area racchiusa da un quadrato avente i lati lunghi un piede); infatti i quadrati hanno misura di 1,40mx1,40m ed ospitano all’interno sedici caselle la cui misura è di 33cmx33cm 
Ogni riquadro ospita uno o più piante di ortaggi in base alle dimensioni che avranno le stesse piante a fine sviluppo. Questo giardino vuole perciò rappresentare il giusto connubio tra l’esperienza formale ed estetica vissuta da Polifilo con l’esperienza più etica vissuta da Candido che è data dalla coltivazione dell’orto. 
A raccordare la circonferenza con le sedute a perimetro quadrato ci sono piante aromatiche ornamentali per ricreare un luogo piacevole, ma, ahimè, assolato, dove sostare e conversare.
Un’ultima considerazione: Vomiero, poteva dirlo subito di volere rendere omaggio, da buon padovano, all’Orto Botanico della sua città, che tra l’altro è il più antico del mondo; il logo che lo raffigura pare preciso il disegno del suo giardino di  Polifilo e Candido.

 Precedenti puntate: Presentazione; Arcobaleno di spighe; Carmine catcher; Il giardino della signora; Come Back Itaca; The Babylonian cradle;  Layers


 


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