mercoledì 23 aprile 2014

Esploratori botanici, incrocio di parole

 
In base alle diverse definizioni scrivi il cognome di otto famosi esploratori botanici i cui ritrovamenti, attraverso lunghi ed avventurosi viaggi nelle regioni più inesplorate del mondo hanno fatto la storia del giardinaggio e dell’agricoltura moderna. Dall’incrocio delle definizioni, in orizzontale, si ricaverà il nome del padre della tassonomia botanica.
 
Verticali
1.      naturalista, esploratore, botanico tedesco; viaggiò per cinque anni (1799-1804) nell’America meridionale; Darwin lo definì “Il più grande viaggiatore che sia mai esistito”; a lui è dedicata una specie di Annona.

2.     esploratore botanico inglese  che viaggiò a lungo in Brasile (1815-1816) e Australia (1839) percorrendo regioni ancora ignote; a lui è dedicato un genere di Cupressaceae originario dell’Asia che comprende due sole specie.

3.     botanico scozzese e primo giardiniere dei Kew gardens ad essere inviato all’estero; esplorò il Sudafrica dove nel 1772 trovò un territorio quasi vergine e ne riportò numerosissime piante soprattutto eriche, gerani, hamaryllis. Pubblicò un unico libro sulle Stapelia  pubblicato nel 1796.

4.     botanico ed entomologo svedese, allievo di Linneo, fece la sua prima spedizione in Giappone (Flora japonica 1794) ed in seguito in Sudafrica; divenne professore di Botanica a Uppsala; a lui è dedicato un genere di piante da fiore della famiglia delle Acanthaceae native delle zone orientali e meridionali dell’Africa.

5.     botanico inglese di lunga e eccezionale carriera;  fu consigliere botanico di re Giorgio III, presidente della Royal Society e fondatore della Horticultural Society. Esplorò Oceania, Nuova Zelanda ed Australia introducendo in occidente piante come eucalipto, acacia, mimosa.

6.     figlio d’arte, botanico e viaggiatore inglese esplorò l’antartico e poi fu in Tibet e Himalaya partecipando a spedizioni in Sudamerica, Nuova Zelanda, Australia, Sudafrica. Scrisse una voluminosa enciclopedia sulle piante. Nei suoi viaggi raccolse oltre 7000 specie introducendo tra l’altro in Europa i rododendri dalla regione del Sikkim.

7.      botanico scozzese che per conto della Royal Botanic Institution di Glasgow effettuò nel 1823, per cinque anni, una spedizione in Nord America durante la quale scoprì numerose conifere che importate al suo ritorno in patria hanno in parte modificato la silvicoltura delle isole britanniche.

8.     detto il Vecchio, naturalista, botanico  e giardiniere di nobili e reali d’Inghilterra;  insieme al figlio fu tra i primi della sua epoca a recarsi all’estero per cercare nuove piante, in Russia nel 1618 ed in Spagna nel 1621; porta il suo nome un genere della famiglia delle Commelinaceae.

Bibliografia
M Gribbin, J. Gribbin, Cacciatori di piante, Raffaello Cortina Editore, 2009, Milano
L. Harrison, Latino per giardinieri, Guido Tommasi Editore, 2012, Cina
A. Wulf, La confraternita dei giardinieri, Adriano Salani Editore, 2008, Milano
H. Johnson, La cura del giardino, Istituto Geografico De Agostini, 1982, Novara
sul Web
Wikipedia
https://drive.google.com/file/d/0B6DFcsz23R_ENk83ajdRdk85aWc/edit?usp=sharing
Soluzione
 
 

venerdì 18 aprile 2014

I gigli di Pasqua di fibra intrecciata

L'arte dell'intreccio di fibre vegetali
Ci vogliono mani dall’abilità antica,  acquisita con esercizio e passione, per  scegliere, raccogliere, piegare, intrecciare e comporre, partendo da una giovane foglia di palma, "i gigli di Pasqua", manufatti  ispirati alla tradizione contadina meridionale che Mario Guccione  ha preparato per la ricorrenza della Domenica delle Palme e ha portato  dal suo paese, San Michele di Ganzaria, in città  per venderle ai fedeli che, come tradizione vuole, li hanno  fatti benedire durante il rito che apre la  celebrazione della Settimana Santa per conservarli, poi,  per tutto un anno come reliquia di culto.
Mario, che di lavoro fa l’operaio forestale, è innamorato del suo paese, San Michele,  che si sviluppa su un versante della montagna della Ganzaria, un rilievo dei monti Erei che per una serie di strane combinazioni climatiche è una stazione privilegiata, in Sicilia, per la crescita delle orchidee spontanee. Mario ne è molto appassionato e ne è diventato un profondo conoscitore, tanto da essere coautore di un libro dal titolo “Orchidee spontanee della Montagna di Ganzaria" e punto di riferimento per la redazione di diverse pubblicazioni scientifiche in merito. 


Sulla stessa montagna cresce spontanea la palma nana Chamerops humilis, la disa (Ampelodesmos mauritanicus) e il giunco, vegetali con le cui fibre i contadini della zona ottenevano in passato come, in tutto le aree agricole del Mediterraneo, oggetti di uso comune di notevole economicità e resistenza come scope, scopini, ventagli, cordami, pagliette, coffe, stuoie, trastulli per bambini e decorazioni di culto e beneauguranti come i gigli di Pasqua o le spighe di grano del buon augurio (trizza della provvidenza). 
 

Mario ha imparato ad intrecciarne  la fibra vegetale da autodidatta studiando sui libri di etnobotanica le tecniche antiche di lavorazione delle foglie di palma (curina) che ha poi rielaborato imprimendo ai suoi lavori una personale impronta artistica. Con gli oggetti realizzati ha creato a San Michele il “Museo dell’intreccio”  presso le “ Case Costa” , un rifugio della Forestale sulla Montagna Ganzaria contribuendo inoltre alla realizzazione del "Museo della Macchia Mediterranea"  a Caltagirone e del “Museo Contadino”  a Buscemi.


Il giglio che,  con veloce movimento delle mani,  Mario mi intreccia davanti in pochi minuti, viene fuori da una foglia ancora verde di Phoenix canariensis raccolta, mi dice Mario, su una pianta di palma morente perché colpita dal punteruolo. La raccolta delle foglie ancora giovani di palme come Chamerops humilis ma anche Phoenix o Washingtonia, che era considerata fino a poco tempo fa una normale attività di cerca e raccolta agricola, è oggi  da ritenere una pratica da attuare con molta moderazione e parsimonia per l’esiguo numero di palme rimaste indenni dall’attacco del rincoforo distruttore.










L’intreccio che ne viene  fuori è un giglio a quattro foglie  e due grosse trecce lavorate a "bureddu lupo";  il suo banchetto ne è pieno insieme a rametti d’olivo e a spighe di grano intrecciate, simbolo di abbondanza e fertilità.

 
Portare a casa un lavoro artistico di Mario non è solo un modo per festeggiare secondo tradizione la  Pasqua, è anche un momento di riflessione sulla quotidianità della vita  contadina di un tempo,  vissuta con semplicità e a stretto contatto con la campagna; un modalità di vita che, come ha già fatto Mario, dovremmo tutti noi tornare a condividere ed apprezzare.
 

lunedì 14 aprile 2014

Le forme geofite e succulente del genere Pelargonium

Conversazione con Davide Pacifico
In occasione della “Festa dei gerani” organizzata dal vivaio Malvarosa nell’ultimo fine settimana di marzo,   ho avuto modo di incontrare Davide Pacifico, studioso presso il CNR di Palermo e collezionista di tutto ciò che nel mondo vegetale abbia organi sotterranei di riserva  come le bulbose e  le specie rizomatose, coltivate sia in una collezione personale (soprattutto Amaryllidaceae e Iridaceae) che come oggetto di studi svolti  per conto del Giardino Botanico Rea di Trana (TO).
Davide è stato ospite del vivaio di Filippo Figuera per parlare agli appassionati presenti  di: “Forme geofite  e succulente del genere Pelargonium”, un gruppo di specie a radice tuberosa o a fusti carnosi, dalle insolite fioriture, che presenta grandi affinità  con le bulbose e le specie succulente di cui Davide è  molto esperto per passione e lavoro.
 
Chiedo a Davide qualche informazione botanica e storica che meglio  ci faccia comprendere le peculiarità di questo particolare gruppo di pelargoni.
Il genere Pelargonium  appartiene, da un punto di vista sistematico, alla famiglia delle Geraniaceae che comprende altri dieci generi tra cui ad esempio il genere Geranium, il cui nome è  spesso impropriamente usato per indicare anche i pelargoni.  La caratteristica che accomuna tutti i generi  appartenenti alla famiglia delle Geraniaceae è quella di avere un frutto allungato (schizocarpo) che nel profilo ricorda, stilizzata,  la testa di un uccello.  Pelargonium ad esempio, deriva dal termine greco pelargos che significa cicogna; Geranium da geranos, che significa gru, Erodium da erodos, che significa airone.
Frutti del genere Pelargonium
Inizialmente  tutte le specie appartenenti alla famiglia delle Geraniaceae venivano chiamate gerani; in  seguito, a partire da XVII secolo, si individuano differenze che hanno fatto distinguere il genere Geranium dal genere Pelargonium. Una di queste  differenze è evidente nei fiori che nei gerani hanno cinque petali tutti uguali mentre nel pelargoni i due petali superiori sono diversi dagli inferiori per colore, grandezza e forma.
Geranium
Pelargonium
Le origini delle specie geofite e succulente  sono sempre africane come per la maggior parte degli altri pelargoni?
Tutti La maggior parte delle specie coltivate del genere Pelargonium proviene dall'Africa australe ma molte specie geofite o succulente sono tipiche di un tratto di costa arido posto nel settore nord occidentale del territorio sud africano, tra la Provincia del Capo e la Namibia; luoghi inospitali dove le precipitazioni annue sono molto scarse (50- 120 mm) e dove l'aridità è accompagnata da venti caldi che esaltano le temperature estive che possono raggiungere i 50 C°, sotto un sole che non ha riparo. Ecco perché queste specie si sono abituate a crescere d’inverno, a temperature relativamente basse che permettono loro di vegetare in economia, utilizzando la rugiada del mattino e l’acqua di riserva accumulata in fusti e tuberi durante le sporadiche precipitazioni autunnali. Sono specie che in natura fioriscono nell’inverno australe con temperature analoghe alla nostra precoce primavera; poi le piante, all'arrivo del caldo, avvizziscono perdendo completamente le foglie per effettuare un lungo riposo estivo.

Quando, queste specie, sono arrivate in Europa?
Le prime notizie sul genere Pelargonium risalgono al XVII secolo, epoca di grandi viaggi per mare lungo trafficate rotte commerciali che, facendo base nella punta più estrema dell’Africa, utilizzavano la regione del Capo di Buona Speranza come base di sosta e rifornimento per le navi dirette verso Oriente. La prima specie di pelargonio è arrivata in Europa alla metà del 1600, portata dal botanico inglese John de Tradescant ma al suo apparire non deve avere suscitato molto entusiasmo se fu denominata Pelargonium triste, per il colore mesto dei suoi piccoli fiori giallo verdastri che presentano pennellate brune al centro dei petali; fiori che, caso raro per un pelargonio, emanano di notte un leggero profumo.


 

Quali sono i punti di forza di questo gruppo di pelargoni  (fiori, profumo, habitus) e quali specie non possono mancare nella collezione di un appassionato?
Io vedo in queste specie un interesse legato all’ habitus che mi sembra molto originale;  una via di mezzo, in molti casi,  tra una pianta erbacea e una classica pianta succulenta. Le foglie, presenti in molte specie solo durante la fase vegetativa, sono molto ornamentali, come ad esempio in Pelargonium cotyledonis, Pelargonium. klinghardtense , Pelargonium crithmifolium, Pelargonium bowkeri, per non parlare della forma dei fusti, unica in ogni individuo.
Per le specie da scegliere, come dico sempre ai miei amici, non ci può essere una più importante o preziosa delle altre. La preziosità di una pianta non è data dalla sua rarità, ma dal piacere che si prova nel coltivarla..a ciascuno il suo quindi, specie in un genere tanto variabile come il genere Pelargonium. Tuttavia, suggerisco di cominciare con le specie disponibili nei vivai specializzati in modo da poter facilmente reperire le piante a prezzi abbordabili senza stare a rincorrere le specie più rare. Io di mio sono rimasto colpito dalle "spine" del Pelargonium echinatum, dal colore dei fiori del Pelargonium fulgidum, dalla forma del Pelargonyum cotyledonis.
Pelargonium echinatum
Pelargonium praemorsum Pacifico

Pelargonium x splendide
Da quanto tempo ti occupi per lavoro e passione di pelargoni succulenti?
Per questioni climatiche e di spazio ho iniziato da poco a coltivare i pelargoni succulenti e semi-succulenti, che per fortuna rispondono benissimo al clima siciliano; prima di arrivare in Sicilia sono rimasto in attesa... ammirando la ricchezza della collezione della Dr.sa L. Guglielmone, una mia amica botanica esperta del genere, che ha condotto campagne di studio e di raccolta di Pelargonium in habitat. I motivi sono senza dubbio la somiglianza del ciclo vitale con le specie bulbose di cui sono grande appassionato e l'originalità delle forme succulente, l'altra mia grande consolidata passione. Potrei dire che in un solo genere ho ritrovato le caratteristiche per me più affascinanti del regno vegetale.


A  sentire  Davide, queste specie sono l’ideale per chi vuole essere libero in estate di viaggiare senza la preoccupazione di dovere badare a dare acqua alle piante e dunque, se volessimo assecondare la nostra natura di giardinieri pigri possiamo lasciarci tentare dal catalogo  online del vivaio Malvarosa  che dispone di un buon assortimento di pelargoni succulenti e geofiti, specie che, è proprio il caso di dire, sono a bassa,  ma proprio a molto, bassa, manutenzione.




giovedì 10 aprile 2014

Paolo e l'hotel per insetti

Tra le proposte più delicate e poetiche che mi è capitato di sentire girando per i banchetti di Verde Mura a Lucca,  c’è quella di Paolo, contadino piemontese come si definisce lui, che ha preso a cuore la sorte dei tanti insetti  buoni che popolano le campagne creando per loro dei rifugi, dei ricoveri ricavati nel legno di castagno chiamati con il nome originale di "Hotel per insetti".

Gli insetti sono esseri viventi  che non a tutti riescono simpatici; io, ad esempio, mentre potrei sopportare (ma non per molto) la presenza di un topo in una stanza, in presenza di una cavalletta rimbalzante dentro un ambiente chiuso mi  sento gli spilli addosso e se vedo una di quelle grosse blatte che escono dai tubi di scarico dei gabinetti  vado nel panico.

Gli insetti  possono perciò essere belli o brutti  in base alla sensibilità delle singole persone mentre  il concetto di insetto buono o cattivo riguarda essenzialmente l’universo contadino ed il bisogno primario di produrre ed ottenere prodotti, integri, di bell’aspetto, in quantità adeguata a compensare le tante spese e fatiche messe in atto per ottenere una buona  produzione da vendere al mercato.  

Gli insetti che per antonomasia  sono considerati cattivi in agricoltura sono quelli  il cui stadio giovanile è una larva che potrà essere di farfalla, di coleottero o di dittero, non importa, perché a qualunque genere essa appartenga sarà sempre voracissima mangiando instancabilmente tessuto vegetale che masticherà sino allo stadio di pupa. Cavolaie, rodilegno, mosca della frutta sono esempi di insetti cattivi la cui presenza non controllata può determinare il deprezzamento di un’intera produzione. Una delle larve ritenuta in questo momento cattivissima ad esempio, è quella del  punteruolo rosso della palma che con la sua voracità sta stravolgendo i connotati del paesaggio costiero mediterraneo decretando la morte di estese popolazioni di Phoenix canariensis.
Per contrappasso, un esempio  di insetto buono è la coccinella che a dispetto di sembianze graziose possiede un animo da serial killer capace di scatenare la sua furia contro intere colonie di afidi di fruttiferi o di ortaggi contenendone l’azione negativa sulle colture.
Molto buoni perché utili alla pratica agricola  sono  considerati  i bombi  che nelle serre del ragusano, dove si coltiva pomodoro o altre solanaceae,  vengono allevati con apposite casette all’interno della serra per aumentare l’impollinazione e dunque l’allegagione dei frutti.   
Esistono anche biofabbriche per produce su scala industriale insetti da utilizzare in agricoltura per interventi di lotta biologica ed integrata.
 
L’idea di allevare insetti utili  non è dunque nuova, ma una cosa è sfruttare il lavoro degli insetti a scopro di lucro come avviene nell’agricoltura intensiva,  ben altra è quella di offrire  ospitalità  e riparo disinteressato a tutti gli insetti, meglio se buoni,  senza per questo mirare ad ottenere  una immediata contropartita.

I ricoveri realizzati da Paolo utilizzano materiali naturali  e riciclati e offrono riparo invernale ad api solitarie, bombi o a coccinelle, forbicine, cervi volanti.  Le sue casette hanno forellini (di diversi diametri) fatti nel legno, nelle canne o nei materiali inerti; ramaglie o paglia inserita in scomparti a ricreare fenditure verticali o orizzontali. Sono oggetti realizzati particolarmente a fine didattico per insegnare ai bambini il rispetto per il lavoro utile di tante piccole creature.
 
A me Paolo ne ha regalato uno di questi "Hotel per insetti" anche se in base alle dimensioni propenderei per un  BeB. 

Ha la forma di una vecchia sveglia bucherellata che solo a guardarla mi mette di buon umore; la tengo su una mensola piena di libri come un gradevole sopramobile, un manufatto evocativo di un uomo sensibile e gentile.


lunedì 7 aprile 2014

Due giorni passati a Verde Mura


Proprio non ci speravo di riuscire quest’anno a vedere Verde Mura, mostra mercato del "Giardinaggio e del vivere all’aperto" che si è svolta questo fine settimana a Lucca. E’ grazie a Monica che la cosa è andata perché certo da sola non sarei partita, non sarei riuscita a vincere la naturale pigrizia che tra le mura di casa mia, giù in Sicilia, mi fa vedere tutto ciò che avviene oltre lo Stretto come qualcosa di molto, molto lontano.


Avevamo entrambe bisogno di staccare, di lasciare figli e mariti a sapersela cavare da soli e siamo così partite per un fine settimana passato tra le piante a scarpinare su e giù dalle mura di Lucca per non perderci niente di questa grande kermesse del verde dove sono tante le piante da vedere, le idee da copiare, le specie da acquistare anche se viaggiando in aereo ci siamo dovute frenare e limitarci a comprare violette e basilico cinese ( Perilla frutescens). 
Viola tricolor
Se non l’avessi visto di persona non avrei mai potuto immaginare che mentre da noi la crisi morde famiglie ed aziende altrove si riesce ad organizzare una manifestazione a cui hanno preso parte 150 espositori, un terzo dei quali rappresentato da produttori di aziende vivaistiche e con un assortimento colturale capace di interessare gli antipodi del Paese.
Specie nordiste
Se, infatti, in molti casi abbiamo solo potuto desiderare di possedere  specie nordiste come helleborus, peonie, azalee, rhododrendron, clematidi, gentiane e stelle alpine, a saperle cercare c’erano anche tante proposte per il clima meridionale dove gerani, protee, euphorbie, hemerocallis, tillandsie, melaleuca, kalanchoe, e achanthus in varietà avrebbero fatto la felicità di chi è costretto a centellinare come noi l’acqua nel suo giardino.

Specie sudiste
E non c’erano solo piante da comprare ma anche mostre da vedere come quella “Sulle viole per fare primavera” e sui “ Magnifici fiori delle camelie della Lucchesia” e conferenze da ascoltare dove si è parlato di “giardino ecosostenibile”, di viole da coltivare e di libri su Lucca da leggere e sfogliare. 
 
 
E tanta gente ho visto sciamare tra la Casermetta di San Frediano e  quella di San Martino e in molti si fermavano a comprare riempiendo sporte e carriole; ed i numeri parlano chiaro se oltre 14.000 visitatori paganti hanno visto la mostra nonostante il tempo incerto dei primi due giorni.




Noi in serata abbiamo preso l’aereo e siamo ritornate a casa, ma prima di rituffarci in famiglia ci siamo dette. "Ma che fa, a settembre non ci torniamo a vedere “Murabilia”?
 
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