lunedì 29 settembre 2014

Francesco Minà Palumbo, chi era costui?

Nonostante il grande caldo di questo fine settembre considero oramai finita la stagione del mare. Domenica scorsa, pertanto, sotto un sole cocente ho ripreso a gironzolare tra le bancarelle del mercato delle pulci, altresì detta fiera del modernariato che, a Catania, nel suo perenne girovagare da una piazza all’altra per volere dell’attuale amministrazione comunale, sembrerebbe avere trovato stabile collocazione in un piazzale del porto allo stravento e con vista containers.
sito immagine
Cerco libri a tema vegetale ma, in genere, assai pochi ne trovo tra tanto ciarpame librario venduto a due euro. Ieri però ho avuto fortuna: “Ha libri di piante?” chiedo ad un tizio stempiato che mi dice che si, qualche cosa ce l’ha porgendomi una vecchia carpetta ingiallita da scartabellare. Comincio a cercare e tra vecchie pubblicazioni a carattere agricolo ritrovo un opuscolo che mi può interessare: Monografia sulla coltivazione del frassino estratto dal periodico l’Agricoltura Italiana fascicoli XIX e XXV; un libercolo scolorito che descrive le varie operazioni colturali (scelta varietale, piantagione, coltivazione, tecnica di estrazione, raccolta , conto colturale, malattie e quant’altro serva sapere) del frassineto da manna, coltura tradizionalmente effettuata in Sicilia da tempi remoti in alcuni paesi del palermitano come Castelbuono e Pollina, posti a ridosso del massiccio delle Madonie.

Non è tanto l’argomento che mi intriga quanto la dedica vergata ad inchiostro, scritta di sbieco sul margine destro dell’anonimo frontespizio:

A  Giuseppe Bianca
Ricordo e rispetto
di Minà Palumbo.
Chi era Giuseppe Bianca non so, ma certamente so chi era Francesco Minà Palumbo autore di questa monografia.
Francesco Minà Palumbo è stato uno dei più importanti ed eclettici naturalisti siciliani della metà dell’ottocento; nato a Castelbuono in provincia di Palermo il 14 marzo del 1814, primogenito di una non facoltosa famiglia di artigiani, all’età di 16 anni si trasferisce a Palermo per studiare medicina, laureandosi a 21 anni ed effettuando la specializzazione a Napoli prima di ritornare ad esercitare la professione di medico condotto nel suo paese natale. Durante gli studi a Napoli diviene molto amico di Giovanni Gussone, Guglielmo Gasparrini, Oronzio e Achille Costa, valenti studiosi di ambito naturalistico; anche in Sicilia durante gli studi universitari Minà Palumbo frequenta la scuola botanica dell’Orto botanico di Palermo entrando in contatto con Pietro Calcara, Filippo Parlatore, Agostino Todaro. Gli studi naturalistici lo appassionavano a tal punto che medita di abbandonare la professione medica per entrare stabilmente all’Orto Botanico di Palermo partecipando alla selezione per un posto a concorso, che vince; ma un ricorso lo priva del posto e lo convince a ritornare a Castelbuono dove, pur esercitando la professione di medico, comincia a svolgere da amatore un lungo e prolifico lavoro di studio della flora e della fauna delle Madonie e dei Nebrodi pubblicandone molti resoconti a tema agricolo, botanico, zoologico o di folclore locale. 
Scrive soprattutto di agricoltura elaborando numerose monografie che gli fanno acquisire un ruolo di esperto in campo agronomico ed entomologico. Pubblica di tutto trasmettendo dati e reperti ai maggiori musei e alle più grandi istituzioni scientifiche del tempo e svolgendo il ruolo di corrispondente di alcune testate nazionali specializzate. Sono oltre 400 le pubblicazioni prodotte dal 1843 al 1898, alcune delle quali sono studi che hanno fatto da base per successivi approfondimenti come: Introduzione alla Storia naturale delle Madonie (1844); Storia naturale delle Madonie, Catalogo dei mammiferi delle Madonie (1858); Catalogo degli uccelli delle Madonie (1858); Notizie sui frassini di Sicilia e sulla coltivazione dell’amolleo in Castelbuono (1847),  Monografia sul pistacchio, Monografia sulla coltivazione del frassino 1875,1876. Di altre, ad un occhio moderno e smaliziato, risalta la singolarità degli argomenti trattati come ad esempio: Su di un fagiolo pietrificato rinvenuto nelle Madonie (1843); Sugli effetti dei busti che usano le donne (1864); Degli amori dei rettili (1864), Proverbi ippici (1853); Le formiche in rapporto all’agricoltura; “Influenza nociva dell’illuminazione a gas sugli alberi”. 
Minà Palumbo dalla metà dell’800 alla sua morte che avviene nel 1899 seleziona e cataloga migliaia di reperti e campioni vegetali realizzando un erbario di oltre 1500 specie della flora delle Madonie e di varie parti della Sicilia; grazie poi ad un innato talento artistico realizza oltre 200 tavole descrittive di vegetali e 191 di uccelli, rettili ed anfibi corredate da annotazioni stagionali e biologiche.
Alla sua morte le sue raccolte, il suo carteggio e l’iconografia della Storia Naturale delle Madonie confluiscono nel museo a lui dedicato che ha sede a Castelbuono.
Sito Museo
Quest’anno ricorre il bicentenario della nascita di Minà Palumbo e per l’occasione è stato predisposto un sito commemorativo assai ricco di note ed informazioni.
Ci tengo troppo a questo piccolo opuscolo e vorrei averlo senza spendere un capitale; con fare indifferente domando all’ambulante: "Quanto viene a costare questo libretto insignificante?"; il venditore mi guarda e dice: "Avendo la pubblicazione la dedica autografa di Minà Palumbo non posso venderlo a meno di venticinque euro".  Sbuffo scocciata,  l'affare è svanito,  ho trovato un venditore istruito che conosce la risposta al quesito,  Francesco Minà Palumbo: chi era costui?

Sulla manna da frassino leggi qui

venerdì 19 settembre 2014

Schinus molle, l'albero del pepe rosa

Soluzione quiz botanico settembre 014
Schinus molle è un albero sempreverde della famiglia delle Anacardiaceae che cresce spontaneo nelle regioni temperate e subtropicali delle Ande, in paesi come Cile, Perù, Bolivia, Paraguay dov’è conosciuto con il nome di falso pepe (falsa pimienta), lentisco del Perù o Aguaraiba.
E’ un albero con il fusto breve, contorto e rugoso che nei paesi d’origine può superare i quindici metri d’altezza; poco esigente in fatto di suolo si adatta a qualsiasi tipo di terreno a condizione che non sia eccessivamente calcareo ed umido.
E’ specie termofila che può crescere in situazioni di grande aridità e calore e non tollera, per contro, il freddo. Nei paesi d’origine è utilizzato come essenza forestale per rimboschire bacini idrografici e per il controllo dell'erosione ma a motivo del suo elegante fogliame è spesso presente in parchi e giardini come specie ornamentale; con questa funzione lo schinus viene da tempo coltivato anche nei Paesi del Mediterraneo dove le condizioni climatiche lo consentono.
L’albero del falso pepe ha una chioma ampia, globosa, dal fogliame rado e pendente; le foglie composte sono formate da foglioline alterne paripennate a bordo dentato, coriacee, di colore verde scuro. La specie è dioica portando pannocchie ascellari e terminali di fiori piccoli unisessuali o ermafroditi di colore biancastro che attirano api ed altri insetti melliferi.
La pianta che porta solo fiori maschili non produrrà frutti mentre questi compariranno sia sugli esemplari femminili che su quelli a fiori ermafroditi. Le foglie emanano un aroma intenso e leggermente piccante. I frutti portati in panicoli penduli prima verdi poi rosacei sono drupe globose che contengono un seme. Con la maturazione il pericarpo del frutto rinsecchisce creando una capsula semivuota.
Il seme ed i tessuti del frutto contengono sostanze piccanti, di odore debolmente fruttato ed aromatico simile a quello sprigionato dal pepe  ed è per questo che il pepe rosa è utilizzato in cucina  per  insaporire piatti di pesce, risotti, salumi, vari tipi di dolci, aceti e vini; le popolazioni andine, ad esempio,  con i frutti di Schinus producono una bevanda leggermente alcolica detta chicha de molle.
 
Nella miscela creola sono la quota rosa
I frutti del falso pepe sono componente essenziale della miscela di spezie chiamata creola, un mix di diversi tipi di pepe ottenuti dal seme di una pianta di origine indiana chiamata Piper nigrum; il pepe nero è ottenuto da frutti acerbi essiccati al sole; il pepe bianco è il seme maturo privato della polpa esterna mentre il pepe verde, ottenuto anch’esso da frutti acerbi, viene mantenuto verde mediante trattamenti con diossido di zolfo.
 
Per comporre la “miscela creola” ai grani di pepe si aggiungono anche i frutti essiccati di Schinus molle chiamati commercialmente “pepe rosa” che conferiscono al miscuglio un sapore aromatico e delicato.
 
Come scrisse il cronista peruviano la mia resina è un portento nel rimarginare le ferite del popolo di Cuzco

Garcilaso de la Vega, figlio del conquistador spagnolo Sebastian de la Vega e della principessa inca Isabel Chimpu Ocllo, scrisse resoconti della vita inca (Commentari reali degli Inca, 1609) basati sulle storie che aveva sentito raccontare quando era bambino a Cuzco; in essi descrive con meraviglia come gli indigeni incidessero il tronco e le branche di Schinus molle per ricavarne una resina bianca e gommosa, dall’odore di finocchio (detta mastice d’America o resina molle) usata per rimarginare le ferite in modo ritenuto miracoloso. Tutte le parti della pianta, infatti,  (foglie, corteccia, frutti, semi, resina) contengono principi attivi ad alto potere cicatrizzante.
 

Le mie foglie sull’acqua rinculano
I tessuti vegetali di Schinus molle sono ricchi di ghiandole contenenti oli essenziali; la fuoriuscita di questi oli dai tessuti traumatizzati  è la causa di un curioso fenomeno già descritto da De Candolle in un suo testo di Fisiologia Botanica.
Se su una superficie d' acqua  calma si pongono  foglioline o altri frammenti di tessuto vegetale strappati da una foglia di schinus (ma questo fenomeno si verifica anche con altre Anacardiaceae), si osserva che essi cominciano a muoversi  bruscamente ed a scatti in direzione opposta al punto in cui sono stati strappati.

Nella Città tre volte Santa vieni a cercar ristoro sotto le mie annose fronde prima di soffermarti a pregare alla stele della IX stazione posta alla soglia del Monastero Etiope 
A Gerusalemme, città santa per le tre religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo e  islam), il Monastero Etiope, dove ha sede una delle più antiche sette  cristiane, è collocato a ridosso di uno degli innumerevoli piani che costituiscono l’edificio del Santo Sepolcro. All’ingresso del Monastero vi è un’antica colonna che segna la IX stazione della Via Crucis e al suo interno, nel chiostro, anche nelle giornate più calde si può trovare ristoro all’ombra di un annoso esemplare di Schinus molle.

Alla fine qualcuno ha parlato e così si è saputo che è proprio sulla mia chioma che cercò rifugio il figlio del barone di Livombrosa
Nel romanzo  Il barone rampante scritto da Italo Calvino nel 1957, il protagonista, Cosimo, figlio del Barone di Livombrosa, per ribellione al padre scappa su un albero del suo giardino e promette di non mettere più piede sulla terra ferma. La curiosità di che albero avesse ispirato l'autore è stata soddisfatta, qualche anno fa,  da Esther Singer Calvino, vedova dello scrittore, che ha rivelato trattarsi di un albero di falso pepe (Schinus molle) che nel giardino di casa Calvino a Sanremo era una delle piante più comuni.
 

domenica 14 settembre 2014

Quiz botanico settembre 014

Cinque indizi per una specie
Genere
Specie
1
Nella miscela creola sono la quota rosa  
2
Come scrisse il cronista peruviano  la mia resina è un portento  nel rimarginare le ferite del popolo di Cuzco  
3
  Le mie foglie sull’acqua rinculano 
 4
Nella Città tre volte Santa vieni a cercar ristoro sotto le mie annose fronde prima di soffermarti a pregare alla stele della IX stazione posta alla soglia del Monastero Etiope  
  5
Alla fine qualcuno ha parlato e così si è saputo che è proprio sulla mia chioma che cercò rifugio il figlio del barone di Livombrosa

 

mercoledì 10 settembre 2014

Una bordura mediterranea

La scelta di chi se ne intende

Domanda
Ciao Marcella, mi puoi suggerire piante perenni da inserire in un'aiuola di tipo mediterraneo? Ho recuperato una striscia di terreno e adesso vorrei mettere a dimora delle piante; considerando che è in zona non ricca di acqua, preferirei piante autoctone della macchia mediterranea ed essenze aromatiche. Tuttavia temo di fare pasticci nella disposizione e nella scelta, l'idea era di creare non una bordura uniforme, ma alternare alto e basso, lasciando la sensazione di flora spontanea. Il terreno è in zona costiera in un appezzamento con terrazzamenti in collina, nel palermitano. Grazie anticipatamente
Risposta
L’utilizzo in giardino di specie della flora mediterranea è un argomento che ritengo di grande attualità visto il numero di convegni, libri, vivai specializzati che di flora mediterranea a scopo ornamentale si occupano. La ricerca di specie rustiche, poco esigenti in fatto di fabbisogno idrico, capaci di auto propagarsi e che richiedano poca manutenzione costituisce, infatti, un’esigenza sempre più sentita dai moderni giardinieri.
Ho pensato, per la risposta, di sottoporre il quesito ad un gruppo di amici a vario titolo esperto di flora mediterranea ornamentale chiedendo loro di indicare le specie autoctone e le aromatiche che a loro giudizio sarebbero le più appropriate per dare un aspetto spontaneo ad un angolo di un giardino posto nel cuore del Mediterraneo.

Elisabetta Pasanisi
Chi è : “…La vita mi ha portato ad abitare in provincia di Taranto in un lembo di terra adiacente alle Gravine, dove ho creato e curo un giardino di macchia mediterranea spontanea, nato fra reperti archeologici e piccole cave di tufo del XIV sec, (www.zoccate.it)”
 
 
Per la striscia del giardino bisognerebbe sapere se è piana, scoscesa o a terrazzamenti già definiti, quanto è larga e quanto lunga, se completamente brulla, ombreggiata o soleggiata. Senza queste informazione è difficile dare consigli adeguati. Comunque di essenze mediterranee ce ne è tantissime, aromatiche, fiorifere, graminacee, arbustive (da me sono tutte spontanee, scelgono loro il punto dove nascere e quando sono un po' cresciute si armonizzano a meraviglia, io devo solo averne cura. I lentischi sono i miei preferiti, accostati alle salvie, al timo e ai rosmarini regalano una gamma sorprendente di verdi. In mezzo alle loro chiome, alte e basse, spuntano, nelle varie stagioni, cespuglietti di lino azzurro, trifoglio bituminoso, scabiosa, stipa tenue, nigella, dianthus, crupina. Le piante verdi si trovano facilmente nei vivai; delle fiorifere che ho nominato ne raccolgo i semi e li risemino vicino alle piante madri per infoltire.


Lidia Zitara
Chi è: calabrese, illustratrice, autrice di libri molto amati tra i cultori del verde, anima di un blog di successo (Giardinaggio irregolare) così da lei stessa descritto: "Questo blog è nato sotto la spinta del desiderio di ribellione al comune sentire in materia di giardini e giardinaggio. Se vi va, buona lettura".
  “La prima pianta mediterranea che mi viene in mente, e con la quale si potrebbero fare non uno ma mille giardini tutti diversi, è l'euforbia dalla più piccola alla più grande, è la pianta "master" attorno alla quale le altre devono lavorare. O può essere la "filler" che lavora attorno alle altre. È impensabile fare un giardino asciutto senza le euforbie.  
Tutti amano il lentisco. Io non ci vado esattamente pazza, ma bisogna ammettere che come siepe sempreverde e compatta, a bassissima richiesta idrica, capace di dare volumi anche insoliti con potature originali (originali, non le classiche topiarie), è insostituibile. Anche il terebinto non è male. Per me ci metto anche l'Urginea maritima e il Lupinus angustifolius, che non sono aromatiche ma sono molto belle. Il lupino non è perenne, ovviamente, ma si autodissemina, e io non lo scarterei in quanto annuale. Tra le aromatiche tutte le Mentha vanno bene, ma alcune hanno più bisogno d'acqua delle altre. Non mi piacciono le salvie, quasi nessuna. Devo essere una anomalia tra i giardinieri. Ma se dovessi salvarne una dal mucchio, salverei la Salvia leucantha, almeno fiorisce in inverno e non  rompe le palle d'estate con l'acqua, perché va in riposo. Tra le altre aromatiche classiche ho un debole per la lavanda, di qualsiasi tipo sia. È un debole così forte che non ho bisogno di  sottolinearlo. La Ferula communis e molti tipi di cardi spontanei che hanno nomi che  non ricordo. Il Centranthus ruber, le margherite (Chrysanthemum maximum o C. fruticosum), le rose, sì, delle belle rose, perchè no? In una bordura mediterranea sceglierei rose erette e molto rifiorenti. Ma se non si possono usare ibridi orticoli allora niente, perché la rosa canina non sta bene nella mediterraneis, vuole un po' di wilderness.

Da web
 
Da web
Tra le graminacee le Stipa (pennata, calamagrostis, capillata, barbata, fanno tutte un effetto prateria molto bello), tutti gli asfodeli  autoctoni, Ballota, tanaceto, Helychrysum, le piante a foglia grigia originarie, come la Stachys cretica, Vitex, i cisti vanno bene se si è un po' in altura, anche se a me non piacciono da morire. Scarto anche le ginestre perché non mi sono mai piaciute se non allo stato naturale. L'oleandro va bene, ma se tenuto a cespuglio basso (cultivar nane) o cresciuto ad alberetto con chioma rada.  Le coronille ad esempio sono poco conosciute ma sono molto belle. Ci sarà poi qualche Antirrhinum perenne, e qualche Linaria perenne, no?”
 
Daniela Romano
Chi è? Docente di Gestione del verde, parchi e giardini Università di Catania, Dipartimento di Scienze delle Produzioni Agrarie e Alimentari); coautrice del Manuale ISPRA: Specie erbacee spontanee mediterranee per la riqualificazione degli ambienti antropici; autrice del libro Il giardino siciliano.
 
Quando si parla di “specie mediterranea” si può fare riferimento ad almeno quattro diverse accezioni di verde:

  • specie endemiche cioè tipiche ed esclusive di un areale molto ristretto nell’ambito del Bacino del Mediterraneo; si tratta in genere di un gruppo di piante piuttosto esiguo che non trova, in genere,  un ruolo dal punto di vista ornamentale;
  • specie originarie del bacino del Mediterraneo  (autoctone) e quindi rappresentative della omonima zona di vegetazione
  •  specie originarie di altri ambienti ma naturalizzate
  •  specie di origine esotica ma adattabili alle condizioni dell’ambiente mediterraneo

Negli ultimi anni, nell’ambito di una più attenta conoscenza ed utilizzazione a scopo ornamentale della grande biodiversità presente nel bacino del Mediterraneo, si è posto l’accento sull’utilizzo della flora autoctona mediterranea, soprattutto arbustiva, caratterizzata dal possedere particolare validità estetico funzionale; tra le oltre 200 specie arbustive individuate in Sicilia di potenziale interesse ornamentale si possono particolarmente annoverare (tra parentesi i mesi di fioritura):  
I cisti, presenti in diverse specie  (Cistus creticus (V-VI); Cistus salviifolius (IV-V); Cistus crispus (IV-V); Cistus monspeliensis (IV-V); l' euphorbia (Euphorbia dendroides (XI-IV; Euphorbia rigida (II-IV); Euphorbia ceratocarpa (IV-VII); Euphorbia characias; l' agnocasto (Vitex agnus-castus (V-VIII); Nerium oleander (V-VII; Retama raetam (III-IV); Teucrium fruticans (IV-V); Salsola verticillata nella quale l’effetto ornamentale è affidato alle ali ialine che circondano il frutto, successive quindi al momento della fioritura.

Francesco Borgese
Chi è? agronomo paesaggista presso lo studio di architettura del paesaggio SciaraNiura landscape e titolare insieme alla moglie del vivaio Valverde specializzato in piante mediterranee del passato.

Dover giustificare le scelte che provano a preferire alcune piante ad alter non è sempre facile, spesso infatti i motivi sono, come dire, inconsci o forse puramente estetici. E allora…..allora non so da dove cominciare e quindi darò una breve motivazione per ciascuna specie, un poco analitica se vogliamo ma l’unica che mi viene in mente.

Arbutus unedo: l’unica pianta di cui ho assaggiato i frutti prima di conoscerli. Non si dovrebbe mai fare, ma giovane ventenne mi sono trovato all’improvviso in Sardegna, immerso in un bosco di alberi con piccoli fiori bianco crema e frutti di ogni colore, dal verde al giallo al rosso. Non erano male, scoprii in seguito che si chiamavano corbezzoli e che ve ne erano dei boschi anche in Sicilia. Euphorbia dendroides: una pianta che perde le foglie d’estate, pazzesco. Bellissima sempre nelle sfumature del verde come del rosso, e da spoglia magnifica. Myrtus communis: anche di questo scoprirne intere zone a Brucoli è stata una sorpresa. Con foglie verde chiaro, lucide e profumate. Quante siepi potremmo fare e cespugli piantare al posto di qualche australiana ……….mirtifolia. Phillirea angustifolia: il colore dell’ulivo in un cespuglio che posso gestire come mi pare. L’ho vista usata in un giardino che non dimenticherò mai. Pistacia terebinthus: il verde intenso sfumato di rosso e le bacche rosse, la Sicilia è piena di una pianta così generosa e resistente da farne siepi nell’isola di Mozia. Se resiste alla calura ed alla siccità di quel posto cosa aggiungere di più. Rhus coriaria: a foglia caduca e con dei colori autunnali bellissimi non teme neanche le sciare dell’Etna. Rosmarinus officinalis: verde intense, fiori azzurrini ed un profumo incredibile di fresco. Libero o in forma è il verde che dovrebbe essere maggiormente presente nei nostri giardini. Spartium junceum: colonizzatore delle zone più degradate dalle pietre alle discariche. Regala un profumo talmente intenso da sentirsi inebriati ed un colore giallo luminoso alla fine dell’inverno da annunciare la primavera. Vitex agnus-castus: non facile da trovare cresce rigogliosa vicino ai rigagnoli d’acqua ed bellissima oltre che insolita la fioritura. Secondo me piace alle farfalle. 



sabato 6 settembre 2014

Soluzione "Anagrammi aromatici"


CIPPO NERONE
 
 
IGNORA MAGA
 
 
AGGIORNASTE
 
 
CONGELA LORD
 
 
CIANE

SOLI BACI
 
 
SA IMITARE
 
 
 

martedì 2 settembre 2014

Delonix regia, "la cercan qua, la cercan la..

La "Primula rossa"  delle specie  arboree tropicali, in terra meridionale
"La cercan qui, la cercan là,/ dove si trovi nessuno lo sa./ Che catturare mai non si possa,/ quella dannata Primula Rossa?"
Delonix regia è una delle più belle specie arboree da fiore che, ai tropici, fa bella mostra di se nei parchi cittadini, lungo le strade o nei parcheggi assolati dei centri commerciali. Albero di fuoco o in francese “flamboyant” viene chiamato così per la sua esplosiva fioritura che si verifica tutta d’un colpo, al termine della stagione asciutta, con l’intera chioma che si ricopre, ancora prima della comparsa delle foglie, di una moltitudine di fiori rosso fuoco.
I fiori, portati in fitti corimbi terminali sono formati da cinque petali, quattro dei quali uniformemente colorati di rosso o arancione mentre il centrale, leggermente arrotondato, presenta delle screziature bianche o gialle. 
L’effetto estetico del fiore è accresciuto dalla presenza di 10 stami rossi, sporgenti e ricurvi verso l’alto. Nei paesi d’origine, attratte da questo  colore, rosso semaforo, l’impollinazione è svolta da farfalle diurne e da una moltitudine di altri insetti, insieme a piccoli uccelli.
La specie, nativa delle foreste decidue del nord-ovest del Madagascar, è una fabacea, classificata da Lineeo come Poinciana regia  ed in seguito denominata Delonix regia; l’albero che supera da adulto di poco i dieci metri d’altezza, ha una caratteristica chioma piatta ed allargata con ramificazioni che tendono ad accrescersi in orizzontale facendo assumere alla pianta la caratteristica forma ad ombrello.
Le grandi foglie che possono raggiungere una lunghezza di 40 – 50 centimetri, sono composte, paripennate, formate cioè da 11 a 18 paia di penne portanti ognuna da 20 a 30 paia di foglioline oblunghe che al crepuscolo tendo a chiudersi; nella stagione asciutta, che nel nostro emisfero è l’inverno, la specie perde completamente le foglie. I frutti sono grandi baccelli piatti, di colore scuro, che rimangono appesi alla pianta  per lungo tempo, talvolta sino alla fioritura successiva. I semi presentano un rivestimento duro e resistente; sono fortemente tossici e vengono utilizzati, nelle regioni tropicali per realizzare monili e braccialetti.
Delonix regia ama il caldo e il sole dei tropici e rappresentando la quinta essenza dell’ esotismo vegetale è oggetto del desiderio di tutti gli appassionati collezionisti del vecchio mondo che si adattano a coltivarla in vaso riparandola dall’autunno alla primavera all’interno di serre riscaldate o in casa, per farle vedere in esterno i tiepidi raggi del sole al culmine della stagione calda. E’ ovvio che in queste condizioni climatiche la delonix, che già soffre  con temperature di 4,5 gradi sopra lo zero, si rifiuta di fiorire e anche nelle regioni meridionali l’avvistamento di qualche esemplare arboreo in fiore è vano come la ricerca della ineffabile Primula rossa.
"La cercan qui, la cercan là,/ dove si trovi nessuno lo sa./ Che coltivare mai non si possa,/ questa dannata Primula Rossa?"
E invece no, Delonix regia coltivare  si può anche da noi, perché in alcune sparute località siciliane la specie, in forma arborea,  è arrivata a fiorire; io per parte mia seguendo le indicazioni del vivaista Massimo Sallemi sono riuscita a rintracciare e fotografare un esemplare di delonix in fioritura a Donnalucata, in provincia di Ragusa; un esemplare che seppure visto a distanza di oltre un mese dall’inizio della spettacolare fioritura, rendeva veramente “fiammeggiante” una casa di villeggiatura in posizione riparata, poco a ridosso del mare. 
Purtroppo sembra che l’esemplare non riesca a portare a maturazione i frutti e anche la propagazione per talea e margotta ponga delle difficoltà, come riferito da Giulio, un altro appassionato "cacciatore di piante" . Nell’isola si danno presenti altri due esemplari arborei: uno a Partinico, vicino Palermo in un tratto di costa che si affaccia sul Tirreno ed uno nell’avamposto d’Africa che è il paese di Gela.
La cerca .. continua!
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